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Messaggi don Orione
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Nella foto: L'Eremo di Campello al Clitunno.
Pubblicato in: MESSAGGI DI DON ORIONE, n. 100, 2000, p. 5-44.

Don Orione entr˛ in relazione con Sorella Maria e con la comunitÓ dell'Eremo di Monte Campello intuendo il valore ecumenico dell'esperienza e cercando di favorirne la comunione ecclesiastica.

IL BEATO LUIGI ORIONE
E SORELLA MARIA DELL'EREMO DI CAMPELLO

Michele Busi

PARTE I

 

La vicenda dell'Eremo francescano di Campello sul Clitunno e, in particolare, di Sorella Maria che ne fu l'anima dall'inizio (1926) fino alla sua morte (1961), è stata ripercorsa negli ultimi anni da molti studi[1].

A noi in questa sede preme soffermarci su aspetti in parte già noti ed in parte inediti, relativi al rapporto fra Maria 'la Minore' (come lei amava chiamarsi) e il Beato don Orione.

Grazie alla consultazione, presso l'archivio generale della Piccola Opera della Divina Provvidenza, di carteggi finora inediti, e alla disponibilità delle sorelle dell'eremo che, tramite il prof. Don Ferdinando Aronica, ci hanno messo a disposizione la documentazione relativa ai rapporti tra don Orione e la fondatrice conservati nell'Archivio di Campello, siamo in grado di mettere a fuoco il ruolo che ebbe don Orione in una vicenda travagliata, legata ai primi anni di vita della comunità francescana di Campello e alle incomprensioni ed ostilità che sorella Maria dovette patire ad opera dell'autorità ecclesiastica.
 

Una vita vissuta francescanamente

Prima di tutto, però, ci pare necessario ricostruire brevemente la vicenda umana di Maria, il cui vero nome era Valeria Pignetti.

Nata a Torino nel 1875 da una famiglia della media borghesia, Valeria perse il padre quando aveva solo dieci anni e ricevette la sua prima educazione soprattutto dai nonni materni.

Nel 1901 entrò nell'ordine delle Francescane Missionarie di Maria con il nome di Maria Pastorella.

La fondatrice delle Francescane Missionarie, Mère Marie de la Passion (al secolo l'aristocratica Hélène De Chappotin), aveva avuto l'appoggio, nel dar vita a questo nuovo ordine religioso, da Pio IX in persona.

Le consorelle vivevano, come altre nascenti congregazioni, in una grande semplicità ma anche in una enorme povertà. Tuttavia questo non spaventò Maria, che era ben voluta per il carattere dolce e sereno. Ella rimase nell'Ordine fino al 1917, quando, precisamente il 2 luglio, come dirà lei stessa, sentì in sé “una chiamata, un destino”.

Sorella Jacopa, che diverrà la compagna più vicina a Maria, scrisse che si trattò di “uno di quei tocchi misteriosi che l'anima avverte nella sua profondità, dei quali può riferire le circostanze esterne – tempo, luogo, accessori – ma nulla del tocco in sé, che è stato reale, nettamente avvertito, con la precisione di un fatto che si produce in un attimo, dal quale comincia per sempre la distinzione fra il prima e il dopo. Che sia, donde venga, e che muova, rimane oltre la soglia della coscienza (...). Questo "indistinto", questa gestazione sacra Maria chiamò "la violetta"”[2].

In questo frangente delicato della sua vita, Maria incontrò una persona con cui instaurò immediatamente una du­revole e forte amicizia: Ernesto Buonaiuti[3].

Fu il sacerdote tra le prime persone a incoraggiarla a proseguire nel suo cammino di ricerca di una 'piccola via' spirituale. Nacque da qui un profondo e duraturo legame testimoniato da un fitto epistolario che Maria stessa volle fosse distrutto dopo la sua morte[4].

Buonaiuti avrebbe voluto che Maria si unisse in una qualche forma stabile alla sua comunità di discepoli. Maria, però, cercava, seppur ancora in maniera non ben definita, di dar vita ad una propria esperienza genuinamente evangelica, di chiara impronta francescana.

Il 28 dicembre dello stesso anno, Maria ebbe la fortuna di essere ricevuta in udienza da Benedetto XV, ottenendo un incoraggiamento al suo progetto. Così, nel 1919, uscì dalle Francescane Missionarie. Il vescovo di Arezzo le offrì una villa nella propria diocesi, che lei però rifiutò ritenendola 'sontuosa'.

Vagò in cerca di una sede per sé e le proprie compagne, prima in Toscana (Forte dei Marmi, Quarto di Firenze), successivamente nei luoghi francescani (Spello, Nocera, sulle falde del Subasio), fino a quando, nel 1922, si stabilì a Montefalco ospite di don Brizio Casciola[5]. Egli avrebbe voluto trattenerle in parrocchia, ma Maria ambiva ad un luogo isolato.

Individuò allora una vecchia casa di caccia in disuso a Poreta, vicino a Spoleto, dove si recò nel settembre di quell'anno.

Le donne rimasero nel 'Rifugio Francesco', come lo chiamarono, fino al 1926.


Le difficoltà con l'autorità ecclesiastica

Fu durante questo periodo che sorella Maria, grazie a don Brizio, venne in contatto con don Orione[6].

Evidentemente il sacerdote di Montefalco aveva parlato a don Orione di queste donne che a­nelavano ad un'originale forma di vita evangelica, ma anche delle peripezie che stavano attra­versando.

Il primo documento che ci parla di Sorella Maria è una sua lettera del 1923.

Si tratta solo di poche righe:

Don Luigi Orione

Tortona

Grottamare – 1923

Mercoledì di Pasqua.

A Lei Don Orione il nostro saluto del cuore, mentre siamo qui unite con Adelaide cara che è ve­nuta a celebrare la Pasqua con noi. Quanto, quanto le siamo vicine e chiediamo la sua be­ne­di­zio­ne ed il pane del suo affetto!

Sorella Maria e Consorelle

Adelaide[7]

Sono parole che rivelano evidentemente una fiducia reciproca che si stava approfondendo.

In ogni caso, la vera e propria corrispondenza fra Sorella Maria-don Orione (spesso con l'intermediazione di don Casciola) iniziò con il mese di maggio del 1926.

Sorella Maria e le sue compagne avevano individuato un nuovo luogo dove svolgere il proprio particolare apostolato: si trattava di un eremo abbandonato, sopra le fonti del Clitunno, a Cam­pello.

Certo, il sacrificio economico per acquistarlo e per ristrutturarlo era notevole, ma Maria vide nell'Eremo il luogo ideale per sé e le proprie compagne.

Tuttavia, al di là dell'aspetto economico, non mancavano motivi di preoccupazione ben più importanti.

La nuova comunità, fin dal suo primo apparire in terra umbra, aveva destato i sospetti del­l'arcivescovo di Spoleto, nel cui territorio si trovavano sia Montefalco, sia Poreta, sia, infine, Cam­pello.

Guidava dal 1912 la chiesa spoletina mons. Pietro Pacifici.

Egli, fin dall'arrivo di Maria e delle sue compagne nella propria diocesi, nel 1922, convinto che la comunità fosse guidata da un pericoloso padre spirituale come Buonaiuti (anche per la mai rinnegata amicizia di Maria con il sacerdote sospeso a divinis), aveva visto in ciò un latente pericolo modernista.

Bisogna tener presente che l'arcivescovo in questo campo era particolarmente 'ferrato', poiché era stato collaboratore del cardinal De Lai durante la lotta modernista[8].

Pur considerando che la polemica modernista era ormai in fase decisamente calante (a Pio era subentrato Benedetto XV), tuttavia l'arcivescovo si manteneva vigile e sempre all'erta contro questo pericolo, tanto più che in Umbria risiedevano alcuni esponenti di spicco del movimento, come don Umberto Fracassini, rettore del seminario di Perugia, don Luigi Piastrelli, sospettato per la sua amicizia con Murri e Buonaiuti, e lo stesso don Brizio Casciola.

Sorella Maria aveva già indirizzato una sua lettera all'arcivescovo nel luglio del 1922, ad appena tre mesi dalla sua venuta a Montefalco, segnalandogli la propria presenza in diocesi e il desiderio di omaggiarlo. Nella lettera Maria spiegava che non era sua intenzione fondare una nuova congregazione.

Dopo non aver ricevuto alcuna risposta, ma intuendo i motivi della diffidenza del vescovo (in primis l'amicizia con Buonaiuti), Maria si rivolse nuovamente a mons. Pacifici l'8 novembre, chia­rendo che “Buonaiuti non solo non è nostro direttore spirituale, ma neanche un Amico autorevole, non perché io non abbia verso di lui profonda deferenza, ma perché egli, umile e schivo, non vorrebbe mai assumere l'incarico di esserci guida. È per me sola un amico e un fratello; le altre sorelle, una eccettuata, neanche lo conoscono. Io non ho, né sento il bisogno di avere alcun Direttore speciale; per i nostri bisogni spirituali i rivolgiamo semplicemente al Parroco”[9].

Ma tutto ciò, più che rassicurare il vescovo, lo confermò nel sospetto di una comunità di stampo moder­nista, anche se Maria fondava l'amicizia col Buonaiuti su un piano non prettamente di condivisione dottrinale[10].

Nel settembre del 1922 Maria e le compagne si erano stabilite a Poreta, piccolo paesino vicino Spoleto, in una villa di caccia in disuso, di proprietà del conte Pucci di Spoleto.

I sospetti di modernismo permanevano intatti anche quando Maria si preparò a trasferirsi, nel 1926, nell'eremo di Campello[11].

Tra le misure adottate dalla curia di Spoleto che più facevano soffrire sorella Maria, vi era il divieto a celebrare la Messa nella chiesina dell'Eremo e a conservarvi il SS.Sacramento.

In tutto ciò Maria vedeva un accanirsi ingiustificato dell'autorità diocesana su un semplice gruppo di fedeli.

Si intersecano in queste vicende molti fraintendimenti, dovuti in gran parte a buona fede, sia da parte di Maria che non chiedeva altro che vivere la propria fede, insieme alle compagne, nella più assoluta ortodossia, sia da parte del vescovo, che era convinto che l'ingenuità di Maria fosse pericolosa dottrinalmente e aprisse il varco al mai sufficientemente combattuto modernismo.

In tale situazione si giunge al 1926.

Pur tra questo clima di sospetti, Maria era riuscita finalmente a concludere l'acquisto dell'eremo di Campello. Era pronta a trasferirsi, ma avrebbe voluto farlo 'riconciliandosi' con il vescovo, chiarendo ogni suo dubbio e attestandogli la propria fedeltà. Cercò perciò il contatto con amici influenti, laici o sacerdoti, perché intercedessero per lei e le compagne.

Don Brizio Casciola, che in quel periodo non era più a Montefalco, fu senza dubbio, al pari di Buonaiuti, ma forse ancora di più, l'amico di Maria e delle sue sorelle.

Egli, poi, essendo nativo di Montefalco ed avendo contribuito al loro ingresso in Umbria, si sentiva impegnato in prima persona a difendere la piccola comunità dai sospetti e dalle accuse che la circondavano.

Ecco perché si offrì, nei primi mesi del '26, come intermediario per un incontro tra sorella Maria e don Orione, che ormai conosceva bene da diversi anni.

Di seguito riportiamo la documentazione in proposito.

Il primo documento in nostro possesso è una lettera di Maria nel maggio del 1926. La 'Minore' aveva avuto, da don Brizio, l'assicurazione che don Orione si sarebbe occupato della piccola comunità di donne.

Quercianella (Livorno)

Ospizio marino delle Suore Passioniste

21-5- 1926

Venerato Don Orione,

Don Brizio, arrivato ieri sera da Roma, mi ha portato una buona notizia che per me è gioia profonda nel Signore: Lei vorrà occuparsi di noi, ricoverarci sotto le ali della sua carità, rispondere di noi di fronte ai non bene volenti.

Tutta la mia anima loda il Signore per questa buona novella!

Innanzi tutto perché mi è prova del Suo cuore sacerdotale, di cui mi hanno parlato cuori amici; e poi per il bene della nostra famigliola provata.

Le sono grata dal profondo dell'anima, Don Orione.

Mi dica ora ove posso incontrarla; occorre io Le sia chiara, e ciò desidero e voglio con l'aiuto del Signore.

Sono qui per salute, con la mia vecchia Mamma. Il 7 giugno ripartirò per Campello sul Clitunno, ove le sorelle mi aspettano, e di dove ci trasferiremo ai primi di luglio nell'antico Eremo francescano che diverrà la nostra rocca, e asilo di pace per noi e per i fratelli che il Signore indirizzerà a noi[12].

Mi dica la prego se Lei potrà venire entro il giugno a Campello, o se debbo venire io a Roma o dovunque Lei si trovi, ché non baderò a disagio, pur di risparmiarle tempo e fatica.

Don Brizio mi ha accennato ad una Sua prova presente. Stamattina ha celebrato la Messa per Lei, e ho partecipato al Sacrificio con l'umile desiderio di aiutare io pure – e chiederò preghiere alle mie dilette Sorelle. Oh i nostri cuori Le sono fin d'ora devoti e semplicemente filiali! Don Brizio, partito alle 9 1/2, mi ha detto di trasmetterle ancora un saluto e un grazie vivo.

Mi perdoni queste righe, scrivo a fatica perché soffro agli occhi[13].

Buona Pentecoste! Mi voglia benedire nel Signore, e ci faccia posto nel Suo cuore.

Dev.ma Sorella Maria[14].

Pochi giorni dopo Maria si rifece viva con un'altra lettera per rinnovare la richiesta di un in­con­tro.

Quercianella (Livorno)

il 31-5-1926

Venerato Don Orione,

il 20 sera D. Brizio passando qui di ritorno da Roma mi diceva che Lei aveva accettato di occuparsi di noi, e ch'io Le scrivessi il domani stesso per mettermi d'accordo con Lei sulla possibilità di un incontro. Ciò feci subito, indirizzando a Roma, Ognissanti, V. Appia Nuova. Ma forse non seppi esser chiara quanto avrei dovuto, nell'accennarle alla necessità e all'urgenza d'un tale incontro o forse la mia lettera non Le è pervenuta.

Perciò oggi ripeto il tentativo con umile fiducia – raccomandandolo alla Madonna, in quest'ultimo giorno del suo Mese!

Oso chiederle innanzi tutto se Ella è realmente disposto ad occuparsi di noi – o se, per un qualsiasi motivo o avvenimento sopraggiunto, preferisce astenersi. Mi dica La prego il suo pensiero qualunque esso sia, e gliene sarò così grata!

E nel caso in cui creda possibile l'occuparsi della nostra umile sorte, abbia la bontà d'indicarmi dove La potrò incontrare entro il giugno.

Io rientrerò al nostro Rifugio il 7 o il 9 giugno, e dovrò di là assentarmi più giorni d'ogni settimana per diverse necessità; occorrerebbe quindi ch'io sapessi appena possibile le Sue disposizioni, per non incorrere nel pericolo di trovarmi assente o non pronta all'occorrenza.

Attendo un suo cenno con rispettoso cuore, come la volontà del Maestro che ci chiama sempre.

Mi voglia benedire e mi creda devotissima.

Sorella Maria[15]

Finalmente, in luglio le sorelle salirono all'eremo. Erano in tutto cinque: Maria, Jacopa, cieca dalla nascita, Immacolatella e Angeluccia, giovani calabresi analfabete, Rosa, di origine toscana. Altre presto si aggiungeranno.

Stabilitasi all'eremo, le sorelle nei primi mesi cercarono di renderlo accogliente.

Passata l'estate, sorella Maria sentì che non era più dilazionabile l'incontro. Si trattava di avere dei consigli da un sacerdote che già stimava in merito a come comportarsi.

Grazie all'intermediazione di don Brizio, don Orione accettò di incontrare Maria. Bisognava ora stabilire il luogo.

Nel giorno di San Francesco (4 ottobre)

Pavia

Piazza San Pietro in Cielo d'Oro 2

Venerato Don Orione,

mi scrisse Don Brizio che Lei avrebbe avuto carità di venire qui a Pavia, perché io possa avvicinarla come desidero da tanto tempo. Gliene sono umilmente grata.

Starò qui fino al 18: in casa di mio fratello Col. Pignetti[16], ov'è anche la mamma che aveva bisogno di vedermi.

È un luogo molto tranquillo e romito, con la chiesa accanto, San Pietro in Ciel d'oro, in cui si venera la tomba di Sant'Agostino.

Lei, indicatomi il giorno in cui potrà venire, vorrà dirmi La prego se preferisce la casa di mio fratello, o il convento degli Agostiniani unito alla chiesa; in un luogo o nell'altro vi sarà quiete.

Se poi per sopraggiunte difficoltà Ella non potesse venire, vorrà permettermi è vero di passare io stessa a Tortona nel mio viaggio di ritorno verso l'Umbria?

Intanto mi benedica La prego, con la mia piccola compagna che è qui insieme a me, con le dilette compagne lasciate all'Eremo, a Campello nell'Umbria, e con la mia vecchia Mamma e famiglia.

Ogni giorno di questa mia breve sosta, visitando la tomba del Grande che ci ha dato luce, io pregherò per Lei.

Sua devotissima in Domino

Sorella Maria[17]

Don Orione, però, ai primi di novembre fu colpito in maniera molto forte da una polmonite violenta[18].

Si temette perfino della sua vita: rimase a letto per molti giorni.

Il Papàsogli racconta che mentre don Orione era ancora a letto entrò a fargli visita uno dei suoi primi ex allievi, don Rota. Don Orione gli disse: "Sai… i medici dicono che io muoio, ma ti assicuro che non muoio… Ho ancora tante cose da fare…".

Il 27 novembre infatti era fuori pericolo e don Sterpi poteva, con notevole sollievo, diramare la bella notizia.

Maria, venuta a sapere della malattia di don Orione, si affrettò a scrivergli e a manifestargli tutta la sua vicinanza, proponendo, tra l'altro, che egli acconsentisse a trascorrere un pe­rio­do di riposo proprio presso l'Eremo di Campello.

Il 14 Dicembre

Reverendo Don Orione,

circa due settimane fa dettavo le righe qui unite, che pensavo spedirle subito; invece non so bene perché attesi. E pochi giorni dopo mi giunse lettera da D.Brizio, in cui mi diceva della Sua visita a lei, e della memoria ch'Ella serba di noi, delle nostre vicende.

Le dico subito il dispiacere vivo nel sentire della sua infermità. Il Signore faccia rifiorire la Sua carne, e "lo renda incolume alla Santa Chiesa!".

Mi ha commossa la Sua offerta pietosa. Io Le sono grata dal profondo dell'animo.

Ma più di tutto ho bisogno di poterla avvicinare con umile insistenza.

Mi faccia venire a Tortona, se crede; oppure se Le fosse possibile degni gradire l'ospitalità francescana che osiamo offrirle. Lei ha bisogno di cure, di aria buona, di sole, di grande quiete nella sua con­valescenza; e qui è veramente luogo adatto a ristorare.

La supplico, prenda in considerazione questa mia umile richiesta; un periodo passato quassù può davvero aiutare a riprendere forze – e la Sua presenza fra noi, il Suo conoscerci, sarebbe proprio per noi salvezza.

Vi è separata dal fabbricato una torre con celletta bene esposta, tra gli ulivi e con bellezza di con­templazione, con camino per il fuoco che ristora, senza scale. E dovunque sole e cielo, olivi e bosco.

Potrebbe condurre con sé un compagno.

La Madonna L'ispiri!

Altri Sacerdoti sono venuti, indisturbati. D. Brizio Le scriverà in proposito.

Buona novena di natale! Mi scusi queste righe scritte con sforzo, e ci voglia benedire.

Dev.ma Sorella Maria[19]

Nel frattempo, la 'Minore' si rivolgeva anche ad altri illustri sacerdoti. Scrisse a mons. Carlo Cremonesi[20], che era stato presente quando Benedetto XV aveva approvato la scelta di Maria di uscire dalle francescane missionarie e che per un certo tempo le era stato anche direttore spirituale.

Don Orione scrive al vescovo

Proprio lo stesso giorno, don Orione, che evidentemente si era convinto della bontà del­l'azione di Maria e delle sue sorelle, decise di scrivere all'arcivescovo di Spoleto per attestare la stima nei confronti della comunità di Campello.

(Minuta)[21]

A Sua Ecell. Rev. Monsignor Arcivescovo – Spoleto

Tortona, il 27 Dicembre 1926

Eccellenza Rev.ma,

Mi perdoni Vostra Eccellenza la libertà (che mi prendo di scriverLe) di rivolgermi a Lei per cosa piuttosto delicata, pur senza esserLe conosciuto.

Una buona persona mi ha pregato di scrivere o di venire da vostra Eccellenza Rev.ma per vedere se si potesse aiutare in Domino certe figliuole, che sono nella Diocesi di Vostra Eccellenza, e propriamente all'Eremo Francescano di Campello sul Clitunno, poiché sarebbero cadute un po' nel protestantesimo e modernismo, onde venne loro vietata la (S.Comunione) partecipazione dei Sacramenti.

Pare che prima non fossero così, poiché ho visto una bella dichiarazione di Sua Eccellenza Monsignor Cremonesi, Elemosiniere di Sua Santità, il quale attesta che anche il Santo Padre le avrebbe confortate di speciale benedizione[22].

Io non sono mai stato a codesto Eremo di Campello: non conosco nessuna di esse, e non ho loro mai scritto. Ma ho fiducia che, se Vostra Eccellenza lo credesse opportuno, e mi desse la Sua benedizione, la (santa) Madonna mi aiuterebbe.

Sentirei, però, doveroso venire prima ai piedi di Vostra Eccellenza per vedere se crede si possa fare qualche cosa, con l'aiuto del Signore per quelle anime. E, siccome di frequente mi tocca viaggiare (girare) per visitare gli istituti della Piccola Opera, e vado anche da Roma nelle Marche, passando da Spoleto, così non mi sarebbe difficile discendere.

Unicamente perché Vostra Eccellenza sappia che, per la divina grazia, sono un umile e fedele (devotissimo) figliuolo della Santa Chiesa, del papa e dei Vescovi e ad Essi in tutto e per tutto senza limite devoto, mi fo' ardito inviarLe alcune brevi pagine, che le diranno lo spirito onde è animata questa Piccola Opera della Divina Provvidenza e il povero peccatore che Le scrive[23].

Gradirei dalla bontà di V. Eccellenza di poterle poi riavere.

Bacio con profonda venerazione il Sacro Anello, e la prego di (degnarsi) benedirmi.

Voglia, nella Sua carità, raccomandarmi al Signore, e avermi di Vostra Eccellenza Rev.ma (quale) umile servitore in Gesù Cristo e nella Santa Madonna.

Sac. Luigi Orione

dei Figli della Divina Provv.za[24].

Pochi giorni dopo, il due gennaio, per tranquillizzare don Brizio che gli aveva sollecitato l'interessamento per Maria e le compagne, don Orione scrive:

Anime e Anime

Tortona, il 1 gennaio 1927

Caro don Brizio,

Pax et Bonum! E buon Anno in Domino!

Ricevo tuo espresso; ed ho letto tutto tutto. Certo è molto doloroso.

A mons. Arcivescovo di Spoleto ho scritto da più giorni. La mia lettera è tale che egli dovrebbe sospendere qualunque provvedimento spiacevole avesse in corso, a meno non ci fosse già un ordine esplicito e tassativo di Roma. Ma ciò mi parrebbe strano: non si condanna mai, senza prima avere sentito.

Nella mia ho creduto di dirgli che io "non ho veduto mai, non ho scritto mai ad alcuna di quelle figliuole, né sono stato mai a quell'Eremo", e ho aggiunto che sentivo doveroso andarmi prima ad inginocchiare ai suoi piedi siccome a quelli di Chi rappresenta la Chiesa di Gesù Cristo".

Ed ora vengo a rispondere in Domino alla richiesta della M.

Se essa ritiene che sia necessario prima un nostro incontro, avanti che io veda Mons. Arcivescovo, non ho difficoltà alcuna di parlarle, quando e dove essa crede, meno che all'Eremo, e purché assolutamente nessuno fuori di te sappia, per ora, che le ho parlato.

Se sarò interpellato da chi ha animo retto e semplice se io le ho parlato, allora, certo dirò di ; e spiegherò com'è avvenuto che, dopo avere scritto che mai la vidi, ne le scrissi, – ora invece, m'è toccato di parlarle. Ma se fossi interrogato da anime oblique, volpine, che volessero impedire il bene e colpire, – allora mi terrei giustificato e fin obbligato di eludere gli animi mali, servendomi in Domino di un modo non meno evangelico di rispondere che non sia l'est, est e il non, non, per non nuocere anziché giovare, e non prestarci alla iniquità altrui.

Si trattasse di me personalmente, sempre preferirei l'est e il non – ma qui si tratta di terzi –, e di povere inermi ragazze, e di una procedura, che non avrebbe nome, poiché sempre si deve udire anche l'altra parte: audiatur et altera pars.

Mentre stavo scrivendoti questa mia, giunge da Roma un telegramma che mi chiamerebbe d'urgenza colà.

Ho sospeso di scrivere per telegrafare d'urgenza a don Sterpi a Venezia che vada subito lui a Roma, e che mi assicuri telegrafandomi qui. Ma se di necessità dovessi andare a Roma io, telegraferei a te dandoti mio recapito Roma, perché tu, a tua volta, telegrafi alla M. perché venga a Roma. Diversamente ecco come concludo: se è necessario l'incontro con la M. sia dove e quando essa crede: qui oppure a Quarto dei Mille (Genova) alla Casa della Carità detto piccolo Cottolengo vicino alla Chiesa San Gerolamo (bisogna chiedere dov'è San Gerolamo, ché allora tutti indicano). Oppure anche a Torino, a via Saccarelli n. 6 (Borgo S. Donato) Casa dell'Immacolata, presso la Sig.na Severina Dogliano, o dove meglio tu crederai.

Bisognerebbe che fosse prima dell'Epifania o subito dopo.

Non avete quindi che da scrivermi o, meglio, telegrafarmi qui (a meno non telegrafi io a te che vado a Roma) – e fissatemi giorno, luogo e ora.

Restituisco scritto.

Aggiungeva poi delle parole che si sarebbero rivelate profetiche per il prosieguo della vicenda e avrebbero rimarcato una volta ancora la 'strategia' seguita da don Orione: andare avanti comunque, sopportando anche presunte in­com­prensioni.

Coraggio, mio carissimo don Brizio, bisogna che seguitiamo Gesù non solo sino allo spezzare del pane, ma fino a bere con Lui il calice della passione. Così Dio ci assista e la sua grazia resti con noi.

Dì a quelle figliuole che non temano: fidino in Dio, e benedicano al Signore in questa e in tutte le tribolazioni, da umili figliuole e in ginocchio ai piedi e nelle mani trafitte di Cristo e della sua Santa Chiesa. Gesù e la Chiesa di Gesù Crocifisso si amano e si servono in Croce, e solamente in Croce, e non in altro modo.

La via regia è la Croce, la vita vera è in Croce: la Verità e la Carità si sente, si crede, si vive, si ha, si possiede e trionfa solo in Croce, e insieme con Gesù Crocifisso.

Fede, umiltà e carità, e morire nell'amore e per l'amore di Gesù benedetto per Loro, amandoli e consumandoci per Loro!

Tu mi capisci! Ti abbraccio fraternamente in osculo Christi. La Madonna, la santa Madre di Dio ti conforti e consoli quelle anime.

Tuo aff.mo Sac. Orione della Div. Provv.[25]


Ai primi di gennaio, sorella Maria scrive a don Orione. Sa che il sacerdote le è a fianco ed è contenta di ciò, ma sente anche il bisogno di spiegare per iscritto, poiché tra le mille peripezie degli ultimi mesi non è ancora riuscita ad incontrarlo, quali sono la natura e la finalità della sua opera.

Si tratta certamente del documento più significativo, perché in esso sorella Maria si sofferma anche su alcune questioni aperte cui chiede esplicitamente l'aiuto e il consiglio di don Orione.

Eremo francescano Campello sul Clitunno (Umbria)

7 Gennaio '27

Venerato don Orione,

l'altro ieri sera tardi ci giunse l'espresso di don Brizio, che mi trasmetteva il Suo consenso. Io sono malata dal 27 Dicembre, e sto meglio da qualche giorno. Ieri abbiamo chiesto al medico il permesso di mettermi in viaggio. Ha risposto di no.

Per non disobbedire, e non commettere un'imprudenza, che potrebbe danneggiare e contristare le sorelle, ho dovuto accettare con semplicità la costrizione; mentre, Lei lo sa, da lungo tempo avevo desiderio e bisogno di avvicinarmi a Lei. In Domino.

Ho telegrafato stamattina a don B.[26] e ora, dopo aver detto la corona francescana perché la Madonna mi aiuti ad essere chiara, cerco di esporle ciò che avrei voluto dirle di viva voce, almeno in parte, ché non tutto si può e si deve dire per lettera.

Lei ha letto la relazione mandata al cardinale Sincero, e rimasta senza un qualsiasi cenno di risposta[27]. Rettifico innanzi tutto un particolare importante esposto in quella relazione: il 17 ottobre scorso un prete di una chiesa dei dintorni, al quale, scendendo alla Messa, avevo chiesto di confessarmi, mi rispose tassativamente che né lui né alcun altro prete dei dintorni, cioè della Diocesi potevano assolverci. Mi feci ripetere due volte la medesima assensione; mi disse esserne lui stesso turbato, ma di dover obbedire all'ordine ricevuto dal Superiore.

Aggiunse parole di lamento e scontento contro il Vescovo. Invece, dopo alcune settimane, informatami presso il facente funzione di Parroco nella chiesa di Pissignano, nostra parrocchia, ebbi da lui dichiarazione scritta che i preti della Diocesi hanno soltanto divieto di venire da noi sotto pena di sospensione a divinis.

Perciò le sorelle che possono scendere nei giorni festivi per la Santa Messa, si accostano ai Sacramenti. Io non posso più scendere a cagione della via troppo malagevole e del male che porto addosso da circa tre mesi, acutizzatosi in questi ultimi giorni.

E ora mi preme chiarirle ancora quanto posso ciò che noi siamo e vogliamo essere. Non affatto monache né tendenti in alcun modo a divenire regolari, a costituire un inizio qualsiasi di congregazione religiosa. Siamo semplicemente un cenobio fraterno, una famiglia cristiana, ossia donne che viviamo insieme come sorelle, e francescanamente, per necessità, quanto per amore: quasi tutte orfane e senza appoggio nella vita. Vestiamo dimesse, ché ciò conviene a donne cristiane, e la povertà non ci consente altrimenti. Siamo quasi tutte terziarie, ma l'esserlo o no è per noi secondario; cioè la nostra non è "una famiglia di terziarie" ché ciò sarebbe abusivo; abbiamo devozione a san Francesco e umile volontà di vivere qualcosa del suo pensiero, questo sì.

Il nostro scopo vivendo insieme è l'utilità nostra e di altri. Nostra perché ci aiutiamo scambievolmente con l'affetto operoso. E anche di altri, giacché noi sempre accogliamo riverenti chi viene a noi.

L'ospitare non è per noi scopo, "opera di bene"; è il semplice debito fraterno, l'umile servizio al Maestro che ha detto: "ero pellegrino e mi accoglieste".

Ci hanno suggerito di dare un'inquadratura a questo nostro dolce servizio, di chiamarlo per esempio: "opera di ritiri per giovani" ecc.

No no, ciò esorbiterebbe assolutamente dal nostro intendimento, e nello stesso tempo limiterebbe il semplice libero compito che ci siamo assunte. Noi non desideriamo né guidare ritiri, né dare insegnamenti, né prestarci a qualsiasi discussione religiosa, né offrir modo ad ecclesiastici di tenere conferenze presso di noi.

Vivendo in semplicità di cuore e di fede, offriamo all'Ospite di ciò che abbiamo: la partecipazione alla preghiera, se così desidera, la mensa comune, la pace di questo luogo solitario, ove hanno vissuto anime contemplanti, e ove la Natura ed il silenzio dispongono l'anima a ritrovare sé stessa. Nella celletta che ho preparato per l'Ospite in una torre separata dalla nostra abitazione, ho fatto scrivere la parola che mi era stata viatico durante un ritiro: "vacate et videte". E questa parola mi sembra esprimere l'umile invito che noi osiamo rivolgere a chi viene a noi. Né accogliendo crediamo di "far del bene": vogliamo bene, ed è perciò che accogliamo sempre, cercando noi stesse di imparare con cuore riverente ed attento da ogni anima.

Si critica il nostro esser pronte ad accogliere anche persone di altra confessione religiosa. Veramente quasi tutti i nostri ospiti sono non solo cattolici, ma ferventi, e danno esempio di devozione assistendo alla santa Messa e partecipando al Sacrificio in queste chiese dei dintorni ove non vi sono mai Comunioni. In quanto a rari non cattolici mi permetto accennarle ai due soli che sono venuti nel 1926: una tedesca povera, vecchia ed inferma, la quale era stata molti anni presso suore tedesche cattoliche a Roma. È luterana, ma nei venti giorni in cui si trattenne presso di noi, non solo volle sempre assistere alla preghiera del mattino e della sera, ma desiderò anche trattenersi con noi a veglia la sera per dire il Rosario (era qui in ottobre). L'altro, un giovane professore israelita, milanese, un erudito, dopo esser venuto più volte da noi, nel giugno scorso mi espresse la sua volontà di ricevere il battesimo e di avermi a madrina. È stato battezzato il 10 agosto, ha fatto la sua prima Comunione il 14 settembre presso di noi, e sarà cresimato fra breve a Roma.

Ed ora vengo ai nostri rapporti col Vescovo. Come avrà visto dalla relazione al cardinale S., il Vescovo ci ha sempre mostrato ostilità, e via via sapevamo, da preti o da laici, suoi apprezzamenti su di noi. Ma non ci diede mai alcuno avvertimento od ammonimento, né direttamente né a mezzo di persona incaricata da lui, anzi i preti che ci riferivano (specie il Parroco di Poreta vicino a Campello ove eravamo prima di salire quassù) ci raccomandavano il silenzio.

E tutti indistintamente ci sconsigliavano di ricorrere in qualsiasi modo a lui, giudicando che il suo abbaglio su di noi fosse tale da non poter essere dissipato nemmeno se "un angelo parlasse in nostro favore" – parole del cancelliere dell'Arcivescovado –, il quale si lamentò con tale amarezza del Vescovo noi presenti e attristate, da sentire poi bisogno di chiederci scusa per averci scandalizzato.

E da tutti preti o religiosi della Diocesi che abbiamo avuto occasione di avvicinare abbiamo sempre udito apprezzamenti penosamente sfavorevoli sulla mentalità e sul temperamento del Superiore.

Io però sentivo con tenacia che prima di salire quassù occorreva a noi chiarire in qualche modo la nostra situazione per evitare che il nostro trasferirci in questo antico convento, con oratorio, accrescesse la diffidenza e desse appiglio a provvedimenti verso di noi. Ma comprendevo che qualunque passo da parte nostra presso il Vescovo sarebbe stato inutile e forse nocivo; e che occorreva ad ogni costo trovare un intermediario equanime ed autorevole.

Ecco perché, don Orione, fin dal Maggio scorso, dietro incoraggiamento di don Brizio, mi ero rivolta a Lei, con fiducia sconfinata e pertinacia che proprio a traverso Lei dovesse venirci aiuto. E sempre in questa fiducia sicura ho resistito fino ai primi novembre alle insistenze delle sorelle e di persone amiche le quali, dato il Suo silenzio, e comprendendo che la burrasca si addensava su noi, avrebbero voluto che io cercassi di provvedere altrimenti. Nel novembre mi decisi a scrivere al cardinale Sincero soprattutto per assecondare lo sforzo della mia figliolina al battesimo, Valeria Lupo, parente del cardinale, di recente giunta alla pratica religiosa, la quale in una visita al cardinale stesso e scrivendogli aveva cercato di predisporlo favorevolmente.

Nulla ha servito, come anni sono a nulla servì una calda bellissima lettera di don B. al cardinale Pompili[28] che è umbro...

Lei solo, don Orione, ha avuto pietà di noi; e quanto gliene sia grata dal profondo dell'anima io povera, sola, oppressa di responsabilità, non saprò mai esprimere con la parola. E al Suo cuore io confido intieramente la difesa della nostra causa, prima che la situazione già scabra sia aggravata da qualcuno degli oscuri provvedimenti che non so bene immaginare, ma che si preannunciano come assai prossimi da varie parti.

Io Le confesso, don Orione, anche per esserle chiara, che alla realtà di questi provvedimenti non so prestare molta fede, giacché la semplicità della nostra vita mi sembra non possa dare appiglio a condanne. Lo stesso Vescovo non agisce a viso aperto, come un'Autorità che ha motivi di riprendere, ma piuttosto cerca di circuirci in modo da rendere la nostra vita difficile... Ad ogni modo si può sempre tutto temere da chi ha potere, se manca lo spirito buono. Occorre dunque agire per salvaguardarsi.

Se qualcosa noi dobbiamo fare, voglia indicarcelo, La supplico. Ed anche La supplico di dirmi se, come mi accennava don B., Lei verrà entro il Gennaio nell'Italia centrale, e se potrò incontrarla, per esempio a Foligno o a Roma, dato che mi sia concesso il viaggiare, come spero; in caso contrario mi supplirebbe presso di Lei una mia fedelissima compagna, donna di acuta intelligenza, di spirito pronto al discernimento e di molto cuore.

E se Lei, sempre secondo mi dice don B., crederà di presentarsi al Vescovo, oso esporle alcune mie volontà, sottoponendole al Suo consiglio.

 

Maria affrontò poi una questione pratica che ostacolava ulteriormente il rasserenarsi del clima. L'eremo all'acquisto era stato intestato, per volere di Maria (la quale per sé non volle mai alcuna proprietà), a tre persone: la signora anglicana Amy Turton, Valeria Lupo e ... proprio Ernesto Buonaiuti.

I: i tre nostri amici proprietari dell'Eremo sono: Valeria Lupo; miss Turton, un'anglicana, che ci ha aiutato tanto (persona stimatissima a Siena, dal Vescovo come da tutti, la quale in Siena stessa aiuta del continuo opere cattoliche, per esempio opere del gruppo delle Orsoline, presso le quali è spesso accolta per ritiri); ed Ernesto Buonaiuti, il quale al momento in cui fu firmato il contratto di acquisto dell'Eremo, il 2 Febbraio '24, non era ancora stato colpito da scomunica. Il Buonaiuti stesso ha insistito più volte che il suo nome venga tolto dal contratto, e così la signorina Turton, timorosa come il Buonaiuti di recarci danno. Persone amiche insistono anch'esse che io provveda a questo cambiamento. Ho esitato finora, sia per evitare la spesa di duemila e più lire occorrente; sia per la difficoltà di trovare due altre persone fedeli e rispettose del mio pensiero come queste; e sia perché io sono sempre poco convinta di dover cedere a ragioni di prudenza umana.

Ho però detto all'anima mia e assicurato alle sorelle e agli amici insistenti nel consiglio che avrei chiesto lume in proposito ad un Sacerdote degno ed amico, e che avrei disposto semplicemente secondo il suo parere. La prego dunque, don Orione, di volermi dire schietto questo Suo parere, al quale mi atterrò senz'altro, qualunque debba essere. Abbiamo venduto in questi giorni una macchina ricavandone appunto circa duemila lire.

La seconda questione riguardava un'offerta fatta da don Orione. Il sacerdote tortonese, parlando con don Brizio, avendo intuito ben presto che l'ostilità del vescovo di Spoleto nei confronti della comunità di Campello sul Clitunno era totale e insensibile a qualsiasi mediazione, aveva probabilmente offerto (come spesso fece con persone in difficoltà, come lo stesso don Brizio) qualche sua casa per ospitare la comunità di Maria.

Lei ringrazia di questa offerta, ma tiene a chiarire che il luogo ideale per lei e le sorelle è proprio l'Eremo.

II: Don B. ci accennava alla Sua offerta di ospitalità; e quanto ne siamo state commosse! Ma sempre, per esserle chiara, desidero sappia alcune cose. Da anni considero l'Eremo come la nostra vocazione stessa. Ero venuta in Umbria con l'umile fermo proposito di ricercarvi una qualche traccia francescana ormai caduta nella trascuranza e nell'oblio, e di consacrare a questa la mia venerazione, e di ricondurla alla vita con qualsiasi sforzo o sacrificio. Il 2 febbraio 23 vidi per la prima volta di lontano l'Eremo e seppi che il luogo venerando, ove hanno vissuto Santi dell'Ordine, cadeva in rovina, ed apparteneva ad una privata la quale, dopo averlo ripetutamente offerto ai francescani che non vollero riprenderlo perché in posizione troppo disagevole, era stata in trattative con chi lo avrebbe acquistato per ridurlo a pensione. Da quel momento ebbi la certezza interiore che il luogo ci era destinato. E questa certezza mi dette la forza di affrontare tutto. La Provvidenza fece miracoli per aiutarci a raggiungere lo scopo; fatiche, sacrifici, difficoltà d'ogni genere ci hanno segnato la via, e in ragione di questi stessi travagli ho sentito crescere la mia certezza interiore. Ho considerato il nostro sforzo per giungere a rendere abitabile il luogo e a farvi rifiorire la vita, come un preciso dovere, come l'umile risposta ad una chiamata superiore. Pronta come sono, e non avrei bisogno di dirlo, a qualsiasi manifestazione della volontà Divina che mi chiedesse di rinunziare a questo luogo, non sento però che le difficoltà d'ogni genere ci siano indizio di dover pensare ad allontanarci da qui; al contrario. Sento invece di dover rimanere come umili sentinelle alla custodia di queste antiche vestigia di Santi.

E oltre questa ragione spirituale, altre considerazioni mi confermano nel proposito di restare; abbiamo trentaseimila lire di debiti! Come allontanarci e come trovare aiuti, se non fossimo più qui? E ancora: io sono malata; le mie compagne, di non forte salute, nessuna eccettuata, sono stanche per lo sforzo compiuto, che è stato veramente grave per donne sole e povere. Mi sgomenterebbe esporre loro e me alla fatica, al disagio di un altro trasloco.


Maria, in ogni caso, non riesce a darsi pace delle incomprensioni e della chiusura nei suoi confronti e pensa a quali possano essere state le cause. Prova a ripercorrere i diversi possibili motivi di attrito.

III: Venendo quassù, e non avendo potuto prima intendermi con Lei come mi ero proposta, dovetti contentarmi dei ragguagli che poté darmi il Parroco di Poreta, benevolo a noi, e convinto che col Vescovo si deve "fare il morto". Gli avevo chiesto se abbattendo la parte barocca della chiesina di quassù, occorreva chiedere qualche permesso. Mi assicurò di no. Egli conosceva benissimo la chiesa dell'Eremo perché vi saliva ogni anno con altri sacerdoti a celebrare un ufficio per i defunti dell'antica proprietaria. Abbattuta dunque la parte barocca della chiesa, è rimasta la chiesina antica nella semplicità primitiva, e abbiamo avuto la gioia di scoprirvi affreschi di pregio e l'arco dove era da principio l'altare, e dove noi naturalmente abbiamo voluto che l'altare ritornasse. Il Vescovo sentendo dire della demolizione di una parte della chiesa può averne avuto motivo ad accrescimento di diffidenza? Ciò che però tengo ad assicurarle è che già fin da quando eravamo a Poreta negli scorsi anni egli aveva proibito ai preti di venire da noi sotto pena di sospensione, e aveva ordinato al Parroco di non benedire la nostra abitazione fin dalla Pasqua del '25.

Da che noi siamo qui, due preti amici venuti di lontano hanno celebrato nella chiesina o per meglio dire nel nostro "oratorio privato", ché tale deve ormai considerarsi la chiesina dell'Eremo. Ciò anche ha potuto spiacere al Vescovo?

Un prete di Trevi, spirito volpino, parlando giorni fa con una delle sorelle e cercando in più modi di coglierla in errore, le disse varie cose che ci sono state utile esperienza; fra l'altro accennò in modo non chiaro al diritto di avere un oratorio, che non è collegato a un luogo, ma dato a persona o famiglia; in altri termini intendeva dire che il permesso di far celebrare nella chiesina dell'Eremo non è passato a noi per il fatto che noi siamo ormai le abitatrici. Non siamo però ben sicure che il prete abbia voluto dire così.

Riferiamo a Lei perché di tutto Ella sia informato e possa illuminare noi circa i doveri che c'incombono, e rispondere di noi con piena consapevolezza.

E ora concludendo, don Orione, e chiedendole scusa di aver tanto dovuto dilungarmi, a Lei nostro aiuto e difensore, espongo ciò che vorrei chiedere ed ottenere per Suo mezzo:

Che a noi fossero riconosciuti i diritti di una famiglia privata, ossia, come talvolta per giusti motivi viene concesso a privati, di poter conservare la Santa Riserva, così pure fosse concesso a noi, che abitiamo in luogo sì solitario e disagevole, ed abbiamo tra noi una malata. E naturalmente fosse tolto ai preti della Diocesi il divieto di venire da noi, in modo che per il cambio delle Sacre Specie noi possiamo chiedere al Parroco o a chi per esso il favore di venire, per esempio, ogni quindici giorni a celebrare la messa nell'oratorio, pensando noi, s'intende, non solo all'obolo della Messa ma a procurare la cavalcatura a risparmio di tempo e di fatica. Per la confessione ci siamo sempre rivolte semplicemente al Parroco e così continueremo a fare.

E se della Santa Riserva non siamo giudicate degne, almeno si tolga ai preti o anche al solo Parroco, il divieto di salire. E ciò non tanto per noi, quanto per evitare impressioni e commenti spiacevoli, e per il caso in cui qualcuna di noi sia impedita, come ora io lo sono da ben tre mesi.

E oltre tutto... questa concessione non sarebbe anche da parte di chi deve vigilare una misura di prudenza, per evitare che lasciate in tanto isolamento siamo più libere di "propagare eresia e di accogliere eretici"? E anche non sarebbe una doverosa carità per un possibile nostro ravvedimento?...

Oh mi perdoni! Non voglio certo scherzare in materia sì grave e delicata. Ciò che posso assicurarle umilmente dinanzi a Dio è che se anche questa sola concessione ci verrà negata, e se la diffidenza e l'ostilità continueranno a rendere difficile la nostra vita solitaria e indifesa, noi accetteremo riverenti, e cercheremo di profittarne per divenire minori.

Se poi vi dovesse essere reale pericolo[29] di provvedimenti più gravi a nostro riguardo, tali da produrre turbamento in altrui, Ella ci avvertirebbe, e col Suo aiuto penseremo al daffarsi. Avendo rimesso la nostra causa nelle Sue mani, nel Suo cuore, noi aspettiamo tranquille, e in preghiera.

Ancora però La supplico, don Orione; se per un qualsiasi motivo di salute od altro Ella non potesse occuparsi di noi come l'ora grave richiede, voglia farci avvertire da don Brizio, anche telegraficamente se ciò crede necessario. Troppo importerebbe che avvertita senza indugio io potessi, accorata ma pur con volontà di fiducia, tentare di ricorrere ad altri. Oh così non debba essere!

In ginocchio dinanzi a Lei chiedo benedizione e carità.

Maria.[30]


Nel frattempo don Brizio consegnò a Maria la lettera che don Orione gli aveva scritto, in cui manifestava il desiderio di incontrarla per poterla aiutare.

Maria si fa viva allora con un'altra lettera.

Eremo Francescano mattina del 10 (gennaio)

Venerato don Orione,

ieri sera alle nove ebbi espresso da Torino con l'accluso Suo telegramma.

La vigilia dell'Epifania, pure la sera tardi, avevo ricevuto, trasmessomi da Torino, il Suo consenso ch'io potessi venire a Tortona, a Quarto dei Mille o a Torino stesso, per incontrarmi con Lei.

Non avendo potuto ottenere dal medico il permesso di muovermi, giacché sono malata, ho voluto dettare accorata quanto era possibile dire in scritto di ciò che avrei voluto dirle a voce, e ho spedito raccomandato e con espresso a Tortona.

Ma il sapere ora Lei a Roma mi dà nuova speranza di poter riuscire a incontrarmi con Lei.

Innanzitutto, La prego umilmente di leggere i qui uniti fogli. La sorella, cui dettavo a macchina una esposizione per Lei, ha fortunatamente scritto in doppia copia.

Poi La supplico di esaminare queste due possibilità di incontrarci, che sottopongo al Suo giudizio:

Una: Se Lei, come accennò a don B., avrà la carità di venire in questi giorni dal Vescovo di Spoleto[31], potrebbe dopo salire fin qui? Dopo avere parlato come avvocato nostro la Sua venuta non potrebbe mi pare in alcun modo spiacere, ma anzi sembrare una opportuna carità del Sacerdote. Perciò oso chiederle, o piuttosto domandarle, con intiera sottomissione. Solo insisto nel pregarla che in questo caso, Ella voglia permetterci di pensare noi al Suo viaggio, in seconda classe s'intende, giacché Lei è convalescente, e all'automobile che a risparmio di tempo e di fatica consiglieremmo di prendere da Spoleto a qui, cioè fino alla chiesa della frazione Pissignano, ove noi faremo trovare un'umile cavalcatura che in mezz'ora La condurrebbe quassù. Abbiamo ricevuto un'elemosina appunto per questi nostri tentativi di soluzione.

Seconda possibilità: trattandosi di Roma io spero di ottenere permesso di viaggiare; e del resto sto meglio. Ma sarei in tempo a trovarla a Roma? Ricevendo una Sua risposta telegrafica entro domani io potrei essere a Roma la sera del 12, non prima a cagione della difficoltà che a me presenta la discesa e che non mi permetterebbe di prendere i treni della mattina presto. E potrei vederla o la sera stessa circa l'ave Maria o la mattina del 13. Mi accompagnerebbe una sorella.

 

In questo caso occorre che il Suo telegramma sia "urgente" date le difficoltà per la posta quassù, e ci precisi fino a che giorno Ella rimane a Roma. Può firmare in qualsiasi modo, se crede.

Nel caso Ella venga a Spoleto La preghiamo ugualmente di voler telegrafare, ("urgente"), indicandoci il giorno. La cavalcatura potrà aspettare anche diverse ore senza disturbo di nessuno.

Tengo talmente ad incontrarla, don Orione, che supplico il Suo cuore sacerdotale di voler ascoltare l'umile richiesta, procurandomene la possibilità.

Telegrafando basta indirizzare: "Eremo Campello Clitunno".

Mi voglia benedire.

Dev.ma Maria[32]


Due giorni dopo, prontamente don Orione inviò da Roma un telegramma che, forse per prudenza, firmò curiosamente 'suor Chiara'.

Destinatario: Eremo – Campello sul Clitunno

Provenienza: Roma n. 10993 parole 9 giorno e mese 12 ore e minuti 11, 15.

Ricevuto il 12/1/1927, ore 16,30

Testo: State tranquille nel Signore. Scriverò.

Suor Chiara[33]

Le questioni pratiche inerenti l'intestazione a Buonaiuti, di cui aveva parlato Maria nella lettera, di parte dell'Eremo, preoccupavano anche don Brizio, che chiese a sua volta a don Orione consigli sul da farsi.

Mio venerato Amico[34],

abbiti il mio augurio fraterno.

Domani pregherò più intensamente per te e per il tuo lavoro, pur nella mia grande miseria spirituale.

Vorrei sapere da te se credi necessario che Buonaiuti, il quale figura come comproprietario del Rifugio di Campello, ritiri la sua firma per farsi sostituire da altra persona.

Non ti trovai a Roma, pur troppo. Ora vado in Savoia. Avrei a dirti cose gravissime, comunicate già in parte, a voce, al C. di Pisa. [...]

Aff.mo Brizio

Indirizzo, sempre di Torino

Valpiana 579

Potresti chiamarmi al telefono domani, martedì, a qualunque ora dopo le 9 del mattino.


I mesi di gennaio e febbraio furono particolarmente duri per la salute di Maria: addirittura il 4 febbraio fu sul punto di morire e ricevette il Viatico e l'Olio Santo. Fu costretta a lasciare l'eremo e a passare del tempo all'ospedale di Foligno. Poi, ai primi di marzo, cominciò una lunga convalescenza in una villa vicino a Siena.

Da lì la fedele Iacopa[35] scrisse a don Brizio chiedendo il parere di don Orione (che di­scretamente chiama "quel personaggio che, a traverso Lei, ci ha soccorso") circa un 'me­morandum' da inviare a mons. Pacifici.

Villa Piccolomini[36]

Volte Basse Sovicille (Siena)

29 marzo (1927)

Reverendo don Brizio,

Maria voleva oggi dettarmi per Lei, ma è giunta qui la contessina Piccolomini con una delle sue figliuole spirituali, che desidera far conoscere a Maria, e siccome avrà persone domani e in tutta la settimana, dà a me l'incarico di dirle cosa che desidera non sia ritardata.

Ha deciso nella preghiera di fare un tentativo, scrivendo al Vescovo di Spoleto la lettera, di cui le unisco copia. Desidera però ne sia informato il venerato personaggio che, traverso Lei, ci ha soccorso, ed è prontissima a non mandare la lettera, se egli dovesse non approvare.

Chiede dunque a Lei il favore di mandargli la copia qui unita, e, per diminuire il suo disturbo e quello di Lei, tramite gentile, ha stabilito che, se il giovedì santo, anzi, sbaglio, se la domenica delle Palme, non avrà ricevuto un contrordine, Maria spedirà la lettera, che desidera giunga nei primi giorni della settimana santa.

Ove poi Ella non trovasse necessario trasmettere la copia a don O., e giudicasse che Maria può mandarla semplicemente senza interpellarlo, o non mandarla, rinunziando anche a interpellare in proposito, Maria sarà deferentissima a ciò che Lei indicherà come partito migliore. E di questo nuovo favore, comunque Ella disponga, le è gratissima.

Liete tutte per la speranza che ci dà di rivederla prossimamente. La salute di Maria rifiorisce con lentezza. Siena è luogo adattassimo per il compiersi di chi sa quali disegni di Dio, cui Maria è eletta strumento, ma forse, appunto per il vivo interesse che ella suscita in anime capaci di apprezzarla, non troppo indicato per un riposo quale lo desideravamo per lei. È però contenta e riconoscente dal profondo dell'anima e dell'incontro con la contessa Piccolomini la cui anima ha risposto alla sua con unisono di conforto e di beneficio reciproco e di altri incontri che qui va facendo, e di essere qui, in questa terra benedetta che ha fiorito santi. Le sorelline anche molto liete e molto bene.

La contessina Piccolomini ha detto a Maria che da molto tempo desidera conoscere Lei e che sarà davvero lieta se il nostro essere qui gliene fornisce l'occasione. Dovremo partire, AL PIÙ TARDI, il 2 maggio.

Gradisca il saluto riverente di Maria e di noi tutte e ci benedica.

Saluti carissimi di Maria ai Lupo[37].

Iacopa.[38]


Ecco di seguito la lettera citata da Iacopa, conservata nel fascicolo "Don Brizio. Eremo fran­cescano di Montefalco".

COPIA ALL'ARCIVESCOVO DI SPOLETO (aprile '27)[39]

Villa Piccolomini - Volte Basse Sovicille (Siena)

E.R.,

Con umile cuore, chiedendo scusa di dover intrattenere di me, oso esporre all'E.V. avvenimenti che mi occorre Le siano noti, perché chiarificano il bisogno che mi muove a scriverle.

Insieme ad alcune signorine e figliuole semplici, le quali formano la piccola famiglia che vive con me, il 22 luglio dello scorso '26, lasciando Poreta, mi ritirai al vecchio Eremo sopra Pissignano, già convento sant'Antonio, che con sacrifici di persone anche e nostri sforzi siamo riuscite a rendere abitabile.

Nel Gennaio scorso caddi ammalata, e con me altre due mie compagne, la signorina dottor Clelia Allegri di Siena e la signorina Alice Tomagnini, di Pietrasanta. Io, colta da broncopolmonite infettiva, fui in brevi giorni gravissima, e la mattina del 4 febbraio ricevetti il Viatico e l'Olio santo. Giunte poi persone amiche da Siena e da Firenze per darci soccorso, fui trasportata con una delle compagne malate all'ospedale di Foligno. E finita la nostra degenza all'ospedale, ordinando i dottori una lunga convalescenza in un luogo assai riparato e confortevole, ho accettato per me e per la famigliuola l'ospitalità fraterna che mi offriva qui in Siena la contessa Bianca Piccolomini, superiora della congregazione delle Orsoline.

Dal 9 Marzo siamo in una sua villa a 7 chilometri da Siena, e appena rimesse in forze, ritorneremo alla nostra umile vita in quell'Eremo ove la Provvidenza ci ha condotte ad abitare.

Qui nella cappellina della villa abbiamo la Santa Riserva, postavi fin dal primo giorno del nostro arrivo, e il Signor Curato della Parrocchia non lontana viene caritatevolmente a darci ogni mattina la Santa Comunione, perché, ancora debole, io non potrei giungere fino alla chiesa.

L'aiuto che ci viene da questa Comunione quotidiana e dal nostro poterci riunire a pregare dinanzi al santissimo sacramento, mi fa sentire più dura la privazione cui siamo soggette all'Eremo, e più imperioso il dovere di ricorrere al cuore del nostro pastore, affinché Egli si degni considerare il bisogno di queste anime del suo gregge.

Noi, è vero, non siamo né una comunità né un istituto, né una famiglia religiosa qualsiasi, ma una semplice famiglia cristiana, costituita se non dai vincoli del sangue da una fraterna convivenza che abbiamo scelta per nostra utilità e per rendere servigio con l'accogliere chi viene a noi. Quando eravamo a Poreta, la vicinanza della Parrocchia ci dava possibilità di frequentare i Sacramenti e di assistere alle Sacre Funzioni. All'Eremo l'asprezza della strada fino alla chiesa di Pissignano, l'ora non stabilita della Messa domenicale, che a noi non indicano le campane il cui suono giunge incerto lassù, e soprattutto le condizioni di salute mie e di un'altra compagna, aggravate da quest'ultima malattia, ci rendono penosamente difficile l'osservanza delle pratiche religiose.

Se l'E.V., considerato benignamente questo stato di cose, degnasse apporre il NULLA OSTA alla domanda che io rivolgerò alla Sacra Congregazione dei Sacramenti e che ho motivi di credere bene accolta, avrei fondata fiducia di ottenere la Santa Riserva nell'oratorio privato dell'Eremo, e ciò non solo a nostro aiuto e conforto, ma anche a edificazione degli ospiti che vengono a passare giorni o settimane con noi per un periodo di raccoglimento e di pace.

Il Parroco o altro Sacerdote dei dintorni vorrebbe certo salire all'Eremo ogni otto o dieci giorni per offrirvi il Santo Sacrificio e rinnovare le Sacre Specie, pensando noi s'intende, non solo all'obolo della messa in rapporto al disagio, ma anche alla cavalcatura a risparmio di fatica e di tempo.

Continueremo a confessarci semplicemente dal Parroco come abbiamo fatto finora, e nei giorni festivi quelle di noi non materialmente impedite continueranno a scendere alla Parrocchia.

Oso unire a questa mia l'umile programma della nostra vita fraterna. Persone eminenti e competenti mi hanno assicurato che io posso come capo di una semplice famiglia cristiana e date le difficoltà del luogo solitario e delle saluti malferme, domandare e sperare la Santa Riserva, solo che, s'intende, l'Ordinario della Diocesi non vi si opponga.

Ed è questa benignità che io oso domandare all'E.V., umiliata ed ammaestrata da dure prove, ma pur con volontà costante di fiducia e con profondo senso di venerazione per il Pastore, cui in ginocchio chiedo benedizione ed aiuto.[40]


Non sappiamo quale fu la risposta di don Brizio. In ogni caso, in quei giorni il pittore torinese Andrea Lupo, presso cui don Brizio fu ospite dal maggio del '25 al settembre '27, scrisse a don Orione per avvisarlo degli spostamenti di sorella Maria.

CARTOLINA POSTALE[41]

Al Reverendo Don Luigi Orione

Tortona

Domenica 10 aprile

Reverendo D. Orione,

credo bene farle sapere che la nostra amica[42] lascerà Siena il 2 maggio perché lei sappia regolarsi, se crede opportuno incontrarla prima della sua partenza. Inutile dirle quanto noi pure desideriamo questo incontro; e tanto più dopo averla conosciuta!

Il suo breve passaggio ha destato in tutti noi un vivo sentimento di ammirazione e di amicizia.

Quando avremo la gioia di rivederla?

Se ritorna a Torino ritorni anche a pranzare con noi. Pure D.Brizio glielo raccomanda e ricambio il fraterno abbraccio a cui noi uniamo il più affettuoso ricordo.

A. Lupo[43]

Leggi il seguito in PARTE II


[1] Sulle vicende dell'Eremo è ormai storico lo studio di A. Turton (divenuta in seguito sorella Amata), Storia dell'Eremo 1921-28, senza luogo né data, stampato alla fine degli Anni Venti. Si vedano poi E. Chirilli, Contributo alla storia dell'Eremo Francescano di Campello sul Clitunno. Sorella Jacopa, Galatina, Lecce 1973; inoltre l'ampio contributo di A. Buoncristiani, "L'eremo francescano di sorella Maria. Memoria storica d'una vicenda sofferta. Documenti d'Archivio", in Bollettino Storico della città di Foligno, X, 1991, pp. 149-184.

Sul pensiero di sorella Maria si veda, a cura di G. Vannucci, Sorella Maria. Raccolta di pensieri, Roma 1971; scritti ed espressioni della fondatrice dell'eremo si possono trovare in Sorella Maria parla, curato dalle abitatrici dell'eremo nel 1991.

Più in specifico, per quanto riguarda le vicende narrate in queste pagine, è utile consultare F. Aronica, Sorella Maria e il suo eremo tra opposizione e ostilità. Storia del rapporto tra l'Eremo e l'autorità ecclesiastica dagli anni '20 agli anni '50, COOP S.Tommaso, Messina 1993. Infine, l'ultimo studio in ordine di tempo è quello di R. Morozzo della Rocca, Maria dell'eremo di Campello. Un'avventura spirituale nell'Italia del novecento, Guerini e Associati, Milano 1998.

[2] Riportata in R. Morozzo della Rocca, Maria dell'eremo di Campello, cit., p. 34.

[3] Buonaiuti (1886-1946) conobbe Maria nel 1918 grazie ad un suo allievo cui era particolarmente legato, Agostino Biamonti. Egli era un giovane ufficiale ospite della clinica angloamericana presso cui prestava servizio Maria. Lì ogni giorno veniva a far visita il Buonaiuti.

È interessante osservare che anche Ernesto Buonaiuti, come Brizio Casciola, Giovanni Semeria e tanti altri uomini giudicati sospetti di eterodossia dall'autorità ecclesiastica, entrò ben presto nella sfera dell'azione di don Orione. Sorella Maria, essendo in contatto fraterno con Ernesto Buonaiuti, non tardò molto a conoscere anche don Orione. L'occasione non fece che accrescere la stima e la fiducia nei confronti del sacerdote tortonese.

Per i rapporti tra don Orione ed Ernesto Buonaiuti, cfr. F. Peloso, Ernesto Buonaiuti e don Orione sul ponte della carità, in A. Belano – F. Peloso, Giosuè Carducci ed Ernesto Buonaiuti: conversioni impossibili?, Mes­saggi di don Orione, Quaderno n. 98, Tortona-Roma 1998.

Sull'operato di don Orione durante il modernismo pregevoli sono gli studi di A. Lanza, Don Orione negli anni del modernismo, Messaggi di don Orione, Quaderno n. 79, Tortona-Roma 1992, o anche Don Orione ePadre Semeria. Una lunga e fraterna amicizia, Messaggi di don Orione, Quaderno n.78, Tortona-Roma 1991.

[4] “Quando Ginepro (questo il nome assunto dal Buonaiuti, quando l'8 dicembre 1918 si era fatto terziario francescano, nda) ed io non saremo più sulla terra, ricordando la nostra amicizia, dovrete mettervi in ginocchio, tanto è stata in Domino” (R. Morozzo della Rocca, cit., p. 11).

[5] Don Brizio aveva conosciuto Maria nel 1916, presso le francescane missionarie. Su don Casciola si vedano i numerosissimi studi di don F. Aronica, in modo particolare il recente Don Brizio Casciola. Prifilo bio-bi­blio­grafico, Rubbettino, Soveria Mannelli 1998.

[6] Esiste nell'Archivio della Piccola Opera della Divina Provvidenza, Roma (d'ora in avanti P.O.D.P.) un vasto epistolario Casciola-Orione in via di sistemazione. L'autore del presente scritto sta raccogliendo la copio­sis­si­ma documentazione.

[7] ADO, Roma. L'Adelaide di cui si parla è Adelaide Coari, attiva nel movimento cattolico femminile di inizio secolo. Nel 1902 fondò con Carlo Grugni il Fascio democratico cristiano femminile e nel 1904 collaborò alla fondazione e alla direzione di “Pensiero e azione”, la rivista femminile italina, organo del Fascio femminile democratico cristiano, pubblicato dal 1904 al 1908.

[8] Il cardinal Gaetano De Lai era segretario della Congregazione Concistoriale, il dicastero vaticano preposto ai rapporti con i vescovi.

[9] Lettera riportata nell'Appendice documentaria di F. Aronica, Sorella Maria e il suo eremo, cit., p. 50.

[10] In un appunto per don Orione, Maria scriveva: “Che sia modernismo poco so, o per meglio dire, niente so. Sinceramente affezionata al Buonaiuti e a sua Madre, oh sì, io Maria sono”.

[11] Sarebbe divenuto per loro il luogo definitivo. Come scriverà Maria a don Orione: “Il 2 febbraio vidi per la prima volta di lontano l'Eremo […]. Da quel momento ebbi la certezza interiore che il luogo ci era destinato”.

[12] Si trasferiranno il 22 luglio.

[13] Maria era sofferente agli occhi.

[14] ADO, Roma.

[15] ADO, Roma.

[16] Si tratta di Ugo.

[17] ADO, Roma.

[18] Su questa malattia, cfr. G. Papàsogli, Vita di don Orione, Gribaudi, Torino 1994, pp. 362-364.

[19] ADO, Roma.

[20] Nato a Roma nel 1866, dopo la sua ordinazione sacerdotale entrò nella curia romana percorrendovi tutti i gradini sino ai più alti posti di responsabilità. Nel Concistoro del 1935, il 16 dicembre, fu creato cardinale. Morì nella città del Vaticano nel novembre del 1943.

[21] La lettera è conservata nell' ADO, Roma., fascicolo "Casciola don Brizio".

[22] Era stata Maria stessa, tramite don Brizio, a far pervenire a don Orione questo attestato.

[23] Don Orione aveva all'epoca 54 anni, la sua Opera era ormai diffusa e conosciuta in Italia e all'estero, tuttavia si preoccupa di far avere personalmente al vescovo le finalità della congregazione da lui fondata.

[24] ADO, Roma.

[25] Archivio dell'Eremo. Sette fogli e quattordici pagine. Intestazione: Piccola Opera della Divina Provvidenza. Tortona. Manoscritto di don Orione.

[26] Si tratta di don Brizio.

[27] Il cardinal G. Sincero era parente di Valeria Lupo.

[28] Basilio Pompili, vicario generale del Papa, era molto amico di don Casciola. Nato a Giano, diocesi di Spoleto, nel 1858, compì gli studi classici nel Seminario Vaticano e quelli teologici e giuridici all'Apollinare, laureandosi in teologia e in diritto canonico e civile. Coprì importanti cariche nella curia romana: creato cardinale nel 1911, Pio X lo designò Vicario Generale per la città di Roma, carica che tenne fino alla morte, avvenuta nel 1931.

[29] Così nel testo.

[30] Archivio P.O.D.P. e Archivio dell'Eremo.

[31] Non risulta che don Orione ebbe modo di incontrare il vescovo. Poi la vicenda, come vedremo brevemente, prese una piega che rese inutile ogni ulteriore tentativo di 'abboccamento'.

[32] ADO, Roma.

[33] Archivio dell'Eremo di Campello.

[34] ADO, Roma., fascicolo "Casciola don Brizio".

[35] Al secolo Clelia Allegri (1885-1963), fu chiamata dalle compagne "l'Unanime" per la consonanza spirituale con Maria. Cieca dalla nascita, conobbe Maria nel 1924 e presto la seguì, lasciando una scuola che aveva lei stessa fon­dato.

[36] Archivio P.O.D.P. Sottofascicolo "Iacopa".

[37] Ricordiamo che don Brizio si trovava ancora a Torino ospite della famiglia di Andrea Lupo.

[38] Archivio P.O.D.P.

[39] Archivio P.O.D.P. Fascicolo "Don Brizio. Eremo francescano di Montefalco".

[40] ADO, Roma.

[41] ADO, Roma. Fascicolo "Don Brizio. Eremo francescano di Montefalco".

[42] Così viene nominata Maria.

[43] ADO, Roma.

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