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Messaggi don Orione
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Pubblicato in: MESSAGGI DI DON ORIONE n. 115, anno 36, 2004, p.57ss.

Che tipo di prete fu Don Orione e a quale tipo di prete formava.
Ci sono alcune forti analogie tra la vita della Chiesa al tempo di Don Orione e la vita della Chiesa di oggi, tra il modello di prete vissuto e formato da Don Orione e quello esigito dal tempo attuale.


DON ORIONE: QUALE PRETE?

 

Flavio Peloso*

 

 

               Tempi diversi e interessanti analogie

 “I tempi corrono velocemente, e sono alquanto cambiati e noi, in tutto che non tocca la morale, la dottrina e la vita cristiana e della Chiesa dobbiamo andare e camminare coi tempi e camminare alla testa dei tempi e dei popoli, e non alla coda, e non farci trascinare; per poter tirare i popoli e portare la gioventù e i popoli alla Chiesa e a Cristo, bisogna camminare alla testa. E allora toglieremo l’abisso che si va facendo tra Dio e il popolo”.[1]

San Luigi Orione ha avuto sempre vivo il senso del cambiamento, la percezione delle diversità, la necessità di duttilità ai tempi, ai luoghi e alle culture. Pertanto, lungi da noi la tentazione, neppur giustificata da amore e devozione, di fare di lui uno stereotipo per tutte le stagioni. Sarebbe non aver compreso proprio una delle caratteristiche sue più tipiche: la modernità, intesa non tanto come modello socio culturale, quanto piuttosto come atteggiamento spirituale e operativo da lui espresso come un “camminare alla testa dei tempi e dei popoli” motivato dalla finalità apostolica del “togliere l’abisso che si va facendo tra Dio e il popolo”. La formula “fedeltà creativa”,[2] particolarmente cara al Papa Giovanni Paolo II, ben si addice all’atteggiamento di “modernità” vissuto e trasmesso da Don Orione.

Ciò premesso, ha un certo interesse rilevare alcune analogie tra la vita della Chiesa al tempo di Don Orione e la vita della Chiesa di oggi, tra le risposte date da Don Orione e quelle che siamo chiamati a dare noi oggi.[3] I Santi sorgono nelle diverse epoche, suscitati dal Signore, per rispondere - spesso assieme ad un gruppo, ad una famiglia di seguaci - immettendo e rianimando quei valori evangelici e quella azione apostolica di cui la Chiesa ha bisogno per il suo bene-essere e per svolgere il suo compito di “sacramento universale di salvezza”. In quanto “evangelici” e “spirituali” quei valori e atteggiamenti sono “cattolici”, cioè destinati a dialogare con le diverse epoche e le diverse culture. Mi pare utile evidenziare tre analogie con i tempi attuali:

1) la necessità di rinsaldare l’unità interna-pastorale della Chiesa;

2) l’urgenza di promuovere un’azione apostolica più penetrante (oggi si direbbe di “nuova evangelizzazione”); 

3) la convinzione che l’azione pastorale va accompagnata con la testimonianza della carità.

A ciascuna di queste necessità della vita della Chiesa sono corrisposti atteggiamenti, in Don Orione e nella formazione sacerdotale da lui trasmessa, riassumibili in tre slogans, ben conosciuti nel linguaggio orionino:

  1. Preti figli, e non servi (o funzionari)
  2. Preti fuori di sacrestia
  3. Preti dalle maniche rimboccate.

 

I. Per una più forte comunione nella chiesa,“preti figli, non servi”

La “santa Madre Chiesa

Tra le immagini ecclesiologiche bibliche e care alla tradizione, Don Orione privilegiava indubbiamente quelle che esprimo­no la realtà misterica, vivente della Chiesa: "Corpo di Cristo", "Sposa di Cristo", e, soprattutto, "Santa Madre Chiesa". Scriveva: “Quando si sente e si tocca, direi, la verità delle espressioni di Paolo, che cioè: come mistico Corpo di Cristo, la Chiesa, è uno e tutte le membra di questo Corpo, pur essendo molte, sono un sol Corpo... Mirabile unità, vitale e organica, della Santa Chiesa!”. [4]

Lo zelo apostolico del sacerdote, ma di ogni cristiano, sgorga dalla percezione viva dell'unità della Chiesa. La sensibi­lità e il dolore per le divisioni e per le “sedie vuote” in chiesa poggia su un'esperienza della Chiesa intesa come corpo vivo, uno. Nasce dallo spirito e atteggiamento di figli.[5]

Don Orione con la sua visione mistica di Chiesa reagiva a tendenze ecclesio­logiche - presenti allora come oggi - che non favoriscono il suo cammino nella storia: la tendenza ad una "riduzione sociologica", tempora­le, e la tendenza ad una "riduzione spirituale", ideale, della Chiesa.[6] Ambedue le tendenze portano alla perdita della visione misteri­ca della Chiesa, realtà divino-umana, spirituale e temporale.

La attenua­zione della visione sacramen­tale, incarna­ta, della Chiesa ("ur sacrament") attenua anche la visione e l'urgenza della sua unità, già data e da ricercarsi come nota imprescin­dibile. Don Orione spiegava questa urgenza con semplicità: "No, no, l'unità generica con la Chiesa non basta alle anime veramente cattoliche: esse vogliono più intimamente unirsi, coi fratelli, al sacerdote celebrante, 'cor unum et anima una' vivere la vita intima della Chiesa e sui saldi fondamenti di essa poggiare la loro pietà".[7]

Don Orione "crede" nella Chiesa. Non è animato da una specie di entusiasmo ingenuo e umano; ne conosce la santità e la fragili­tà. Essa è la "Sposa di Cristo" - forse "pallida Sposa di Cristo" da rinvigorire con il sangue della carità, come ebbe a dire con Santa Caterina da Siena -, ma sempre viva, amante, generante, provvidente verso gli uomini e la società con il dono più prezioso: la vita divina per l'opera dello Spirito Santo. E riproponeva il noto assioma di San Cipriano: "Non avrai Dio per Padre se non avrai la Chiesa per Madre".[8]

Sentire Ecclesiam

La comunione ecclesiale non è data solo da un "sentire cum Ecclesia", ma dal "sentire Ecclesiam": è l'esperienza e l'insegna­mento costante di Don Orione. [9] "E chi non ha provato questa gioia del Cristianesimo ne ignora la più profonda bellezza!". Don Orione stava parlando della "grande gioia di sentir dilatata la povera anima nell'unione mistica della Chiesa".[10]

Don Orione visse come priorità carismatica, importante per la vita della Chiesa, lo scopo di "rafforzare l'unità interna ed esterna della Chiesa" tanto insidiata nel suo tempo non meno di quanto lo sia oggi. Soprattutto l’unità con il popolo semplice, con la gente, con i poveri era, ed è, minacciata. Ed ecco la sua risposta: da figlio della Chiesa, cercherà di rendere presente, tangibile alla gente che incontrava, o a persone in crisi di unità con la Chiesa, la "maternità" della Chiesa stessa attraverso le opere della carità. Come intendeva far sperimen­tare la "provvidenza di Dio" così, inseparabilmente, voleva far speri­mentare la "maternità della Chiesa". "La Chiesa ha sempre curato i poveri - osservava - ed il popolo crede che la Chiesa sia sua matrigna".[11]

In questo contesto di Chiesa "Corpo di Cristo",[12] “santa Madre Chiesa”, si può comprendere la ecceziona­le passione di Don Orione per l'unità della Chiesa con i suoi Pastori e con il Papa, in particolare. Lui e i suoi Figli fanno un quarto voto di "speciale fedeltà al Papa" che esprime in senso 'eminentiore' l'unità con la persona del Papa (ministe­ro petrino), ma richiama l'insieme delle relazioni e degli atteggia­menti di unità nella Chiesa. È Don Orione stesso a esplicitare questa "fedeltà al Papa" anche come "fedeltà ai Vescovi che Cristo ha posto a reggere la Chiesa" e al popolo e soprattutto ai poveri. È una esigenza teologi­ca e  - verrebbe a dire - "fisiologica", mistica. Il Papa è il "capo", in quanto segno storico del "Capo di quel Corpo che è la Chiesa".[13] "Unum corpus sumus in Christo, unum corpus sumus in Papa".[14]

Perciò, l'unità nella Chiesa, prima ancora di essere fatta di ortodos­sia, obbedienza, disciplina ("sentire cum Ecclesia"), è appartenenza di figli, è vita (sentire... “vivere Ecclesiam”). "A questa Santa Madre Chiesa e al suo Capo, il Papa, noi ci siamo dati per la vita e per la morte, per vivere della sua fede, del suo amore, della sua piena obbedienza e disciplina con dedizione piena e filiale, a nessuno secondi"; "vivere e sacrificarsi per tutti i poveri di ogni età, di ogni nazione e religione, senza eccezione, sani o malati. Suo fine partico­lare è di tenere uniti i piccoli e gli umili lavoratori e operai e fortemente attaccati alla Chiesa Madre e al Papa".[15]

 

Costruttori di unità

Il dialogo, la correzione fraterna, l’aiuto gratuito, il riconoscimento e la valorizzazione dei beni degli altri, anche “extra ecclesiam”, sono il soggetto di tante meravigliose pagine di vita di Don Orione e necessità impellente di oggi. Tali atteggiamenti si basano sulla percezione dell'azione dello Spirito che “ordina” tutti e tutto ad una "certa comunione" ecclesiale. Di qui nasce l'autentica fiducia, la tenace pazienza e il fattivo coraggio della ricerca dell'unità.[16] E nasce anche la speranza che sa leggere i segni di un cammino storico che è nelle mani di Dio e che passa attraverso il cammino della Chiesa. "Essa sola è sicura di battere le vie della Provvidenza, e solamente seguendo lei possiamo essere tranquilli che sebbene queste vie possano sembrarci oscure, sono sempre rette".[17]

La Chiesa è chiamata continuamente alla missione, è inviata al mondo ad annunciare e testimoniare Cristo, deve continuamente proporsi come mistero di comunione: raccogliere tutti e tutto in Cristo; essere per tutti "sacramento inseparabile di unità" (“Instaurare omnia in Christo”).[18]

Don Orione espresse così, con tono profetico frutto di fede, la sua visione della comunione della Chiesa:

"Verrà... quel giorno in cui l'umanità tutta andrà portata, irresistibil­mente, ai piedi di Gesù Cristo, attorno a cui solo sentirà di poter ritrovare quell'unità morale che sì ansiosa­mente va cercando! Verrà il giorno in cui le nazioni, strette attorno a Cristo, si sentiranno sorelle! Dalla Penteco­ste in poi le nazioni divise tendono verso l'unità, e vi giungeranno; ma pel Signore e Dio nostro Gesù Cristo. Cristo avanza! Chi è che non veda come si vada preparando il terreno al più grande trionfo di Cristo, all'unificazione cioè spiritu­ale di tutto il mondo sotto la Croce?... Quest'opera non poteva compiersi in un giorno, doveva essere l'opera dei secoli, doveva essere il cammino perenne della Chiesa, la quale risplende e vive della vita del suo Cristo, affinché tutto l'universo sia un solo ovile, sotto la guida di un solo Pastore...: Cristo nel suo Vicario, il Papa!". [19]

 

II. Per una nuova evangelizzazione, “preti fuori di sacrestia”

Non occorrono molte parole per dire tutta la necessità di una nuova evangelizzazione, tanto ai tempi di Don Orione come in quelli attuali. Diremo qualcosa sulla qualità dei nuovi evangelizzatori.

 Don Orione è apparso sulla scena ecclesiale del suo tempo - lui e il suo manipolo di “facchini della Divina Provvidenza” - con un nuovo stile di essere prete, di essere apostolo, con un nuovo stile di fare pastorale. Guardare a lui può suscitare buoni pensieri e buone decisioni anche a noi oggi.

“Nella luce del divino Risorto e sotto la guida dei legittimi pastori, dobbiamo promuovere una forte opera di penetrazione cristiana specialmente tra il popolo lavoratore; lavorate a riportare a Gesù Cristo e alla Chiesa le classi degli umili”.[20]

Don Orione con il suo solito parlare schietto che andava dritto al cuore dei problemi, in data 12.1.1930, scriveva ai suoi "Cari figliuoli di San Paolo in Brasile":

"Ci vuole un illuminato spirito di intrapresa, se nò certe opere non si fanno: la vostra diventa una stasi, non è più vita di apostolato ma è lenta morte e fossilizzazio­ne. Avanti, dunque! Non si potrà fare tutto in un giorno, ma non bisogna morire né in casa, né in sacrestia: fuori di sacre­stia! Non perdere d'occhio mai la Chiesa, né la sacrestia, anzi il cuore deve essere là, la vita là, là dove è l'Ostia; ma, con le debite cautele, bisogna che vi buttiate ad un lavoro che non sia più solo il lavoro che fate in Chiesa".[21]

"Dobbiamo essere santi, ma farci tali santi che la nostra santità non appartenga solo al culto dei fedeli, né stia solo nella Chiesa, ma trascenda e getti nella società tanto splendore di luce, tanta vita di amore di Dio e degli uomini da essere, più che i santi della Chiesa, i santi del popolo e della salute sociale".[22]

Don Orione avvertiva che un simile tipo di presenza aposto­lica rispondeva ad una esigenza interiore di fedeltà evangelica, ma anche alla missione della Chiesa nei nuovi tempi e ai bisogni della gente. Ricordiamo che a partire dalla fine del secolo scorso, fenomeni sociali, ideologie e progetti politici stavano sgretolando la tradizio­nale coesio­ne del popolo attorno alla Chiesa e alla fede. Don Orione avvertiva i segni di un preoccupante allontana­mento delle masse dalla fede cristiana con conseguente disorien­tamento e impoverimento di civiltà. Si incontrano spesso nei suoi scritti degli sguardi "a tutto campo" sulla scena storica della società del suo tempo.

"I popoli sono stanchi, sono disillusi; sentono che tutta è vana, tutta è vuota la vita senza Dio".[23]

"Siamo Figli della Divina Provvidenza! Non siamo di quei catastrofici che credono il mondo finisca domani; l'ultimo a vincere sarà Iddio, e Dio vince in una infinita miseri­cordia".[24]

Lui era un prete, era entrato nella passione per la salvez­za degli uomini attinta soprattutto ai piedi del Crocifisso condividendo quel "sitio" di Gesù morente, che egli tradusse con il grido "Anime e Anime!". L'amore ai fratelli e l'amore a Gesù Cristo furono le due molle potentissime della sua azione aposto­lica.

            "Anime e anime! E lavorare con umiltà, con semplicità e fede, e poi avanti nel Signore, senza turbarci mai. È Dio che solo conosce le ore e i momenti delle sue opere e ha tutto e tutti nelle sue mani! Avanti con fede vivis­sima, con confiden­za intera e filiale nel Signore e nella Chiesa".[25]

Don Orione, sensibilissimo alla missione della Chiesa, avvertiva lo stacco che andava crescendo tra clero e popolo, tra religione e società, tra devozione e costumi morali. La fede e il vangelo, pur profondamen­te radicati nella tradizione del popolo, sembravano quasi inin­fluenti sui nuovi problemi e interessi della vita familiare, sociale, culturale. Le masse operaie, soprattut­to, erano attratte, sedotte e travolte da altre ideologie e da altri costumi. Occorreva un nuovo modo di essere "sale e lievito del mondo", un nuovo modo di "seminare e arare Cristo nel popolo", come egli diceva.

Era l'urgenza della Chiesa in quel tempo. Ma anche oggi.

Una società come la nostra, che da una parte tende quasi orgogliosamente al materialismo della vita, mentre dall'altra parte sente il vuoto e l'ansia di Dio, necessita di testimoni del mistero, necessita di segni vivi del vangelo.

È da ricordare che Don Orione prende il suo primo "stampo" di pensiero e di azione - da chierico - nell'epoca della Rerum Novarum (1891), e nel tempo della fioritura delle iniziati­ve sociali, culturali e religio­se promosse dall'Opera dei Congres­si. E’ chierico a Tortona nel seminario di Mons. I. Bandi che, per la sua azione e le sue sapienti Lettere Pastorali, è denominato "il vescovo dell'azione sociale cattolica", e che fa rimbalzare negli scritti e da ogni pulpito un motto (di Papa Leone XIII), "Clero fuori di sacrestia!", con il quale intendeva lanciare clero e laici insieme in una nuova pastorale più incarnata, meno amministrativa e più apostolica, popolare.[26]

Quanto fa pensare anche all'oggi il quadro di situazione descritto da Mons. Giuseppe Rognoni, biografo del Vescovo Bandi.

"Quando Mons. Bandi assunse il governo della Diocesi di Tortona, vi trovò una borghesia imbevuta di liberalismo con elementi radicali e massoni anticlericali. Un popolo in cui fermentavano i germi del socialismo ... I cattolici disorientati, senza legami e senz'armi né d'offesa, né di difesa. Anche il clero figlio del suo tempo, per quanto buono, pio e zelante, aveva subìto, senza comprenderne la perfidia, l'influenza della tattica, all'apparenza elegante e nobile, che insinuava la massima: Il prete stia in Chiesa, battezzi, confessi, comunichi, ma non si interessi della vita esteriore".[27]

 

Occorreva però anche un nuovo stile di prete, una nuova spiritua­li­tà. La Provvidenza dispose che in questo clima "na­scesse" Don Orione. Tra mille difficoltà pratiche e tra contra­sti d'ogni genere, Mons. Bandi lo riconobbe come "suo", anzi "prete come lo si vuole dalla Chiesa e dai nuovi tempi".

Un prete di "fede che fa della vita un apostola­to fervido in favore dei miseri e degli oppressi, com'è tutta la vita e il Vangelo di Gesù Cristo... quella fede divina, pratica e sociale del Vangelo, che dà al popolo la vita di Dio e anche il pane. Se vogliamo oggi lavorare utilmente al ritorno del secolo verso la luce e la civiltà, al rinnova­mento della vita pubblica e privata, è necessa­rio che la fede risusciti in noi e ci risvegli da questo sonno 'che poco è più che morte'. È necessario una grande rinascenza di fede, e che escano dal cuore della Chiesa nuovi e umili discepoli del Cristo, anime vibranti di fede, i facchini di Dio, i seminatori della fede!

E deve essere una fede applicata alla vita. Ci vuole spirito di fede, ardore di fede, slancio di fede; fede di amore, carità di fede, sacrificio di fede!".[28]

La salvezza delle anime, che è l'espressione più concreta dell'amore a Dio, fu l'ansia e l'impeto di tutta la vita di Don Orione, sempre guidato nel consumarsi e nel moltiplicare le sue iniziative apostoliche "dalla logica serrata dell'amore", come ebbe a dire Giovanni Paolo II nel discorso di beatificazione.

"La Chiesa e la società hanno oggi bisogno di anime grandi, che amino Dio e il prossimo senza misura, e che si consacrino come vittime alla carità, che è ancora quella che può far ritornare gli uomini alla fede".[29]

“Tutti dovremmo essere animati dal senso dell’apostolato. Oggi chi non è un Apostolo, è un apostata. Lotta santa della conquista cristiana e del regno sociale di Cristo”.[30]

Così Don Orione ricapitolava l'analisi e il progetto pastorale nella Chiesa del suo tempo. Forse noi oggi facciamo tante analisi e tanti progetti pastorali forse perché ci sentiamo deboli e incapaci di prendere sul serio l'unica analisi e l'unico progetto che contano: quello della santità che opera nella carità.

 

III. Per testimoniare la carità, “preti dalle maniche rimboccate”

"La Chiesa e la società hanno oggi bisogno di anime grandi, che amino Dio e il prossimo senza misura, e che si consacrino come vittime alla carità, che è ancora quella che può far ritornare gli uomini alla fede".

E proprio a partire da queste parole, che probabilmente troviamo ovvie e sorprendenti allo stesso tempo, riflettiamo sull'altro elemento di analogia fra la situazione della Chiesa al tempo di Don Orione e quella del nostro fine secolo ventesi­mo. Voglio alludere  alla coscienza ben viva tanto in Don Orione quanto nella Chiesa attuale, che l'evangelizzazione passa attraverso la testimonianza della carità.

 Don Orione, il santo della Chiesa e del Papa, il facchino dell'"instaurare omnia in Christo", è popolarmente più conosciu­to come il "santo della carità", "il padre dei poveri, il benefattore dell'umanità dolorante e abbandonata", lo “stratega della carità”.[31]

Per Don Orione evangelizzare era, prima di tutto, aprire un Cottolengo, un orfanotrofio, era occuparsi dei bambini, dei vecchi, era - in una parola - compiere le opere della carità. La carità per lui era un’apri-porta, una strategia, una condizione della pastorale. Di più, una condizione di “pastorabilità”.

Lo sappiamo tutti: questa è la sua "via" evangelica ed apostolica; questa è la via per cui gli orionini sono orionini; è la via per cui la Chiesa ha riconosciuto la congregazione; è la via che costituisce il carisma, così descritto da Don Orione stesso nel I Capitolo delle Costituzioni: «Fine speciale della Congregazione è diffondere la conoscenza e l'amore di Gesù Cristo, della Chiesa e del Papa, specialmente nel popolo; trarre e unire con un vincolo dolcissimo e strettissimo di tutta la mente e del cuore i figli del popolo e le classi lavoratrici alla Sede Apostolica, nella quale, secondo le parole del Crisologo, il Beato Pietro vive, presiede e dona la verità della fede a chi la domanda (ad Eut. 2). E ciò mediante l'apostolato della carità fra i piccoli e i poveri» (Cap.I delle Costi­tuzioni).

L'insegnamento del Fondatore è, a questo riguardo, quanto mai chiaro, appassionato e continuo: "La carità apre gli occhi alla fede! Opere di carità ci vogliono; esse sono la migliore apologia della Fede Cattolica".

È un messaggio che oggi si inserisce con nuova e accentuata attualità nel continuo richiamo del Santo Padre per "una nuova evangelizzazione" tradotto in programma pasto­rale dalle Chiese locali.

In un passaggio del Documento dei Vescovi italiani "Evangelizzazione e testimonianza della carità",  nn. 9-10, si legge:

"La verità cristiana non è una teoria astratta. È anzi­tutto la persona vivente del Signore Gesù, che vive risorto in mezzo ai suoi. Può quindi essere accolta, compresa e comunica­ta solo all'interno di una esperienza umana, nella quale la consapevolezza della verità trovi riscon­tro nell'autenticità di vita. Questa esperienza ha un volto preciso, antico e sempre nuovo: il volto e la fisio­nomia dell'amore. Sempre e per sua natura la carità sta al centro del vangelo e costitui­sce il grande segno che induce a credere al vangelo. (...)

La 'nuova evangelizzazione', a cui Giovanni Paolo II chiama con insistenza la Chiesa, consiste anzitutto nel­l'ac­compagnare chi viene toccato dalla testimonianza dell'amore a percorrere l'itinerario che conduce alla fede e alla Chiesa. Per sottolineare questo profondo legame fra evangelizzazione e carità abbiamo scelto l'espressione "vangelo della carità". (...)

Il "vangelo della carità" ha saputo scrivere in ogni epoca pagine luminose di santità e di civiltà in mezzo alla nostra gente: è ininterrotta la catena di santi e di sante che con la forza del loro amore operoso hanno dato testimo­nianza al vangelo e reso più umano il nostro paese. È una eredità che dobbiamo custodire, approfondire e rinnovare".

Don Orione è pienamente dipinto, e vorrei quasi dire "spiegato" in queste parole dei Vescovi italiani, scritte dopo 50 anni dalla sua morte. Potremmo ricordare fatti e insegnamenti della sua vita e vi troveremmo una consonanza spirituale e pastorale grandissima.

“Non è solo con le prediche che si convertono le anime, ma anche col lavoro. E, se in tante famiglie di San Bernardino è rientrato il Vangelo, non è per le prediche del Prevosto di San Michele, voi mi capite, ma perché hanno visto i preti lavorare. Il popolo vuol vedere la realtà! Non è quindi solamente il prete con la stola al collo che può fare del bene, ma anche il prete che lavora”.[32]

L’essere preti dalle maniche rimboccate,[33] preti di stola e di lavoro,[34] ha espressioni concrete diverse per religiosi e diocesani, per il prete giovane o per l’anziano, per chi è più portato allo studio o all’organizzazione o al lavoro manuale, per chi si dedica più ai giovani o più agli anziani, ecc., ma per tutti significa vita sacrificata a Dio e donata alla gente; preti a tempo pieno e non ad orario di ufficio, disponibili; prudenti sì nel custodire i tempi di preghiera, di riposo, di studio personale, ma pronti ad accettare una pietà disturbata dalla carità verso i fratelli e una pastorale soggetta alla deregulation prodotta dai bisogni altrui e dagli appelli imprevisti della Provvidenza.[35]

Don Orione, santo dalle maniche rimboccate, attivo, conosceva bene le tentazioni dell'attivismo; Don Orione molto in mezzo alla gente, avvertiva contro i rischi del "mondo".

"Dovete erigere nel vostro cuore delle mura impenetrabili, delle mura di fuoco, dentro le quali non vi possa entrare altro che lo Spirito di Dio che è santo fuoco di dolcissimo amore di Dio e delle anime. Le vostre mura morali, le mura del vostro cuore sono l'Eremo più bello, e sono l'amore di Gesù Crocifisso, Dio e Redentore nostro Santissimo, e l'amore del prossimo: i due grandi e supremi sacri amori e comandamenti della carità".[36]

Mi limito ad offrire ancora qualche sua espressione che può ispirare la vita sacerdotale anche all’inizio del terzo millennio, secondo le diverse situazioni e responsabilità.

"Apriamo a molte genti un mondo nuovo e divino: pieghiamo­ci con caritatevole dolcezza alla comprensione dei piccoli, dei poveri, degli umili. Vogliamo essere bollenti di fede e di carità. Vogliamo essere santi vivi per gli altri e morti a noi. Ogni nostra parola dev'essere un soffio di cieli aperti: tutti vi devono sentire la fiamma che arde il nostro cuore e la luce del nostro incendio interiore, trovarci Dio e Cristo. La nostra divozione non deve lasciar freddi e annoiati perché dev'essere veramente viva e piena di Cristo".[37]

            "Opere di carità ci voglio­no: esse sono l'apologia miglio­re della Fede Cattolica. Bisogna che su ogni nostro passo si crei e fiorisca un'opera di fraternità, di umani­tà, di carità purissima e santissima, degna di figli della Chiesa, nata e sgorgata dal Cuore di Gesù: opere di cuore e di carità cristi­ana ci voglio­no. E tutti vi crederan­no! La carità apre gli occhi alla Fede e riscalda i cuori d'amore verso Dio. Gesù è venuto nella carità, e non colla eloquenza, non colla forza, non colla potenza, non col genio, ma col cuore! con la carità!".[38]

 

Conclusione

Siamo nell’anno della canonizzazione di Don Orione. Celebrare un santo, un "uomo di Dio", è veramente un momento di grazia e di bene per l'anima: è un richiamo alle realtà divine che, sole, rendono la nostra vita terrena veramente umana e, quella eterna, beata. Celebrare Don Orione, in particolare, è vedere la bellezza e la possibilità di vivere alcuni messaggi evangelici che hanno guidato e reso grande la sua giornata terrena. Le sue virtù sacerdotali[39] sono capaci di dare ragione e di ispirare il cammino di santità nel sacerdozio che solo sarà garanzia di felicità di vita e di efficacia apostolica.

Se è noto e caro il proclamato slogan di Don Orione “Solo la carità salverà il mondo”, ricordiamo che egli personalmente visse e ai suoi intimi trasmise la ferma e gioiosa convinzione che “Solo la santità salverà il mondo”.[40]

 

 


* Flavio Peloso, Superiore generale dell'Opera Don Orione.

[1] Riportato in Aa. Vv., Sui passi di Don Orione, Dehoniane, Bologna 1997, p.179.

[2] L’espressione è contenuta e illustrata in Vita consecrata n.37. E’ stata attualizzata per la Congregazione nella Lettera di Giovanni Paolo II in occasione del Centenario dell’approvazione canonica della Piccola Opera della Divina Provvidenza, dell’8 marzo 2004: “Cari Figli della Divina Provvidenza, la Chiesa attende da voi che ravviviate il dono che è in voi (cfr 2 Tm 1,6), rinnovando i vostri propositi, e in un mondo che cambia promuoviate una fedeltà creativa alla vostra vocazione. Fedeltà creativa in un mondo che cambia: sia questo orientamento a guidarvi per camminare, come amava ripetere don Orione, ‘alla testa dei tempi’”; “Messaggi di Don Orione” 35 (2003) n.111, pp.91-94. “Cent’anni di vita: fedeltà creativa” è stato il tema del 12° Capitolo generale dei Figli della Divina Provvidenza e il titolo del documento programmatico (Roma, 2004).

[3] Per lo studio del contesto storico, si vedano gli interessanti studi pubblicati in AA.VV. La Figura e l’opera di Don Luigi Orione (1872 – 1940), Atti del convegno di studi all’Università Cattolica di Milano il 22-24 novembre 1990– Ed. Vita e Pensiero, Milano 1994; AA.VV., Don Orione e il Novecento, Atti del convegno di studi tenuto alla Pontificia Università Lateranense l’1-3 marzo 2002, Rubbettino, Soveria Mannelli 2003; Aa., Vv. San Luigi Orione. Da Tortona al mondo, Atti del Convegno di studi di Tortona, 14-16 marzo 2003, Ed. Vita e Pensiero, Milano 2004, pp. 272.

[4] Don Orione torna volentieri sul tema della "Santa Chiesa Cattolica" che "è veramente il Corpo mistico di Cristo, e tutto prende unificazione e incremento, vigore e amore, da Cristo e dal beatissimo Padre nostro, il Papa!... Noi per il Battesimo e pel Papa, non formiamo più che un Corpo solo, vivificato dall'unico e medesimo Spirito Santo: un solo Ovile sotto la guida di un solo Pastore, il Papa", Lettere II, 487-488; cfr. I, 249, 449.

[5] C’è un testo classico di Don Orione dal tema: Il religioso servo e il religioso figlio riportato in Sui passi di Don Orione, Ed. Dehoniane, Bologna 1997, p.281-283.

[6] Cfr. Redemptoris missio, n.17-20, quando parla de "il Regno di Dio in rapporto a Cristo e alla Chiesa".

[7] "Vivere la Chiesa" in La Piccola Opera della Divina Provviden­za 29 (1934, agosto), pp.14-15.

[8] Così in Parola (8.1.1938) VIII, 18. Ma sono innumerevoli le catechesi sulla "dolce Madre nostra, la Chiesa": cfr. l'articolo "Consacrazione alla Chiesa" in La Piccola Opera della Divina Provvidenza del 24.12.1920 e la sua ultima "Buona notte" in G. Papasogli, Vita di Don Orione, Ed. Gribaudi, 1994, p.560-562,

[9] Non solo "sentire con la Chiesa" - cioè con-sentire, obbedire, concordare - ma "sentire la Chiesa", cioè sentirsi Chiesa, membra di un corpo vivo.

[10] In Vivere con la Chiesa, o.c., p.14.

[11] Don Orione nella luce di Maria, p.1591; Riunioni, p.179.

[12] Lumen Gentium 1; cfr. anche 14, Ad gentes 7, Redemptoris missio 55. Don Orione: "Oh, Chiesa veramente cattolica, Santa Madre Chiesa di Roma, unica vera Chiesa di Cristo, nata non a dividere ma ad unificare in Cristo e a dare pace agli uomini...", in “San Giorgio” (Novi Ligure), febbraio 1942.

[13] "Il Papa è la sintesi vivente di tutto il Cristianesimo, è il capo e il cuore della Chiesa, è luce di verità indefettibile, è la fiamma perenne che arde e splende sul monte santo. Dove è Pietro, è la Chiesa; dove è la Chiesa, è Cristo; dove è Cristo, è la via, la verità e la vita!", in Lettere II, 489. Per designare il Papa, Don Orione ama le espressioni di tipo cristologico: "dolce Cristo in terra" e "Vicario di Gesù Cristo". Cfr. ad esempio Lettere I, 91-100, 249; II, 492; Scritti 40, 133ss.

[14] Ardita e tipica espressione di Don Orione: Siamo un corpo solo in Cristo, siamo un corpo solo nel Papa; in Scritti 48, 266-269.

[15] Spirito I, 37. Cfr. M. Klis, Orionino – Filius Ecclesiae, “Messaggi di Don Orione” 32(2000) n.101, pp. 57-65.

[16] È di grandissimo interesse e importanza storica lo studio della rete di rapporti intessuta da Don Orione con importanti esponenti del modernismo; cfr. M. Busi, R. de Mattei, A. Lanza, F. Peloso, Don Orione negli anni del Modernismo, Jaca Book, Milano 2002. Sull’apertura ecumenica, cfr. F. Peloso, Don Orione, un vero spirito ecumenico, Ed. Dehoniane, Roma 1997.

[17] Scritti 91, 102. Questa affermazione è inserita in uno scritto del 1905, di ampio respiro storico ed ecclesiale, nel quale Don Orione invitava a non chiudersi ed emarginare il fenomeno della ‘democrazia’: "non è l'opera del caso o del demonio, ma si compie per disegno della Divina Provvidenza... Ora la democrazia avanza, e la Chiesa, non temiamo, le saprà dare il battesimo".

[18] Ut unum sint 5.

[19] Lettera del 30-3-1918 in "Sui passi di Don Orione”, o.c., p.231. Cfr. A. Zambarbieri, Centralismo romano e universalismo nella missione del Papato. La prospettiva di Don Orione: spunti, consonanze e accordi storici, 34(2002) n.107, pp.5-25.

[20] Scritti 94, 258.

[21] Lettere II, p.77.

[22] In cammino con Don Orione. Lettere, p. 325.

[23] Lettere II, p. 216.

[24] Lettere, II, p.369.

[25] Lettere I, p. 81 e pp. 458-459.

[26] Cfr. I. Terzi, Don Orione e il seminario di Tortona, “Messaggi di Don Orione”, n.46, 1980; F. Peloso, L’ambiente di Tortona nella formazione giovanile di Luigi Orione, “Iulia Dertona”, 2001, pp. 7-26.

[27] G. Rognoni, Il profilo di un vescovo insigne: Mons. Igino Bandi, p.100.

[28] La scelta dei poveri più poveri, pp. 220-221.

[29] Lo spirito di Don Orione I, p.125.

[30] Scritti 56, 116, e anche 56, 141; 92, 196; 95, 186. Ho notato che nel linguaggio corrente don Orione distingueva tra i “preti” (quelli che vivevano di stola e sacrestia, buoni anche ma accomodanti) e i “preti apostoli”, cioè zelanti, intraprendenti nel bene per le anime: “il Signore non mancherà di darti gli ajuti e le grazie necessarie per essere non dirò no un prete, ma un apostolo di fede e di carità” (Scritti 57, 162); “Nostro fine è di formare cattolici d’un pezzo e franchi, o preti apostoli” (Scritti 35, 12).

[31] Giovanni Paolo II nell’omelia della Messa di canonizzazione: “Il cuore di questo stratega della carità fu «senza confini perché dilatato dalla carità di Cristo». La passione per Cristo fu l’anima della sua vita ardimentosa, la spinta interiore di un altruismo senza riserve, la sorgente sempre fresca di una indistruttibile speranza”; “Messaggi di Don Orione” 36 (2004) n.114, p.87.

[32] Don Orione ai chierici del Paterno, 27.12.1933; Parola Vb, 231.

[33] Cfr. F. Peloso, Una spiritualità dalle maniche rimboccate, “Messaggi di Don Orione” 23(1991), n.77.

[34] E’ tema ricorrente nella parola di Don Orione. “Non è solamente il prete con la stola al collo che può fare del bene, ma anche il prete che lavora”; Parola 5b, 32. “No, noi siamo e vogliamo essere, con l’aiuto di Dio, i preti del lavoro. Non è solo con le prediche che si convertono le anime, ma anche col lavoro”; Parola 5b, 231. “Siamo in tempi in cui, se vedono il prete solo con la stola, non  tutti ci vengono dietro; ma se vedono attorno alla veste del prete i vecchi e gli orfani, allora si trascina. La carità trascina. La carità muove, porta alla fede e alla speranza”; Riunioni 96. “Lavoro, lavoro, lavoro! Noi siamo i figli della fede e del lavoro. E dobbiamo amare ed essere gli apostoli del lavoro e della fede”, Scritti 82, 73. “badate che siamo gente non solo di stola, ma anche di cazzuola, cioè un po' pratica”; Scritti 20, 244. “È prassi presso di noi di unire sempre all’opera di culto un’opera di carità. Questo poi era pure vivo desiderio del Vescovo di Alessandria di allora, il quale mi diceva disse che, in una città rossa com’era Alessandria, il prete solo con la stola al collo non era più capito dal ceto operaio che quale uno sfruttatore, ci voleva quindi che assumessi anche un’opera pei i figli del popolo”; Scritti 53, 39.

[35] A un amico che gli presenta dei giovani con segni di vocazione, Don Orione scrive: “Dica dunque al nostro caro Domenico che se i sei giovani che egli tiene vogliono farsi santi, sia pure con la testa alta e con la spada in mano, ma santi però nel senso più stretto della parola, vadano avanti uomini “tut d'un toc”, come le rocche delle Alpi. Egli vedrà se siano per riuscire preti santi non da pipa né da saletta, ma apostoli dal cuore grande come il vostro mare che li spinga avanti e avanti”; Scritti 66, 53.

[36] Lettera a Don Draghi e agli Eremiti di Sant'Alberto, 18 maggio 1923.

[37] Appunti senza data di Don Orione riportati e commentati da Don Dante Mogni in Servire negli uomini il figlio dell'uomo, “Messaggi di Don Orione”, n. 21.

[38] Lettera a Don Giuseppe Adaglio (a Rafat, Palestina), 19.3.1923; Scritti 4, p.279-280. "Spesso si parla di apostolato per la conversione del mondo a Gesù Cristo... Questo santo amore, che prende nome di carità, è il risultato della comunione con Gesù Cristo. È il fervore della grazia onde non può stare e ha bisogno di espandersi, charitas natura diffusiva est. La carità è diffusiva"; Scritti 80, p.281.

[39] L. Fiordaliso, Le virtù sacerdotali di Don Orione, “Messaggi di Don Orione” 35(2003) n.111, pp.5-18. Seminare Gesù Cristo. Lettere di Don Orione ai preti, note di presentazione e di lettura di V. Alesiani, Ed. Gribaudi, Milano 2004.

[40] In una minuta senza data (Scritti 89, 66), Don Orione osserva: “Non è, credetelo, lo spettacolo delle nostre miserie e dei nostri difetti che crea l’odio di tanti contro di noi e, sovra tutto, contro la Chiesa. Chi è mai che giudichi l’oceano da quella schîuma che egli rigetta sulla spiaggia, dalle tempeste che agitano talora le sue onde? L’oceano non istà nei rifiuti impuri delle sue riviere né nella ferocia delle sue burrasche; l’oceano sta nella profondità, nella immensità delle sue acque, nella via che egli apre a commerci più lontani, nella solennità del suo riposo, nella grandiosità delle sue emozioni, nell’abisso del suo divino silenzio. Non sono i nostri peccati che provocano l’odio del mondo contro di noi; sono i nostri Santi: non sono i nostri vizî ma le nostre virtù: non é l’elemento umano della Chiesa ma l’elemento divino: è la sua morale, i suoi dogmi, le sue benemerenze”.

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