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Messaggi don Orione
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Pubblicato in: Don Orione e l’apostolato per il popolo delle carceri, “La Pastorale del Penitenziario”, Magg.-Giu- 2001, p.235-239. In Messaggi Don Orione, n.118, 2005, p.3546.

Il santo tortonese ebbe sensibilità ed azione speciali per il popolo delle carceri.

“ERO IN CARCERE E MI AVETE VISITATO”

Don Orione e l’apostolato per il popolo delle carceri

 

Flavio Peloso

Una delle 14 opere di misericordia insegnate dal catechismo nel tradizionale elenco della dottrina cristiana[1] è visitare i carcerati. Coltivare con i carcerati le relazioni umane – tanto più se potenziate dalla relazione spirituale, con Dio – è il rimedio essenziale affinché il carcere non si trasformi in una “discarica sociale”, ultima e indegna tappa di una drammatica sequenza di solitudine, fallimenti, miserie e violenze. Visitare i carcerati è un’autentica opera di salvezza, segno di quella misericordia che ha la sua ragione di efficacia in Dio. Per questo, la tradizione cristiana l’ha sempre valorizzata e incoraggiata. Molti santi se ne sono fatti paladini sovvenendo i carcerati con cuore e con iniziative concrete.

 

Volle fare i voti nella cappella del carcere

Il beato Don Luigi Orione (1872-1940), fondatore della Piccola Opera della Divina Provvidenza,  manifestò in diversi modi il suo interesse sia per i carcerati, sia per i reduci dalle carceri e sia per l’accoglienza e l’educazione dei minorenni con problemi con la giustizia.

Le radici di tale interesse risalivano agli anni della sua formazione seminaristica e, più propriamente, al periodo del suo servizio al Duomo di Tortona, dove lavorava per potersi pagare la retta del seminario. In quell’epoca egli accompagnava il canonico Ratti che andava a celebrare nelle carceri di Tortona. “Io mi ci recavo fino da chierico per servirvi la Santa Messa; anzi allora volli imparare a suonare il mandolino e mi recavo sotto le finestre delle carceri acciocché i poveri condannati mi sentissero, si rallegrassero e fossero distolti dai cattivi pensieri che poteva loro suggerire la penosa solitudine... Fui trattato da matto ed accusato a mons. Vescovo, il quale mi chiamò a sé, ma non mi proibì di andare a suonare”.[2]

La gratuità ingenua di quei primi fervori e la conoscenza delle tristezze e dei drammi di quelle persone gli fecero sempre apprezzare il ministero sacerdotale nell’ambiente delle carceri. “Nella nuda e ben squallida Cappella delle carceri, presenti i poveri prigionieri” Don Orione rinnovò i voti religiosi.[3] “Domandai di emetterli in quel recinto di dolore e di infelicità, e perché luogo a me carissimo, ove da chierico andava, coll’aiuto di Dio, insieme col rev.mo canonico Ratti, e dove la bontà del Signore mi aveva largite singolari misericordie. La Piccola Opera è nata ai piedi di Gesù Sacramentato, della Madonna SS. e del Vescovo, e, in qualche modo, tra quella casa di pena e di miserie morali e l’ospedale di Tortona. E il Signore da più anni mi da la dolce consolazione che un nostro caro Sacerdote abbia la cura spirituale dell’una e dell’altra Casa di dolore. Ma più ancora ho desiderato rinnovarli là i santi voti, perché intendeva così liberissimamente darmi tutto, e come legato mani e piedi: mente e cuore e volontà, da vero e dolce prigioniero d’amore, nelle mani della S. Chiesa”.[4]

Nelle carceri di Tortona, “ai carcerati: ho detto la 2a Messa, poiché la 1a l’ho detta ai ragazzi: ed è da chierico che, con la Divina grazia, sono diventato il loro povero amico, ma tanto amato”.[5]

Quel luogo, il carcere, restò nel cuore di Don Orione quasi simbolo di “compassione” e di “redenzione”, come una parabola di quella misericordia di cui il sacerdote è testimone e ministro. Egli, esperto in misericordia, sapeva bene che quando l’uomo è “con le spalle al muro”  - e non solo in carcere, ma anche ammalato, povero, solo, umiliato, emarginato, peccatore –, quando cioè sperimenta condizioni di fragilità, spesso ripensa alla propria vita, prende coscienza dei propri errori aprendo uno spiraglio alla fiducia in Dio e a una vita superiore. “Dio farà il resto”: per questo Don Orione guardava con fiducia e condivisione le situazioni umane più disperate: “Fare che i solchi diventino luminosi di Dio; diventare un uomo buono tra i miei fratelli; abbassare, stendere sempre le mani e il cuore a raccogliere pericolanti debolezze e miserie e porle sull'altare, perché in Dio diventino le forze di Dio e grandezza di Dio”.[6]

Per i figli e le famiglie dei carcerati

Oltre ai rapporti personali e discreti con persone in carcere, Don Orione pensò a delle risposte preventive ed educative per risolvere alcuni problemi collegati al mondo del carcere e della giustizia. Nel 1906, ad esempio, accettò con entusiasmo la proposta della contessa Giustina Campello della Spina, di Roma, di prendere la direzione di un’Opera per l’assistenza di minorenni dimessi dal carcere. Incaricò Don Gaspare Goggi, che si trovava nella Capitale a seguire da vicino le pratiche e, intanto, si premurava di procurare per quelli che sarebbero stati suoi ospiti una conferenza di padre Semeria. “Se il nostro caro Signore - scriveva al celebre barnabita - vorrà usarmi tanta misericordia di servirsi di me per gettare il suo amore nel cuore di tanti che sono là, nelle prigioni, io penso che voi verrete, non è vero, qui a fare una conferenza per questi piccoli Gesù?”.[7]

Il desiderio di Don Orione di estendere l’attività della Congregazione anche a questo settore di assistenza e di rieducazione fu ampiamente soddisfatto durante il suo primo viaggio nell’America Latina, negli anni 1921-1922, quando gli fu affidata, in Brasile, la direzione della Casa de Preservação con duecentosessanta minorenni a Rio de Janeiro e, in Argentina, la Colonia Ricardo Gutierrez, a Marcos Paz - Buenos Aires.

L’Istituto de preservação para menores fu aperto ufficialmente il 15 ottobre 1921. “E’ un bell’Istituto al centro di Rio, vicino alla stazione, con 260 ragazzi… E’ situata a Rua Francisco Eugenio, 228. Essi vengono qui educati da buoni cristiani ed imparano un’arte che darà loro nella vita un pane onorato, e così non perderanno la fede, che è il primo e più grande tesoro”.[8] Don Orione dimorò in questa Casa ponendovi il suo recapito durante la sua permanenza in Brasile.

A Buenos Aires, la Colonia Ricardo Gutierrez, con circa 700 ragazzi e giovani, gestita da laici con criteri esclusivamente disciplinari, era una “casa di correzione” conosciuta come “l’inferno di Marcos Paz”. “Ho assunto la parte morale-religiosa del più grande Istituto Nazionale a Marco Paz di giovani già compromessi colla morale e colla giustizia. Là sono 700 minorenni, a marzo saranno 1000. Essi erano non so da quanti anni senza un Sacerdote che parlasse loro di Dio, che ne coltivasse la vita spirituale. Molti sono financo da battezzare…”.[9]

Gli eroici sacerdoti orionini vi furono chiamati a dare una nota di umanità e di spiritualità in condizioni molto difficili. Don Orione avverte: “Mi par bene prevenirla che ci sarà poi da soffrire molto pel Marcos Paz, ma stiamo lieti e pieni di fede nel Signore che Gesù starà con noi, e ci darà la sua carità, e con prudenza e pazienza farà molto bene”.[10]

Opere analoghe, dirette all’educazione dei minorenni, sorsero anche altrove. Nel 1925, egli dà l’annuncio allo stretto collaboratore Don Sterpi: “A Genova si è aperta la Casa a Quezzi pei Minorenni delinquenti: la questura ne ha mandati già alcuni, usciti di carcere”.[11] La casa fu denominata “Opera Benedetto XV”.[12]

Da Tortona, il 6 febbraio 1930, scrive a Don Montagna dando direttive circa gli sviluppi della Piccola Opera a Montevideo: “Vi dico anche di accettare subito un po' di ragazzi costì al Patronato, e anch'io sono del parere che siano i figli dei carcerati. È un'opera santa, e che, forse, a Montevideo non c'è ancora. Prendeteli piccoli possibilmente”.[13] E poi definisce quell’opera “una nuova gemma che viene ad incastonare la corona che la piccola Opera della Div. Provvidenza deporrà, prima ai piedi della S. Chiesa e poi sul Capo di Maria SS. Mater Dei, pel centenario XV, nel 1931”.

Simile istituzione fu offerta a Don Orione anche a Messina, nel 1938: “L’Arcivescovo desidera che noi ci fermiamo ancora in quella città. Ci ha offerto un Istituto per figli di carcerati”.[14]

La Congregazione aprì opere caritative di ogni tipo e non mancarono quelle relative al “visitare i carcerati”. Infatti, quando nel luglio 1936, Don Orione scrisse il Capo I delle Costituzioni e stilò l’elenco delle opere che la Congregazione intendeva svolgere, egli vi pose anche: “(…) Opere di prevenzione per i minori abbandonati - Riformatorî - Istituti pei figli dei carcerati - Case di redenzione sociale - Patronati per carceri (…)”.[15]

 

Un apostolato da rilanciare

Il “visitare i carcerati” venne attuato come attività pastorale personale, mentre a livello di iniziative istituzionali, Don Orione scelse di dedicarsi soprattutto alla prevenzione e al reinserimento dei giovani con problemi con la giustizia. Tale indirizzo sostanzialmente continua ancora oggi.

Molti orionini sono stati e sono cappellani di carcere. Tra le iniziative istituzionali, quelle oggi più significative sono quelle di Magreta (Modena), di Dublino e di Warszava. In tutti e tre i casi si tratta di residenze a conduzione di tipo familiare, ma qualificate pedagogicamente, per ragazzi e adolescenti affidati dal tribunale dei minorenni in alternativa al carcere.

Le Congregazioni religiose hanno una ricca tradizione di zelo sacerdotale e caritativo nel “visitare i carcerati”. Mi pare sia da incrementare e da rinnovare anche nelle odierne condizioni che chiamano l’attenzione su nuove povertà emergenti. Ce n’è bisogno. Naturalmente, la sensibilità e l’azione per il popolo delle carceri ha tanti aspetti di cui tenere conto, ma la motivazione spirituale e pastorale è di grande valore per tutti i protagonisti di questo mondo, è un segno di carità evangelica, è una adesione alle ripetute recenti iniziative del Papa. “Anche il mondo del carcere – come ha ricordato Giovanni Paolo II nel Messaggio per il Giubileo dei carcerati - va guardato con grande rispetto perché è “tempo” e “spazio” di Dio: “anche il tempo trascorso in carcere è tempo di Dio e come tale va vissuto; è tempo che va offerto a Dio come occasione di verità, di umiltà, di espiazione ed anche di fede”.

 


[1] Cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica (1992), n.2447.

[2] Parola IV, 397.

[3] Scritti 52, 20m.

[4] Lettera confidenziale del 21.6.1912, Scritti 52, 20n.

[5] Scritti 97, 5.

[6] Don Orione. Nel nome della Divina Provvidenza. Le più belle pagine, Ed. Piemme, Casale M., 1997, p.82.

[7] Scritti 68, 177.

[8] Scritti 33, 159.

[9] Scritti 45, 174.

[10] Scritti 64, 165.

[11] Scritti 15, 155.

[12] Scritti 23, 27; 28, 136.

[13] Scritti 21, 155.

[14] Riunioni p.207.

[15] Scritti 52, 65.

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