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Messaggi don Orione
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Pubblicato in: Don Orione oggi

La recente visita nel Chaco argentino e in Paraguay, mi ha dato occasione di conoscere i frutti dell’impulso missionario dato da Don Orione 75 anni fa.

Carissimi Lettori

Scrivo questo Editoriale dal Chaco, in Argentina, uno dei luoghi che fecero vibrare di più alta intensità apostolica la corda missionaria del cuore di Don Orione. È un viaggio programmato da tempo e compiuto sui passi di Don Orione che qui venne nel suo ultimo viaggio missionario, nel giugno 1937.

Come ricordo e meditazione, e anche come preparazione al Convegno missionario del 20-23 novembre prossimo, ho rivissuto le parole di Don Orione sulla sua visita nel Chaco.
            Da pochi mesi, alcuni confratelli erano là, a Saenz Peña e al santuario di Nostra Signora di Itatì (Corrientes). Suo grande desiderio era di andare personalmente nel Chaco e lì aprire il cammino della Congregazione.

Il 17 marzo scrisse al Visitatore, l’abate Emanuele Caronti, che era il suo superiore, una lettera in cui svela tutto il suo animo e i suoi progetti missionari.

 

La lettera missionaria
            «Don Sterpi Le avrà parlato che si è messo un piede nel centro del Chaco, date le insistenze dei due Vescovi e della Nunziatura, per la necessità di quelle anime. Ho accettato con riserva, e quando tutti avevano rifiutato: anche l’Ispettore dei Salesiani mi disse che egli aveva rifiutato. Ho pregato un po’, forse troppo poco... Credo che gli altri non abbiano accettato e per il caldo insopportabile e per la grande povertà: ma noi vogliamo essere poveri e pei poveri. Ho pensato che, se V.E. fosse stata qui, mi avrebbe data la benedizione, ed ho pensato a tutte quelle anime e a Gesù Cristo, e che mia madre mi diceva che, in mancanza di cavalli, trottano gli asini, e noi siamo proprio gli asinelli della Provvidenza o, almeno, desideriamo esserlo.

Se sapessi di star qui, Le chiederei di andare io al Chaco per morirci, cioè, per consumarmi, e vivere da vero missionario. Saenz Peña è città di circa 20 mila abitanti, con altri 10 mila sparsi nel contado a distanze enormi: ci vogliono ore e ore di auto. Vi sono i protestanti di varie sètte che lavorano ed hanno sale evangeliche, chiese, biblioteche, ecc., vi è la sinagoga, perché colà molti sono gli ebrei; da chiesa cattolica funziona una stanza, e l’altare consiste in tre tavole inchiodate su due cavalletti , poi vi è una stanzetta per dormire.

La più parte dei ragazzi sono figli naturali, la più parte delle famiglie non sono fondate sulla Chiesa; moltissimi sono da battezzare: quando si arriva a sposare le figlie, si cerca di sposare anche le madri. La corruzione dei costumi, dato poi anche il clima, è spaventosa. Ho mandato là un sacerdote lombardo (Don Enrico Contardi), di 50 anni, che fu sempre un angelo, cresciuto fin da ragazzo dalla Divina Provvidenza. Ho accettato “sub conditione”, perché mi sentivo l’anima lacerata, e ricordavo le parole del Santo Padre: “Non fermatevi nelle città, ma andate nell’interno, dove pochi o nessuno va, perché non c’è guadagno”.

Ho un desiderio: di amare il Signore e di amare la Santa Chiesa, le anime, i poveri, i fanciulli poveri, gli abbandonati, la classe povera, gli operai, i comunisti. Vorrei morire per questi miei fratelli, e vorrei essere dimenticato da tutti, vivere e morire dimenticato da tutti, sotto i piedi di tutti, e solo amare Gesù, la Santa Chiesa e tutti, e perdermi nel Signore: io, indegnissimo, che ho tanto peccato, che sono stato tanto cattivo col Signore e con la Madonna, e non ho tesoreggiato i doni del Signore”.

La prima tappa a Saenz Peña

Probabilmente, l’abate Caronti gli prolungò ancora un poco il permesso di rimanere in Argentina e così Don Orione finalmente poté partire in battello verso il Chaco, risalendo le grandi acque del Paranà, da dove scrisse: «Vado a Saenz Peña, nel Chaco, e poi al santuario di Itatì che è di fronte al Paraguay, dove si parla il guaranì... C’è nel mio animo un grande amore e un grande dolore insieme, non lo posso nascondere, ma tutto è pel Signore, per le anime e per la nostra fede».

Il 25 giugno 1937 sbarcò a Barraqueras e con un’auto raggiunse Resistencia, la capitale del Chaco. Andò a salutare il Vescovo e subito proseguì verso Saenz Peña, seconda città del Chaco, a 230 chilometri più nell’interno. Lì già c’era dal febbraio del 1937, una parrocchia tenuta da Don Contardi.

Fu un incontro commoventissimo per tutti e due.

Nell’estrema povertà, Don Contardi aveva fatto miracoli. Era là sentinella di Dio in mezzo a un popolo senza chiesa. Vedere e conoscere questa situazione smosse tutto il sentimento missionario di Don Orione. La mattina dopo, 26 giugno, verso le 11, Don Orione lasciò Saenz Peña e prese il treno per Resistencia.

Anche la mia prima meta nella visita al Chaco è stata Saenz Peña. Oggì c’è la grande parrocchia “Nuestra Señora de Itatì” e 12 cappelle-comunità del “campo”, alcune a 40 chilometri dalla chiesa principale. Sono piccole comunità rurali, distanti anche 10-15 km una dall'altra - che custodiscono il tabernacolo e la fede in questa immensa pianura del Chaco coltivata a cotone, frumento, soia, mais e girasole. Il giro è stato lungo, ma ovunque la gente aspettava la visita e una benedizione.

In città abbiamo una grande scuola con altre 2.400 alunni e un Piccolo Cottolengo con Hogar de Niños delle Suore orionine.

 

Al Santuario di Itatì

Don Orione, dopo la rapida visita a Saenz Peña, partì in treno per Resistencia e alla notte riposò nella vicina Corrientes, ospite , del Vescovo, Mons. Francisco Vicentin.
Alle 5 della mattina, del 27, Don Orione ripartì in auto per Itatì, a circa 80 km.

«È stata una corsa velocissima - scrisse Don Orione - , tutta a sobbalzi, per le strade a fosse e a montucchi, sì che, per non andare sconquassato col mio mal di reni, ho dovuto, per tutto quel tempo, tener ritte, ben piantate e irrigidite le braccia sul sedile, onde salvarmi, in una manovra continua di alti e bassi: mi pareva di andare sulle montagne russe. Finalmente comparve il santuario di Itatì, e fu un gran respiro! La stanchezza e il mal di reni se n’andarono. Tutto scomparve. Quando entrai, la chiesa era piena di popolo devoto; mi sono inginocchiato in fondo, nel cantuccio del pubblicano, e ho sentito tutta la felicità di trovarmi in casa della Madonna...».

Io sono arrivato a Itatì con un’auto e una strada ben più comode. Ma giungendovi, domenica 16 ottobre alle 18.30, la sorpresa è stata superiore ad ogni aspettativa. Alle 19, già mi aspettava la celebrazione della Messa in azione di grazie per i 75 anni di presenza della Congregazione a Itatì. Nel santuario, grande, solenne e armonico nell’architettura, c’era una folla immensa, circa 10.000 persone contiene, e 300 chierichetti per il loro raduno.
            Si tratta di un’opera ardita realizzata dal nostro confratello Don Benedetto Anzolin. Don Orione desiderava che fosse un tempio degno della Madonna e segno di romanità. È a pianta rotonda, di circa 80 m di diametro, con una cupola alta 80 metri sovrastata dalla statua della Madonna alta di 8 metri.

A Itatì, ci sono 7 nostri Confratelli molto impegnati e contenti nella pastorale del Santuario, nella Parrocchia che conta anche comunità e cappelle rurali, nelle attività caritative. “Accanto a un’opera di culto sorga un’opera di carità” e a Itatì ci sono varie opere: Scuola primaria e secondaria, Scuola speciale e soprattutto il Piccolo Cottolengo, proprio a fianco del Santuario.


            Barranqueras

 Arrivando, mi hanno detto che, dopo Don Orione, sono il primo Superiore generale che giunge a Barranqueras. La sorpresa, l’entusiasmo e le giornate piene di incontri di ogni tipo sono stati i segni eloquenti di questo fatto.

La presenza degli Orionini a Barranqueras iniziò nel 1943, in risposta ai tanti appelli del Vescovo e al desiderio del cuore apostolico di Don Orione, ferito dalla mancanza di sacerdoti.
            La gente di Barranqueras ricorda che qui Don Orione sostò, quando viaggiò in nave risalendo il grande fiume Paranà per raggiungere il Chaco. Il 25 giugno 1937 sbarcò proprio a Barranqueras, il porto di Resistencia, e con un’auto raggiunse la vicina capitale per andare subito a salutare il vescovo Mons. Di Carlo che lo condusse a conoscere la città “perché vedessi quanto è grande. Conta ora più di 50.000 abitanti solo nel centro. E ha una chiesa sola, non grande e non bella, e soltanto tre sacerdoti, compreso il Vescovo: tre apostoli; il Vescovo poi è di un dinamismo da San Paolo”.

A Barranqueras, Don Orione ripassò la mattina del 26 giugno, quando in treno ritornò da Saenz Peña a Resistencia.

Barranqueras è oggi una città di 60.000 in cui vibra particolarmente il ricordo e l’affetto orionino. Isabel, la responsabile del Movimento Laicale Orionino, che mi ha accompagnato per una visita alla città, mi ha fatto notare come sui negozi e nelle strade appaia spesso il nome di Don Orione. "Anche un negozio di ebrei è dedicato a Don Orione".
            A Barranqueras, ora abbiamo una grande parrocchia di circa 30.000 abitanti con una bella chiesa, che è anche santuario diocesano, dedicata all'Immacolata.

Oltre alla sede centrale vi sono otto “cappelle-comunità” nella periferia più povera.
Mi attendevano in ciascuna di queste comunità, alla porta della loro cappella, fieri della visita del successore di Don Orione. Questa prerogativa copriva ogni altra considerazione e interesse, tanto è viva la loro devozione al Santo.

In ciascuna comunità ho potuto lasciare un saluto, un incoraggiamento alla fede, una reliquia, un rosario e la benedizione “nel nome di Don Orione”. E’ stato un giro un poco faticoso per strade sterrate ma mi ha fatto tanto bene all’anima.

Anche a Barranqueras funziona la strategia missionaria orionina, che unisce opere di carità alle opere di evangelizzazione. Per i più poveri ci sono la Scuola infantile, la Scuola Primaria e la Secondaria, il “Centro de dia” presso la cappella San Rocco e l'Hogar-Guarderia delle nostre Piccole Suore Missionarie della Carità, con un’ottantina di bambini dai 2 ai 12 anni in situazioni di abbandono.

A Barranqueras ho percepito uno speciale entusiasmo orionino. Del resto, le "barranqueras" - da cui prese nome la città - erano le donne che lavavano i panni sul bordo del fiume. Sì, come le famose "lavandaie" di San Bernardino a Tortona, entusiaste di Don Orione tanto da alzare i loro zoccoli in sua difesa.


            In Paraguay

Don Orione ripartì da Itatì il 29 giugno con un battello che andava verso Corrientes percorrendo il fiume Paranà, largo due chilometri, maestoso, fino a alla città di Rosario. Guardò e benedisse il Paraguay, sull’altra sponda del fiume.

Io, invece, da Itatì,  il 18 ottobre, a bordo di una piccola barca a motore, ho potuto attraversare il grande fiume Paranà per giungere a Ita Corà (Paraguay).
Ho trovato i tre Confratelli e le tre Piccole Suore Missionarie della Carità che animano con generosità, con sacrificio e in buona armonia quattro Parrocchie rurali: “Ntra. Sra. del Rosario” di Mayor Martínez, “Santa Rita” di General Díaz, “Ntra. Sra. del Carmen” di Desmochados e “Inmaculada Concepción” di Villalbín. Queste 4 parrocchie, a loro volta comprendono 43 Compañias, quasi tutte con la loro piccola comunità e Cappella.

Anche il Paraguay tiene la paternità missionaria di Don Orione. Infatti il Fondatore, a Roma, incontrò un giovane sacerdote paraguayo, Ramòn Bogarin Argaña, e gli predisse un futuro apostolico e che sarebbe toccato a lui, prima di morire, aprire le porte del Paraguay ai Figli della Divina Provvidenza.

Questo si avverò. Mons. Bogarin Argaña divenne Vescovo e, dopo molta sua insistenza, il primo Orionino, Don Angelo Pellizzari, giunse nel Ñeembucú, zona meridionale del paese, nell’agosto del 1976. Presto fu seguito da Padre Luis Cacciutto e da fratel Eduardo Gómez che presero a lavorare in una zona rurale poverissima. Nel 1983, giunsero in questa zona missionaria anche le Suore orionine.

Con i Confratelli ho fatto il giro delle 4 Parrocchie e di alcune Cappelle su strade sterrate, in mezzo all’estéro, cioè a campi allagati ricchi di vita e di animali d’ogni specie, in cui la potente auto faticava non poco a superare passaggi difficili.
Ricordo la Messa presso la piccola cappella dedicata a San Luca, qui invocato come medico per la protezione di persone e di animali: qualche decina di persone aspettano i sacerdoti, si confessano mentre insieme dicono il rosario, partecipano alla Messa e alla fine scambiano il tereré e la sopa paraguaya.

Ricordo l’incontro con i consigli pastorali, la visita a qualche famiglia.

La povertà è davvero avvolgente e fa da sfondo a una natura esplosiva nella sua primavera e alla gente che vive umilmente ma sempre nobile e serena.

I giovani della scuola mi hanno posto tante domande sul futuro e sul progresso che intravedono con i mezzi di informazione, ma tanto lontano dalla società in cui vivono.
La fede e la chiesetta costituiscono un’autentica ricchezza per questa gente. Ma manca ancora a troppe persone.

Al mattino presto, sono risalito sulla piccola barca per ripercorrere il tratto del grande fiume che porta a Itatì. Il motore squarcia per un attimo la secolare maestà della natura e divide le acque. Poi tutto si ricompone. Continua l’inno missionario intonato da Don Orione proprio navigando sul fiume Paranà: “Tutti, oggi, insieme con me, lontani ma non divisi, dispersi eppur tutti uniti nella comune Fede e nello stesso amore di figli amatissimi. Oh le gioie grandi della Fede!”.

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