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Messaggi don Orione
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Nella foto: Giuseppina Valdettaro.
Autore: Antonio Lanza
Pubblicato in: Messaggi di Don Orione, 36(2004), n.114, p.57-66.

Fu accanto a Don Orione nella fondazione del ramo religioso femminile, del quale fu costituita superiora. Dopo 10 anni, nel 1925, si separò e percorse un’altra strada di consacrazione.

 La fondazione dell’Istituto delle Piccole Suore Missionarie della Carità riuscì a Don Orione impresa abbastanza laboriosa.[1] Sfumata due volte (negli anni 1899 e 1906) la possibilità di aggregare, come ramo femminile dell’Opera della Divina Provvidenza, le Piccole Suore della Divina Provvidenza della Madre Michel[2] – delle quali era stato per qualche anno Direttore[3] –; andato a vuoto, parimenti per due volte (negli anni 1905 e 1912), il tentativo di fondare una Congregazione femminile propria, Don Orione dovette chiedersi la ragione di tali insuccessi. Per la mancata unione con le Suore della Madre Michel era abbastanza evidente il motivo del diverso carisma dei due Fondatori. Per gli altri due tentativi senza seguito, Don Orione dovette invece convincersi che una buona ragione poteva essere quella di non aver potuto presentare, subito, alle prime aspiranti una figura femminile, di certo prestigio, che si presentasse loro quale guida sicura. Il ricorso alla madre di don Cremaschi, come punto di riferimento per le aspiranti del primo gruppo, e alla madre di don Bariani per quelle del secondo, era stata una scelta obbligata, caduta su due ottimi elementi; come madri di famiglia, ma che non avevano particolare ascendente né adeguata preparazione per sostenere la parte di maestre di spirito per delle aspiranti alla vita religiosa.

Don Orione, che si era forse convinto di questo, già dopo il fallimento del suo primo tentativo di fondazione propria – ed anche per questo, pensiamo aveva ritentato invano l’esperimento di aggregazione delle Suore della Madre Michel –. credette d’aver trovato la persona adatta a sostenere quel ruolo per le aspiranti dell’Istituto, che da anni sognava, quando, nel maggio 1908, incontrò la marchesina Giuseppina Valdettaro.[4] La giovane, presentandosi, gli confidava il vivo desiderio di farsi religiosa nell’Istituto delle Suore Dorotee, dalle quali era stata educata. Don Orione, che aveva immediatamente intuito una soluzione per il suo problema, non poté dissuaderla dal seguire il santo proposito, ma, già in quel primo incontro, cercò di frenare una scelta affrettata e la consigliò di non andare subito dalle Dorotee, perché “prima il Signore voleva qualche altra cosa” da lei.[5] A successive insistenze suggerì – sempre per tenerla ancora in attesa –, di accontentarsi, per il momento, di “essere una Suora in casa” e di stare tranquilla su quanto le veniva consigliato, “perché così vuole Nostro Signore”.[6] Frattanto, mentre Don Orione, accorso a Messina in occasione del terremoto, era ivi trattenuto per l’assistenza agli orfani, lei non seppe più attendere ed entrò dalle Suore Dorotee, uscendone tuttavia pochi mesi dopo, per motivi di salute.

Don Orione, risalito al Nord per una brevissima visita alle Case, non ritenne sprecato il tempo di spingersi fino a Legino, dove la marchesina si trovava, nella villa di campagna. Quando questa gli manifestò l’intenzione di ritentare l’entrata nel noviziato delle Dorotee a Roma, non espresse il suo disappunto, ma – ricordava la Valdettaro – ci rimase “un poco male”, affrettandosi tuttavia ad assicurarla che, se neanche a Roma avesse potuto resistere, stesse tranquilla che “sarebbe morta Suora”. Entrato poi nella cappella della villa, prima di partire disse alla Madonna: “Ma…, pensateci Voi”.[7]

La giovane, come aveva programmato, fece un secondo tentativo presso il noviziato delle Dorotee a Roma; costretta però, per il solito motivo di salute, a troncarlo poco dopo e tornare nuovamente in famiglia. Là fu raggiunta da uno scritto di Don Orione: “Ricordate quello che vi ho già detto a Legino e confortatevi in Domino; verrà l’ora vostra in cui sarete Suora ancor voi”.[8] La corrispondenza continuò e la giovane, convinta di doversi accontentare di “essere una Suora in casa”, si affidò alla guida spirituale di P. Edoardo Bouvier[9], il quale, “con alcune sue penitenti (…) aveva organizzato delle attività caritative a favore dei malati, dei poveri e della gioventù abbandonata”, e ne divenne ben presto una fedele collaboratrice.[10]

Nel febbraio del 1912, Don Orione chiudeva il suo triennale impegno a Messina e, giacché gli erano già pervenute richieste da parte di alcune giovani aspiranti, prima ancora di rientrare a Tortona, fece una visita a suor M. Benedetta Frey[11] per aver lumi e consigli sul disegno di dar vita ad una Congregazione femminile. Ma proprio quando, ai primi di maggio, stava per rivolgere alla Giuseppina la richiesta di voler prendersi cura delle aspiranti dell’Istituto, che stava per iniziare, a questa venne a mancare la sorella Anna. Quella morte faceva sorgere il problema dell’assistenza al fratello Giulio, che sarebbe rimasto solo; sicché, essendo stata data alle aspiranti la parola di presentarsi entro maggio, Don Orione dovette ricorrere alla collaborazione della madre di don Bariani per quel secondo tentativo di fondazione che, come già accennato, ben presto fallì. Per la buona riuscita dell’impresa. non restava che attendere la disponibilità della marchesina.

Dopo la morte della sorella l’aveva tranquillizzata: “Ora pensi molto a Giulio; poi verrà l’ora di Dio per Lei e così, condotta dalla Madonna Addolorata per la via del Calvario, si troverà pronta a darsi tutta al Signore (…). Io è da anni che pensavo a questo, e non le dico ancora tutto finché non piaccia al Signore”.[12] Il “tutto” che non osò allora dire, glielo manifesterà un anno dopo: ed era che la vedeva non solo suora, ma suora nell’Istituto che lui intendeva fondare, secondo il cui spirito lei già stava facendo quasi un periodo di tirocinio, seguendo le opere caritative promosse da are Bouvier: “Vorrei, nel Signore, dare principio ad un piccolo Istituto di Suore – le scriveva –. E ho pensato che V. Signoria dica un po’ al suo confessore (P. Bouvier) se credesse che le potesse fare del bene, e trovarvi la sua via”.[13]

Passò ancora un anno, e l’invito a coinvolgersi personalmente nella esecuzione del progetto diventò più esplicito: “Lei dica di nuovo al suo Direttore di spirito, che veda un po’ lui se Vostra Signoria non debba essere una piccola pietra di quel povero Istituto di cui Le parlai. Scrivo così perché da più mesi mi va ritornando questo pensiero: che le dovessi di nuovo scrivere ciò” e, a mostrare quanto ci tenesse a vederla libera, le faceva conoscere una sua iniziativa per cooperare alla soluzione del problema di Giulio: aveva trovato a Genova “una figliuola religiosissima e ricca”, la cui famiglia l’avrebbe vista volentieri accasata con Giulio, e, quasi scusandosi, concludeva: “Non avrei osato scriverLe ciò, se si trattasse di altra persona. Io non vado cercando tale lavoro”.[14] Non facciamo fatica ad immaginare quanto gli fosse costato a prestarsi nella veste di pronubo, ma, pur di avere la “piccola pietra”, con la quale avviare il tanto desiderato progetto, si era adattato a sostenere anche quella parte. L’esito degli approcci, purtroppo, fu negativo, e le speranze di porre le fondamenta del nuovo Istituto tornarono in alto mare.

Furono due avvenimenti, assai diversi fra loro, ma ambedue decisivi per l’inizio dell’attesa fondazione, a dare una mano per la soluzione del problema. Nel maggio 1915 l’Italia entrava in guerra contro l’Austria e, quasi contemporaneamente, ad Ameno, passava a miglior vita la contessa Teresa Agazzini. Fra i richiamati alle armi per lo scoppio delle ostilità, dovette partire anche Giulio, e l’erede dei beni della contessa[15] mise a disposizione di Don Orione la villa di campagna della zia, perché ne facesse un ospizio per i vecchi del paese. Con la partenza del fratello, Giuseppina era lasciata libera di seguire la sua vocazione, mentre l’offerta della villa di Ameno forniva la sede per l’esercizio di un’attività. che avrebbe legato maggiormente all’Istituto le prime aspiranti.

Don Orione, da Roma, aveva già fissato l’apertura dell’ospizio di Ameno per la festa di S. Pietro.[16] Due giorni prima della festa comunicava, invece, alla Valdettaro un programma alquanto modificato: “Prenda benedizione Bouvier. Rechisi Tortona. Passerà festa (29 giugno) in casetta San Bernardino, così aprendola poveramente. Ripartirà 30 giugno, con una compagna e due vecchi, iniziare Ameno”.[17] La ragione dello spostamento della sede, da Ameno a San Bernardino, per l’inizio dell’attività dell’Istituto femminile, il Fondatore lo spiegava ai sacerdoti, al termine degli Esercizi spirituali. La sede era stata spostata “affinché (la casetta di San Bernardino) fosse culla delle figliuole, come fu dei Figli della Divina Provvidenza”[18] e, a sottolineare che, nonostante le umili apparenze, nella nuova Famiglia c’era già un’autorità, chiudeva l’elenco delle persone andate ad Ameno con “la marchesa Valdettaro, che fa da Superiora”.[19]

La Superiora dovette tornare subito a S. Bernardino per accogliere le prime aspiranti. L’8 luglio ne arrivavano due da Roma,[20] il 27, tre da un disciolto gruppo di Suore di Ventimiglia.[21] “C’è in vista un buon elemento” concludeva Don Orione, parlando ai sacerdoti.[22] In settembre ne giungevano altre due ed era annunciato l’arrivo della prima cieca, “che vuole farsi Suora”.[23] E così la Valdettaro, “incaricata della cura delle aspiranti, divenne di fatto, pur senza aver mai fatto la professione né vestito l’abito religioso, superiora generale del nascente Istituto”.[24]

Oltre la cura delle aspiranti, c’erano altri impegni inerenti alla carica. In settembre si recava a Montalto Ligure per vedere cosa si poteva fare per dei vecchi, assistiti da due Suore del disciolto gruppo di Ventimiglia[25]. Sotto Natale accompagnava a Roma due aspiranti destinate alla Casa di Ognissanti.[26] Nella Capitale ebbe la soddisfazione di assistere alla Messa del Papa, ma ritornò un po’ stanca e sconcertata. Non condivideva l’idea di Don Orione di assumere nuovi impegni,[27] man mano che arrivavano nuove aspiranti. Come iniziare un’attività di formazione, se la comunità di San Bernardino continuava ad essere ridotta al minimo? Passati alcuni giorni a Tortona, si ritirava a Genova, da dove scriveva dicendosi scoraggiata e on sicura d’essere chiamata ad un genere di vita così aleatorio e disordinato. Don Orione le faceva animo: “Vada avanti umilmente e tranquilla, che è sulla sua strada. Non c’è niente; è un inganno del demonio per disturbarla, e per fare del male a Lei e a quelle buone figlie”; rimettendosi tuttavia al giudizio di P. Bouvier: “Ma, se il Padre Le dirà diversamente, faccia tranquilla ciò che il Padre filippino dice”.[28]

 Intanto a San Bernardino cominciarono a sentirsi gli effetti della mancanza di un’autorità. Don Orione, da Roma, incaricò don Sterpi di saggiare le intenzioni della Marchesa. “Sarebbe bene - scriveva – che, al mio ritorno, io già sapessi qualche cosa di chiaro e definito per regolarmi con quelle figliuole e fare la nuova Superiora”,[29] Ricevute le informazioni, ritenne non necessaria la nomina di una nuova Superiora, e la titolare mantenne la sua qualifica, anche continuando a permanere fuori sede.

 Il temporaneo ritiro, però, destava inquietudini fra le aspiranti, che non si davano ragione della lunga assenza. Don Orione capiva bene la ragione del loro disorientamento e premeva per il ritorno della Madre, sempre rimesso al parere del Padre filippino: “A me sembra che il suo posto sia sempre tra quelle povere figlie, ad essere lo straccio di tutte per l’amore di Dio e della S. Chiesa. Ma Ella non badi a me, e stia in tutto a quello che le dirà il suo Direttore di anima”.[30] Assicurava che non si sarebbe trattato di un umiliante ritorno, perché – scriveva -“io non ho mai detto nulla a quelle figliuole che Vostra Signoria s’è ritirata; perché, chi le sa le vie del Signore? (…). Non mi pareva quindi conveniente che a S. Bernardino quelle figliuole fossero disturbate forse nella loro anima ancora molto molto debole”.[31] Invitata al corso di Esercizi spirituali, alla sua richiesta di come si sarebbe dovuta comportare con le aspiranti, Don Orione rispondeva: “La norma chiara e precisa che Le do nel Signore è: a quelle figlie che verranno da Lei, Lei dirà loro nel Signore tutto ciò che lo spirito di Dio Le suggerirà per il loro miglior bene spirituale, con santa libertà e come farebbe con sorelle Sue più piccoline di Lei. Lei non le andrà a cercare; aiuterà chi viene”.[32]

Rientrata, finalmente, in comunità riprese a moderare le attività dell’Istituto, come se quel periodo di assenza non ci fosse mai stato. Don Orione non lasciava occasione di presentarla nel suo ruolo: per l’apertura dell’Asilo di San Sebastiano Curone, avvertiva i promotori di quell’attività che, prima della partenza delle tre Suore destinatevi, avrebbe inviato per un sopraluogo “la Sig.ra Marchesa Valdettaro, che è la loro Superiora”,[33] dispose che, ai primi di dicembre, accompagnasse le aspiranti cieche per l’apertura della loro Casa a Quezzi, e contemporaneamente preannunciava una sua visita alle Suore di Villa Moffa,[34] Insomma le riconobbe, nel suo ambito, tutti i poteri;[35] e quando doveva stabilire qualcosa circa la disciplina o il movimento delle Suore, lo faceva tramite la Superiora o, comunque, non prima di averlo comunicato a lei,[36] instaurando la prassi di inviarle tutte le disposizioni che intendeva dare, perché figurassero provenienti direttamente da lei.

A rafforzarne la posizione, la chiamò a far parte del primo Consiglio Generale della Congregazione e sottolineava l’eccezionalità dell’atto: “Nelle votazioni – scriveva - siamo in nove, compresi due Eremiti e la Superiora delle Suore (…). Noi abbiamo già ammesso al voto, proporzionalmente, le donne e gli Eremiti”.[37] In segno di stima e di fiducia intestò a lei il terreno sul quale dovevano sorgere l’Istituto San Filippo Neri e la Curia generalizia, a Roma,[38] ed altri beni ancora.[39] Per toglierle le preoccupazioni per il fratello Giulio che, terminato il servizio militare, era tornato a Genova, si addossò una seconda[40] ed una terza volta[41] il non gradito compito di trovargli una fidanzata, riuscendo così a veder sistemato lui e resa più libera anche la sorella.

Potendo ora dedicarsi “a tempo pieno” al suo ufficio, la Superiora curò gli aspetti a lei più congeniali: l’ordine nelle comunità e la formazione del personale; aspetti che Don Orione certamente non trascurava per principio, ma spesso, spinto da inderogabili necessità, era costretto a passarvi sopra. Questo sistema, che dava la precedenza all’esercizio della carità, badando alla sostanza del servizio, anche se qualche volta era un po’ deficiente la forma, non era sempre condiviso dalla Superiora. Il Fondatore non poteva deviare dalla sua generosa linea di condotta, guidata da un “cuori senza confini”, mentre la Marchesa non riusciva a superare i “confini” che le avevano dato la diversa educazione e, probabilmente , la spinta interiore di un diverso carisma. Visto che Don Orione non avrebbe mai mutato la linea di condotta, la Superiora si convinse che il suo periodo di collaborazione era giunto al termine. Il 23 luglio 1925, in una lettera al can. Perduca, assistente spirituale delle Suore, contestava la “tenacia” di Don Orione “a fare a modo suo”, e concludeva: “Parto presto per Genova e sarò assente parecchi mesi. Raccomando le Suore alla sua carità”.[42]

 Il delicato pensiero finale per le Suore dava l’impressione che non si trattasse di un addio definitivo. Ma all’ultimo intervento di Don Orione, che la invitava a tornare a San Bernardino[43],. rispose di non potervi aderire per ragioni di salute. Ad analogo invito del can. Perduca rinnovò il suo diniego con una lettera da lei stessa giudicata “un po’ forte”,[44] Con queste sofferte battute si chiudeva un periodo di collaborazione che, pur tra alterne vicende, aveva portato avanti l’Istituto delle Piccole Suore Missionarie della Carità nei suoi primi dieci anni di vita.

Il buon canonico non si impressionò per la “forte” risposta, e lasciò una descrizione pacata e serena di quei delicati momenti: “La Congregazione delle Suore doveva avere le sue prove e i suoi dolori. La Marchesina Valdettaro, che tanto aveva fatto fin qui, ma che non aveva potuto sciogliersi dai legami familiari, dopo dieci anni lasciò supporre che non fosse chiamata da Dio in questa Congregazione, ma per altri disegni, e dovette uscire e fondò un altro Istituto religioso col nome di Suore del Bambin Gesù[45]. In assenza della Valdettaro, già da tempo faceva le sue veci Assunta Tersigni, a cui volevano tutte bene. Spontaneamente si avvicinarono tutte a lei, considerandola come Superiora. Il Direttore Don Orione la confermava Superiora e così le Suore ebbero la nuova Madre”,[46] che il 27 luglio 1927 vestiva l’abito religioso ed emetteva i primi voti, assumendo il nome di Suor Maria Pazienza.

 Dieci giorni prima della professione di Suor Maria Pazienza, Madre Valdettaro, raccogliendo in certo senso l’eredità di Padre Bouvier,[47] aveva fondato la Pia Unione delle Sorelle di Santa Teresa del Bambino Gesù, che l’anno successivo (1928) veniva approvata dal Vescovo di Savona. Pur divenuta a sua volta Fondatrice, lasciò il suo nome legato anche alla storia dell’Istituto delle Piccole Suore Missionarie della Carità, i cui inizi non possono essere ricostruiti prescindendo dalle tante lettere che Don Orione le indirizzò e dalla formazione che ella trasmise negli anni in cui ne fu la Superiora.

 

NOTE ________________________________________________________

[1] Sulle Piccole Suore Missionarie della Carità: Don Orione alle Piccole Suore Missionarie della Carità (II ed.), Tip. San Giuseppe, Tortona 1979, una ricostruzione storico-spirituale tessuta con testi di Don Orione; Maria Elisa Armendariz, Il IV voto di Carità delle Piccole Suore Missionarie della Carità (Don Orione), Messaggi di Don Orione 17(1985) n. 61; Antonio Lanza, Don Orione e le Piccole Suore Missionarie della Carità (1900-1940), (pro-manoscritto), Roma 1996, studio storico bene documentato, quasi una cronaca degli sviluppi della congregazione fino al 1940, anno della morte del Fondatore; Maria Alicja Kedziora, “Come stracci”. L’obbedienza sacrificale nella spiritualità di Don Orione, Piccole Suore Missionarie della Carità, Roma 2003.

[2] A. Gemma, La Madre. Profilo biografico della beata Teresa Grillo Michel, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano, 1998; R. Lanzavecchia, Teresa Grillo Michel, La figura, le opere, Rusconi, Milano 1991; C. Torriani, Madre Teresa Michel, Scuole Professionali Don Orione, Roma 1960; C. Torriani, La Signora Madre... Madre Teresa Grillo Michel, Tip. Viscardi, Alessandria 1988.

[3] A Madre Michel scriveva: “Se ho accettato di essere, col divino aiuto, loro Superiore, lo devo essere” (Scritti 103, 12) e indicava “quale deve essere lo spirito della nostra piccola Congregazione” (Scritti 103, 9), come se i Figli della Divina Provvidenza e le Piccole Suore della Divina Provvidenza formassero già un'unica Congregazione.

[4] Maria Giuseppina Valdettaro, di famiglia patrizia genovese, nasceva a Savona-Legino il 3 febbraio 1889. Mortole, a quattro anni, il padre e, a sette, la madre, viveva a Genova col fratello minore Giulio; ambedue sotto la tutela della sorella maggiore Anna, andata sposa al nobiluomo avv. Butteri di Viguzzolo.

[5] Valdettaro Giuseppina, Relazioni, Archivio Don Orione, Roma (citato ADO) V. II, 1., pag. 1s.

[6] Scritti di Don Orione (citato Scritti), 39, 5.

[7] Valdettaro, cit., V. II. I, foglio 1s.

[8] Scritti 39, 7.

[9] P. Edoardo Bouvier, savoiardo, preposito dell’Oratorio di San Filippo Neri a Genova. Don Orione proponendolo, qualche anni più tardi, per la nomina a vescovo, lo presentava così: “Molto distinto e per pietà, dottrina amministrazione, prudenza e predicazione sacra” (Scritti 83, 124).

[10] Paolo Callari in Dizionario degli Istituti di perfezione, VIII vol., Roma, 1988, p. 1924.

[11] Suor M. Benedetta Frey, nata a Roma nel 1836, era entrata nel monastero delle Suore Cistercensi a Viterbo. Una grave malattia la costrinse a letto per 52 anni. Morì il 1° maggio 1913. Cfr. Maria Priscilla Oliveira: La serva di Dio Maria Benedetta Frey, la suora dello ‘straccio’”, “Messaggi di Don Orione”, 33 (2001), n. 104, p. 35-43.

[12] Scritti 66, 12.

[13] Lettera in data 25 aprile 1913 (Scritti 65, 109).

[14] Lettera in data 14 aprile 1914 ( Scritti 65, 112).

[15] Erede dei beni della contessa Agazzini fu il nipote, teologo Fortis.

[16] Questo è il testo del telegramma inviato a don Sterpi: “Telegrafo Valdettaro venire subito Tortona; pernotterà San Bernardino; partirete insieme lunedì: voi, calzolaio Michele (Volpini), sorella (di Michele), Giovannino. Aprirete Ameno festa Apostoli Pietro e Paolo. Dio e Madonna benedicano” ( Scritti 60, 347). Quasi simile quello inviato alla Valdettaro: “Pregherei recarsi subito domenica Tortona. Partirà con due vecchi e compagna lunedì per Ameno, aprire Casa vecchi, festa Apostoli” ( Scritti 60, 404).

[17] Cronistoria PSMC, in volume dattiloscritto, ADO e Archivio PSMC, Roma, 1984, pag. 8.

[18] Per lo stesso motivo fece trasportare da Villa Moffa a San Bernardino l’altarino che era servito, nel 1893, per il primo Collegetto: “Perché – depose don Giuseppe Zambarbieri, riportando le parole di Don Orione – l’altare che ha visto sorgere noi, veda sorgere anche l’Istituto femminile” (Summarium Beatificationis et Canonizationis Servi Dei Aloisii Orione, pag. 700).

[19] Verbali delle riunioni dei sacerdoti, volume dattiloscritto, ADO, p. 44.

[20] Scritti 12, 135.

[21] Appartenenti ad un gruppo di Suore, scioltosi alla morte del Fondatore. Due loro consorelle erano invece andate a Montalto Ligure, a far da infermiere a una ventina di vecchi.

[22] Come nota n. 17.

[23] Lettera a don Sterpi in data 23 settembre 1915 ( Scritti 12, 153s).

[24] Rocca Giancarlo: M. Giuseppina Valdettaro in Dizionario degli Istituti di perfezione, Roma, 1997, pag. 1678.

[25] Lettera alla Valdettaro in data 3 settembre 1915 ( Scritti 39, 26).

[26] Scritti 12, 172.

[27] Prima della partenza delle due aspiranti per Roma, ne erano già state mandate due per la cucina del Paterno, a Tortona.

[28] Lettera in data 21 gennaio 1916 ( Scritti 65, 117).

[29] Scritti 12, 200.

[30] Scritti39,27.

[31]. Scritti 39, 28.

[32] Scritti 39, 29.

[33] Scritti 31, 10.

[34] Scritti 78, 54:

[35] “Lei ha facoltà di ricevere in prova chiunque Lei credesse bene di accogliere: di qualunque età e condizione, in qualunque numero, e anche di stabilirne più in una Casa e ufficio, che non in altra Casa o diverso ufficio; e così pure di allontanare quelle che non crederà adatte nel Signore. Non è il caso che Lei si ritenga legata a parlare o scrivere a Don Sterpi o a me” ( Scritti 65, 169).

[36] “Alle Suore nulla ho comunicato, perché aspettavo dirlo prima a Lei” le scriveva il 10 settembre 1919 ( Scritti 65, 210).

[37] Scritti 81, 195.

[38] Scritti 31, 35. E lei continuerà a pagarne le tasse per qualche anno, anche dopo dì aver lasciato Tortona.

[39] Il 5 settembre 1921, ad esempio, don Sterpi scriveva a don Zanocchi di un certo terreno ad Ameno e gli ricordava: “Per vostra norma, detto terreno è ancora in testa alla Superiora, la Valdettaro” (Scritti di don Sterpi, 33, 124).

[40] Lettera in data 14 gennaio 1924 ( Scritti 65, 245)

[41] Lettera in data 30 settembre 1923 ( Scritti 65, 226).

[42] Valdettaro, cit. V. 11. I, fascicolo anno 1925.

[43] Lettera in data 23 dicembre 1926.

[44] Valdettaro, cit. V. 11. I., fascicolo 1927.

[45] Sulla stessa linea è il commento di Giancarlo Rocca: “In seguito a diversità di vedute circa l’impostazione della Congregazione, e soprattutto per legami di famiglia e incertezze sulla propria vocazione, lasciò (la Congregazione delle Suore orionine), dando vita al (suo) nuovo Istituto”, Dizionario degli Istituti di perfezione, vol. IX, pag. 1679).

[46] Don Orione alle Piccole Suore Missionarie della Carità, Roma, Piccola Opera della Divina Provvidenza, 1962, pag. 269s. (Nella II edizione il brano riportato è a p. 210).

[47] Il Padre Bouvier passava a miglior vita il 16 agosto 1926 ( Scritti 20, 164).

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