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Messaggi don Orione
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Autore: Don Flavio Peloso
Pubblicato in: Don Orione oggi

“Certe cose i laici non le sanno e non le possono fare”. “I preti non sanno collaborare”. Laici sì, laici no, preti pochi: non è tutto lì il problema.

Ho visitato in alcune nazioni dell’Africa o del Brasile, Argentina, Filippine, parrocchie dove due o tre sacerdoti curano un territorio grande come una diocesi, composte di 50 e più comunità cristiane autonome, ciascuna organizzata con la propria chiesa e attività pastorali. Il prete arriva quando può, ma le comunità sono vive, con laici che si occupano della preghiera, della catechesi, della comunione eucaristica, della carità, dell’economia, dei registri parrocchiali.

Anche in Italia ci sono tanti paesi senza sacerdote, ma invece di moltiplicare le comunità si tenta di… moltiplicare i preti, facendoli celebrare tre quattro e più Messe alla domenica. In molti paesi, e qualcuno neanche tanto piccolo, il prete arriva cinque minuti prima della Messa, celebra, e via in macchina per raggiungere un altro paese. E la vita di quella comunità cristiana è tutta lì. Qualche volta si tenta di inserire un diacono permanente o un ministro straordinario dell’Eucarestia per sostituire il sacerdote nelle celebrazioni domenicali. A volte imperizia, presunzione e pregiudizi hanno fatto naufragare l’esperienza.

In Italia, il rapporto diretto prete-fedeli è generalmente ancora il modello unico e insostituibile, pur con alcune varianti e accorgimenti. La visione di comunità cristiana, con laici responsabili e il sacerdote al “cuore della comunione” stenta proprio a decollare. “Mancano i preti”, dicono tutti. “Mancano i laici”, dice qualcuno.

 

È ancora l’ora dei laici?

Il Novecento è stato definito il secolo dei laici. E’ l’"ora dei laici", si è detto dopo il Vaticano II con un po’ di enfasi, ma anche con convinzione e verità.

Indubbiamente, è facile riconoscere i grandi passi in avanti compiuti dalla teologia e un poco dalla vita pastorale a riguardo della vocazione e del ruolo dei laici nella Chiesa. A partire dal Concilio Vaticano II si è sviluppata una nuova coscienza e avviata una nuova prassi. Però non pochi problemi ostacolano la vocazione propria dei laici nella vita della comunità cristiana.

A volte, è successo che l’inserimento dei laici nella vita e nelle responsabilità pastorali è avvenuto con scarsa preparazione, con più problemi che risultati, bruciando, come una gelata a primavera, i primi germogli e l’abbozzo dei nuovi frutti. E così si è tornati a “sicut erat in principio” con buona pace di tutti: dei preti, confermati nell’idea che “certe cose i laici non le sanno e non le possono fare”; dei laici, scoraggiati o arrabbiati perché “i preti non sanno collaborare”; e della gente che vede spegnersi la vita parrocchiale rimpiangendo “non è più come una volta”.

Per rilanciare la fiducia e l’impegno dei laici nelle comunità cristiane, occorre ripartire da una verità basilare: la Chiesa è comunione.

 

Grazia e Missione

La Chiesa non è una “impresa” o “azienda”. La Chiesa è comunione, è comunità di chi ha incontrato e vive Gesù. Si tratta di partire dall'unità-comunità per giungere poi a sviluppare in essa servizi e ruoli. E non viceversa.

Già! Comunione e comunità sono spesso sogno e frustrazione, soprattutto in questi tempi segnati da un individualismo onnipervasivo e dalla cultura del fai-da-te anche religioso.

Quali corde interiori possiamo toccare per dare note di comunione nelle nostre comunità? Da sempre, sono principalmente due: la corda della Grazia e la corda della Missione. E ciò vale anche per quelle comunità pastorali speciali che sono – e devono essere – le opere caritative, assistenziali ed educative della Congregazione orionina.

Ricordiamo che la comunione sorge più da un bene, da una ricchezza, da una gioia che non da un bisogno. È la Grazia, cioè il bene-bellezza-esperienza della vita in Gesù, a mettere in comunione. È questo il bene che dilata il cuore verso gli altri. Don Orione, con San Paolo, direbbe “la carità di Cristo ci spinge”.

Tradotto in pratica significa che per incrementare la comunione e la collaborazione nella comunità occorre incrementare seriamente la vita di Grazia curando i sacramenti, la preghiera, l’ascolto della parola di Dio, la continua conversione a Gesù.

Inoltre, è la Missione che suscita comunione e forma la comunità cristiana. La missione condivisa avvicina, purifica, educa e unisce i cristiani nella comunità, così come il futuro dei figli e il bene della famiglia educa e unisce gli sposi.

Come in una famiglia, così anche nella comunità cristiana va evitato il rischio di un eccessivo ripiegamento interno, magari con la giustificazione che “dobbiamo crescere noi prima di pensare agli altri”. Molte parrocchie sono quasi esclusivamente concentrate nella cura pastorale “dei vicini”, con poco slancio missionario verso “i lontani”.

Se la comunione non è feconda va in crisi. Don Orione chiamò “funesta illusione” e “diabolico inganno” quello di pensare “che io prete debba occuparmi solo di chi viene in chiesa e ai Sacramenti, delle anime fedeli e delle pie donne. Certo il mio ministero riuscirebbe più facile, più gradevole, ma io non vivrei di quello spirito di apostolica carità verso le pecorelle smarrite, che risplende in tutto il Vangelo”.

La missione fa maturare l’unione della comunità. Tradotto in pratica significa che la comunità cristiana, se vuole crescere, deve mettere subito e sempre in atto scelte “missionarie” di evangelizzazione e di carità.

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