Questo sito utilizza cookie per le proprie funzionalità e per mostrare servizi in linea con le tue preferenze. Continuando a navigare si considera accettato il loro utilizzo. Per non vedere più questo messaggio clicca sulla X.
Messaggi don Orione
thumb

Nella foto: Studenti di Teologia, Roma giugno 1976: Antonio Rizzo, Ildefonsa Bomenuto, Flavio Peloso, Ivan Pinheiro,

Ricordo di Don Antonio Rizzo, compagno, amico e fratello, morto a 40 anni dopo una lunga via crucis di sofferenze, il 27 maggio 1988. La sua vicenda č stata una sorpresa e un dono.

Ricordo Don Antonio Rizzo con degli appunti cronologici della sua breve vita di 40 anni, durante 22 dei quali, dal 1966 al 1988, ebbi la grazia di averlo compagno, amico e fratello. Ordinati sacerdoti a una settimana di distanza uno dall’altro, l’ho accompagnato, passo dopo passo, in tutta la sua lunga via crucis di sofferenze e di stazioni negli ospedali che lo ha portato alla santità e alla felicità. La sua vicenda è stata una sorpresa e un dono.

 

13 giugno 1948

Antonio Rizzo nacque a Fossò (VE) il 13 giugno 1948. Crebbe nel calore umano e religioso della sua famiglia, partecipò attivamente alla vita della Parrocchia, lavorò in una fabbrica di scarpe come disegnatore modellista.

 

1965-1968

Il 20 ottobre 1965 entrò nella Congregazione di Don Orione, al seminario di Buccinigo (Como). “Il Signore mi ha prelevato dalla mia famiglia, dalla mia comunità di Fossò. Non ha guardato alla mia persona insignificante, alla mia paurosa miseria, ma ha guardato al cuore desideroso di amare e di fare del bene. Ne sono sempre stato affamato”.

A Buccinigo ci incontrammo nel settembre del 1966, entrambi allievi di 4a ginnasio. Il 25 marzo 1967, Antonio fece l’“atto di consacrazione a Maria”.

 

1968-1972

Dopo l’anno di Noviziato a Villa Moffa (Cuneo), professò i Voti l’11 ottobre 1969. Durante gli anni del liceo, fummo destinati entrambi ad animare le attività per ragazzi e giovani della parrocchia di Sant’Antonino di Bra (Cuneo). Facemmo scintille di generosità per Gesù e per i ragazzi che ci infiammarono l’anima. Questa frequentazione e il comune apostolato svelò ulteriormente il cuore l’uno all’altro, ed entrambi vi trovammo Gesù, nel quale si cementò un’amicizia bella, libera e produttiva.

 

1972-1974

Antonio conseguì il diploma magistrale nel 1972, a Ponteselva (Bergamo), e poi fu inviato per il tirocinio di due anni tra i ragazzi con limiti speciali dell’Istituto con scuola medico-pedagogica di Lopagno (Svizzera).

 

1974-1979

Nella comunità dell’Istituto Teologico “Don Orione” di Roma ricevette la sua formazione teologica e religiosa negli anni 1974-79. Manifestò particolare entusiasmo e intraprendenza nell’animazione vocazionale e nell’attività catechistica-parrocchiale alle borgate Prima Porta e Massimilla.

Fece la professione perpetua l’8 dicembre 1977: povertà, castità, obbedienza per seguire Cristo più da vicino e renderlo presente alla gente di oggi. Ricordo il senso di definitività e di totalità di questo evento. Andammo insieme nella basilica di San Pietro. Scrivemmo la domanda di ammissione alla professione perpetua inginocchiati, uno accanto all’altro, nella Cappella del Santissimo della Basilica.

Antonio fu ordinato diacono il 16 dicembre 1978, nella parrocchia “Mater Dei” di Roma, e sacerdote il 22 settembre 1979, nella chiesa parrocchiale di Fossò (Venezia).

Nella foto, da destra: Giampiero Congiu, Paolo Clerici, Flavio Peloso, Antonio Rizzo, Stanislao Lukumene Lumbala.

Per l’ordinazione sacerdotale indossò una casula, sul davanti dominava il rosso vivo di fuoco esuberante, “il fuoco dell’amore, del martirio”, mi disse. A distanza di qualche tempo, scrisse un ricordo di come visse quel momento importante della sua vita.Sono arrivato al Sacerdozio con il cuore in tensione verso l’Amore. Tutto mi si apriva a questa reale prospettiva: vita religiosa-sacerdotale in comunità, servizio caritatevole ai più bisognosi e possibilità missionarie… tanta passione quindi all’ideale orionino sintetizzato nel motto ‘Instaurare omnia in Christo’. Il giorno della mia prima Santa Messa, all’omelia, ho detto ai fedeli qualcosa che non avevo meditato o proposto di dire. Nella Chiesa parrocchiale dove sono stato ordinato presbitero, sopra l’altare pendeva un grosso crocifisso e io, riferendomi ad esso, dissi: «Voi fratelli vedete il crocifisso con Gesù sul legno, io da qui vedo solo la croce vuota. Lì, è il mio posto». Non ci ho dato mai troppa importanza, però sta di fatto che il Signore, dopo pochi mesi, mi ha preso in parola. Dopo pochi mesi sono stato colpito da una dolorosissima e fastidiosissima malattia a tutti i muscoli e articolazioni del corpo. Si avviava il mio penoso calvario”.

Ricordo bene queste parole della sua omelia, che mi impressionarono, conoscendo bene il suo ardore di donazione. Come ricordo bene la grande icona di tipo orientale, su tavola di legno, che pendeva in alto sul presbiterio della chiesa, il cui dipinto era visto dai fedeli e non dal celebrante.

 

1980

Quale è la “dolorosissima e fastidiosissima malattia” che sopraggiunse già a 4 mesi dalla sua ordinazione sacerdotale? Una malattia grave e rara (polimiosite e poliartrite da immunocomplessi) fermò Don Antonio sulla strada dell’attività sacerdotale che aveva bene iniziato a Botticino (Brescia), tra i ragazzi del seminario minore. “Ho un po’ di reumatismi e tanti dolori, ma mi sto curando”, mi informava già nel febbraio 1980. Peggiorò sempre più. Quando nell’estate 1980 fu ricoverato prima all’ospedale di Soave (Verona) e poi a quello di Padova era già in condizioni definite gravissime, con diagnosi di irreversibilità.

 

1981-1984

“Umanamente parlando è una vera tragedia: dolori, amarezza e spavento invade tutto l’essere. Il mio corpo bello e robusto non ha più forze, dimagrisce o si gonfia brutalmente”. Antibiotici, cortisonici e altri farmaci sempre più numerosi e intrecciati “tennero su” la vita di Don Antonio, finita improvvisamente ai margini delle attività ma ben dentro al mistero della vita e di Dio.

Trascorse gli anni 1981-1983 nella comunità di Montebello (PV) con il compito di promotore vocazionale. Vi si dedicò con passione, intelligenza e grande sacrificio, più con le relazioni che con le attività, più animando che facendo, più pregando e soffrendo che parlando e viaggiando.

A periodi di relativa stabilità di salute si alternavano crisi e ricoveri in ospedale per sostenere il cedimento di organi vitali intaccati dalla malattia: i polmoni, l’impianto osseo, il fegato, l’intestino, il cuore.

I ricoveri in ospedale erano da Don Antonio chiamati “le stazioni della mia Via Crucis”. “All’ospedale, mondo immerso nella sofferenza, io sacerdote, proprio per la mia vitale adesione al mistero di Cristo, devo recare una nota particolare di valorizzazione del dolore. Ci ho provato, continuo, e ci sono riuscito un poco.

Dottori, malati, personale infermieristico, parenti dei malati, confratelli, parenti e amici che andavano a visitarlo formavano la sua “parrocchia spirituale”. Davvero numerosa e ricca di frutti di bene.

Godeva e partecipava, come di proprie, delle mie attività apostoliche. Da parte mia, contavo sul flusso di Grazia canalizzato dalla sua vita ferita. Lui godeva dei frutti di bene che vedeva in me ed io ero incantato dalla sua unione con Gesù nella Croce. Lui non si deprimeva per l’inattività e io non mi insuperbivo per l’attività. “Tutto è niente. Solo Gesù”, come Don Antonio prese a scrivere iniziando le sue lettere, quasi come un motto.

Il 1984 fu per Antonio un anno particolarmente penoso a causa di ripetute crisi e ricoveri all’ospedale.

Volle fare il “voto di oblazione” (ma preferiva dire vittima, olocausto) “per il Papa e per l’unità della Chiesa, affinché venga il Suo Regno”. Chiedeva a me il permesso perché, pur suo compagno, mi considerava suo padre spirituale. Esitai. Alla fine gli dissi: “Il Signore ha già acceso il fuoco, che posso dire io? Va bene”. Don Antonio si offrì alla consumazione, già iniziata, con amore gratuito e totale. E così, il 29 agosto 1984, al Santuario della Madonna della Guardia, quando Don Antonio fece il IV voto di “fedeltà al Papa” – da poco introdotto per tutti gli Orionini – vi aggiunse quello di “oblazione”. Da questa data il tono sacrificale della sua vita divenne ancor più trasparente.

Per ricordare questa oblazione scelse un testo di Don Orione. “Perfetta letizia sarà quando, da agnelli di Dio, sosterremo realmente, umilmente, pazientissimamente, caritatevolmente, verso tutti – e con allegrezza e con amore -  le prove che Gesù, dolce Signor Nostro, per vincere noi medesimi, per compiere in noi la sua santa e adorabile volontà, e renderci in qualche modo simili a Lui, si degnerà mandarci, o permetterà, a gloria sua e della Santa Madre Chiesa, e per dare vita religiosa a noi e alla Piccola Opera della Sua Provvidenza.

 

1985

Il 22 ottobre 1984, agli inizi dell’autunno umido e pericoloso per i suoi polmoni, dovette lasciare le nebbie della Val Padana e prendere casa all’Istituto “Mutilatini” di Roma-Monte Mario. Questo non gli valse ad evitare nuovi ricoveri all’ospedale, prima al “Gemelli” e poi al “San Camillo”.

Il suo era diventato un caso clinico, oggetto di interesse e di studio. Fu ricoverato al “San Camillo” di Roma senza particolare speranza se non quella di una indagine scientifica che avrebbe potuto dare elementi utili per la terapia. Fu bombardato di antibiotici nella speranza di isolare il virus che, si pensava, fosse causa dello scatenarsi biologico della sua malattia. Non fu trovata la causa. Don Antonio si ridusse in stato cachettico, pelle e ossa, con terribili piaghe di decubito.

Il 30 aprile 1985, fu dimesso e trasferito all’Ospedale di Voghera (Pavia) “per essere più vicino a casa”, perché i suoi giorni sembravano davvero pochi, tanto era sfinito e sofferente.

Le sue funzioni vitali erano ridotte al minimo, subentrò il blocco renale, la fine era considerata imminente. Era circondato da tanta compassione e attenzione da parte di medici, infermieri e dalle buone Suore della Carità. I familiari si alternavano al suo capezzale venendo dal Veneto. I malati e i visitatori si affacciavano discretamente alla porta della sua cameretta perché sapevano che c’era un prete giovane e santo che stava morendo.

Io avevo il cuore, più che gli occhi, in lacrime. Ricordo un giorno, ritenuto l’ultimo. Chinato sul suo letto, gli sussurravo all’orecchio, ma era un grido: “Antonio, devi vivere. Antonio, devi voler vivere. Forza, Gesù lo vuole”. Dopo varie volte che gli dicevo questo, riuscì ad articolare parola con un filo di voce: “Se me lo comandi tu. Lo voglio”.

Si riprese un poco. Verso la fine di giugno, fu dimesso per essere accolto e curato al Centro “Mater Dei” di Tortona. Durante il breve viaggio da Voghera a Tortona, mi disse: “Flavio, fermati al bordo della strada, vicino al campo di grano”. Svoltai sulla strada verso la cascina “Calvina”. Lo ressi per fare quattro passi ed entrare in mezzo al grano. Si chinò, odorava il grano, immergeva il viso tra le spighe mature portandosele alla guancia, si beava di quel contatto. “Che bella la natura. Da quanto tempo non vedevo piante, non respiravo aria libera, non toccavo qualcosa di vivo”.

Don Antonio trascorse l’estate del 1985 presso il Centro “Mater Dei” di Tortona (AL). La ripresa fu lenta ma progressiva.

 

1985-1988

Il Signore aggiunse ancora tre anni di vita che Don Antonio trascorse ad Ercolano (Napoli), dove la comunità animava un moderno Centro di riabilitazione per disabili.

Si dedicò senza riserve a pregare, a soffrire e ad offrire le energie rimaste. Era commosso della comunità, di stare malato tra i malati, godeva di ogni gesto e fatto di vita. Dando resoconto del suo nuovo apostolato svolto in casa, e spesso dalla carrozzella, con colloqui, ritiri spirituali, confessioni, predicazione, inserito pienamente nella vita di quella casa per persone con gravi disabilità, “faro di carità cristiana”, concludeva: “È tanto bello poter fare del bene, ma ancor più fare la volontà del Signore… Anche se devo sempre avere prudenza, l’aver paura – sono convinto – è del maligno. D’altronde siamo sempre in battaglia e, per noi preti, in prima linea, e se abbiamo paura? Sto studiando per organizzare l’Oratorio festivo, così da aiutare i tanti ragazzi della parrocchia trascurati e vicini a noi”. Realizzò l’oratorio con il chierico Stephen Beale e con qualche giovane volenteroso.

La salute di Don Antonio, a parte un ricovero al “Monaldi” di Napoli nell’aprile-maggio 1986, godette di un periodo di parziale stabilità. Ne gioiva. “Sto riprendendo. Ho tanta voglia di essere tutto del Signore senza sciupare niente”.

La sua cameretta di Ercolano divenne un po’ il centro della casa perché lo si poteva trovare sempre, come Gesù nella cappella. Chi lo avvicinava, chi parlava o anche solo chiedeva di lui si sentiva come di fronte a qualcosa di “sacro”. In quella vita sacerdotale crocifissa e nel suo atteggiamento sempre paziente e amante si aveva chiara percezione che “passava il Signore”. Conferma di questa particolare presenza del Signore era l’amore alla vita, così spontaneo e vibrante in Don Antonio. La vita per lui continuò ad essere “bella”, senza rimpianti e senza illusioni, anche così come gli si andava riducendo sotto gli occhi, ma crescendo dentro, nell’anima, sempre più.

Dall’ottobre 1987, non poté più staccarsi dall’ossigeno terapeutico, ma continuò ad essere attivo e interessato a tutto e a tutti. “Finché c’è la vita è un bene”. “Tutte le tribolazioni, i limiti che il Signore permette nella mia esistenza – scrive il 5 gennaio 1988 – voglio che siano i gradini che mi portano a concretizzare la somiglianza o imitazione di Gesù Crocifisso-Risorto. Anche se sono senza forze, attaccato continuamente all’ossigeno, a volte con tanti dolori, limitato nei movimenti, rinchiuso in pochi ambienti vitali, posso fare ancora molto (la frase è sottolineata più volte fortemente) nell’amare il Signore: posso pregare, celebrare la Messa, leggere e studiare… incontrare le persone con tanta cortesia, fare qualche piccolo servizio di preparazione alla liturgia, essere costantemente gioioso”.

I polmoni erano ormai rovinati e inefficienti; il cuore aveva crisi continue. Il 20 maggio fu portato ad una piccola clinica specializzata per le malattie polmonari, a Campoli del Monte Taburno, amena località tra le colline di Benevento. Lasciare la casa, i confratelli e l’ambiente del Piccolo Cottolengo gli costò molto. Ma vi andò mite. Non ricusò mai di curare la salute che avrebbe allungato anche il suo soffrire.

In quei giorni scrisse: “Tutto mi è dono di Dio e tutto il mio essere deve manifestare riconoscenza e gratitudine. Un grazie di cuore e di amore. E, come San Giovanni, sul lago, anch’io posso scorgerlo da lontano e gridare “Dominus est!”. Solo Gesù Cristo Crocifisso è il solo che ha parole di vita eterna, perciò Signore della mia vita. Per grazia di Dio sono quello che sono: solo desiderio di amare”.

 

27 maggio 1988

Don Antonio era da una settimana a Campoli. Nella sua cameretta l’infermiere stava accudendo a lui. Dopo un breve e leggero sussulto di tosse, alzando gli occhi al cielo, morì verso mezzogiorno del 27 maggio1988.

Don Antonio Rizzo, “desiderio di amare”, aveva 40 anni di età, 18 di professione religiosa e 8 di sacerdozio. Il Signore lo ha purificato e reso bello per il Paradiso.

Don Antonio prega per noi.

Amen. Alleluia.

Lascia un commento
Code Image - Please contact webmaster if you have problems seeing this image code  Refresh Ricarica immagine

Salva il commento