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Messaggi don Orione
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Si tratta di due lezioni di Don Flavio Peloso al corso di Storia e spiritualità orionina dell’Istituto Teologico Don Orione. Roma, 10 ottobre 2016.

Flavio Peloso

MODERNISMO: I FATTI E IL METODO DI DON ORIONE

 

IMPORTANZA DI QUESTO TEMA PER COMPRENDERE DON ORIONE E IL SUO CARISMA

Il tema storico e biografico “Don Orione negli anni del modernismo” è importante in sé stesso, per la consistenza e ampiezza di relazioni e iniziative, ed è un capitolo biografico di Don Orione che ci aiuta a comprendere la sua personalità e il carisma trasmesso alla Piccola Opera della Divina Provvidenza.

Ha cominciato ad essere studiato solo recentemente e coagulò due importanti apporti di studio. Il primo è quello di Giorgio Papàsogli, coadiuvato dalla figlia Benedetta, con alcuni importanti capitoli di approfondimento nella sua robusta biografia “Vita di Don Orione”.[1] Il secondo, più vasto e scientifico, è “Don Orione negli anni del modernismo”,[2] con l’apporto di vari studiosi e del sottoscritto che ha anche coordinato e curato questa impresa di studio.

L’azione di Don Orione negli anni del modernismo va inquadrata nella coscienza del carisma da cui tutta la sua personalità ed esistenza furono improntate. Questa visione ebbe modo di presentarla quando dovette e volle spiegare al suo Vescovo, Mons. Bandi, scrivendo “I sommi principi dell’Opera della Divina Provvidenza” (11.2.1903) [3]  in vista dell’approvazione della Piccola Opera.

Nei “Sommi principi”, Don Orione descrive l’opera della Divina Provvidenza con una ampia visione teologica e pratica (il “disegno del Padre” di Ef. 1, 1-10) entro la quale poi egli colloca il carisma proprio e specifico della “Piccola” Opera della Divina Provvidenza.

La visione della storia della salvezza è presentata a tre circoli concentrici:

    1. “L’opera della Divina Provvidenza” (Padre)
    2. “…consiste nell’Instaurare omnia in Christo” (Figlio)
    3. “…unendo tutta l’umanità in un corpo solo, la S. Chiesa cattolica costituita nell’unità coi Vescovi e il Papa” (Spirito Santo).

Poi Don Orione riprende i tre circoli e focalizza la sua “concentrazione carismatica” di sequela di Gesù.

E perché Nostro Signore Gesù Cristo designò propriamente nel Beato Apostolo Pietro chi doveva farsi servo dei servi di Dio, e su Lui fondò la Sua Chiesa, e a Lui commise l’unità del governo visibile che avvicinasse sempre più gli uomini a Dio… il nostro minimo Istituto che, per bontà del Signore, sorse sotto la denominazione di Opera della Divina Provvidenza, riconoscendo nel Romano Pontefice il cardine dell’opera della Divina Provvidenza nel mondo universo… questo ha per fine suo precipuo:  di «compiere, con la divina Grazia, la volontà di Dio nella volontà del Beato Pietro il Romano Pontefice, e cercare la maggiore gloria di Dio con attendere alla perfezione dei suoi membri, e impiegarsi, con ogni opera di misericordia, a spargere e crescere nel popolo cristiano e specialmente nell’evangelizzare i poveri, i piccoli e gli afflitti da ogni male e dolore un amore dolcissimo al Vicario in terra di Nostro Signore Gesù Cristo che è il Romano Pontefice, Successore del Beato Apostolo Pietro, coll’intento di concorrere a rafforzare, nell’interno della Santa Chiesa, l’unità dei figli col Padre e, nell’esterno, a ripristinare l’unità spezzata col Padre».

Gli ambiti e le modalità di impegno carismatico sono riassunte nella formula “con le opere di misericordia ravvivare, stringere e mantenere l’unità dei fedeli col Beato Pietro”, e si articolano come educazione, evangelizzazione, istituzioni per gli afflitti e il popolo...

1. ambito interno alla S. Chiesa: “educazione della gioventù, evangelizzazione degli umili…, istituzioni a favore degli afflitti dei tanti mali e dolori, del popolo...”;
2. ambito ‘ecumenico’: “piena unità delle Chiese separate…”;
3. ambito missionario-universale: “le genti e le nazioni stabiliscano un giusto ordinamento sulla terra, e vivano e prosperino in Nostro Signore Gesù Cristo Crocifisso: «instaurare omnia in Christo»”

            Don Orione, infine, riassume ancora il “proprium” della vocazione (“Questo fine - unire al Papa per instaurare omnia in Christo - è proprio di nostra azione”) e dedica 3 numeri per indicare gli impegni derivanti in relazione al Papa in quanto persona.

            Il capitolo dell’opera di Don Orione negli anni del modernismo si colloca come una particolare forma di “ecumenismo interno” alla Chiesa, in quanto si trattava di un movimento e di persone che erano ai margini della comunione ecclesiale, a rischio di separazione e, in alcuni casi, anche formalmente separati con sanzioni disciplinari fino alla scomunica.

            Don Orione negli anni del modernismo ha potuto sporgersi tanto fin sul limite, perché era saldamente fondato sulla roccia di Pietro.

 

IL MODERNISMO

“Punto nevralgico della sensibilità cattolica”[4], il dibattito sul modernismo continua ad essere uno dei nodi culturali del nostro tempo e non può essere circoscritto agli anni di san Pio X[5], né spogliato della sua dimensione teologica e filosofica per essere ridotto a un episodio di “storia della mentalità”.

La crisi modernista[6] e quel periodo fu vissuto in un clima di “stato d’assedio”, secondo lo stesso Poulat, che portò a una vera e propria “guerra civile” all’interno della Chiesa le cui lacerazioni e ferite non sembrano rimarginate, a giudicare dai toni ancora dominanti nella saggistica.

Le origini prossime vengono individuate nell’ “americanismo”, condannato dalla lettera apostolica Testem benevolentiam del 22 gennaio 1899 di Leone XIII nel protestantesimo liberale i cui principi furono popolarizzati da Auguste Sabatier (1839-1901).

Il termine modernismo ricorre ufficialmente la prima volta nell'Enciclica Pascendi (1907) di Pio X che ricondusse al medesimo nucleo originario un complesso di errori in tutti i campi della dottrina cattolica (Sacra Scrittura, teologia, filosofia, culto). Il documento pontificio fu d'altra parte, secondo Ernesto Buonaiuti, “l'unica riduzione ad unità dei molteplici indirizzi compresi sotto il nome generico di modernismo”[7] che si presentò come “una materia fluida e incandescente”[8] e il cui carattere distintivo “fu la stessa indeterminatezza del suo programma”[9].

L’orizzonte storico in cui il movimento va dal tardo pontificato di Leone XIII, morto a 93 anni il 20 luglio 1903, fino alla morte di Pio X.

La scintilla che fece divampare il movimento, dopo un decennio di incubazione, furono le polemiche suscitate dalla apparizione del volumetto dell'abate Alfred Loisy (1857-1940), professore di scienza biblica all’Institut Catholique di Parigi e allievo di mons. Duchesne, L’Evangile et l’Eglise[10] (1902) in risposta all’interpretazione del cristianesimo che Adolf von Harnack (1851-1930), esegeta protestante di fama internazionale, aveva dato nelle sue lezioni presso l’Università di Berlino, poi raccolte nel volumetto Das Wesen des Christentums[11]”. L’orizzonte che Loisy delineava era quello della trasformazione del cristianesimo in una “religione dell’umanità”.[12]

La strutturazione teologica del movimento si dovette al sacerdote irlandese Georges Tyrrell (1861-1909), definito da Buonaiuti “l'araldo più ardimentoso, più coerente, più intimamente pervaso di fede e di entusiasmo della causa modernistica”[13] e forse, come osserva Maurilio Guasco, “l’unico vero teologo” del modernismo[14].

Tyrrell, che si convertì dal calvinismo all'anglicanesimo e da questo al cattolicesimo (1879) per poi entrare nella Compagnia di Gesù, raggiunse la notorietà quando si ravvisò in lui l'autore dell'opuscolo anonimo pubblicato sotto il titolo Lettera confidenziale ad un amico professore di antropologia (1905). Tyrrell identifica la rivelazione con l'esperienza vitale (religious experience), che si compie nella coscienza di ognuno, per cui è la lex orandi a dettare le norme della lex credendi e non viceversa. La Rivelazione-esperienza, infatti, “non può venire a noi dal di fuori; l'insegnamento può essere l'occasione, non la causa”[15].

Mi limito ad accennare ad alcuni capostipiti del movimento modernistico, ma ogni ambito dell’esperienza umana e cristiana ebbe i propri interpreti e protagonisti.

Il modernismo sviluppò un duplice attacco alle fonti della Rivelazione: alla Scrittura, attraverso il razionalismo esegetico di Loisy, e alla Tradizione, attraverso l’evoluzionismo teologico di Blondel e Tyrrell.

Il modernismo ebbe inoltre, secondo l'espressione di Loisy, un importante “agente di collegamento” nella figura del barone Friedrich von Hügel (1852-1925), il “liaison officier” dei diversi ambienti e delle diverse correnti, “l’anello intermediario tra società inglese tedesca e italiana, fra idee della filosofia dell’azione e quelle dell’immanenza storica”[16].

 
IL MODERNISMO ITALIANO

E’ stata indicata come “data di nascita”[17] del modernismo italiano la comparsa a Firenze, nel gennaio 1901 della rivista “Studi religiosi” fondata e diretta per sette anni (1901-1907) dal biblista don Salvatore Minocchi[18] e alla quale collaborarono il barnabita Giovanni Semeria[19] (1867-1931), il padre Giovanni Genocchi[20] (1890-1926), superiore della casa romana dei missionari del Sacro Cuore, don Umberto Fracassini[21] (1862-1950) rettore (poi destituito) del seminario di Perugia e, dal 1904, don Ernesto Buonaiuti[22] (1881- 1946) professore di storia della Chiesa nel Seminario dell’Apollinare, convinto di avere la missione di “rigenerare” la Chiesa e destinato a rivelarsi come la figura di maggior spicco del movimento.

Un posto a sé occupa don Romolo Murri[23] (1870-1944) esponente di quel movimento che fu detto modernismo sociale, per il tentativo di conciliare tra i valori del cattolicesimo e quelli della democrazia secolarizzata moderna. Per fondare ideologicamente la democrazia cristiana, Murri tentava una sintesi tra il tomismo, da lui appreso all’Università Gregoriana, e il materialismo storico di Antonio Labriola di cui aveva frequentato, come Buonaiuti, le lezioni all’Università La Sapienza di Roma.

Nel solco della tradizione liberale cattolica, cioè all’interno di quel filone “transigente” e “conciliarista” che aveva auspicato la possibilità di un accordo politico tra lo Stato italiano risorgimentale e la Santa Sede, si inserì, a partire dal gennaio 1907, la rivista milanese “Il Rinnovamento” diretta da Antonio Aiace Alfieri (1880-1962), Alessandro Casati (1881-1955) e Tommaso Gallarati-Scotti (1878-1966) e sostenuta da Antonio Fogazzaro (1842-1911).[24]

Nacquero un po’ in tutta Italia dei “laboratori di riformismo cattolico” che riprendevano, applicavano e popolarizzavano i principi del modernismo.

Di fronte alla condanna della Pascendi, l’atteggiamento dei modernisti fu quello di negare di riconoscersi nelle proposizioni condannate, affermando che il modernismo, quale era condannato nell’enciclica, era una chimera[25].

Il modernismo cercò, fin che poté di non farsi mettere all’angolo (degli eretici) dalle autorità ecclesiastiche. Infatti, come spiegava Buonaiuti, “Fino ad oggi si è voluto riformare Roma senza Roma, o magari contro Roma. Bisogna riformare Roma con Roma; fare che la riforma passi attraverso le mani di coloro i quali devono essere riformati. Ecco il vero ed infallibile metodo; ma è difficile”.[26] Il modernismo si proponeva, in questa prospettiva, di trasformare il cattolicesimo dall’interno, lasciando intatto, nei limiti del possibile, l’involucro esteriore della Chiesa.

 

LA RISPOSTA DI PIO X AL MODERNISMO

La risposta al modernismo all’interno della Chiesa si riassume emblematicamente nell’opera di magistero e di governo di Pio X anche senza evidentemente esaurirsi in essa.[27].Pio X, “fu nel medesimo tempo uno dei più grandi pontefici riformatori della storia”[28]. Il suo programma di rinnovamento della società cristiana, riassunto nel motto paolino Instaurare omnia in Cristo (Ef 1, 10),[29] implicava, oltre alla ferma difesa dell’ortodossia della Chiesa minata dal modernismo, anche un vasto programma di iniziative pastorali e di riforme, a cominciare da quella della Curia pontificia.

In fondo, l’Instaurare omnia in Cristo è il motto della risposta all’Instaurare omnia in homine modernistico. Fu infatti l’immanenza antropologica il virus che ha trasformato in patologia (modernismo) le istanze di rinnovamento e di dialogo con la modernità vastamente avvertite nella Chiesa tra fine ‘800 e inizio ‘900, e tuttora perduranti perché il dialogo con la modernità sempre in evoluzione è costitutivo per la dottrina e la vita della Chiesa.

I tre documenti fondamentali della risposta al modernismo furono l'Enciclica Pascendi, (8 settembre 2007), preceduta dal decreto Lamentabili (3 luglio 1907) e seguita dal giuramento antimodernista Sacrorum antistitum (1° settembre 1910), che ne costituì il compimento.

Secondo San Pio X, l’agnosticismo costituisce l’aspetto più negativo del modernismo; esso si fonda sulla convinzione che la ragione umana è ristretta interamente entro il campo dei fenomeni e non può innalzarsi a Dio, né conoscerne l’esistenza, sia pure per mezzo delle cose visibili.[30] Come risposta “religiosa” derivante da un tale presupposto, il modernismo assunse e divulgò la dottrina dell’immanenza vitale; come ogni fenomeno vitale, l’esperienza religiosa nasce per i modernisti da un bisogno che sorge a sua volta da un “movimento del cuore”, un sentimento religioso, la cui specificità è la fede che non poggiando su alcune premesse razionali è in realtà fideismo. L’immanenza postula l’equivalenza tra coscienza e rivelazione intesa come l’apparire di Dio all’anima: di qui “la legge che erige la coscienza religiosa a regola universale sullo stesso piano della rivelazione e alla quale tutto deve essere sottoposto, perfino l’autorità suprema, nella sua triplice manifestazione, dottrinale, culturale, disciplinare”.[31]

Il nucleo del modernismo, per san Pio X, non consiste tanto nell’opposizione all’una o all’altra delle verità rivelate, ma nel cambiamento radicale della nozione stessa di “verità”, mediante l’accettazione del “principio di immanenza” che sta a fondamento del pensiero moderno, come riassume la proposizione 58 condannata dal Decreto Lamentabili: “La verità non è più immutabile dell’uomo stesso, giacché essa si evolve con lui, con lui per lui”.

Considerata nella sua struttura fortemente teoretica ed anche nel suo inconfondibile stile, la Pascendi può essere considerata come un documento fondamentale del Magistero della Chiesa e fra tutti gli atti di Pio X resta “il monumento più insigne del suo pontificato”[32]. La Pascendi costituì un riferimento per tutto il magistero pontificio seguente, come per l’enciclica Humani generis di Pio XII e la Fides et Ratio di Giovanni Paolo II.[33]

L’opera antimodernista di san Pio X fu coronata dal Motu proprio Sacrorum antistitum del 1 settembre 1910[34] e dal giuramento della fede che esso imponeva. “Questo giuramento, senza nulla aggiungere di essenziale agli atti precedenti, ne è quasi un solenne riassunto”:[35] esso costituisce una positiva e diretta riaffermazione delle dottrine cattoliche alle quali si oppongono le eresie moderniste.

La croce del pontificato di Pio X fu la solitudine nell’affrontare la risposta al modernismo, con pochi veri e devoti collaboratori all’interno dell’episcopato italiano e della stessa Curia romana. Oltre alla sua segreteria, diretta da mons. Giambattista Bressan (1861-1950), Pio X fu coadiuvato soprattutto da due cardinali[36], il segretario di Stato Rafael Merry del Val[37] (1865-1930) e il prefetto della Congregazione Concistoriale per i Vescovi Gaetano De Lai[38] (1853-1928). Se De Lai rappresentò, secondo alcuni, “l’uomo forte del pontificato”[39], Merry del Val fu realmente unito a Pio X “cor unum et anima una”[40], in undici anni di aspre lotte su molteplici fronti.

Mons. Umberto Benigni[41] (1862-1934), entrò in scena qualche anno più tardi. Nella sua testimonianza al processo di beatificazione di Pio X, il cardinal Gasparri riferendosi al Sodalitium Pianum sottolinea “con dispiacere che questo fu approvato da Pio X e dalla Concistoriale audito Pontifice”.[42]

Pur non avendo mai ricevuto un’approvazione canonica formale, il Sodalitium pianum fu effettivamente conosciuto e incoraggiato dalla Santa Sede, in particolare dalla S. Congregazione Concistoriale, di cui era prefetto il card. De Lai e dallo stesso Pio X che inviò tre autografi papali di benedizione. Costituito nel 1909, il Sodalizio fu sciolto dopo la morte di Pio X per essere riattivato nel 1915, d’intesa con la Congregazione Concistoriale. Venne definitivamente sciolto in data 25 novembre 1921[43].

La storiografia anche contemporanea ha ripreso le accuse di “delazione” e di “spionaggio” già lanciate dai modernisti contro mons. Benigni che sarebbe stato “il peccato di Pio X”[44]. Attorno a mons. Benigni e al Sodalitium pianum si è creata una vera e propria “leggenda nera”, in maniera tale da impedire un giudizio obiettivo sul personaggio e sull’operato del Sodalitium.

Può qui essere sufficiente ricordare, perché di particolare valore storico, le conclusioni della Disquisitio della S. Congregazione Concistoriale a riguardo del Sodalitium pianum

  1. Il Sodalitium pianum, considerato in sé e sulla base del suo Statuto e Programma, era un’organizzazione buona e destinata a buon fine.
  2. Il Sodalitium pianum voleva essere un organo di penetrazione (vita esemplare dei membri in conformità a tutte le direttive pontificie: vita cattolica “integrale”), e di informazione (raccolta personale, rapida e sicura, di notizie su tutti i campi della vita religiosa, politica, sociale, culturale) a servizio della Curia Romana.
  3. Il Sodalitium pianum nella idea primitiva di Benigni, avrebbe dovuto essere una specie di istituto ecclesiastico “secolare” sottoposto alla S. Congregazione Concistoriale, così come vivono e agiscono gl’Istituti religiosi sotto la S. Congregazione dei Religiosi.
     

DON ORIONE ANTIMODERNISTA?

Il contatto di Don Orione con il modernismo e i modernisti avvenne a partire dalla sua permanenza a Messina come vicario generale della diocesi tra il 1909 e il 1912.[45]

Nel mese di marzo del 1910, don Orione apprese che si era costituita una Associazione Nazionale per gli interessi morali ed economici del Mezzogiorno d’Italia di cui era presidente l’on. Leopoldo Franchetti[46] (1847-1917), e il nucleo era costituito da un gruppo di esponenti del modernismo milanese, Fogazzaro, Alfieri, Gallarati-Scotti, ovvero il gruppo dirigente della rivista “Rinnovamento” che, dopo essere incorso nella scomunica, il 24 dicembre del 1907, aveva cessato le pubblicazioni nel dicembre del 1909.[47]

Con tre corrispondenze di don Orione del 19 e  29 aprile e il 19 maggio Don Orione informa il card. De Lai sulla situazione e azione di questo gruppo.

Il 10 aprile 1910, Don Orione aggiorna sulla situazione il cardinale Merry del Val: “E’ stato qui due volte di seguito il conte Gallarati Scotti. Ieri venne con lui l’ing. Alfieri. Non mi accennarono di volere fare della propaganda religiosa ma non credo che vogliano prescinderne; propaganda religiosa in senso, mi pare, protestante, certo molto ostile alla Chiesa, anche se non lo dicono”.[48]

“I noti modernisti lavorano – si legge in quella di maggio –. Essi vanno di paese in paese, e cercano di costituire in ogni terra della Calabria dei gruppi di amici, e stendere una vasta rete di soci corrispondenti e di affiliati. Coloro dei quali si possono fidare di più, vengono più strettamente riuniti”.[49]

In queste informazioni qualcuno ha visto un atto di slealtà da parte di don Orione verso padre Giovanni Semeria e i “modernisti”, con il quale egli aveva intrapreso un rapporto di amicizia. Lo studio di don Antonio Lanza[50] mette in luce l’esatto contesto storico e relazionale di tali informazioni.

Su questi episodi – le tre corrispondenze del 1909 e il giudizio negativo sulla venuta di P. Semeria in Calabria nel 1911 – si sono concentrate alcune critiche all’operato di don Orione. L’atteggiamento del sacerdote piemontese è stato severamente giudicato, fino a parlare di “ambiguità”, da parte di due studiosi, don Lorenzo Bedeschi e mons. Sergio Pagano[51], i cui commenti hanno gettato un’ombra sulla correttezza di comportamento di don Orione. Io stesso, in fase di stesura del volume Don Orione negli anni del modernismo fui a incontrare Don Lorenzo Bedeschi fornendogli materiale più completo di archivio rispetto a quello sul quale espresse giudizi severi e non adeguati. Accettò di scrivere una Nota di chiarimento che fu pubblicata nel volume medesimo.

Va anche ricordato che, in una lettera allo stesso Merry del Val del 14 luglio 1911, lo stesso don Orione dovendosi difendere dalle obiezioni mosse contro di lui dall’arcivescovo di Messina D’Arrigo di aver avuto contatti con esponenti modernisti, si difenderà rivendicando a suo merito l’opera di informazione alla Santa Sede. In questo contesto avvenne il famoso episodio della recita del Credo davanti a Pio X da parte di Don Orione.

Sul piano storico, la preoccupazione di don Orione di fronte al modernismo è indiscussa: “Se col modernismo e col semi-modernismo non si finisce – scriverà il 26 giugno 1913 – si andrà, presto o tardi, al protestantesimo o ad uno scisma nella Chiesa che sarà il più terribile che il mondo abbia mai visto”[52].

La romanità papale – intesa come centro di coesione e di irradiazione universale della Chiesa[53] - e la devozione al Papa costituirono la sua concentrazione ecclesiologica che diede forma alla sua spiritualità e al suo apostolato. In questo, egli è erede di quel fecondo filone di spiritualità piemontese che prende le mosse, negli anni della Rivoluzione francese, da Pio Brunone Lanteri per arrivare al Cottolengo e a Don Bosco, che sono gli immediati predecessori di Orione.

Tra tutti i Pontefici che don Orione personalmente conobbe quello a lui più vicino fu indubbiamente Pio X[54]. Ai suoi piedi, nella storica udienza del 19 aprile 1912, appena qualche giorno dopo aver rassegnato le sue dimissioni da vicario generale della diocesi di Messina, emise, oltre ai voti religiosi perpetui, un esplicito e vero giuramento “di amore sino alla consumazione di me e di fedeltà eterna ai piedi e nelle mani del Vicario di Cristo”[55].
Don Orione non venera tuttavia la persona privata del Papa, ma l’istituzione divina che egli rappresenta, il Papato. Si tratta di un atto di fede teologica e non di una ideologia o calcolo strategico. La sua concezione è “romana” proprio perché egli coglie l’importanza della dimensione istituzionale del Papato.
Le prime costituzioni a stampa del 1912,[56] al numero VII, prevedono la costituzione di una “Sezione speciale” di sacerdoti con lo speciale obbligo di “servire in tutto e per tutto al Romano Pontefice che è l’Arbitro e Superiore assoluto della nostra Congregazione, ne difendano con la massima sollecitudine l’autorità e si abbiano siccome guardie giurate della Fede e della dottrina cattolica: servitori fedeli fino alla morte e figli del Papa”, i quali, “non vivano che per la S. Chiesa di Roma, pronti, per la sua infallibile dottrina e divina costituzione, sempre a morire”.[57]

 

UNA RETE DI RAPPORTI

È stato ormai definitivamente superato l’equivoco di un Don Orione “modernista”, o quanto meno simpatizzante dei modernisti, provocato dal fatto che egli ebbe una rete di rapporti[58] amichevoli con molti dei principali protagonisti del travagliato ventennio delle polemiche moderniste.

In alcuni, persiste invece la convinzione che Don Orione sia stato un “antimodernista”, nel senso storiografico, cioè attivamente impegnato nel combattere contro il modernismo e chi lo rappresentava. A fondare questa visione starebbe la sua azione di informazione e critica svolta durante il periodo della sua permanenza come vicario generale della diocesi a Messina (1909-1912). Va notato, però, che anche a Messina, pur dovendo svolgere un ruolo istituzionale in quanto vicario generale della diocesi, di fatto, usò con notevoli e durevoli risultati la “strategia della carità” (espressione attribuitagli da Papa Luciani) conquistando così quei fratelli “impigliati nel modernismo”, come Gallarati Scotti, Alfieri, Fogazzaro, Genocchi, la contessa Spalletti e molti altri, che gli continueranno un’amicizia fraterna e fattiva. “Don Orione, introdottosi nell’ambiente a causa della sua opera caritativa - ricorda Tomaso Gallarati Scotti -, cercò di farsi ponte. Questo fu in lui del tutto naturale. E si fece ponte per mezzo della carità, attraverso uno sforzo di comprensione – nella carità - delle difficoltà di molti ad aderire, più che alla vita, al pensiero cattolico e papale”.

Don Orione non è un controversista né un polemista cattolico; il suo specifico carisma è quello di affermare la verità attraverso le “armi della carità”[59]. Non va scambiata per “antimodernismo” la sua “schietta fede papale” apertamente vissuta, professata e proclamata sempre, soprattutto di fronte a fatti e pensieri che la minacciavano.[60] Il suo rifiuto del Modernismo “non era dettato in primo luogo da un motivo specificamente antimodernista, quanto piuttosto da un sentire e agire profondamente papalino che lo spingeva a seguire e a difendere in tutto e sempre le direttive del Papa e delle Congregazioni Romane”.[61]

Quel "Tu es Petrus et super hanc petram aedificabo ecclesiam meam" del Vangelo ispirò e fece vibrare Don Orione e diede fisionomia spirituale e apostolica a lui e alla Famiglia carismatica da lui iniziata. C’è un fatto che emerge da tutta la sua esistenza: la sua radicale fedeltà al magistero e alla guida del Papa, al contrario di essere segno di fanatismo settario, è "sicurezza di battere le vie della Provvidenza"[62] ed è condizione dell’abbraccio di carità universale. È nota essenziale d'una spiritualità aperta, senza confini.[63] Il Papa, infatti, è di tutti e per tutti. Quanto è avvenuto negli anni della crisi modernista è un documento convincente di questa fondamentale lezione di vita di San Luigi Orione.[64]

L’abbraccio caritatevole di Don Orione, che portava l’abbraccio della Chiesa a molti fratelli da essa lontani, non sacrificò mai uno iota alla Verità da lui creduta e vissuta. Nello stesso tempo la sua ortodossia di fede, ben conosciuta agli amici in difficoltà dottrinali e disciplinari con le autorità della Chiesa, costituì fascino più che ostacolo al rapporto autentico e fraterno.

Negli anni in cui si acclamava la figura utopistica del “Santo” secondo i tratti della cultura modernistica, descritto nel celebre romanzo di Fogazzaro, Don Orione incarnò la santità cristiana, umile, credente e incandescente nell’amore che la consuma. Decantate le polemiche, lo stesso biografo di Fogazzaro, il Gallarati-Scotti, riferendosi a Don Orione, ammise: “Solo oggi posso dire: tutti sentivano il Santo. Il Santo che è al di sopra di tutti, che congiunge tutti, che abbraccia tutti, che comprende tutti”[65].

 

CONCLUSIONE

Don Luigi Orione venne a trovarsi, in forza sia dell’ufficio pastorale come Vicario generale a Messina e sia soprattutto della sua smisurata carità pastorale, sulla linea di confine tra modernismo e antimodernismo, in una scomoda duplice appartenenza, su un piano diverso, che definirei esistenziale-caritativo, rispetto a quei due mondi contrapposti, in un difficile equilibrio tra due fedeltà per lui irrinunciabili: la fedeltà alla dottrina della Chiesa e la fedeltà alla carità soprattutto verso confratelli in profonda difficoltà e sofferenza, i cosiddetti modernisti. Non stupisce che trovandosi su questa linea di confine Don Orione sia stato accusato ora di modernismo (perché amico dei modernisti) ora di antimodernismo per la sua indiscussa e incrollabile adesione al magistero della Chiesa, specie del Papa e della Santa Sede.

Lo studio dell’intreccio di rapporti che Don Orione seppe intessere per amore alla Santa Sede e per intensa carità sacerdotale con i più significativi modernisti italiani, dissipa gli equivoci del passato, portando alla luce la limpida posizione di Don Orione, che coniugava l’indiscussa fedeltà dottrinale e disciplinare alla Chiesa con la carità verso i modernisti (veri o anche solo sospettati). Fu proprio uno dei protagonisti della crisi modernista, Tommaso Gallarati Scotti, ad affermare che Don Orione: «Sentiva questo bisogno di conciliare, ma di conciliare non nella confusione, come avrebbero voluto altri, bensì in una distinzione amorevole, in un calore d’amore e di fervida coscienza… Questa è la prima grande esperienza che non ho mai dimenticato. Comprensione, comprensione ed intelligenza; ma, secondo me, quello che faceva di Lui un grande psicologo era la carità stessa».[66]

Senza tenere in conto la carità e la santità di Don Orione è facile cadere in equivoci storici o, addirittura, in giudizio malevoli a riguardo dei suoi comportamenti che univano stretta ortodossia papale e autentica amicizia con persone erranti, lealtà verso le autorità ecclesiastiche e partecipazione sincera e fattivamente solidale ai problemi delle persone in difficoltà con l’autorità stessa.

Nei carteggi e nelle testimonianze dei rapporti di Don Orione con persone coinvolte nel modernismo sono quasi del tutto assenti contenuti dottrinali o reciproci tentativi di convincimento, eppure, all’uno e agli altri, ciò non impedì un’autentica relazione che, salvando la comunione nella carità, salvava e promuoveva la comunione possibile con la Chiesa minata dal dissenso. Ed era è appunto il tema della comunione nella Chiesa che ricorreva sovente nella corrispondenza di don Orione. Quando il Papa incaricò padre Agostino Gemelli di trattare con Buonaiuti, Don Orione lo definì “persona non adatta a tale missione”, perché “Non è il sillogismo che fa, ma la carità di Cristo e la grazia del Signore soprattutto. Quanti ne ha ricondotti a Dio San Francesco di Sales”.[67] Nel dire questo Don Orione manifestò il suo metodo per contribuire alla verità e all’unità della Chiesa.

 

[1] Giorgio Papasogli, Vita di Don Orione, Gribaudi, Torino, 1974; si vedano i capitoli Don Orione e i modernisti (219-228); Ghignoni, Genocchi, Murri (229-235); Buonaiuti, Casciola, Gallarati Scotti (388-395). Da questa prima edizione si arrivò alla quinta edizione nel 2004, con prefazione del card. José Saraiva Martins. Ricordo la soddisfazione di Giorgio Papasogli, che incontrai per preparare la IV edizione del 1994, per aver scritto questa biografia. E mi richiamò l’aiuto importante avuto dalla figlia Benedetta nella stesura dei capitoli riguardanti Don Orione negli anni del modernismo.

[2] Aa.Vv., Don Orione negli anni del modernismo, Jaka Book, Milano, 2002. L’opera collettiva si apre con una corposa Introduzione di Annibale Zambarbieri (13-28) e presenta gli studi di Roberto De Mattei su Modernismo e antimodernismo nell’epoca di Pio X (29-86), di Flavio Peloso è Una rete di rapporti (87-122) che da un resoconto sintetico della relazione di Don Orione con molti protagonisti del modernismo e anche della risposta al modernismo. Seguono tre ampi studi sui rapporti intercorsi tra Don Orione e Giovanni Semeria (di Antonio Lanza, 123-222), Ernesto Buonaiuti (Flavio Peloso, 223-266) e Brizio Casciola (Michele Busi, 267- 318). Il volume è arricchito dalla pubblicazione di 24 importanti documenti inediti, tra i quali figura anche una Nota di Lorenzo Bedeschi. Le corrispondenze calabro-messinesi di don Orione a l’«L’unità cattolica» (349-352) che riprende e meglio precisa un suo precedente articolo del 1972.

[3] Lettere I, 11-22; si tratta di un testo fondamentale per la storia e l’identità carismatica della Piccola Opera della Divina Provvidenza. Fu a lungo pensato ed elaborato da Don Orione e presentato a S.E. Mons. I. Bandi per il riconoscimento giuridico della nascente congregazione, avvenuto con Decreto del 21.3.1903. Cfr. Antonio Lanza, Le Costituzioni della Piccola Opera della Divina Provvidenza, “Messaggi di Don Orione” 23(1991) n.76.

[4] Emile Poulat, Modernistica. Horizons, Physionomies Débats, Nouvelles Editions Latines, Paris 1982, p. 9.

[5] Paolo VI, nel 1972, ne parlò ancora definendo il documento di attualità (Paolo VI, Udienza generale del mercoledì, 19 gennaio 1972).

[6] Le origini prossime del modernismo vanno cercate oltre che nell’ “americanismo”, condannato dalla lettera apostolica Testem benevolentiam del 22 gennaio 1899 di Leone XIII (testo della lettera in ASS, 31 (1898-1899), p. 474-478), nel protestantesimo liberale i cui principi furono volgarizzati da Auguste Sabatier (1839-1901)

[7] Ernesto Buonaiuti, Modernismo, in Dizionario delle Opere, Milano, Bompiani 1947, vol. I, p. 158

[8] E. Buonaiuti, Storia del Cristianesimo, Dall'Oglio, Milano 1943, vol. III, p. 622

[9] E. Buonaiuti, Storia del Cristianesimo.,cit. p.618.

[10] L’opera, pubblicata dall’editore Picard, il 17 gennaio 1903 fu condannata dal cardinale François Marie Richard, arcivescovo di Parigi. Il 23 dicembre dello stesso anno fu inserita nell’Indice dei libri proibiti insieme ad altre quattro opere di Loisy: La religion d’Israel, Etudes Evangéliques, Autour d’un petit livre, Le quatrième Evangile. Loisy fu scomunicato personalmente il 7 marzo 1908.

[11] Su tale libro e la discussione suscitata si veda G. Forni, L’ «essenza del Cristianesimo». Il problema ermeneutico nella discussione protestante e modernista (1897-1940), Il Mulino, Bologna 1992.

[12] Alfred Loisy, Choses passées, Paris, Nourry 1913, p. 246. “Storicamente parlando – ricorderà Loisy – io non ammettevo che Cristo avesse fondato la Chiesa e i Sacramenti; professavo che i dogmi si erano formati gradualmente e che non erano immutabili ; lo stesso ammettevo per l’autorità ecclesiastica, di cui facevo un ministero di educazione umana. Non mi limitavo dunque a criticare Harnack. Insinuavo con discrezione, ma effettivamente, una riforma sostanziale dell’esegesi cattolica, della teologia ufficiale, del governo ecclesiastico in generale”; Mémoires pour servir à l’histoire religieuse de notre temps, Nourry, Paris 1930-33, vol. II, p. 168-1699.

[13] E. Buonaiuti, Storia del Cristianesimo, cit. p. 651.

[14] M. Guasco, Modernismo. I fatti, le idee, i personaggi, San Paolo, Cinisello Balsamo 1995, p. 59. “La mia teoria – scrisse Tyrrell – può qualificarsi un amalgama di Loisy, Blondel, Munsterberg, Eucken, ecc.: io non ho fatto che mescolare l’infuso”; Autobiografia e biografia, cit., p. 416.

[15] G. Tyrrell, Through Scylla and Charydbis, London, Green and Co. 1907, p. 305-306.

[16] Giuseppe Prezzolini, Cos’è  il modernismo, Treves, Milano 1908, p. 75.

[17] E. Buonaiuti, Modernismo cattolico, Guanda, Modena 1943, p. 133. “I primi passi di questa rivista segnano veramente la data di nascita del modernismo italiano, l’aurora della crisi nella quale fu involto il cattolicesimo nel territorio più vicino al seggio Pontificio” (ivi).

[18] Salvatore Minocchi, professore di lingua e letteratura ebraica all’università di Firenze (1901-1909) e poi di Pisa (1909-1922) fu sospeso a divinis nel 1907 e depose l’abito talare l’anno successivo; si sposò civilmente nel 1912.

[19] Sul Semeria cf. la voce di Antonio M. Gentili, in DSMCI, II, p. 596-602.

[20] Su padre Genocchi, ravennate, superiore della Procura Romana dei Missionari del S. Cuore, cf. la voce di Rocco Cerrato, in DBI, 53 (1999), p. 134-138.

[21] Su mons. Fracassini, cf. la voce di R. Cerrato, in DBI, 49 (1997), p. 541-543.

[22] Buonaiuti fu scomunicato e sospeso a divinis, in seguito a un procedimento durato più di dieci anni, il 14 gennaio 1921. Su Buonaiuti cf. la voce di Fausto Parente in DBI, XV (1972), p. 112-122 con bibl. e quella di Annibale Zambarbieri, in DSMCI, II, p. 58-66. Con Buonaiuti Don Orione ebbe una delle relazioni più emblematiche di tutto il suo atteggiamento verso il modernismo e i modernisti; Flavio Peloso, Don Orione e Buonaiuti un’amicizia discreta in “Rivista di Storia della Chiesa in Italia”, 1/2002, p.121-147.

[23] Su Murri cf. l’ampia voce di M. Guasco in DSMCI, II, p. 414-422

[24] Sono tutti nomi noti anche nella biografia di Don Orione, perché entrato nell’orbita delle sue relazioni.

[25] Buonaiuti accetta il parallelo e parla di “una certa intima corrispondenza che ad un esame oggettivo fa apparire i due movimenti idealmente collegati più di quanto a prima vista non si sarebbe indotti a pensare”; Storia del cristianesimo cit., vol. III, p. 617.

[26] E. Buonaiuti, Il modernismo cattolico, cit., p. 128.

[27] Quando, il 4 agosto 1903, cardinale Giuseppe Sarto, patriarca di Venezia, venne elevato al soglio pontificio, il padre Semeria ne apprese la notizia da don Minocchi in Russia. “Chi han fatto Papa?” domandò. “Sarto - rispose Minocchi – con il nome di Pio X”. “Un reazionario! Siamo fritti” rispose Semeria. Il dialogo è riportato in A. Agnoletto, Salvatore Minocchi cit., p. 116-117.

[28] R. Aubert, Pio IX tra restaurazione e riforma in Storia della Chiesa, vol. XXII/1, La Chiesa e la società industriale (1878-1922) a cura di Elio Guerriero e A. Zambarbieri, tr. it. Paoline, Cinisello Balsamo (Milano) 1990, p. 137. Cf. anche M. Guasco, Modernismo cit., p. 194. Tra le biografie: Yves Chiron, Saint Pie X, réformateur de l’Eglise, Publications du Courrier de Rome, Versailles 1999.

[29] Instaurare omnia in Christo è anche il motto di Don Orione, scelto per la sua Congregazione 10 anni prima della elezione a Papa di Pio X. Don Orione ha dato molte ed esistenzialmente espressive traduzioni di questo motto: ““È il motto di San Paolo: Restaurare tutto in Cristo o, se volete, ricapitolare tutto in Gesù Cristo, cioè collegare a questa testa a questa sorgente di verità, a questo centro di vita tutti i raggi dello spirito umano” (Scritti 111, 100). “Bella cosa restaurare, perfezionare, completare, riparare tutto in Cristo, gli uomini e le istituzioni, le cose e le anime (...). Rinnovare, ricominciare ogni cosa in Gesù Cristo (...). Tutto nuovo: voces, corda, opera” (Parola, V, 99s ).

[30] Il modernismo si collega in tal modo alle due linee scaturite dal protestantesimo, il razionalismo, che subordina la religione alla filosofia e l’irrazionalismo fideistico che pone l’essenza della religione nel sentimento individuale del divino.

[31] La proposizione XX del decreto Lamentabili condanna la definizione della rivelazione di Loisy

[32] C. Fabro, Modernismo, cit., p. 1190.

[33] In quest’ultimo documento, il Pontefice ricorda esplicitamente il “prezioso contributo” (n. 54) dei suoi predecessori, affermando che oggi “i problemi di un tempo ritornano, ma con peculiarità nuove” (n. 55). Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Fides et Ratio del 14 settembre 1998, in Insegnamenti di Giovanni Paolo II, vol. XXI,2 (1998), Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2000, p. 277-454.

[34] Motu proprio Sacrorum antistitum del 1 settembre 1910, in ASS, 2 (1910), p. 669-672 ; Denz-H, nn. 3537-3550. L’obbligo del giuramento fu sospeso nel 1967.

[35] R. Latourelle, cit., p. 296.

[36] A questi due nomi, il cardinale Augusto Silj, nella sua testimonianza al processo di beatificazione (Positio, p. 719) aggiunge quello del prefetto dell’Indice, il cappuccino José Vives y Tuto (1854-1913).

[37] Su Merry del Val, oltre alla sua Positio, cf. le biografie di mons. Pio Cenci, Il Cardinale Merry del Val. Segretario di Stato di San Pio X Papa, L.I.C.E. – R. Berruti, Roma-Torino 1955 (l’opera è redatta in realtà dal card. Canali); P. G. Dal Gal, Il servo di Dio card. Raffaele Merry del Val, Paoline, Roma 1956 e José M. Javierre, Merry del Val, Juan Flors, Barcellona 1965.

[38] Su De Lai, cf. la voce di R. Cerrato in DBI, 36 (1988), p. 278-280; E. Poulat, Intégrisme et catholicisme intégral, passim. De Lai, formatosi al seminario di Vicenza, prima di completare i suoi studi presso il Pontificio Seminario Romano, era stato ordinato sacerdote nel 1876 e aveva iniziato la sua carriera curiale. Nel 1889 aveva conosciuto il vescovo Giuseppe Sarto, in occasione di una sua visita alla diocesi di Mantova. Nel 1903, dopo l’elezione di Pio X, era stato promosso segretario della Congregazione del Concilio e l’anno successivo membro della commissione per la formazione del codice di diritto canonico. Creato cardinale nel concistoro del 16 dicembre 1907, venne nominato segretario della Congregazione concistoriale il 20 ottobre 1908 ufficio che mantenne fino all’ottobre 1928, quando gli successe il card. Carlo Perosi.

[39] E. Poulat, Intégrisme et catholicisme intégral, p. 65, 270.

[40] Cf. G. Dal Gal, cit., p. 69-76.

[41] Su mons. Umberto Benigni le due opere fondamentali sono i volumi di E. Poulat, Intégrisme et catholicisme intégral (cit.) e Catholicisme, démocratie et socialisme. Le mouvement catholique et mgr. Benigni, Castermann, Bruxelles-Paris 1977; per una sintesi bio-bibliografica cf. la voce dello stesso Poulat in DSMCI e quella di P. Scoppola in DBI, vol. VIII (1966), p. 506-508. Si veda inoltre: Sergio Pagano, Documenti sul modernismo romano dal fondo Benigni, e id., Il fondo di mons. Umberto Benigni dell’Archivio Segreto Vaticano, Inventario e indici in “Ricerche per la storia religiosa di Roma”, 8 (1990), p. 223-300, 347-402.

[42] Disquisitio, p. 10.

[43] Fra i cardinali che ebbero stima del Sodalitium pianum e di cui si servirono bisogna ricordare, oltre a Merry del Val e De Lai, il cappuccino José Vives y Tuto (1899-1913), prefetto della Congregazione dei Religiosi, il domenicano Tommaso Pio Boggiani (1863-1942), assessore della Concistoriale e poi Arcivescovo di Genova e Cancelliere di Santa Romana Chiesa, Girolamo Gotti (1834-1916), prefetto di Propaganda, il redentorista Wilhelmus van Rossum (1854-1932) poi prefetto di Propaganda (1918), Hector-Irenée Sevin (1852-1916) arcivescovo di Lione; Disquisitio, p. 234.

[44] La formula è stata usata da uno dei suoi difensori, il padre Jules Saubat, in Disquisitio, p. 34.

[45] Don Orione assume l’incarico il 25 giugno 1909 e lo tenne fino al 7 febbraio 1912. Cf. G. Papasogli, cit., p. 180-228.

[46] Il barone Leopoldo Franchetti, celebre per le sue inchieste sulle condizioni dell’Italia meridionale, senatore dal 1909, era impegnato in numerose iniziative di carattere filantropico. Cf. la voce di G. Sircana, in DBI, 50 (1998), p. 71-73.

[47] Sulle vicende de “Il Rinnovamento”, cf. L. Bedeschi, Modernismo a Milano, Pan editrice, Milano 1974, p. 31-70.

[48] Scritti, 84.291; 96.137.

[49] “L’Unità Cattolica”, 19 maggio 1910.

[50] Cf. Don Orione e Padre Semeria: una lunga e fraterna amicizia (p. XX-XX).

[51] L. Bedeschi, Documenti per la storia dell’antimodernismo: tre corrispondenze di don Orione dopo il terremoto Siculo-calabro, in “Rivista di Storia e letteratura religiosa”, VI (1970), p. 350-367; Mons. Sergio Pagano, Il “caso Semeria” nei documenti dell’Archivio Segreto Vaticano”, “Barnabiti Studi”, 6 (1989), p. 7-175).

[52] Scritti, 43, 53.

[53] Cf. A. Zambarbieri, Centralismo romano e universalismo nella missione del Papato. La prospettiva di Don Orione: spunti, consonanze e accordi storici, “Messaggi di Don Orione”, 23 (2002), n.107, p. 5-26.

[54] Conferenza di don Orione in Scritti vol. 61.128; Il Papa della Divina Provvidenza in Scritti vol. 105/369; ne invoca la beatificazione, in Scritti 85. 112;

[55] Lettere I, p.77-101; cf. I. Terzi, cit., cit., p. 47.

[56] Per uno studio della elaborazione e delle successive edizioni delle Costituzioni, cf. A. Lanza, Le Costituzioni della Piccola Opera della Divina Provvidenza, “Messaggi di Don Orione 23 (1991) n.76

[57] I. Terzi, cit., cit., p. 46. “Noi siamo guardie giurate del Papa. (…) Vivere, operare e morire d’amore per il Papa: ecco, questa, e solo questa, è la Piccola Opera della Divina Provvidenza” scriverà il 5 gennaio 1928 ai religiosi di Polonia della Congregazione (Lettere, vol. II, p. 45). Gunther J. Gerhartz S.I. afferma che il IV voto degli Orionini è più esteso ed esigente di quello dei Gesuiti; cf. “Guardia Giurata” des Papstes: Don Orione und sein Werk, in "Insuper Promitto...". Die feierlichen Sondergelebde katholischer Orden (Analecta Gregoriana, 153), Roma 1966, p. 273-279.

[58] “Una rete di rapporti” è il titolo di un capitolo di F. Peloso del già citato Don Orione negli anni del modernismo, p. 89-122.

[59] Anche a Messina, pur dovendo svolgere un ruolo istituzionale che lo portava alla contrapposizione, di fatto usò con notevoli risultati la “strategia della carità” (espressione attribuitagli da Papa Luciani) conquistando così quelli dell’altra sponda, come appunto Gallarati Scotti, Alfieri, Fogazzaro, Genocchi, la contessa Spalletti e molti altri che gli continueranno un’amicizia profonda e senza pudori.

[60] Al card. La Fontaine, in altre circostanze, scrisse: "Per la grazia di Dio, non venderò una virgola sola della mia fede per nessun piatto di lenticchie: per me e per i Figli della Divina Provvidenza - i quali tutti posso dire che la sentono pienamente con me - tutto l'oro del mondo, e qualche cosa di più e di meglio, non vale un alito dei desideri del Papa... La mia fede papale è ciò che ho più amato e amo: il Papa, i Vescovi, la Chiesa di Gesù Cristo. Io non desidero fare che ciò che il Santo Padre può desiderare, e null'altro. La mia fede è la Fede del Papa, è la Fede di Pietro: una fede che, per grazia di Dio, va sino a credere a ciò che non è più dogma, né morale, né disciplina ecclesiastica strettamente parlando, né materia di fede religiosa; ma va oltre, molto oltre"; Scritti, 49, p. 116-120.

[61] Antonio Lanza, “Don Orione negli anni del modernismo”, Messaggi 24(1992) n.79, p.6-7.

[62] Lettera del 31-3-1905 in TERZI I. La Chiesa dovrà trat­tare con i popoli. (Messaggi di Don Orione, n. 20), p. 3. "Essa sola è sicura di battere le vie della Provvidenza e, solamente seguendo Lei, possiamo essere tranquilli che, sebbene queste vie possano sembrarci oscure, sono sempre rette".

[63] L’acuta osservazione è di Divo Barsotti in La Spiritualità del Beato Luigi Orione, Messaggi  16(1984) n. 59, p. 30.

[64] Gallarati Scotti, protagonista di quegli anni travagliati e poi profondo conoscitore del prete tortonese ha così riassunto l’azione di Don Orione a Messina: “Don Orione, trovandosi nei luoghi disastrati dal terremoto cinquant’anni fa, condusse una battaglia che fu la battaglia di tutta la sua vita: una battaglia per la Chiesa ed il Papa. La condusse nello spirito della carità, in accordo con la Santa Sede, intelligentemente. Cedette in tutto ciò che era suo, fu intransigente in tutto ciò che apparteneva alla Chiesa: e fu quel mondo a cedere di fronte a Lui nell'essenziale, in ciò che apparteneva alla Chiesa”; Conversazione del 12 gennaio 1959; ADO,   Gallarati Scotti.

[65] ADO,   Gallarati Scotti.

[67] Lettera del 30.1.1926, Scritti 116, 28.

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Buonanotte del 9 dicembre 2018