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" /> Messaggi don Orione
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Autore: Alessandro Belano
Pubblicato in: Don Orione oggi, n.4/2017

“Mi offrii a servirgli la Messa e ne riportai l’impressione di trovarmi dinanzi a un vero uomo di Dio, tanta era la pietà e il raccoglimento con cui celebrava".

La Messa di don Orione. Chi vi partecipa ne resta profondamente colpito: “Mi offrii a servirgli la Messa e ne riportai l’impressione di trovarmi dinanzi a un vero uomo di Dio, tanta era la pietà e il raccoglimento con cui celebrava. Ho notato in quell’occasione che anche le altre persone si mostravano edificate. Ho assistito alla celebrazione della santa Messa di personaggi distinti per pietà e dignità. Ho visto celebrare il card. Ferrari, Pio XI, Vescovi, Sacerdoti distintissimi, ma non ho mai provato una impressione così profonda e indimenticabile come di quella santa Messa, che ho sempre davanti agli occhi” (don Giuseppe De Corno). “La sua Messa era una edificazione per tutti. In Brasile, servendogli la Messa, io rimasi più volte commosso dalla sua gravità e devozione. So che molti facevano sforzi per assistere alla sua Messa e dicevano che assistervi equivaleva alla più perfetta orazione eucaristica. Un sacerdote, che non era in regola con Dio, mi disse: A veder celebrare don Orione, si converte l’anima più indurita” (don Angelo de Paoli). “Ho assistito qualche volta alla santa Messa celebrata da don Orione e rimasi edificato per la devozione con cui celebrava e per l’esatta osservanza delle rubriche liturgiche. Un laico, che aveva assistito alla celebrazione della Messa di don Orione, mi diceva ammirato: Quel sacerdote celebra in modo diverso dagli altri” (don Vincenzo Guido).

Don Orione viene ordinato sacerdote il 13 aprile del 1895, sabato santo. Passa la notte della vigilia al capezzale dell’anziano canonico Claudio Andrè, vicario della diocesi, e resta solo a vegliarne la salma. Sopraffatto dalla stanchezza, si addormenta sulla sponda del letto, ove giace il morto. Così lo trovano quando, di prima mattina, vengono a chiamarlo perché si prepari alla sacra cerimonia.

Durante la celebrazione, egli chiede al Signore tre grazie per tutti quelli che lo seguiran­no: “Pane, pace e paradiso”, e la salvezza eterna per coloro che, in qualsiasi modo, si avvicineranno a lui e alla sua Opera. È lui stesso a rivelarlo, molti anni dopo: “Nella prima Messa ho chiesto che tutti quelli che, in qualsiasi modo, avessero avuto a trattare con me si fossero salvati”. Al riguardo, abbiamo altre preziose testimonianze. Scrive don Carlo Sterpi, coetaneo, confidente e suo primo successore: «È stato nella sua prima Messa che don Orione ha chiesto la grazia della salvezza per tutte le anime che avrebbe incontrato sul suo cammino”. Così attesta il conte Agostino Ravano, insigne benefattore genovese che ebbe una lunga e intima amicizia con don Orione: “Mi raccontava che, il giorno della sua ordinazione sacerdotale, egli aveva domandato al Signore di salvare il numero più grande possibile di anime, anzi le anime di tutti quelli con i quali avrebbe parlato, trattato o incontrato, anche per la strada”.

L’indomani, giorno di Pasqua, don Orione celebra la sua prima Messa in mezzo ai giovani assistiti, raccolti nella cappella del Collegio Santa Chiara. Per la sua seconda Messa sceglie deliberatamente un diverso uditorio: i detenuti del carcere di Tortona, mettendo in atto quello spirito apostolico che seguirà nel corso della sua esistenza: “Preservatemi, o Dio, dalla funesta illusione, dal diabolico inganno che io, prete, debba occuparmi solo di chi viene in chiesa e ai sacramenti, delle anime fedeli e delle pie donne. Certo, il mio ministero riuscirebbe più facile, più gradevole, ma io non vivrei di quello spirito di apostolica carità verso le pecorelle smarrite, che risplende in tutto il Vangelo. Solo quando sarò spossato e tre volte morto nel correre dietro ai peccatori, solo allora potrò cercare qualche po’ di riposo presso i giusti. Che io non dimentichi mai che il ministero a me affidato è ministero di misericordia e usi con i miei fratelli peccatori un po’ di quella carità infaticata, che tante volte usaste verso l’anima mia”.

Nel 1897, a due anni dalla sua ordinazione sacerdotale, don Orione sta frequentando un corso di esercizi spirituali a Tortona. In data 26 agosto egli stila un Regolamento di vita con il quale intende, da allora in poi, impostare la sua esistenza “come un secondo battesimo”. A tal fine stabilisce di osservare per il resto dei suoi giorni una serie di 30 regole che egli stesso redige. Si tratta di un manifesto di alta spiritualità, caratterizzato da un impegno ascetico davvero impressionante. Ecco alcune di queste regole: “Dirò Mattutino e Lodi e non cenerò se non avrò soddisfatto le ore canoniche di prima, terza, sesta e nona. Prima della santa Messa farò la meditazione al mattino, prima della Messa farò il preparamento e ringraziamento e anche dopo la Messa. Metterò gran cura nel celebrare santamente la Messa. Per quanto è possibile, sentirò una santa Messa prima della mia”.

Questo spirito di fede e sacralità è ben visibile nelle fotografie che ritraggono don Orione durante la sua celebrazione eucaristica. Qui siamo all’interno del Santuario della Madonna della Guardia, a Tortona. Il celebrante indossa la pianeta e il manipolo, secondo l’usanza liturgica di allora. È rivolto al popolo, idealmente rappresentato da un attentissimo accolito, in ginocchio e con le mani giunte. La santa Messa è per don Orione sorgente di energia e di conforto e tale la considera anche per gli altri. A un confratello sacerdote che gli confida di sentirsi solo e sconfortato, egli risponde: “Ma non vi basta la Messa?”.

Un particolare significativo. Nell’ultimo giorno della sua vita (12 marzo 1940), don Orione partecipò a due Messe. La prima, di buon mattino, in qualità di celebrante. La seconda, come chierichetto, servendo la Messa a don Umberto Terenzi, venuto da Roma per incontrarsi con lui. Mancando l’accolito, don Orione si offrì di sostituirlo, nonostante le rimostranze del celebrante. Fu così che, all’acclamazione iniziale dell’officiante, “Introibo ad altare Dei”, ossia “Salirò all’altare di Dio”, l’umile chierichetto rispose: “Ad Deum qui laetificat iuventutem meam!”, ossia: “A Dio che rende lieta la mia giovinezza!”. La sera di quello stesso 12 marzo, la giornata terrena di don Orione terminava: iniziava  per lui l’eterna giovinezza in Paradiso.

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