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Messaggi don Orione
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Alcune annotazioni storico-spirituali di Don Flavio Peloso, postulatore del venerabile Adolfo Barberis. Al trinomio tipico del clero piemontese, "altare, pulpito e confessionale", il Barberis aggiunse la "strada" dell'incontro con i poveri e gli emarginati dalla civiltà non ancora fraterna.

                    La Paternità di Dio e la sua Provvidenza si manifestano e si compiono in Gesù, figlio di Dio e fratello nostro. Pietro riconosce in Gesù il “Cristo di Dio”, anche se la sua professione di fede è ancora influenzata dalla concezione religiosa e sociale dominante al suo tempo (Lc 9, 18-22). Gesù accoglie quel riconoscimento e annuncia la sua prossima manifestazione (Mt 16, 21).
                     La manifestazione della paternità di Dio avviene mediante l’esperienza di misericordia del figlio che ama i fratelli “mentre eravamo ancora peccatori”, condividendo e subendo le loro miserie, facendo del bene a tutti e sempre, fino a dare la vita in parole ed opere e “fino alla morte e alla morte di croce” (Rm 5, 6-8).[1]

                    Il titolo con cui più comunemente è ricordato il venerabile Adolfo Barberis è quello di “Padre”, riconoscendo nella “paternità” la nota dominante della sua vita personale e della sua azione ecclesiale. Anche sul marmo del sepolcro del Fondatore del Famulato Cristiano, nella chiesa del Gesù di Via Lomellina 4, a Torino, troviamo scritto “Il Padre vive in Lui”. Può essere letta sia nel senso che Adolfo Barberis, “il Padre”, vive in Dio, e sia nel senso che Dio, il Padre, vive in Lui, Adolfo Barberis.

                    È facile rilevare anche che la paternità del Barberis si è conformata con quella di Dio, divenendone una manifestazione, nel segno della carità eroica verso i fratelli dei quali ha assunto e condiviso la vita sovvenendo alle loro miserie fino a dare la vita - tutta, del tutto, fino alla fine – per la loro salvezza.

                    La misericordia verso i fratelli e verso i più umili e bisognosi di aiuto è il tratto caratteristico del volto di Dio e del “Padre” Barberis. Per questo “il Padre vive in Lui”. Della paternità misericordiosa del Venerabile intendo richiamare alcuni dati biograficie spirituali.

                    Adolfo Barberis si era formato nel seminario arcivescovile di Torino secondo la grande e santa tradizione del clero piemontese, sintetizzata nel trinomio simbolico altare, pulpito e confessionale. Ben presto, stimolato dai nuovi tempi e dalle condizioni sociali di fine ottocento e inizio novecento comprese che a quel trinomio andava aggiunta un’altra dimensione del sacerdozio, che definirei “la strada”, cioè il luogo e gli atteggiamenti di incontro del popolo, conosciuto e aiutato “fuori di sacrestia”, per dirla con San Luigi Orione, e nelle periferie esistenziali, secondo l’espressione di Papa Francesco.

                    Certamente sulla identità caritativa-sociale del Barberis influirono i grandi esempi, i movimenti e i rinnovamenti dei “santi sociali” torinesi e piemontesi. Nell’Ottocento, un quarto degli abitanti della nobile Torino viveva nell’indigenza assoluta, senza alcuna forma di soccorso pubblico e solo affidandosi alla mendicità e alla beneficienza. Alcuni sobborghi erano degradati, malfamati e del tutto isolati.

                    In un ambiente così desolato si trovano ad operare alcuni personaggi che, pur provenendo da ceti diversi, si prodigano nell’aiuto e nella promozione degli emarginati. Sono i cosiddetti santi sociali. I Marchesi di Barolo, Giulia (1786-1864) e Tancredi (1782-1838) si dedicano all’assistenza dei bimbi orfani, delle ragazze sole, delle carcerate; Giuseppe Benedetto Cottolengo (1786-1842) fonda la Piccola Casa della Divina Provvidenza per dare asilo agli ammalati poveri, agli handicappati bisognosi di cure e ai bimbi derelitti; Giuseppe Cafasso (1811-1860) si dedica all’assistenza dei carcerati e dei condannati a morte; Giovanni Bosco (1815-1888) fonda i Salesiani per l’educazione della gioventù; Francesco Faà di Bruno (1825-1888) dà asilo alle ragazze provenienti dalla campagna; Leonardo Murialdo (1828-1900) aiuta i giovani nell’inserimento alle attività artigianali e Giuseppe Allamano (1851-1926) fonda i Missionari che invia in aiuto ai popoli più sfruttati nel mondo. Questi santi si dedicano, con passione e fede cristiana, ad aiutare coloro che soffrono nell’indigenza e nella desolazione umana.

                    Mai nessuna città ha avuto tra fine ‘800 e inizio ‘900 una così alta concentrazione di santi, immersi nelle condizioni del popolo umile, che hanno fatto, con Dio nel cuore, la scelta preferenziale dei poveri. E il fenomeno si irradiò in tutto il Piemonte. Non c’è diocesi o città, grande o piccola, che non sia stata segnata da eroi indomiti e santi del riscatto delle umili classi popolari.

                    Luigi Orione (1872-1940. canonizzato nel 2004), di Tortona, ma nato carismaticamente anche lui nella Torino di Valdocco (vi fu vivente Don Bosco, dal 1886 al 1889), del Cottolengo e del Cenacolo di preghiera e apostolato costituito proprio nella parrocchia di San Tommaso apostolo, da cui Barberis proveniva, che aggregò un manipolo di laici santi, quali le sorelle e serve di Dio Teresa († 1891) e Giuseppina Comoglio († 1899), Paolo Pio Perazzo (1846-1911) “il ferroviere santo”, le sorelle Fogliano, Agostino Balma.[2]

                    Teresa Grillo (1855-1944), di Alessandria, rimase presto vedova del colto e brillante capitano dei Bersaglieri, Giovanni Michel e poté darsi alle opere di misericordia. Fu fondatrice delle Piccole Suore della Divina Provvidenza, percorse l’Italia e attraversò l'oceano ben sei volte per raggiungere l'America Latina, facendo sorgere ovunque asili, orfanotrofi, scuole, ospedali e ricoveri per anziane.

                    Adolfo Barberis, venerabile dal 3 aprile 2014, fu animato da un precoce impulso apostolico sociale, nel quale è riconoscibile il suo carisma, nel senso di dono peculiare del Spirito per essere da lui vissuto e trasmesso per il bene della Chiesa.

                    Già subito dopo la sua ordinazione sacerdotale manifestò il desiderio di partire per le terre di missione; non poté realizzarlo ma si sentì missionario, di frontiera più che pastore nell’ovile sicuro. Più tardi scrisse: “Nessuno ignora che la mia prima aspirazione sacerdotale fu missionaria… Ho fissato la mia rivincita col proposito di mandare al di là dell’oceano molte figlie invece di un solo prete”.[3]

                     L’aspirazione missionaria non ebbe seguito perché il Barberis, giovane sacerdote, fu subito chiamato al servizio dell’arcivescovo di Torino come segretario. Tale ufficio, svolto dal 1907 al 1924, non gli impedì ma anzi favorì il suo ministero sacerdotale socialmente aperto e lo aiutò a formarsi una visione più ampia e completa delle persone, della società e della Chiesa del suo tempo. Comunque, da segretario dell’Arcivescovo dedicava molto tempo all’apostolato, era la sua longa manus in molteplici e continue opere di carità spirituale e materiale. “Pensaci tu” era l’espressione con cui, a voce o su lettere di richiesta di aiuto, il card. Richelmy affidava al Barberis molti casi e bisogni che richiedevano solerzia e carità discreta. “Vi sono poveri che hanno bisogno di pane – osservava -, ma ve ne sono che han bisogno di comprensione, di conforto, di non essere sempre soli, che hanno necessità di accorgersi che c’è Dio anche per essi”.

                  A Torino, si impegnò per la costituz[4]ione del Pensionato universitario Augustinianum, centro di attività pastorali e caritative.

                   Negli anni ’40 fu assistente ecclesiastico degli “Operai del Getsemani” movimento di apostolato sorto tra i giovani dell’Azione Cattolica. Egli stesso si dedicava personalmente, da infermiere esperto, agli ammalati; la sua presenza era costante e apprezzata negli ospedali di Torino; ai malati portava con la medicina per il corpo il farmaco di immortalità per l’anima.

                  Durante le emergenze di bisogni e tribolazioni e lutti della prima Guerra Mondiale si prodigò instancabilmente, sviluppando tante iniziative personali e con associazioni caritative, per sovvenire a tanta umanità sofferente.

                  Andò incontrò ai bisogni spirituali del popolo dedicandosi instancabilmente a corsi di esercizi spirituali, di missioni popolari e iniziative di formazione biblico, liturgica, spirituale per tutte le categorie. Seppe valorizzare l’importanza della stampa e della comunicazione in tutte le sue forme “pur che Cristo venga annunciato al popolo”; comunicava in forma chiara, incisiva, piacevole, facendosi leggere volentieri da tutti..

                  L’“uscire in strada” di Mons. Adolfo Barberis, fuori di sacrestia, per far sperimentare la paternità misericordiosa di Dio si concretizzò soprattutto con la sua intuizione del “Famulato Cristiano”. La conoscenza di ragazze madri, di giovane donne domestiche sprovviste di ogni provvidenza umana, professionale e religiosa inquietò apostolicamente il Barberis. Per loro non diede avvio a un Centro assistenza o a una ONG ma ad una “famiglia”, ove si viveva in regime di “famulato”, di familiarità, tra chi aiutava e chi era aiutato. Si trattava di dare formazione, istruzione, dignità alle domestiche che numerose immigravano a Torino. Spesso erano sfruttate, mal pagate, oggetto di angherie e di seduzioni. Per svolgere questo servizio, animò e formò alcune donne volenterose e di fede che giunsero a una vera consacrazione fino a costituire la congregazione delle Suore del Famulato Cristiano. Ad esse raccomandava di “mettere insieme tre cose un po’ difficili: famigliarità come una sorella, prudenza come suora, sacrificio come una mamma... Voi le amate tanto ma per far loro sentire quanto voi amate Gesù che vuole loro tanto bene e le fa godere per vostro mezzo.[5]

                  Don Barberis fu la guida, il padre spirituale, il fondatore del Famulato Cristiano. Fu la sua realizzazione più importante, alla quale si dedicò durante tutta la seconda parte della sua vita.
                  Il famulato, cioè la condivisione di vita, è l’attuazione dell’amore misericordioso nella sua forma più alta, ad immagine della vita di Gesù che “è venuto ad abitare in mezzo a noi”. Il venerabile Adolfo Barberis lo attuò come grazia lucidamente intesa. Continua ad essere l’intuizione carismatica e la forma di vita del Famulato Cristiano oggi.

 


  1. Adolfo Barberis: “Serve più un’ora di sofferenza ma portata con amore e per amore anche del prossimo che anni di attività nella quale la soddisfazione personale è grande”; ”Amatevi le une le altre fino alla lavanda dei piedi”; Positio, I, 71.

[2] Cfr Concetta Giallongo, Don Orione e i laici santi nella città di Torino a inizio Novecento, “Messaggi di Don Orione”, n.102, anno 32, 2000, p. 77 ss.

[3] Archivio Storico Famulato Cristiano, C3, 729.

[4] ASFC, C3, 952.

[5] ASFC, EFC3, 48.

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