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Messaggi don Orione
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Nella foto: Villa Moffa, Novizi nel 1969: (da sinistra) Borgognoni, Merelli, Meloni, Peloso, Barile, Congiu, Flores, Fascia.

La vita inquieta e significativa di Fra Nino, monaco cistercense, cresciuto da orionino. Fu mio compagno di noviziato e amico di gioventù.

Gaetano Barile è nato a Torrazza Coste (Pavia), il 5 marzo 1951, figlio di Paolo Barile e Luigia Tedeschi, fratello di Maurizio. La famiglia si traferì a Pontecurone, il paese natale di San Luigi Orione, nel 1960. Entrò nel piccolo seminario di Voghera, il 27 settembre 1964, frequentandovi la scuola media; per il ginnasio passò Buccinigo (Como). Come era allora nel curriculum, ricevette l’abito clericale, il 29 settembre 1968, fece l’anno di noviziato (1968-1969) a Villa Moffa, emise la prima professione l’11 ottobre 1970. A Villa Moffa frequentò le classi del liceo.

Dal 1966 al 1972, ebbi Gaetano – da tutti chiamato Nino – come compagno di studi, di ideali e di inquietudini giovanili; fiutavamo il bene e il bello. La nostra formazione è stata segnata nel ginnasio dal gusto dell’arte trasmesso da Don Giuseppe Brusamonti, nel noviziato dalla finezza spirituale di Don Mario Sersanti, nel liceo dal gusto della lettura e del conoscere comunicatoci da Don Giuseppe Sorani. La confidenza e stima reciproca ci davano fiducia “verso un mondo migliore”, osando sperare oltre le vanità. Ricordo: tutto è niente, solo Dio! 

Villa Moffa di Bra (CN), 1972: Gaetano Barile, con la veste, in basso a sinistra.

Avendo da poco iniziato il tirocinio nell’Istituto di Alessandria, Gaetano lasciò la Congregazione nel 1972. Fu per me un lutto. Dopo un primo periodo di adattamento, non facile, nel nuovo contesto di vita, Gaetano intraprese gli studi e si laureò in lettere all’Università Cattolica di Milano. [1]

Affascinato dal vero e dalla bellezza dell’arte, sempre alla ricerca di conoscere persone e fatti, disincantato dai beni e dalle vane glorie, sensibile e disponibile verso i bisognosi, irrequieto e insoddisfatto, Gaetano girò il mondo in senso geografico e ancor più umano. Fu in Francia e in Inghilterra per perfezionarsi nelle lingue e, intanto, collaborò in gruppi di volontariato. Andò negli Stati Uniti; per due anni, a Chicago, ove svolse attività di assistente sociale in favore degli anziani. Ritornato in Italia, per due anni insegnò all’Istituto salesiano di Asti.

La sua ricerca sfociò in esperienze contemplative. Cominciò a frequentare monasteri cistercensi di Boschi (CN), di Firenze, di Chiaravalle (MI). Giunse a Casamari e qui rimase. L’esperienza divenne orientamento e decisione: monaco all’Abbazia di Casamari: postulante, novizio, professo.

Padre Marco Pavan, un confratello cistercense vissuto accanto a Fra Gaetano per 23 anni, lo incontrò proprio a Casamari. “Di quegli anni ho un ricordo che si potrebbe sintetizzare nella parola «freschezza». Era una persona viva in modo quasi esagerato, limpida, determinata, decisa fino alla drasticità ma anche molto accogliente e sensibile. La forza e l'entusiasmo, che scaturivano dal continuo abbeverarsi alla fonte dello Spirito e della Chiesa, erano palpabili“.

Io rividi Padre Gaetano quando era a Casamari. La prima volta che fui a trovarlo mi disse: “Flavio, amavo spaziare, viaggiare, non avere confini, essere padrone di me stesso, e il Signore mi ha portato in una cella e a mendicare la vita, come Lazzaro, il nome che ho scelto da frate”. Trovò la condizione della libertà.

Fra Gaetano Barile fece la professione solenne come monaco cistercense nell’abbazia di Casamari, il 1° maggio 1992, assumendo il nome di fra Lazzaro Maria; l’11 giugno fu ordinato diacono; il 27 dicembre 1992 fu ordinato sacerdote.

Don Adriano Marioni, parroco di Pontecurone, scrisse un ricordo della sua prima Messa al Paese. “Ero vicino a lui, durante la celebrazione eucaristica. Lo osservavo, lo ascoltavo. A tratti tradiva la commozione; mi piaceva. Era la trepidazione delle prime Messe, il sentirsi come abbracciato da un’assemblea toccata dallo spirito, il pensarsi (e lo confessò ad alta voce) nell’alveo del mistero di Dio e della storia sacra di questo paese, l’essere in comunione con l’anima della mamma e del papà del cielo. Mi è piaciuto il suo parlare calmo, meditato, sostanzioso è chiaro, ma soprattutto mi ha afferrato il suo modo di pregare di celebrare. Vi sentivo il cuore del monaco, ero incoraggiato dalla sua contemplazione, ne gustavo la pace intrisa di adorazione e la calma serena, senza ansia e senza increspature di precipitazione. Vedevo un uomo alla presenza di Dio, un uomo che parlava con Dio, e sono sicuro che vivevo in me i sentimenti di tutta l’assemblea. Le nostre parrocchie hanno fatto omaggio a Don Gaetano di alcuni strumenti di lavoro: libri per le sue ricerche e per le sue nuove scoperte. Abbiamo capito una cosa: Gaetano trovato Dio sull’ore, ma la sua anima rimasta quella di un pellegrino sempre, di un esploratore in instancabile ricerca. Ora sta studiando all’Istituto Biblico di Roma. Studi severi, rigorosi ma che pure non placano. Sotto quella dura corteccia tecnica, in quella geografia di strade, di zone umane, c’è Dio da ricercare: Dio che è bellezza, Dio che è novità e stupore, Dio che ti parla, sfiora, Dio che si rivela e si ritira nel mistero, Dio da dissotterrare e da donare al mondo. La ricerca, dunque, e l’inseguimento continuano”.[2]

Nel luglio 1996, con alcuni suoi confratelli cistercensi, si mise alla ricerca di un luogo dove poter vivere una vita più ritirata e più radicata nel silenzio e nella preghiera. Lasciarono l’abbazia di Casamari e si incamminarono in nuove esperienze di precarietà e di essenzialità di vita.

Dopo un faticoso e confuso tentativo di esperienza monastica in diocesi di Grosseto, il 22 febbraio 2002, padre Gaetano, padre Marco Pavan e fra Francesco Ricci, arrivarono all’isola di Capraia, un tempo terra di monaci, anacoreti e cenobiti e, dal 1873 al 1986, colonia penale per molti carcerati. Qui costituirono il piccolo Eremo San Giuseppe; dopo un anno, il vescovo di Livorno mons. Diego Coletti, gli affidò l’incarico di parroco dell’isola. «Siamo qui per Dio, per una ricerca di Dio che sia autentica», commenta padre Gaetano. «Per noi l'investimento è alto, la nostra è una scommessa a lungo termine. Ci vuole pazienza e tanta tanta fede».

Folco Giusti, abitante del luogo, ricorda. “Vestiti di semplici cocolle grigie, allampanati come patissero la fame da sempre, senza un quattrino nemmeno per scaldare le quattro stanze della misera canonica dove avevano trovato rifugio, seppero subito attrarre a sé e in chiesa.  Quasi un miracolo, dopo tanti anni di Sante Messe sbrigative, di altrettanto sbrigative prediche e di cerimonie più folcloristiche che religiose. Nino, in particolare, con la sua amabilità, ma soprattutto con la sua profondità di fede, divenne presto un prezioso missionario dell’amore di Cristo: non c’era anima in pena che non venisse ascoltata e ristorata; non c’era bambino che non ricevesse da lui una carezza e, finalmente, un insegnamento per un corretto approccio ad una vita cristiana.  Aiutato da Marco, in breve, riuscì a far tornare all’altare i chierichetti, i bambini e le bambine a cantare, i capraiesi e i turisti, in numero mai visto prima, a partecipare alle Sante Messe, rapiti dalle sue intense omelie”. 

“A Capraia – come informa padre Marco - abbiamo incontrato una situazione ambivalente. Un luogo eccezionale da molti punti di vista, in cui davvero ci è stato dato di poterci ancor più radicare nella preghiera e, dall'altra, un luogo consegnato alle speculazioni, alle vere e proprie mafie e al turismo più «sregolato»”.

A Capraia (Via Carlo Alberto, 40), restarono fino al 2007, quando si rimisero in viaggio ancora. Dopo una sosta di qualche mese al Monastero delle Tre Fontane, a Roma, si stabilirono in un piccolo eremo presso Borgo alla Collina (Case Sparse Orgi 28), nel Casentino, in provincia di Arezzo e diocesi di Fiesole.

Il 6 luglio del 2009, venne a Roma per incontrarmi, “per parlare un po' con te del nostro percorso e della nostra situazione... alla ricerca di una tenda”. Mi diede copia della Regola di vita del cammino monastico che già aveva discretamente iniziato e che, come scrisse, “nasce da un amore sincero per la tradizione monastica, per i Padri e per il tesoro di sapienza che ci hanno lasciato in eredità”.

Qui sopraggiunse la malattia, sempre più grave, le limitazioni, le sofferenze, le nuove scoperte di umanità in Cristo. Aveva già superato un tumore nel 2002-2003 e, nel giugno 2016, gli fu diagnosticato un carcinoma neuroendocrino, molto aggressivo.

Padre Marco gli fu accanto con amorevolezza fraterna, ricorda: “Nino ha vissuto tutta la malattia con grandissima serenità. Chiaramente, era di suo carattere combattivo e ben radicato nella speranza. Pur avendo avuto disturbi di ogni genere – causati dalla chemio ma anche dal tumore – non l'ho mai visto davvero abbattersi. Anche se il suo corpo andava pian piano ed inesorabilmente disfacendosi non così il suo spirito, anzi. Questo era evidente soprattutto negli ultimi giorni, dove al decadere velocissimo del corpo si accompagnava una percezione di pace e di luce che scaturiva dalla sua persona davvero straordinaria. Era lui a consolare me. Sembrava come se, spremuto dal torchio della malattia, fosse ancora più visibile e «puro» il «nucleo» vivo della sua persona, vivente in Cristo oltre la morte.

Il 6 maggio 2017, cominciò a stare male, era sabato.  Il fegato, malato, invece di filtrare il sangue lo intossicava provocando sonnolenza e fatica.  Nonostante questo, Nino si è davvero allettato solo qualche ora prima di morire. Voleva che lo portassimo in giro per i boschi e mi parlava a profusione della bellezza del creato e di come «tutto loda Dio» e di come, anche, gli uomini dovessero di conseguenza lodare Dio.

Il venerdì 12 si è allettato. Il respiro si è cominciato ad accorciare, la mattina del sabato 13 maggio, intorno alle 5. Alle 9 più o meno cominciò a chiedere di essere messo seduto con insistenza. «Presto», diceva. L'ho messo seduto. Mi sono seduto di fianco a lui, l'ho abbracciato e ho poggiato la sua testa sul mio petto e la mia sulla sua. Si è calmato di botto. Poi, all'improvviso, ha cominciato a piangere, un pianto sommesso, quasi come un bambino. Dopo dieci minuti circa di pianto, di botto, ha smesso di respirare. Tocco il polso ma non ho risposta. Quando l'abbiamo sdraiato, ci siamo accorti che il Signore era venuto a prenderselo, anzi, Sua Madre, visto che il 13 maggio era il centenario di Fatima. È partito così alle 9.40”.

Il funerale è avvenuto lunedì 15 maggio 2017. La sua ricerca di Dio si è conclusa il 13 maggio 2017. Ora il suo corpo riposa nel cimitero di Borgo alla Collina e la sua anima riposa, finalmente, in Dio.

Don Flavio Peloso

 

[1] Padre Marco Pavan riferisce: “Il germe della vocazione monastica è stato gettato a 17 anni, se non ricordo male. A quell'età, infatti, ha letto La montagna dalle sette balze di Thomas Merton, che lo ha colpito al punto tale che voleva entrare seduta stante in monastero. Ricordo che mi disse di aver parlato di questo suo proposito con un Padre che lo ha dissuaso, adducendo la sua giovane età e, se non sbaglio, anche il fatto che avrebbe fatto meglio ad aspettare. Così, il germe è stato gettato ed è rimasto in incubazione per diversi anni”.

[2] Don Adriano Marioni, articolo Pontecurone, una primizia da tempi nuovi, "Il Popolo Dertonino", 17 gennaio 1993.

Commenti
Lauro Chieregatto
3 gennaio 2019 alle 20:40
Io sono stato un suo compagno alle medie e al ginnasio. Ricordo che spesso lo trovavo in chiesa a pregare, nel nascondimento. Io uscii dal seminario, percorrendo altre strade, ma quando festeggiai il mio ventesimo compleanno egli venne a casa mia, nellalessandrino, e mi disse: "Sono uscito dalla casa orionina perché voglio farmi Monaco!" Di lui persi tutti i contatti. Ma nel 2017 lo cercai al suo paese per sapere di lui. Lo trovai in una epigrafe. I funerali si erano svolti qualche giorno prima. Ora mi resta solo il suo ricordo, caro e importante.

Gianluca Barile
15 giugno 2019 alle 15:59
come si capisce dal cognome, il legame è di Sangue con Nino. È mio zio e ogni giorno che mi sveglio penso a quanto sia fortunato ad averlo nella mia vita. Lho tenuto lontano anni da me, ma lui mi ha aspettato. Senza di lui, mi sento perso e prego ogni giorno che io possa rimediare al mio errore perché Nino per me è il centro di gravità. A presto zio e ancora scusa, so che mi perdonerai



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