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Messaggi don Orione
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Nella foto: San Gaetano Catanoso
Pubblicato in: Messaggi di Don Orione, Quaderno 96, 1998.

L'articolo raccoglie e ricostruisce gli elementi biografici della relazione tra i due santi.

DON LUIGI ORIONE E PADRE GAETANO CATANOSO.

BREVE STORIA DI UN’AMICIZIA.

Michele Busi

  1. IL CANONICO GAETANO CATANOSO

 

Per arrivare a definire i risvolti di questa amicizia è necessario tracciare una breve nota biografica di Gaetano Catanoso, almeno fino agli anni venti, quando egli entrò più in diretto contatto con don Orione[1].

Gaetano Catanoso nasce a Chorio di san Lorenzo, a circa 40 Km da Reggio Calabria, il 14 febbraio 1879, terzogenito di nove figli.

In famiglia riceve una solida formazione morale e religiosa. Il suo fisico poco forte gli impedisce la fatica dei lavori della campagna, perciò egli decide di impegnarsi nello studio, con il desiderio di farsi sacerdote.[2]

Nell’ottobre 1889, quindi a soli dieci anni, entra nel seminario arcivescovile di Reggio. Il 20 settembre 1902 diventa sacerdote. Il 6 marzo 1904, in seguito ad un concorso viene nomina­to parroco di Pentidattilo (RC)[3].

In verità viene nominato ‘dittereo’, dal greco deuteroV, secondo, termine che si riferisce ad una ri­partizione della Chiesa di rito greco, anticamente presente in Pentidattilo, e sta ad indicare la subordinazione di questa parrocchia, (detta appunto ‘dittereale’), che perciò era presieduta da un ‘cu­rato’ (dipendente da un altro parroco, chiamato ‘protopapa’). In questo caso la chiesa protopapale era quella di Melito Porto Salvo[4].

La popolazione di Pentidattilo era costituita per la gran parte da contadini che di giorno coltivavano le campagne circostanti e poi verso sera risalivano al paese. La povertà era notevole.[5]

Le case erano per la gran parte composte da un unico vano (si possono ancora vedere) provvisto di varie aperture, quindi si viveva in una situazione di promiscuità pressoché totale e di igiene precaria; l’alimentazione era per lo più basata su frutta e verdura raccolte nei campi vicini .

Al suo arrivo il giovane prete trovò la Chiesa parrocchiale dei santi Pietro e Paolo chiusa (non vi si officiava più alcuna liturgia). La situazione non solo sociale, ma anche spirituale e religiosa, era gravissima[6].

Il nuovo parroco si scontrò con alcune realtà particolarmente difficili: povertà, bassa istruzione (anche religiosa); disaffezione alla vita liturgica; fortissima emigrazione all’estero (soprattutto in America); diffusa abitudine alla bestemmia.

Inoltre vasta era la diffusione della massoneria, perfino fra lo stesso clero[7].

In quanto Dittereo, il Catanoso aveva diritto a beneficiare della rendita dei possedimenti della parrocchia, ma egli si peritò subito di abbassare il prezzo dei raccolti per aiutare i contadini del paese. Inoltre, iniziò con assiduità la visita a tutte le famiglie, con la benedizione delle case e l’assistenza spirituale soprattutto agli anziani.

Inoltre egli con la pazienza, l’umiltà, ma anche con la determinazione che lo caratterizzava, riuscì a cambiare il clima nella parrocchia che amministrava. Le resistenze non mancarono: i biografi ricordano, ad esempio, lo scontro con la ‘ndrangheta locale[8].

È a Pentidattilo che padre Catanoso inizierà alcune delle opere pastorali che caratterizzeranno la sua attività. Particolarmente fecondo l‘apostolato svolto attraverso il sacramento della penitenza; egli era, infatti, abitualmente chiamato a confessare in varie parrocchie dei paesi limitrofi[9].

Altra grande preoccupazione pastorale riguardava la formazione del clero locale e l’aiuto ai giovani poveri per il loro cammino vocazionale. Nasce infatti grazie a lui l’Opera delle Vocazioni “Chierici poveri”.

Negli anni in cui il canonico si trova a Pentidattilo si assiste ad un susseguirsi di iniziative: già dal 1915 egli pubblica l’opuscolo di quindici pagine, diretto alla formazione religiosa dei sacerdoti, l’Ora Eucaristica sacerdotale; nel 1918, insieme al canonico Salvatore De Lorenzo, cui succederà come parroco della Candelora a Reggio Calabria, si iscrive all’arciconfrater­ni­ta di Tours diventando Missionario del Volto Santo e iniziando la divulgazione del culto.

Nel 1919 nasce la Confraternita del Volto Santo.

Nel 1920 fonda il foglietto Il Volto Santo, di cui sarà direttore fino al 1943.

 

2. IL TERREMOTO DI REGGIO E MESSINA

È durante il ‘dittereato’ del beato Catanoso a Pentidattilo che accade quell’evento terrificante quale fu il terremoto di Messina e Reggio.

Era il 28 dicembre 1908, alle 5,20 di mattina una scossa della durata di 37 secondi, seguita poi da altre due scosse, distrusse le città di Messina e Reggio Calabria. Ottantamila furono i morti di Messina: durante i primi giorni molti dei sepolti erano ancora vivi.

Dodicimila reggini su quarantacinquemila morirono sotto le macerie, in provincia 25000 (gli stessi abitanti di Pentidattilo per un certo periodo furono costretti a trasferirsi). Il patrimonio edilizio era distrutto, inabitabile o lesionato per il 95% (nacque la tristemente celebre ‘città di legno’).

Don Orione, che aveva allora solo 36 anni, ma era già conosciuto e stimato (era già fondatore di diversi istituti nel nord Italia) scese in Calabria lasciando un poco esterrefatti anche i suoi più stretti collaboratori).

Tra l’altro, durante le feste natalizie del 1908 aveva ricevuto un invito da mons. Pietro La Fontaine, vescovo di Cassano Jonio (CS), venuto a Tortona nel maggio precedente quale visitatore apostolico dei seminari diocesani, a prendere in consegna proprio a Cassano un santuario detto ‘La Madonna della Catena’[10].

Dice Giorgio Papàsogli nella sua bella biografia di Don Orione:

Don Orione ricevette la terribile notizia dai giornali il giorno seguente al disastro: cercò ansiosamente particolari di tutta l’immensa tragedia, mentre il pensiero gli rimaneva incatenato ai suoi figli di Noto... Erano vivi? Si era estesa fino laggiù la catastrofe?
Tentò di telegrafare, frugò angosciosamente tra i commenti dei giornali: nessun particolare su Noto; ma ciò non poteva tranquillargli l’animo, perché i diversi aspetti dell’accaduto affioravano a poco a poco... Del resto, Don Orione si sentiva chiamato irresistibilmente dagli ignoti superstiti bisognosi di tutto... dagli orfanelli in balìa della sventura. Si recò da Monsignor Bandi il 2 gennaio, chiedendogli il permesso di partire con lo scopo di offrire soccorso agli orfanelli abbandonati, accogliendoli nelle sue case.
Monsignor Bandi concedette tutto, incoraggiò, inviò altresì un altro sacerdote della diocesi per la santa impresa, don Carlo Pasquali, titolare di un parrocchia assai piccola (appena duecento anime), il quale ardeva anch’egli pel desiderio di soccorrere tanti infelici; questi partì, anzi, subito per Roma, ove avrebbe atteso Don Orione.
Don Orione febbrilmente assolve gl’impegni necessari entro il 3 gennaio, ritorna dal vescovo per gli ultimi accordi; il 4 gennaio alle 9,18 parte da Tortona, a mezzanotte è a Roma. (...).
Don Orione giunge a Cassano il 6 gennaio, poi va a Reggio: Don Carlo Pasquali arriva a Palmi e rimane lì a disposizione di monsignore Morabito fino al 9 febbraio, data in cui il Vescovo Bandi lo richiama alla parrocchia in Tortona.[11]

Appena giunto sul teatro del disastro, Orione si mette a organizzare i primi centri improvvisati di raccolta e di soccorso, in particolare dei bambini e degli indifesi rimasti senza il sostegno dei familiari; la sua instancabile carità lo porta a percorrere in breve tempo gran parte della Calabria[12].

“Ecco Don Orione da un luogo all’altro delle zone colpite a visitare i rioni più devastati, consultare Vescovi e parroci, chiedere istruzioni e rendersi utile in tutti i modi possibili. Il 7 gennaio, nelle primissime ore del mattino, viaggiando fra le tante difficoltà che, data la situazione, possiamo ben immaginare, raggiunge alle 10 Catanzaro Marina; alle 13,45 Roccella Jonica; l’8 gennaio, Bova, poi Melito Porto Salvo. Il 9 gennaio, prima dell’alba, arriva a Reggio: trova una città di macerie. Di rovina in rovina raggiunge la scuderia del palazzo ch’è stato sede del Cardinale Portanova arcivescovo: il Cardinale è morto da vari mesi, il palazzo non esiste più, rimane la scuderia dalle muraglie potenti, nella quale Monsignor Dattola ha raccolto sacerdoti e laici superstiti, innalzando subito un altare per la Messa; al tempo stesso si è preoccupato di notificare a Roma la notizia dell’immane sciagura recandosi a piedi al più vicino ufficio telegrafico che fosse ancora funzionante, distante quindici chilometri da Reggio in tal modo ha percorso a piedi, con la morte nel cuore, trenta chilometri”.[13]

Lo spettacolo non demoralizza Orione, che si mette subito al lavoro. Egli si rende conto che la battaglia contro il tempo può salvare diverse vite.[14]

Ricordiamo che Don Orione era già sceso in Sicilia nel 1898 per fondare un Convitto e una colonia agricola su invito di Monsignor Blandini vescovo di Noto (Siracusa)[15].

Pochi mesi dopo, l’amico Pio X decise di rendere istituzionale la sua presenza nei luoghi della tragedia del sud, nominandolo vicario generale della Diocesi di Messina, impegno che gli procurò anche non poche invidie e gelosie.[16]

Nacque in questi trentasei mesi di permanenza l’idea di fondare una stabile Opera di San Carlo per le Calabrie per frenare l’azione efficace di benefattori protestanti, ma soprattutto di fratelli massonici.

Certamente questi aspetti, insieme allo zelo apostolico del Beato colpirono Catanoso, che proprio nell’azione pastorale a Pentidattilo si era scontrato con non poche resistenze (ricordiamo ad esempio la massoneria). Il canonico, in questi anni, era poi solito recarsi sempre più spesso a Reggio come confessore e predicatore.

 

3. L’INCONTRO TRA CATANOSO E ORIONE

Il primo incontro tra i due avviene probabilmente nel 1918, dal quale nasce subito una profonda amicizia per sintonia spirituale.

È proprio padre Catanoso che racconta il primo incontro con il Beato: "Ho conosciuto Don Orione verso il 1918 e non prima perché ero Dittereo Curato a Pentidattilo e non potevo sapere quando venivo a Reggio. Il primo incontro a San Prospero è stato tanto commovente, per un bel po’ ho parlato sempre io, gli domandavo consigli per l’Opera dei chierici poveri e per l’ora riguardante la riparazione della bestemmia con la devozione al Volto Santo. Al racconto di alcuni episodi riguardanti le suddette opere egli di cuore sensibilissimo non seppe trattenere le lagrime. I consigli eseguiti con ogni impegno mi furono di grande aiuto nello svolgimento delle suddette opere… Allora avrei dovuto parlare poco, ma non seppi tacere, e di questa riflessione l’ho fatta dopo, giornalino del Volto Santo (sic !), e Don Orione mi ascoltò con grande carità, con poche parole mi diede consigli che mi furono di grande aiuto nello svolgimento delle opere. Ho conosciuto intimamente Don Orione quando si trattò di affidare a Lui l’Opera Antoniana".[17]

E la significatività di questo legame appare subito agli occhi della popolazione reggina ed è testimoniata dall’immediata fama che esso acquista tra la gente: “In città era voce ricorrente che tra padre Catanoso e il Beato Orione c’era amicizia e identità nell’impegno apostolico”[18].

Mons. Giovanni Ferro ha affermato: "Con il piissimo nostro Canonico Gaetano Catanoso don Orione ebbe rapporti di fraterna amicizia: i due santi Sacerdoti si erano perfettamente compresi fin dai primi incontri, e si scambiarono sempre l’aiuto prezioso della preghiera e del consiglio"[19].

Gheda nel suo studio sottolinea: "Il rapporto fra i due - sul piano umano - è tutto costellato di brevi ma incisive visite reciproche, da una corrispondenza scarna ma indirizzata all’essenziale pratico; ciò che lo sostanzia (e lo rende singolarmente intenso) è il progetto apostolico che unisce gli sforzi materiali e integra i reciproci carismi, fondendoli in una missione imperniata sull’umiltà, che sarà prodiga di frutti nell’assistenza ai bisognosi"[20].

 

4. L’OPERA ANTONIANA DELLE CALABRIE

La frequentazione fra Padre Catanoso e don Orione, tuttavia, si fece periodica e familiare solo dal luglio del 1921, quando da Pentidattilo don Catanoso passò a Reggio Calabria a reggere la parrocchia della Candelora[21], dopo la morte del can. Salvatore De Lorenzo[22].

Il Canonico De Lorenzo, nel 1918, durante un giro per la benedizione delle case nella contrada della sua Parrocchia Schiavone, rimase colpito dalla bellezza del luogo solitario e dominante la città di Reggio e lo Stretto. Procedette all’acquisto della Collina che chiamò “Collina degli angeli”. Nonostante la sua salute malferma, ebbe modo di sistemare sulla collina due padiglioni in legno dove, con l’aiuto di una pia donna, Elena Naldi, [23] vennero raccolti alcuni ragazzi abbandonati.

     Conobbe don Orione e apprezzò l’opera dei suoi figli nel vicino Istituto San Prospero. Non reggendogli però la salute, il canonico De Lorenzo aveva ceduto quasi subito il terreno a don Orione, perché desse lui vita ad un’opera di bene. Fece testamento con il quale legò a favore di don Orione la “Collina degli Angeli”, un agrumeto in Melito Porto Salvo ed i diritti a mutuo su alcuni fabbricati.

Morì il 14 marzo 1921 all’età di 47 anni. Don Orione, recatosi in visita di condoglianze, manifestò alle sorelle dell’estinto il desiderio che le spoglie del canonico, definito ‘Ideatore e primo benefattore della Collina degli Angeli’, fossero tumulate nell’erigendo tempio sulla Collina stessa

Ecco come Padre Catanoso ricorda il Canonico De Lorenzo.

“L’ho presente, piccolo seminarista, nel 1889, esemplare nella pietà, nello studio, nella disciplina, stimolo e guida fra i compagni ed amici del seminario, nell’ascesa al Sacerdozio. L’ho presente Parroco della Candelora a Reggio Calabria, inappuntabile e immancabile in ogni opera di zelo. Fornito di vasta cultura teologica e letteraria, era nella predicazione forbito e pieno, semplice e persuasivo, piacevole e pieno di sacra unzione. Acceso di carità, si prodigava in ogni opera di bene e profondeva, particolarmente nel silenzio, quanto era nelle sue possibilità per asciugare lagrime e lenire dolori.

Innamorato di Gesù Eucarestia, moltiplicava ore di adorazione e funzioni eucaristiche che curava con perfezione, adorando lui stesso, concertando e dirigendo lui stesso i vacanti, riuscendo a fare di quella Chiesa un lembo di Paradiso.

Candido come un bambino, trovava la sua delizia di stare in mezzo ai bambini che raccoglieva nell’opera della “Lega Angelica” benedetta da Pontefice Benedetto XV e propagata in Italia e fuori. Chiamava a Reggio Madre Naldi per affidarle quest’Opera e comprava la Collina degli Angeli per dare a questa Opera la sua sede. Malfermo in salute, prostrato dalle fatiche, in attesa di volare al Cielo, nella certezza di assicurare vita e sviluppo alle opere intraprese e progettate, cedette tutto al Servo di Dio Don Orione che sulla Collina degli Angeli ha dato vita all’Opera Antoniana della Divina Provvidenza. O canonico De Lorenzo, io che ebbi la ventura di conoscervi tanto da vicino, che venivo dalla mia piccola Parrocchia di Pentidattilo per edificarmi alla scuola del vostro zelo, che mi toccò di essere a parte della vostra eredità spirituale, apprendo con gioia che la vostra salma viene trasferita alla Collina degli Angeli, e confido che sarà prodigiosa semente di nuove opere e di maggiori sviluppi cui voi sarete sempre dal Cielo col Servo di Dio Don Orione protezione e guida. [24]

Dunque, fu proprio per l’incitamento di don Gaetano Catanoso[25] che don Orione diede inizio, sulla Collina degli Angeli, all’Opera Antoniana delle Calabrie, inaugurando, il 13 giugno 1924, alla presenza dello stesso canonico, un piccolo istituto baraccato ed una modesta cappellina in onore di sant’Antonio di Padova. Queste opere, pur sotto la responsabilità del direttore del vicino istituto di san Prospero, mossero i primi passi amorevolmente seguite dalla diligente solerzia di don Catanoso, quasi fosse lui stesso un membro della Congregazione orionina[26].

Per questo suo generoso coinvolgimento, nell’agosto del 1925 il canonico fu invitato al corso di esercizi spirituali destinato ai direttori della Piccola Opera e coronati da una memorabile udienza pontificia.

Don Angelo Bartoli, primo direttore dell’Opera Antoniana, così ha raccontato l’episodio della sua nomina.

L’avevo conosciuto [padre Catanoso] nell’agosto del 1925 a Roma, nella Colonia Agricola S.Maria su Montemario, in occasione di un corso di santi spirituali esercizi, al quale prendevano parte Don Orione con i suoi religiosi più in vista, perché direttori di Case. Da Reggio era venuto anche Don Gaetano Catanoso, parroco della Candelora, desideroso di vedere il papa Pio XI e di averne una benedizione e di acquistare il santo giubileo.

La sua figura mi restò subito simpatica per i modi affabili, l’aperta giovialità, la semplicità francescana e il pregare assiduo che faceva.

Cose tutte che rivelavano il lui un’anima presa nel morso dolcissimo della uniformità alla volontà di Dio, per la ridda delle opere che gli mulinavano nella mente ed accarezzava nel cuore: a gloria di Dio, al bene delle anime, a onore della santa madre Chiesa. E ne parlava con Don Orione e con quanti altri religiosi poté in quella circostanza. Più precisamente e calorosamente ne parlò in refettorio il giorno dell’Assunta.

In quel pranzo di addio, invitato da Don Orione a dire qualcosa di Reggio Calabria, non se lo fece ripetere due volte. Si sa, la lingua batte dove il dente duole e il parroco Catanoso parlò della devozione al volto Santo della ‘riparazione’, della Lega Angelica, degli orfanelli di sant’Antonio, di Suore ed altre cose. Nell’uditorio non tutti prestavamo molta attenzione al suo dire, perché interessava fino ad un certo punto. Tra i meno attenti c’ero io allora direttore del Convitto San Romolo in Sanremo. Ma quale non fu la mia sorpresa quando don Orione, facendo segno a don Catanoso di fermarsi un tantino, mi chiamò e disse: “Bartoli, stai attento a questo bravo sacerdote. Potrebbe interessarti”. E la sorpresa di quel momento divenne profonda e sconcertante quando il giorno dopo don Orione mi disse: “Guarda che tu non ritornerai più a Sanremo; ma andrai a Reggio Calabria a sostituire don Biagio Marabotto a San Prospero. Il Parroco della Candelora ti potrà essere di guida e aiuto... vi aiuterete a vicenda e... vedrai! ". Mai avrei pensato che partendo liscio liscio da Sanremo per un corso di esercizi spirituali a Roma non vi sarei ritornato più come direttore e neanche per prendere quella poca roba che i religiosi portano con sé nei cambiamenti. Don Orione non me lo permise. Sentenziò: “Di là poi ti manderanno quello che ti manderanno!”.

La prima tappa, arrivando a Reggio, fu la baracca canonica di Don Gaetano Catanoso; tappa di spirituale conforto, gioioso e paterno: in Domino! Deo gratias! (...).

L’Opera Antoniana delle Calabrie deve imperitura riconoscenza a Mons. Gaetano Catanoso. Fu lui che la ‘strappò’ con delicatezza e dolce insistenza al cuore paterno di don Orione; fu lui che la tenne come a battesimo, aiutandola con le sue ‘cassette’ sottratte al “Volto Santo” e maggiormente con la preghiera e le sue esortazioni assidue perché quanti ricorrevano al suo ministero parrocchiale si facessero ‘zelatori e benefattori’ degli orfanelli di Sant’Antonio. Rimase poi sempre una delle fiamme animatrici più pure e vivaci fra le molte che, col tempo, ebbe la Collina degli Angeli[27].

Don Catanoso tornò a Reggio entusiasta di quel corso di esercizi. Lo aveva impressionato, inoltre, la grande benevolenza di Pio XI verso don Orione e la devozione di questi nei confronti del Pontefice: il Santo Padre gli aveva consegnato una medaglia del Pontificato e don Orione l’aveva ricevuta ‘prostrato per terra fino quasi a toccare il pavimento’, ricordava il pio canonico, che non poté che accrescere la stima e la venerazione per l’amico.

Dal canto suo, don Orione contraccambiava con non minor stima la generosità e l’intra­pren­denza del canonico: ‘Una ne fa e cento ne pensa - diceva di lui - ma a trovarne uno come lui, c’è tanto da girare anche nell’Italia del Nord’.

D. Orione volle che l’Opera Antoniana si caratterizzasse fin dagli inizi come un orfa­no­trofio. D. Gaetano curava personalmente l’assistenza ad alcuni orfanelli coadiuvato da alcune zelatrici. Le difficoltà erano all’ordine del giorno, ma l’ingegno del canonico e di queste ‘pie donne’ seppero sopperirvi al meglio. Alcune di loro, infatti,

facendo la raccolta rilevarono che c’erano pochi spiccioli e fecero pertanto al Padre la proposta di scrivere sulle cassette: ‘Pane di S.Antonio’. Fu così che le cassette si riempirono. Vista la Buona Provvidenza, P.Catanoso cominciò ad assistere accuratamente un gruppo di orfanelli presso la Collina degli Angeli. Ma dopo aver conosciuto don Orione, cedette tutto a lui: terreno, casa e denaro’[28].

Nel numero 10 (novembre-dicembre) de “Il Volto Santo” del 1924, l’articolo di fondo La piccola casa di S.Antonio, a firma del direttore della “Piccola Casa di S.Antonio per orfani e derelitti”, riassume la storia della nascente opera di assistenza, indicando in Catanoso il merito della continua assistenza[29].

 

5. L’AMICIZIA FRA I DUE FONDATORI

Il carteggio fra i due preti mette in evidenza la profonda amicizia che li legava. Il 13 febbraio 1927 così scrive don Orione da Roma:

Mio buon fratello in Gesù Cristo,
La grazia e la pace di N. Signore siano sempre con noi! Ho ricevuto e gradito la Sua buona lettera.
Come ho detto a Don Bartoli, al momento non posso provvedere come vorrei, e come Lei e gli Amici di S.Antonio possono desiderare. Manderò un Sacerdote con un altro chierico, appena col divino aiuto mi sia data la possibilità di farlo (...). Favorisca pure dire a Bartoli che vado a Tortona domani trattenendomi però un giorno nelle Case di Genova. Perdoni la brevità, Iddio La ricompensi di tanta Sua carità verso di me, e La conforti di ogni grazia e consolazione spirituale.
Vedendo Suo fratello Parroco[30] su S.Lorenzo, voglia significargli che sono contento dei suoi due Aspiranti i quali dimostrano tanta buona volontà. Preghi la SS. Vergine per me; mi saluti cordialmente gli Amici di S.Antonio e mi abbia in N.Signore per dev.mo servo e fratello[31].

Il 17 settembre dello stesso anno, in risposta a una lettera della settimana precedente di Catanoso, da Tortona don Orione scrive:

Mio buon fratello nel Signore, Grazia e pace da N. Signore Gesù Cristo. Ricevo la gradita Vostra del 10 corr., e ve ne ringrazio. Dovrò, per sovraccarico di lavoro, esser breve: scusatemi. Il 20 corr. celebrerò all’altare della Madonna della Divina Provvidenza per Voi e i miei auguri e voti Ve li dica il cuore della Madonna perché io non Ve li saprei esprimere. Saremo vicini in Paradiso! e presso la Madonna (...) Il prossimo anno terremo a Reggio (come Voi mi suggerite) una meta di Esercizi Sp.li. Preparatevi anche voi. Mi aspettavo da voi qualche buona vocazione; avete ancora tempo: Se volete Case in Calabria, mandatemi dei bravi Calabresi forti nella fede, forti nella vocazione e robusti come la roccia del Vostro bell’Aspromonte. Vi saluto fraternamente in Gesù Cristo e nella Santa Madonna.[32]

Don Orione si raccomandava, evidentemente, perché Catanoso gli indirizzasse qualche buona vocazione con la quale moltiplicare le possibilità di bene nella stessa Reggio.
Ed in effetti Padre Catanoso indirizzò diversi giovani verso la Piccola Opera della Divina Provvidenza.

Un esempio far i tanti può essere quello concernente la vocazione di don Domenico Ripepi. Riportiamo una sua testimonianza.

“Avevo ormai finito le scuole elementari. Al mio paesino, poche case disseminate nel verde, era arrivato da Reggio Calabria un prete, un prete alla mano, sempre sorridente, pronto al dialogo. Era il canonico Gaetano Catanoso.

Era venuto a predicare per un po’ di giorni, e ogni sera la chiesa si riempiva come nelle grandi feste. Suo argomento preferito: il Volto Santo. Di tutte le belle cose che diceva, io ora ricordo solo la giaculatoria ’Signore, mostrateci il vostro Volto e saremo salvi’. Dopo le sacre funzioni, egli si intratteneva affabilmente con noi ragazzi. Ci raccontava cose allegre e ci faceva ridere. Tutti i pomeriggi il canonico e Don Gregorio, il mio parroco, facevano una passeggiatina fuori paese. Una volta stavano passando proprio davanti casa mia. Il Parroco portava un grosso cannocchiale color marrone. Andavano di certo alla ‘Cresiola’, un chilometro più avanti, per ammirare il bel panorama. Io mi feci avanti per salutarli e, dietro suggerimento della mamma, mi offrii timidamente di accompagnarli e di portare il cannocchiale. Mentre si camminava abbastanza lentamente, notai che i due nel loro parlare nominavano sempre un certo Don Orione. (...) Il loro colloquio fluiva sempre cordiale e allegro. L’argomento ancora don Orione. Io dentro di me pensavo, sempre più incuriosito, chi potesse esser questo Don Orione (...). Io, che ero già chierichetto, d’allora in poi cominciai a sforzarmi a fare il bravo, a pregare e a pensare seriamente alla mia vocazione. In questo mi aiutava molto il parroco che mi faceva, a intervalli, un po’ di ripetizione.

Ogni tanto la mia mamma ed io andavamo a Reggio dal Canonico per vedere a che punto stavano le pratiche per il seminario. Ma chi sa perché, sembrava si fosse tutto arenato. Ma io tenevo duro, deciso a non mollare.

Un giorno il parroco doveva recarsi a Reggio. In corriera! era la prima volta che mi permettevo un simile lusso: dodici lire andata e ritorno. Andammo subito dal canonico, e assieme a lui ci avviammo alla volta dell’Istituto S. Prospero, sede del seminario orionino.

     Il direttore D. Bartoli ci fece un’accoglienza calorosa. Si parlò di tante cose e, naturalmente, anche di me. Il Direttore ci comunicò che, da lì a qualche settimana, don Orione in persona sarebbe venuto a Reggio per l’inaugurazione del Santuario alla Collima degli Angeli: il 13 giugno. Il canonico ne fu felice e disse che mi avrebbe presentato direttamente a lui.

     E giunse il 13 giugno. La giornata si prevedeva caldissima. All’alba io ero già in cammino alla volta di Reggio. Cinque ore di strada per andare e altrettante per tornare. Per via il mio pensiero era rivolto sempre a... don Orione. Come sarà questo prete? Cosa mi dirà? Mi accetterà? (...)

     Il Santuario, non ancora ultimato, si inaugurava proprio quel giorno ed era gremito all’inverosimile. Il Canonico, fendendo delicatamente la folla, mi condusse dietro l’altare maggiore dove... un Prete stava confessando gli uomini. Padre Catanoso mi disse soddisfatto: ‘Ecco Don Orione!’ Io ebbi la chiara impressione di trovarmi davanti a un autentico santo e non cessavo di contemplarlo: capelli corti e bianchi, sopracciglia nere e foltissime, fronte imperlata di sudore; e poi due occhi che non dimenticherò mai. Il Canonico mi disse di attendere lì e di andare poi ad avvertirlo appena don Orione avesse finito di confessare. E anche il padre andò in un confessionale. Una lunga fila di gente attendeva il proprio turno dietro l’altare. Tutti volevano andare da lui, lo volevano vedere, sentire, toccare e se lo indicavano: ‘È don Orione! È Don Orione!’.

     Dopo circa due ore Don Orione si alzò. Io corsi a chiamare il canonico che venne subito. Dopo l’incontro semplice e cordialissimo, il canonico mi presentò dicendo: ‘Ecco il ragazzo del quale le parlavo nella lettera’. Io gli baciai la mano.

Egli accarezzandomi i capelli, mi rivolse, quasi scherzosamente, alcune domande. Seppe che ero orfano, che volevo farmi prete e che avevo camminato tanto. La mia strana maratona lo interessò molto e mi disse che ero ‘un camminatore’ e che il Signore mi apriva una strada meravigliosa, quella del sacerdozio. Fece chiamare Don Bartoli e mi raccomandò a lui: potevo essere accettato. Toccavo il cielo con un dito!”. [33]

Ma l’aiuto fra i due sacerdoti era reciproco: infatti, mentre chiedeva vocazioni sacerdotali per il suo Istituto, don Orione incoraggiava e sosteneva il canonico, impegnato, in quegli anni, nell’organizzazione e formazione delle Suore Veroni­che.

Inoltre diverse testimonianza rimarcano di come padre Gaetano tenesse molto al consiglio di don Orione.

Un episodio curioso riguardante Padre Pio ci rivela anche un aspetto ‘nascosto’ di Don Orione. Racconta Padre Catanoso:

Nel 1922, ero stato a S. Giovanni Rotondo, da Padre Pio, insieme al Can. Don Giovanni Calabrò Parroco di Condera.

Avevo bisogno di qualche consiglio. Padre Pio portava i guanti che coprivano la palma delle mani; non ricordo quando a P. Pio venne proibito di celebrare in pubblico. I commenti furono tanti e diversi ed allora ebbi un pensiero: che pensa D. Orione di Padre Pio? Dopo qualche anno mi son visto con Don Orione. Eravamo a S. Prospero in molti, di dopo pranzo, nella sala della direzione. Io in un angolo guardavo Don Orione che passeggiava lungo il corridoio. Ritornò allora nella mia mente il pensiero di saper che cosa pensasse D. Orione di P. Pio, pensiero non manifestato ad alcuno. In questo frattempo Don Orione affretta il passo, e quando mi è vicino, toglie dalla tasca un grande zucchetto monacale, me lo calca sulla testa, e mi dice sotto voce: “È di P. Pio”. Se lo rimette subito in tasca, e torna a passeggiare come prima. Si sono accorti gli altri? Non lo so, io rimasi confuso, direi stordito, ma felice.[34]

Don Orione e padre Catanoso si rividero poi altre volte, come apprendiamo dallo stesso padre Catanoso.

Don Orione era ritornato dall’America e si attendeva la sua venuta a Reggio. Un mattino un orfanello, non ricordo se mandato da D.Bartoli o da D.Galluzzi, mi avvisa: ‘È venuto Don Orione - celebra al Santuario di S.Antonio’ che appartiene alla mia ex parrocchia della Candelora. Mi affrettai a salire.

Don Orione in sacrestia, circondato da più sacerdoti e chierici, indossava gli abiti per la S.Messa. Io arrivai quando col cingolo fermava la stola ai fianchi; m’avvicino subito e gli bacio la mano. Don Orione continuò a vestirsi senza fare alcun segno. Incominciò la messa col massimo raccoglimento, io presi posto in un inginocchiatoio vicino l’altare. Don Orione al memento dei morti, ha pianto tanto. Terminata la S. Messa, fece il ringraziamento in sacrestia, ed ha pure pianto asciugandosi le lacrime col fazzoletto.

Terminato il ringraziamento, mi rivolse subito parola: ‘Caro Signor Canonico, mi è stato di distrazione nella S.Messa lì in ginocchio! Pensavo: il buon canonico si è affrettato a venire ed ascoltare in ginocchio la S. Messa’. Io subito ripresi: “Padre, son tanto contento, certo avrà pregato per me’. Si passa ai convenevoli. Don Orione era gioviale come sempre... Io però, appresi la lezione... e procurai di essere più raccolto nella celebrazione della S.Messa..

Più volte egli venne in canonica a visitare i miei vecchi genitori e questa era per me una grande grazia.

Qualche volta si faceva accompagnare da me in casa di ammalati che reclamavano la sua Benedizione...

Un giorno andò a visitare un ammalato grave. Era persona ragguardevole, non ricordo il nome, i parenti erano in cima alla scala, ed attendevano in silenzio, aspettavano la grazia. Io salivo qualche scalino indietro, ma quando si giunse alla fine della scala, Don Orione si ferma di botto, e con fare energico, mi spinge avanti, e senza attendere che i presenti lo salutassero, incominciò a parlare: “Mi son fatto accompagnare dal canonico Catanoso … loro lo conoscono, l’ammalato come sta?…” e il canonico Catanoso si prese l’umiliazione della presentazione in Domino…

Don Orione tornò ancora in quella casa a visitare l’infermo che trovò grande conforto spirituale e ricevette i Sacramenti.[35]

Vi sono poi altri episodi aneddotici riguardanti l’incontro fra i due, come ad esempio quello famoso dello zucchero nel caffè. Ecco quanto riporta lo stesso Catanoso.

     “Si era in tanti a S. Prospero, veniva servito il caffè. D. Bartoli metteva lo zucchero e Don Orione versava il caffè nelle tazzine. Qualche minuto prima mi aveva domandato quante suore vi erano in Congregazione. Risposi: ottantasette. D. Orione, preoccupato, disse: ‘Troppe’. Io intravidi prossimi dispiaceri, ed incominciai a lamentarmi.

     Quando D. Bartoli si accorse delle zucchero messo nella mia tazzina (sapeva che ero diabetico), voleva toglierlo, ma D. Orione gli fermò il braccio ed incominciò egli stesso a riempirla di zucchero versando poi il caffè. Io intanto continuavo a brontolare.

Don Orione sorrideva e non mi disse una parola, e son venuti giorni di grandi dolori, ed io mi ricordavo dello zucchero che D. Orione metteva nella mia tazzina e trovavo conforto”.[36]

Catanoso racconta di come più volte la presenza di don Orione gli fosse di grande giovamento per il suo diabete.

Ero e sono tuttora ammalato di diabete. Spesse volte a Reggio pranzavo con D.Orione o a S.Prospero o a S.Antonio senza preoccuparmi del cibo che ci veniva presentato, sicuro che il diabete sarebbe scomparso, come infatti avveniva per dieci o quindici giorni dopo che D.Orione era partito.

D.Bartoli, il Superiore dell’Istituto, mi diceva ridendo che io mancavo di fede nella perfetta guarigione, perciò il diabete ritornava[37].

Questa fiducia nelle capacità di guarigione di don Orione prosegue anche dopo la morte del Beato.

Nel 1941 ho avuto un vespaio alla nuca, soffrivo tanto, specie per il diabete. Pregavo D.Orione che si evitasse il taglio. Ricordo che quando fui obbligato a lasciare il coro in cattedrale per la febbre e per il forte dolore, dissi un’Ave Maria e applicai la reliquia. Il taglio fu evitato, il vespaio si aprì, e dopo circa un mese, mi sono guarito.

Il 20 settembre corrente anno, 50° della mia Ordinazione Sacerdotale, un ascesso e del glucosio nel sangue mi fecero soffrire per tanti giorni. Si pensava ad un’incisione. Io applicai la reliquia di D.Orione e l’ascesso si è aperto.[38]

Al di là di questi ultimi aspetti, che potranno sembrare di secondaria importanza, ma che non di meno sono significativi del legame fraterno fra i due sacerdoti, qualche considerazione più generale merita di essere fatta.

L’amicizia e la collaborazione con don Orione costituisce in ultima analisi un momento importante del percorso spirituale e apostolico di Catanoso, che lo accompagnerà in tutte le sue principali imprese, compresa, come vedremo, la fondazione della nuova congregazione.

Lo stesso Catanoso riconobbe l’aiuto di don Orione nella fondazione e nei primi passi dell’Opera per i chierici poveri.

Seguendo il consiglio di autorevoli confratelli e col permesso dell’Ecc.mo Arcivescovo, abbiamo voluto abbinare all’Aggregazione del VOLTO SANTO, l’opera dei Chierici poveri ed incominciammo a sovvenire col denaro che man mano ricevemmo sei giovanetti, tre dei quali sono orfanelli.

Il primo, poverino! Ebbe ucciso il padre. Ma un apostolo della carità, l’amatissimo Don Orione, commosso a tanta sventura lo ammise in una sua colonia agricola per gli orfani, ove frequenta la 3a elementare.[39]

Don Orione svolse quindi un ruolo importante all’inizio della vocazione di padre Catanoso come ‘fondatore’ di una congregazione, soprattutto sul piano dell’ispirazione organizza­tiva.

Ecco di seguito un esempio ‘paradigmatico’ della chiarezza e della lungimiranza del Beato tortonese. Nel rispondere ad una lettera di don Gaetano a proposito della nascita delle Veroniche del Volto Santo, don Orione si sofferma su alcuni aspetti pratici. La lettera è del 2 settembre 1934.

Caro Signor canonico, il Signore sia sempre con noi!

Mi riferisco alla gradita Sua del 31 agosto. Dovrò, di necessità, essere breve, - mi voglia scusare, caro Signor Canonico. Mi rallegro con lei per la approvazione avuta da Sua Ecc.za Rev.ma mons. Arcivescovo di dare inizio alle Figlie di S. Veronica. Prego da Nostro Signore ogni più larga benedizione su la nuova Famiglia Religiosa.

Affitti una casa modesta, ritirata e in Sua Parrocchia; e veda se potesse ottenere che due Suore di altra Comunità già costituita, (ma che le due siano religiose sotto ogni riguardo di ottimo spirito di pietà e ben formate a disciplina e a vita interiore e spirituale) ed esse diano forma al primo gruppo, - lo spirito bisogna che lo dia Dio e Lei, caro Signor Canonico. Farò anche pregare - Non fate chiasso, ma nascete e vivete nascoste nella ferita del cuore Sacratissimo di N.Signore Crocefisso, in Charitate magna, in silentio, in oratione et labore, umilissimamente, strette alla SS. Madre Addolorata...[40].

Tre mesi dopo, il 2 dicembre 1934, il canonico poteva finalmente vedere coronati i propri sforzi con la fondazione dell’Istituto religioso ‘Figlie di S. Veronica, Missionarie del Volto Santo’.

 

6. “ARRIVEDERCI IN PARADISO”

La lettera riportata sopra terminava con queste parole: "Caro Signor Canonico, la abbraccio fraternamente in osculo sancto. Se non ci vedessimo più, arrivederci nel Santo Paradiso - Preghi per l’anima mia".

Nel suo saluto, don Orione aggiungeva inoltre: "La ringrazio di quanto ha fatto e farà per noi - non La dimenticherò né vivo né in Paradiso. Iddio La ricompensi. Facilmente non potrò partire il 13 corr. Perché ho la sinovite ad un ginocchio, andrò il 23 col Conte Grande.
VIVA GESU’! VIVA MARIA!" [41]

Dopo una ventina di giorni Don Orione sarebbe partito per il suo secondo viaggio in America Latina. È probabile che l’addio di Orione avesse un carattere profetico; i due preti non si sentirono più direttamente e sei anni dopo, il 12 marzo 1940, il beato di Tortona si spe­gneva a Sanremo[42].

Catanoso ritenne la lettera di don Orione un vero e proprio ‘documento programmatico’ circa la fondazione delle sue suore.

Egli stesso sul “Volto Santo” del 1941, in cui racconta della visita a Pio XII, scrive: "… permettete che vi dica come andò che io ho avuto potuto avere un’udienza speciale col santo Padre. Mi ha sempre legato un’amicizia più che fraterna ed una filiale devozione al servo di Dio Don Luigi Orione, fondatore della piccola opera della Divina Provvidenza. A Lui avevo esposto con candidezza quanto mi frullava in mente circa la istituzione delle ‘Figlie di Santa Veronica’, e da lui ho ricevuto sempre consigli savi e santi, da quell’uomo esperimentato che egli era nelle vie del Dio. E di lui conservo una preziosa lettera che potrei chiamare la magna charta della mia Congregazione"[43].

Passato Lui a miglior vita, la mia amicizia, tanto bene e fraternamente corrisposta, non ha subito interruzione con la Piccola opera della Divina Provvidenza [44].

Le stesse suore Veroniche hanno sottolineato come padre Catanoso, nei suoi primi passi come fondatore, sembrò seguire alla lettera l’ispirazione dell’amico e compagno d’a­postolato, nella scelta del luogo, delle persone e soprattutto nella ispirazione del carisma alle suore, personalmente perseguita con il costante impegno pedagogico[45].

Senza dubbio, il canonico ritenne quello di don Orione un aiuto decisivo. Più tardi racconterà:

Nel ‘27 ho celebrato la Messa alla nostra cappella. Andai lì dalla Madonna per domandare una grazia che da tanto tempo portavo nel mio cuore: la fondazione delle suore Veroniche del Volto santo.

… Passarono d’allora sette anni e poi quando io credevo che il Signore non volesse niente più, il Signore ha permesso che la Congregazione fosse approvata. E il servo di Dio don Orione mi disse: “Ho celebrato per voi la S.Messa. Quello che io ho detto alla Madonna ve lo dirà la Madonna stessa”. E aggiunse altre parole di conforto e ha benedetto tutti quanti i miei pensieri.[46]

Le Suore Visitandine di Reggio testimoniano: "Il Signore volle sempre gratificare la nostra Comunità con relazioni di sacerdoti santi, come il servo di Dio Luigi Orione, il Canonico Giovanni Calabrò, parroco di Condera, Mons. Gaetano Catanoso che fu per alcuni anni nostro Padre Spirituale ed anche Confessore ordinario e straordinario. (…) Appena era chiamato veniva a qualunque ora per esercitare il suo ministero di carità e lasciava tutte tranquille e contente, col cuore dilatato, pieno di fiducia in Dio. Il suo motto preferito e abituale era “In Domino” e anche … come il suo santo amico Don Luigi Orione: Ave Maria e avanti”.[47]

Catanoso tornò ancora sulle ‘orme’ dell’amico Orione l’anno successivo alla sua morte: si recò infatti, durante l’ultimo suo viaggio di lunga distanza e diretto a Roma per l’approvazione papale della congregazione, a Tortona per pregare sulla sua tomba[48].

In una lettera che Catanoso invia da Tortona a una delle sue suore in Reggio, datata 26 agosto 1941, dice:

Da Tortona... oggi 26 ho celebrato per la Congregazione vicino a tomba di don Orione.

Su “Il Volto Santo” di ottobre-novembre 1941, citato prima, Catanoso dà i dettagli della sua visita a Tortona: "… Il Successore di don Orione, il Rev.mo Sac. Carlo Sterpi (al quale faccio i miei auguri più fervidi in occasione del suo onomastico ricorrente il 4 novembre prossimo) nella sua ultima visita alle Case di Reggio mi aveva fatto cortese invito di recarmi a Tortona in occasione della festa della Madonna della Guardia, festa particolare della piccola opera.
Ho accettato con vero entusiasmo: tanto più che sentivo imperioso il bisogno di prostrarmi sulla tomba del venerato don Orione, collocata nella cripta del santuario che egli elevò in onore della celeste Guardiana. Fu così che, in compagnia di un sacerdote di Don Orione, feci il viaggio fino a Tortona, ospite della Casa Madre dei Figli della Divina Provvidenza. Le cortesie furono tante e fraterne, come è nelle abitudini dei religiosi orionini. A Tortona, nella cripta accanto alla tomba di don Orione, ho predicato un corso di esercizi alle Suore le “Missionarie della Carità”: ho visitato le molte istituzioni caritative che Egli ha sparso a largo (sic) mano nella sua città: Tortona, la città del suo amore e del suo pianto"[49].

Egli prosegue poi fornendo dettagli della sua visita a Roma.

E da Tortona, sempre in compagnia di sacerdoti orionini, ho fatto il mio viaggio a Torino, visitandovi le istituzioni della “piccola Casa”: opera di S. Giuseppe Cottolengo e l’istituto Salesiano, le varie basiliche di quella regale città. Al ritorno, mi sono fermato a Genova e poi a Roma.

Devo all’interessamento dell’orionino Rev. Mo Don Adriano Callegari, Ispettore delle Poste e Telegrafi Vaticani, insieme all’altro orionino Don Ferretti, Vice parroco di Ognissanti sulla Via Appia, la grande fortuna dell’udienza speciale concessami dal Santo Padre[50].

In quel viaggio Padre Catanoso ebbe quindi modo di avere, l’11 settembre, un’udienza speciale dal Papa e di illustrargli l’Opera delle Veroniche. Il canonico ricorda

… E quando io terminai di esporre quanto volevo, si benignò di mostrare con parole di incoraggiamento, il suo paterno compiacimento, suggerendomi preziosi consigli e avvertimenti circa il buon andamento e la futura sistemazione canonica della Congregazione delle ‘Figlie di S. Veronica’, confortando, infine, il suo dire con la più ampia benedizione; estendendola alle suore, ai benefattori, agli asili, alle persone e cose che in quel momento portavo in cuore e in mente[51].

L’amicizia con la Congregazione proseguì, come abbiamo dunque visto, anche con i successori di don Orione.

Ecco quanto il canonico scriveva da Reggio Calabria l’8 dicembre 1945:

Rev. Don Sterpi,
Con l’aiuto del Signore e con la benedizione di monsignor Arcivescovo ho potuto raccogliere insieme alcune buone figliuole, disposte ad amare e servire il Signore sotto la Regola religiosa. Evidentemente l’iniziativa è accetta a Dio perché ho già aperto alcune case, e mi si fanno premure e richieste perché ne apra altre.
Anche per aderire al pensiero espressomi tempo fa dal venerando Don Orione e ad insistenti suggerimenti dell’arcivescovo, ho bisogno di una Suora Professa che faccia un po’ da Maestra delle novizie.
Capisco bene che la mia domanda parrà strana, ma il cuore mi dice che Don Orione mi avrebbe certo aiutato in questo senso, ed io mi rivolgo con fiducia a Lei, veneratissimo Don Sterpi, che così bene ne fa le veci, perché mi dia per un anno o due una buona Suora, disposta a darmi una mano per la formazione di queste suore.
Anche Mons. Arcivescovo conta molto nella sua bontà, ed è sicuro che non dirà di no.
La Suora potrà, sempre che voglia, visitare le Consorelle di S. Prospero, di S. Antonio e di San Francesco e fare con loro come una famiglia.
Verranno così a stringersi sempre più i vincoli di fraterna unione che mi stringono alla cara Congregazione di Don Orione...[52]

Con queste parole, inoltre, il canonico salutò don Bartoli che tornava nuovamente come direttore dell’Opera Antoniana delle Calabrie nel 1961:

Carissimo Don Bartoli,
Quanto grande è il mio desiderio di trovarmi anch’io personalmente in mezzo a tante e tante anime che in questa bella circostanza esprimono, esultanti, il loro affetto e la loro riconoscenza.
Nuovamente la Divina Provvidenza Vi ha voluto in mezzo a questo buon popolo calabrese affinché abbiate a seminare in ogni cuore la bontà di don Orione, ad accendere in ogni anima la fiamma della fede e ad insegnare la confidenza nell’infinita misericordia del Signore!
Quanto bene, quanto bene farete in mezzo a noi!
A voi in questa occasione, voglio rinnovare ancora una volta la mia più viva e commossa riconoscenza per la grande carità che avete voluto usare verso la mia Congregazione, e di gran cuore prego Gesù e la vergine Immacolata perché, ora ritornato fra noi, abbiate ancora a dedicare qualche ritaglio di tempo per illuminare quelle anime che, affidatemi da Dio, vogliono consacrare la loro vita per la salvezza di tanti bambini innocenti.
A Voi dunque la mia riconoscenza per il passato e la mia preghiera per il futuro.
È don Orione che vi manda, il santo che Voi mi avete fatto incontrare e che mi avete dato la gioia di poter abbracciare e godere del suo immenso amore sacerdotale![53]

Il 4 aprile 1963 il Canonico moriva.

Così Aurelio Sorrentino, già vescovo di Reggio Calabria e promotore della causa canonica di Catanoso, racconta la sua ultima visita al canonico.

… Lo rividi la mattina del 3 aprile, ormai a letto, grave, con un respiro pesante. Si commosse per la visita inaspettata. Poi si sentì più sollevato di spirito. Gli dissi che mi trovavo a Reggio perché il giorno prima, al Pontificio Seminario Regionale Pio XI, avevo celebrato Messa pontificale e avevo fatto il panegirico di S.Francesco di Paola. Con frasi staccate e lente mi parlò del santo calabrese, di Don Orione, mi raccomandò le sue Suore, la riparazione, la devozione al Volto santo, terminando come al solito con la giaculatoria: In Domino, semper in Domino. Per non affaticarlo cercai di troncare la conversazione. Lo baciai in fronte ed egli volle baciare me con grande effusione. Infine, tremante, pregato dalla Madre Generale seduta accanto al suo letto, gli impartii l’assoluzione. Ricordo che mentre il Padre parlava di S. Francesco di Paola, la Madre Generale uscì in questa espressione: la Calabria ha bisogno di santi. Sì, commentai io sottovoce, la Calabria ha bisogno di santi![54]

 

7. CARATTERISTICHE COMUNI

C’è più di un aspetto che accomuna don Orione a padre Catanoso.

Al di là di studi già apparsi sul peculiare carisma di ciascuno, ci  pare utile concludere sottolineando alcune caratteristiche comuni fra questi due sacerdoti.

Ad un analisi, seppur sommaria, sembra di ricondurli, fondamentalmente, a due costanti spirituali: il forte amore per Dio e l’incessante spinta caritativa verso i più poveri.

Il primo aspetto si è declinato nei tratti di una pietà sacramentale profonda, nell’amore grande per la preghiera (in particolare l’amore per l’Eucarestia). Qui basterebbe ricordare, per quanto riguarda Catanoso, la devozione del ‘Volto Santo’ e la ‘Lega contro la bestemmia’.

Emblematico, a questo proposito, il programma della devozione al Volto Santo tracciato già nel 1921:

La devozione del Volto santo si concentra nel sacro Velo della Veronica dove nostro Signore impresse col suo preziosissimo Sangue i lineamenti della sua Faccia divina. È una reliquia preziosissima che la Chiesa conserva e che noi veneriamo. Ma se vogliamo adorare il volto santo di Gesù e non l’immagine sola, questo Volto noi lo troviamo nella divina eucarestia, ove col Corpo e Sangue di G.C. si nasconde sotto il bianco velo dell’ostia il Volto di nostro Signore. Dunque l’ostia è per noi anco un velo; con questa differenza: che il Velo di Veronica mostra a noi i lineamenti, l’immagine del Volto di Gesù, mentre il velo eucaristico, se noi per poco penetriamo con la fede attraverso le sacre specie, ci mostra non i lineamenti, ma vivo e vero tutto Gesù e specie il suo Volto Santissimo. E molte volte Gesù Sacramentato ha voluto mostrare al suo popolo divoto che lo adorava nella eucarestia le fattezze del suo santo Viso. (…).

Fu questo pensiero che c’ispirò d’istituire nella nostra Chiesa le giornate settimanali d’adorazione Eucaristica. Questa idea lanciata in un momento di entusiasmo venne accolta dai fedeli e l’adorazione ebbe già principio e continua con un crescendo meraviglioso nella nostra Chiesa della Candelora.[55]

Dunque il canonico della Candelora ebbe da principio ben chiaro come anche la pietà popolare non era fine a se stessa, ma da ricondurre sempre al centro della fede, a Cristo.

Il secondo aspetto si manifesta nella continua ricerca dei più deboli, degli ultimi: l’amore per i poveri, particolarmente per i fanciulli è per i due beati caratteristica centrale dell’azione pastorale.

Entrambi figli del popolo, vollero che anche le loro opere di caratterizzassero per l’incessante spinta caritativa verso gli ultimi i più deboli.

Don Orione offre molte pagine illuminanti su questo tema. In questo passo spiega cosa significa per lui ‘sposare la povertà’:

Sposare la povertà vuol dire incarnare in noi la vita dei più poveri, dei più abbandonati; dei più reietti, dei più afflitti. Questo è sposare la povertà!

Non basta dire: abbiamo fatto promessa d’essere poveri! Non basta1 Sposare la povertà è amare la povertà, ritratto di Cristo nei nostri fratelli, e amarla tanto … e viverla tanto, come lo sposo ama la sposa.

E se i Figli della Divina Provvidenza, con l’aiuto del Signore – poiché da noi non possiamo far nulla, non facciamo nulla -  saranno quali il soffio della Divina Provvidenza ci ha suscitati, allora nessuno, fra tutti i religiosi, dovrà vivere e sposare la povertà nel senso più vero, nel senso più grande, nel senso più santo, di noi, chiamati a consacrare la vita per la gente più povera, per tanti afflitti e reietti nostri fratelli, per quelli che il mondo ritiene come cocci rotti, rifiuti della società e da fuggire come gente non degna d’essere neppure guardata.[56]

I due santi si accomunano, infine, per l’ardore di nuove vocazioni.

Padre Catanoso si prodigava in ogni modo per reperire fondi per l’Opera dei chierici poveri, subendo spesso dinieghi e umiliazioni.

Egli però sosteneva: "… Dovremmo per questo scoraggiarci? No. L’opera dei chierici poveri è messa sotto la protezione del Volto santo ed abbiamo fiducia, diremmo certezza che malgrado le molteplici difficoltà da superare l’idea pian pianino si farà strada nell’animo del nostro buon popolo. E quando finalmente la maggior parte dei cristiani comprenderanno il dovere di aiutare le vocazioni ecclesiastiche, oh, certo allora non a decine bensì a migliaia si conteranno i leviti sussidiati dalla carità pubblica"![57]

 

E più oltre ricorda:

Molti di noi potemmo ascendere al sacerdozio perché anime veramente generose e magnanime sopportarono il peso d’ingenti sacrifizi per mantenerci in seminario e noi certo non negheremo, per dovere di gratitudine, il nostro contributo pei chierici poveri.

Don Orione, non dimentichiamolo, voleva essere ricordato come “il prete delle vocazioni”. Anch’egli, per le vocazioni, soffrì ‘fame, sete e umiliazioni le più dolorose’.

Nella famosa ‘questua delle vocazioni’ del 1927 egli scriveva:

Per le vocazioni dei fanciulli poveri quanto camminare! Ho salito tante scale: ho battuto a tante porte! E Iddio mi portava avanti come il suo straccio.

Ho sofferto fame, sete e umiliazioni le più dolorose: e pur parevano biscottini di Dio! Mi sono anche coperto di molti debiti; ma la Divina Provvidenza non mi ha mai lasciato far fallimento. E avrei a grande grazia, se Gesù volesse concedermi, per le vocazioni, di andare mendicando il pane sino all’ultimo della vita.[58]

La collaborazione fra questi due grandi fondatori si è concretizzata, come solo le  vere amicizie sanno fare, in un’opera che reca l’impronta originale di entrambi: nell’Opera Antoniana delle Calabrie[59].

Infine, non si può dimenticare per entrambi il grande amore per la Madonna. Già in precedenza abbiamo ricordato come il motto ‘Ave Maria e avanti’ fosse diventato proprio anche del Catanoso. Senza ora rammentare i numerosissimi passi di amore per Maria riportati negli scritti di padre Catanoso, ne ricordiamo solo uno.

La Madonna è la madre di Gesù e la madre nostra. La Madonna Gesù ce l’ha lasciata sulla Croce quando disse a Giovanni: “Ecco la Madre tua”. E a Maria: “Ecco il tuo figliuolo”.

Gesù sul Calvario ci lasciava la mamma. Ci aveva dato tutto nel Sacramento dell’Eucarestia, era privo di tutto, anche delle sue vesti, aveva la mamma e ci ha lasciato la mamma. La Madre nostra. Che bel nome! Poter dire Madre! A questo nome gli occhi si riempirono di lacrime. È così dolce, così bello, così soave dire mamma. E la Madonna è stata la Madre di Gesù ed è la Madre nostra, la corredentrice del genere umano. Nelle mani della Madonna passano tutte le grazie che discendono dal Cielo.[60]

Per concludere vorremmo solo accennare ad uno dei ricordi più cari che il canonico conservava dell’amico Orione.

Si tratta di un’immaginetta della Madonna della Guardia, spedita da don Orione da Tortona il primo febbraio del 1934.

Sul retro dell’immaginetta, sul testo della preghiera egli scrisse: "Cara e Santa Madonna della Guardia, va e porta al mio fratello Can.co Catanoso ogni spirituale conforto e la più grande benedizione. E proprio il conforto e la benedizione della Madonna hanno veramente soccorso i due sacerdoti in più di un momento di prova. L’affidamento totale a Dio, sfidando l’umana prudenza e il calcolo dei mezzi, la totale dedizione all’azione sono altri aspetti che si ritrovano sorprendentemente nei due sacerdoti che, forse per questo, si capirono fin dal loro primo incontro. La spiritualità del ‘Volto’, in sostanza, si caratterizza spesso, per entrambi, nel volto dei più poveri, in cui riconoscono nitidamente il Volto di Cristo".

 


[1] Studio importante è quello curato da Vincenzo Lembo, con la collaborazione di suor Dorotea Palamara, Elvira la Face, Elisabetta Mafrici, Maria Mariotti, P. Gaetano Catanoso. Scritti e testimonianze, Edizioni G.M., Villa S. Giovanni 1980, pp. 370.

[2] “ ... il suo papà gli diede una zappa e lo portò con sé in campagna, ma quando si trovò in campagna e non fu capace di far niente disse a suo padre: ‘È meglio che io vado a scuola, perché io non sono capace a zappare’”. Testimonianza di suor Margherita Cusmano, Summarium super dubio in Congregatio de causis sanctorum, (d’ora in poi Summ.), p. 228 citata nello studio di Gheda.

[3] La bolla di nomina, datata 1 marzo 1904, è firmata “Januarius Card. Portanova Archiepiscopus Reginen­sis”; in essa si fa menzione dell’esito favorevole del concorso sostenuto da Catanoso il 25 febbraio 1904.

[4] Pentidattilo è un paese segnalato su tutte le guide turistiche. Ha la singolare caratteristica di essere arroccato su degli spuntoni che assumono la forma proprio delle dita di una mano. Quasi distrutto a causa di una inondazione del 1951 e di successive frane che hanno costretto le autorità a dichiarare inagibili le abitazioni e a costringere la gente a scendere a valle, è attualmente in via di lenta ricostruzione.

[5] Cfr. G. Pasquale, Relazione sullo stato fisico-agrario della prima Calabria Ulteriore, Reggio Calabria 1863, citata da Gheda.

[6] Cfr. P. Borzomati, Aspetti religiosi e storia del movimento cattolico in Calabria, Soveria Mannelli, Roma 19933, p. 70).

[7] “… era grave il danno arrecato al patrimonio religioso della Calabria dalle congreghe e confraternite, controllate dai laici devoti alle patrie istituzioni ed attenti più al patrimonio materiale che a quello morale della confraternita, motivo per cui l’assistente spirituale si veniva a trovare alle dipendenze di priori di tendenze laiche o addirittura massoniche, i quali disponevano le funzioni religiose per pura formalità, per raccogliere oboli e rafforzare clientele”, P. Borzomati, op. cit., p. 76, brano riportato dal Gheda.

[8] Il Gheda ricorda che “durante una processione dedicata alla Madonna della Candelora viene assalito da un uomo assoldato dai ‘malviventi di Pentidattilo’, che gli taglia con un coltello la tunica in gesto di sfregio o di avvertimento” (P. Gheda, op. cit., p. 15).

[9] Basilio Guzzo ha scritto: “Quando penso alla strada di Pentidattilo, strada sempre bruciata da un sole implacabile, e penso alle centinaia e migliaia di volte che lui la percorse a piedi, confesso che sono commosso” (in B. Guzzo, Il venerabile P. Gaetano Catanoso, Reggio Calabria 19933, p. 14).

[10] Per questa notizia e per tutto quanto concerne il periodo in cui Don Orione visse a Messina, fondamentale è il volume, a cura di G. Venturelli, Don Luigi Orione e la Piccola Opera della Divina Provvidenza. Documenti e testimonianze. Terremoto Calabro Messinese 1909-1912, Piacenza 1995.

[11] G. Papàsogli, Vita di don Orione, Gribaudi, Milano 1994, pp.185-186.

[12] G. Papàsogli, op. cit, pp. 186-187.

[13]  Ibidem.

[14] “Esistono lì parecchi orfanelli per i quali un nido, del pane, un po’ di cure, significano salvezza: è urgente metterli al sicuro, sottrarli al clima invernale, alle notti ghiacce (...) il susseguirsi delle scosse, il panorama sempre più tragico, le estreme necessità, ovunque gli danno l’impressione netta, perentoria, che è necessario organizzarsi, formare gruppi solidali, attivi, caritatevoli, coordinandone le iniziative. Ha portato con sé danaro suo, della diocesi, lo distribuisce ai più affamati, ai più nudi, ai più ammalati: intanto conforta, esorta, incoraggia, confessa” (G. Papàsogli, op. cit., p. 187).

[15] Cfr. G. Venturelli, Don Luigi Orione e la Piccola Opera della Divina Provvidenza, cit., vol. IV.

[16] Per quanto riguarda l’esperienza di don Orione come vicario generale, rimandiamo al volume V di Don Luigi Orione e la Piccola Opera della Divina Provvidenza, cit. Per una sintetica storia dell’operato di don Orione durante il terremoto, cfr. anche ‘L’esperienza calabro-sicula e il terremoto del 1908’ di Pietro Borzomati in AA.VV., La figura e l’opera di don Luigi Orione (1872-1940), Vita e Pensiero, Milano 1994. Cfr. anche i Messaggi di Don Orione”, curati da A.Lanza, Don Orione e Padre Semeria, n.78 e Don Orione negli anni del modernismo, n.79 dove ci sono abbondanti notizie dell’ambiente calabro-siculo e dell’opera svoltavi da Don Orione negli anni 1909-1912.

[17] Lettera del 4 novembre 1942. Si tratta della risposta di Padre Catanoso a una lettera di don Luigi Orlandi, della Congregazione orionina, che chiedeva a Padre Catanoso una relazione su don Orione, la cui causa di Beatificazione stava per essere iniziata (l’originale è presso l’Archivio dei Padri Orionini a Tortona e una copia presso l’Archivio delle Suore Veroniche del Volto Santo).

[18] Così Giuseppe Curmaci, in Summ., p. 33, citata nel volume di Gheda, p.29.

[19] Tratto dalla conferenza tenuta nel giugno 1965 presso l’Auditorium S. Paolo in Reggio Calabria (in Atti Arcivescovili, Reggio Calabria 1965, p. 156)

[20] P. Gheda, op. cit., p. 29; cfr., per la storia dell’Opera di don Orione a Reggio, il fondamentale il volume di Giuseppe Caruso, La costellazione “Orione” a Reggio, 1908-1996, Jason Editrice, Reggio Calabria 1996.

[21] Il 4 luglio 1921 Gaetano Catanoso viene nominato parroco di S.M. della Purificazione, comunemente chiamata ‘Candelora’, dove rimarrà fino al 1940.

[22] Nato a Melito Porto Salvo il 6 gennaio 1874 da Demetrio e Antonia Zampaglione, unico figlio maschio di una numerosa famiglia, Salvatore intraprese gli studi classici presso il Seminario di Reggio Calabria. Nel settembre del 1898 venne ordinato sacerdote. Il cardinale Gennaro Portanova e il vescovo mons. Antonio De Lorenzo, suo cugino, lo tenevano nella più alta considerazione.

Nel giugno del 1901 conseguì presso l’Università di Messina la laurea in lettere. Insegnò lettere prima presso il seminario di Messina e poi in quello di Reggio Calabria, finché fu nominato parroco della parrocchia della Candelora. Missionario del Volto Santo, fondò la “Lega Angelica” contro la bestemmia.

Su questa figura, inoltre, cfr. M. Mariotti, Il Canonico Salvatore De Lorenzo, in AA. VV., Oasi Calabresi, Ave, Roma 1991; AA.VV., La figura e l’opera del canonico Salvatore De Lorenzo (Atti del convegno 8-9 febbraio 1992), Reggio Calabria 1993; P. Borzomati, Esperienze meridionali di santità tra ‘800 e ‘900, La Ruffa, Reggio Calabria 1990.

[23] Di famiglia napoletana, visse a Reggio Calabria dal 1918 fino alla morte (1939). Con l’amica Giulia Bianchi aiutò il can. De Lorenzo e poi il can. Catanoso nella fondazione dell’Orfanotrofio Antoniano, contribuendo nel primo periodo all’assistenza ai ragazzi. Introdusse e diffuse nell’ambiente reggino la devozione alla Madonna della Salette e del Volto Santo.

[24] Bollettino “Opera Antoniana della Calabria”, Collina degli Angeli, Reggio Calabria, 15 giugno 1952.

[25] Mons. Giulio Ziglio conferma questa notizia, avuta da Catanoso stesso :” ... il Beato D. Orione aprì a Reggio Calabria l’Opera Antoniana proprio in seguito alle sue insistenti sollecitazioni e consegnò nelle mani del Beato tutte le offerte che lui stesso aveva raccolto con l’intenzione di fondare un orfanotrofio”, citato da P. Gheda, p. 111, in nota.

[26] Catanoso, al pari di De Lorenzo, aveva nella mente l’idea di un istituto maschile: ai suoi membri avrebbe dato il nome di “Cirenei”, per continuare in senso maschile la metafora della devozione della Veronica. A mons. Ziglio parlò “sempre della Collina degli Angeli come un’opera sua, o meglio del suo desiderio di realizzarla e dell’impossibilità di ottenerla per mancanza di tempo e forze. Vide allora nella collaborazione con Don Orione la possibilità di realizzare l’orfanotrofio. I sacerdoti di Don Orione - lo so per aver parlato con loro - considerano P. Catanoso il cofondatore dell’Opera Antoniana in Reggio Calabria” (citato da P. Gheda, p. 30).

[27] Da “L’Avvenire di Calabria”, 9 maggio 1963. Don Bartoli rimarrà l ‘interlocutore privilegiato per i rapporti tra don Orione e padre Catanoso. Egli rimase direttore dal 1925 fino al 1942 e poi dal 1961 al 1964.

[28] Testimonianza di Santa Legato, Summ., p. 142, in Gheda, op. cit., p. 30.

[29] “Il nostro D. Gaetano Catanoso si accingeva ad una impresa ardua ma santa; creare un’opera che potesse accogliere i poveri bambini orfani ed abbandonati (…) prima deriso poi disapprovato (…) trovava finalmente anche i sostenitori (…) E l’idea approvata e le offerte già abbondanti gli permisero di affidare l’opera a D. Orione, Superiore dei Figli della Divina Provvidenza” (cit. da Gheda, op. cit., p. 31).

[30] Il fratello del canonico era parroco presso il paese di S. Lorenzo (RC).

[31] Riportata in P. Gaetano Catanoso, Scritti e testimonianze, op. cit., pp. 215-216.

[32] Ibidem, p. 216.

[33]   Testimonianza citata nel volume P. Gaetano Catanoso. Scritti e testimonianze, cit., pp. 171-177, con la data Paternò, 13 giugno 1979.

[34] Da un appunto manoscritto riportato in P. Gaetano Catanoso. Scritti e testimonianze, pp. 283-284.

[35] Da appunti manoscritti senza data, in ivi, pp. 282-283.

[36] Lo stesso episodio è raccontato anche da Antonietta Pedace: “...trovandosi assieme per sorbire un caffè, Don Orione disse a P.Catanoso, mentre questi era intento a mettere lo zucchero nella tazzina: ‘Metti, metti, perché ne avrai di amarezze nella vita’”, cfr. Summ., p. 40.

[37] Da appunti manoscritti senza data, citato nel volume di P. Gaetano Catanoso. Scritti e testimonianze, p. 283.

[38] Ibidem.

[39] Da “Il Volto Santo”, gennaio 1921.

[40] Lettera del 2 settembre 1934, riportata in P. Gaetano Catanoso, Scritti e testimonianze, cit., pp. 216-217. La lettera poi continua: “… Dirà poi pure a Don Bartoli che accetti il Ripepi e lo tenga a San Prospero, se vuol essere un probando; se no, lo metta a Sant’Antonio”.

[41] Ibidem.

[42] D. Orione scese ancora a Reggio il 23 maggio 1938, ma è probabile che non abbia avuto modo di incontrare il Canonico.

[43] Si tratta evidentemente della lettera del 2 settembre 1934.

[44] “Il Volto Santo”, ottobre-novembre 1941. Nella prima circolare alla congregazione, Catanoso conferma la sua riconoscenza per l’amico di Tortona, definendolo ‘un sacerdote secondo il cuore di Dio, Don Luigi Orione, che tanto ha pregato e tante volte ci ha benedetto...’ e commentando la sua famosa lettera - ‘Ecco tracciato in poche parole per le Figlie di S.Veronica un magnifico programma di santità e di lavoro’.

[45] Giovanna Maria Rainis conferma questa presenza determinante di Catanoso: “il Servo di Dio, fin dall’inizio, diede alle Suore un programma preciso: la Riparazione, le Opere di Carità ai più bisognosi nei paesi più poveri... Il Fondatore era per noi la ‘Costituzione vivente’: guardando e ascoltando lui conoscevamo la volontà di Dio e comprendevamo la bellezza delle anime consacrate a Dio”.

[46] Da un discorso tenuto dal Canonico il 7 marzo 1959, per la ricorrenza del suo 80° compleanno, a Chorio di San Lorenzo, suo paese natale (dal volume P.Gaetano Catanoso. Scritti e testimonianze, cit.).

[47] Suor Maria Geltrude Genoese, del Monastero della Visitazione di Reggio, nel volume P.Gaetano Catanoso. Scritti e testimonianze, p. 121.

[48] Margherita Cusmano dice: “Dalla viva voce del servo di Dio ho appreso che i viaggi di particolare importanza che egli fece furono: nel 1941 a Tortona a visitare la tomba di Don Orione (da Tortona mi inviò una cartolina che io ancora conservo)”.

[49] “Il Volto Santo”, novembre 1941.

[50] Ibidem.

[51] Ibidem.

[52] In P. Gaetano Catanoso. Scritti e testimonianze, pp. 297-298.

[53] In P. Gaetano Catanoso. Scritti e testimonianze, pp. 298-299.

[54] Dal discorso pronunciato il giorno della tumulazione della salma di p.Catanoso nella cripta del tempio del volto Santo, il 22 aprile 1972.

[55] Da “Il Volto Santo”, novembre 1921.

[56] Dalla predica del 6 ottobre 1939, in La parola di don Orione (12 volumi di discorsi, prediche, conferenze di don orione ripresi da viva voce), vol. XI, p. 142.

[57] Da “il Volto Santo”, gennaio 1921.

[58] Da In cammino con Don Orione. Dalle lettere, Postulazione della Piccola Opera della Divina Provvidenza, Roma 1972, pp. 172-173.

[59] Lo studio più completo per quanto riguarda l’opera di don Orione in Calabria è quello, citato in precedenza, di Giuseppe Caruso, La costellazione ‘Orione’ a Reggio, 1908-1996, cit.

[60] Dal discorso tenuto a Chorio di S. Lorenzo, suo paese natale, il 7 marzo 1959, per la ricorrenza dell’ottantesimo compleanno, in P. Gaetano Catanoso. Scritti e testimonianze, cit., p. 286.

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