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Messaggi don Orione
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Il carisma dà forma anche alle caratteristiche umane dei discepoli? E quali sono le virtù umane tipiche degli Orionini?

IL CARISMA ORIONINO

NELLA FORMAZIONE UMANA DEI DISCEPOLI.

 

Don Flavio Peloso

 

L’articolo cerca di esplorare se e come il carisma possa e debba determinare anche la formazione umana nei discepoli. La chiave di risposta alla questione teorica, e ancor più nella azione formativa di Don Orione sta nel carattere esperienziale, relazionale e comunitario della formazione. Il carisma di vita si trasmette con la vita nel carisma in uno scambio vitale identificato e rispettoso dell’originalità personale. La seconda parte è tutta dedicata a descrivere alcuni tratti caratteristici dell’umanità orionina desunti dagli esempi e dall’insegnamento di Don Orione.

 

 

Per entrare nell’argomento, conviene porsi una domanda preliminare: la formazione umana secondo il carisma è possibile? Ed è legittima o persino doverosa?

Basterebbe il detto popolare “dimmi con chi vai e ti dirò chi sei” per intuire che la frequentazione delle persone è sempre formativa perché crea uno scambio di beni umani e spirituali e non solo di abilità. In un certo senso, si potrebbe dire che è inevitabile una formazione al carisma – orionino nel nostro caso – in chi frequenta Don Orione, persone e ambienti che sono informati del suo spirito/carisma. È interessante l’esperienza del venerabile Frate Ave Maria, giunto a vent’anni al “Paterno” di Tortona. Raccontò di quell’ambiente impregnato della presenza di Don Orione osservando che “Tutto ciò agiva sovra il mio spirito come un potente fuoco di carboni su un pezzetto di legno verde, che in esso è gettato, che al principio suda, fa fumo, ma alla fine si converte anch’esso in fiamma”.[1]

La formazione è sempre il risultato della relazione. È la relazione che educa (e-ducere), tira fuori la persona, come da seme a pianta, rispettando tempi, originalità e sviluppo. Avviene che i tratti umani del nucleo originale della persona sono sollecitati, identificati e sviluppati dalla relazione con chi quei determinati tratti vive in modo consolidato e attraente, suscitando prima simpatia, poi emulazione e infine forma d’essere.

Di tale dinamismo educativo è paradigmatico il rapporto creatosi tra Don Orione e l’adolescente Ignazio Silone, discepolo “laico” dello “strano prete”. In uno scritto autobiografico,[2] Ignazio Silone ricordò la sua relazione con Don Orione, raccontata diffusamente nel famoso capitolo di Uscita di sicurezza, intitolato “Incontro con uno strano prete”. “Sembrava che egli avesse il dono di rendersi coetaneo[3] con chiunque parlasse, anche un bambino. Ed aveva una chiaroveggenza[4] che rendeva facile la conversazione, eliminava gli equivoci, le timidità, le finzioni. Certe cose che egli mi disse, e che io notai il giorno dopo, le ho comprese soltanto molto più tardi.[5] Ero un ragazzo del ginnasio, ancora immerso nella tradizione, benché inquieto. (…) Accanto a molte debolezze, paure, viltà, che erano e sono la materia grezza dei miei rimorsi, portavo in me una dimensione, scavata nel più profondo di me stesso, scavata quasi a mia insaputa,[6] nei primi anni di vita, in cui ogni parola del genere di quelle che don Orione diceva, aveva una risonanza vivissima”.[7]

La formazione avviene ed è efficace solo in un contesto vitale di relazione: la vita genera la vita, il cuore sveglia il cuore, lo Spirito parla allo spirito. Pertanto, educa chi vive l’esperienza e i valori che intende trasmettere; educa chi accompagna personalmente. A riprova di ciò, è interessante notare che Don Orione poneva come formatori i religiosi di vita più buona, coerente, più entusiasti dello spirito e della congregazione, “più nostri” carismaticamente, come egli diceva. Non necessariamente erano i più talentuosi, i più istruiti, i più esperti nell’insegnare o nel governare.

 

               LA FORMAZIONE SECONDO IL CARISMA

            C’è non solo legittimità ma dovere di formare secondo il carisma perché questo è la ragione e la forma d’essere di ogni congregazione e dunque di tutti i suoi discepoli, consacrati e laici. Non è solo un fatto devozionale legato al fondatore. Non è un coltivare nostalgie di famiglia più o meno sentite. Non è ostentazione di originalità. La formazione secondo il carisma è una emanazione del proprio essere ed è tanto più forte e coinvolgente quanto più i religiosi vivono quel carisma.

            Il carisma è la ragione per cui esiste la Congregazione stessa (il perché); ed è la via per diventare santi ed essere aposto­li nella Chiesa (il come): "La conformazione attiva a Cristo si effettua secondo il carisma e le regole dell'Istituto cui il religioso appartiene. Ciascuno ha un suo proprio spirito, carattere, scopo e tradizione ed è nell'accordo ad essi che il religioso cresce nel­l'unione con Cristo".[8]

            È la Chiesa stessa a chiedere che i religiosi e le congregazioni siano identificate secondo il carisma di fondazione, perché "Torna a vantaggio della Chiesa stessa che gli Istituti abbiano una loro propria fisionomia ed una loro propria funzione. Perciò fedelmente si interpretino e si osservino lo spirito e le finalità proprie dei Fondatori, come pure le sane tradizioni, poiché tutto ciò costituisce il patrimonio di ciascun Istituto" (PC 2).

            Questa indicazione diventa impegno formativo: "I novizi devono essere (...) formati alle esigenze della vita consacrata a Dio e agli uomini in Cristo attraverso la pratica dei consigli evangelici; informati infine sull'indole e lo spirito, le finalità e la disciplina, la storia e la vita dell'Istituto, ed educati all'amore verso la Chiesa e i suoi sacri Pastori" (Canone 652, par. 2).

            È interessante osservare che questo canone dice che il carisma deve informare tutta la persona del discepolo e l’Istituto: indole, spirito, finalità, disciplina, storia e vita dell'Istituto.

            Una profonda identificazione fu, ovviamente, voluta e ricercata anche da Don Orione che, in quanto fondatore, fu formatore. "Non era necessario, non era ragionevole che la Congregazione nascesse, se non fa qualcosa di nuovo e di bello".[9] Su questa novità e bellezza non temeva di essere esagerato, o poco umile, o poco rispettoso: "Sarebbe inutile una Congregazione nuova se non riportasse nel mondo una forza e una lena spirituale più grande e più vasta; se non avesse una forma nuova soprattutto di carità per il popolo".[10]

            Abbiamo presenti le espressioni severe e le decisioni anche drastiche sulla selezione di aspiranti, novizi e professi. Il famoso "scuotere la pianta" tornava regolarmente nei discorsi di Don Orione ai chierici e nelle lettere a Don Sterpi, a Don Cremaschi e agli altri formatori.[11] "Con noi devono restare solo quelli che vogliono essere veramente religiosi, non solo di nome e di tavola, ma di vita secondo i consigli evangelici e le nostre regole. (...) E' venuta l'ora di decidersi: o dentro, e si vive e si sta come si deve stare, se no meglio fuori. Anche pochi, pochissimi, ma veri religiosi".[12]

            La domanda di identificazione nel carisma non è un fatto personale del fondatore di ieri o dei formatori di oggi: è un’esigenza di fedeltà allo Spirito, al Signore. "I fondatori siete voi, io non sono che un fratello maggiore chiamato per primo per divina misericordia in ordine di tempo, ma che fate andare avanti le case siete voi, che date il volto della Congregazione siete voi. Noi dobbiamo essere una forza dottrinale a difesa della Chiesa... O essere come devono essere o non essere. E' questione di vita o di morte".[13]

            Scrive a Don Sterpi, in occasione di una decisione pratica, "Non siamo disposti a rinunciare ad una sola oncia del nostro spirito di fondazione per tutto l'oro del mondo... Se noi vediamo da anni ch'è il Signore che, come ha susci­tato quest'Opera, e la sua Divina Provvidenza la tiene su malgrado i nostri grandi peccati, dobbiamo guardarci bene dal voler cambiare lo spirito onde essa è nata, e cambiarle l'impronta che Nostro Signore pare che ci abbia dato".[14]

            La fedeltà al dono del Signore “torna a vantaggio della Chiesa stessa” ed è condizione per il futuro e la perseveranza. La storia insegna, avvertiva Don Orione, che "Fioriscono le Congregazioni che mantengono lo spirito della fondazione, spirito di orazione, di umiltà, di purezza, come sono nate. Quelle Congregazioni che poi sbandano, che vanno intiepidendosi, che vanno abbandonandosi, che vanno rilassandosi, vanno poi anche a morire".[15]

            Una delle forme di sbandamento e di intiepidimento cui va incontro la formazione oggi è quella dell’uniformismo. Quando io ho fatto il noviziato, c’erano alcuni pochi e validi “manuali” di formazione alla vita religiosa usati per gesuiti, francescani, clarettiani, oblati (es. Alfonso Rodriguez o Giovanni Zolin[16]). Il rischio era che tramettessero un “formato” di vita religiosa uguale per tutti e che l’identità carismatica risultasse un elemento giustapposto. Dopo il Vaticano II, fu data nuova centralità al carisma proprio degli Istituti e seguì un certo spontaneismo e “fai da te” volenteroso nell’esprimerlo nelle dinamiche di vita religiosa. Oggi, con le accresciute possibilità comunicative e organizzative, torna il rischio di seguire "maestri" e "scuole" comuni e di considerare le espressioni carismatiche della formazione – cioè l’”indole, spirito, finalità, disciplina, storia e vita dell'Istituto” di cui parla in can.652 - al rango di optionals, di personalizzazioni da applicare a una forma di vita sostanzialmente generica, uguale per tutti.

            Teologicamente e pedagogicamente, al cuore sta il carisma ed è questo a dare forma agli aspetti strutturali e comuni della vita religiosa. È il carisma che va educato e sviluppato nelle varie dimensioni della personalità, dal carattere alle relazioni comunitarie, dalla vita spirituale all’apostolato. 

            Sappiamo che il carisma è un dono dello Spirito per vivere Cristo d'una maniera tutta particolare, trasmesso e vissuto dal Fondatore “per primo”, normalmente in modo esemplare. Il carisma è dunque un principio spirituale che mette in una relazione viva con il Cristo. Riconoscere nella formazione che il carisma sta al centro della personalità religiosa significa rispettare Dio e i suoi doni. Non si trasmette il carisma come fosse un abito da vestire o una ideologia da imparare. Non si forma al carisma come si trattasse di un allenamento che abilita a determinate azioni o comportamenti, per quanto nobili. No, perché è lo Spirito che trasmette nel "cuore" di una persona il carisma, come potenzialità e "disposizioni” al carisma (sentimenti, valori, ideali, progetti) le quali possono riconoscersi, risvegliarsi, consolidarsi ed affermarsi di fronte alla testimonianza-esperienza del carisma offerta da chi già lo vive.[17]

            Questo è il compito educativo essenziale per la trasmissione del carisma: vivere fedeli alla propria vocazione, testimoniarla, anche con parole ed esperienze organizzate, affinché le disposizioni spirituali al carisma negli altri - se ci sono - si risveglino, si riconoscano, crescano, diventino scelta di vita, discepolato, forma di vita.

            Messo così il discorso, ne consegue che "educatori" sono tutti i confratelli, e tutta la congregazione e, nel nostro caso, tutta la famiglia carismatica orionina, compresi i laici.

  

            IL CARISMA DI VITA SI TRASMETTE CON LA VITA NEL CARISMA.

             Se è vero che la comunità non può trasmettere il carisma, essa, invece, può e deve custodirlo, mantenerlo vivo e operante, mostrare con la propria esistenza come lo si vive. La comunità religiosa è epifania del carisma e, più ancora, è "segno efficace" della grazia carismatica vivendone i valori, gli atteggiamenti spirituali, i modi di porsi di fronte agli avvenimenti... Si tratta di quello spirito di famiglia che si vive e si assimila solo in famiglia.

Gesù ha creato un discepolato comunitario e così San Benedetto, San Francesco, Sant'Ignazio... fino a Don Orione. Come i figli della carne, così i figli dello Spirito nascono solo e sempre se c'è l'amore in famiglia. Se in comunità c'è freddezza o rispettoso individualismo, come a volte accade, non nascono figli, non vengono vocazioni e, se vengono, non crescono, non si formano nello Spirito. Non è questione di tecniche, di accorgimenti, di piani formativi (anche!). Il trasmettere il carisma, cioè lo spirito di famiglia, è questione di famiglia, dove i fratelli hanno lo stesso “sangue”, un comune patrimonio genetico e storico.

Il carisma è il nucleo generatore della personalità orionina. Mentre Don Orione si è adattato ai tempi in tante cose, egli, dai 18 anni al giorno della sua morte, non ha avuto mai incertezze o evoluzioni di pensiero o di pratica in riferimento al nucleo ispirativo carismatico, vissuto e trasmesso come una esperienza spirituale di fiducia nella Divina Provvidenza che porta a “instaurare omnia in Christo”, unendo alla Chiesa e al Papa, i piccoli, i poveri, il popolo, mediante la Carità.[18] È questo dinamismo spirituale che dà forma alle virtù umane, alla vita spirituale, all’apostolato, alla vita sociale, a tutto, incarnandosi in persone e istituzioni in modo vario e creativo.

Il carisma ispirativo è dono dello Spirito Santo. È come un fuoco che fonde i diversi elementi e le dimensioni della vita. È, anche, come il fuoco ottico nel quale convergono e partono tutti raggi vitali di una persona. Questa verità teologica ed esistenziale porta alla fondamentale convinzione che formare significa far vibrare dentro di noi il carisma per identificarci sempre più personalmente e per favorire l’identificazione educativa di altri. I tratti esistenziali variano, necessariamente, in relazione con lo stato di vita (religiosa o sacerdotale, o contemplativa o laicali), con la cultura (italiana o brasiliana, indiana o africana), con il contesto storico (di fine ‘800, di inizio ‘900, del XX o del XXI secolo) e con altri fattori. Però, come avviene che i figli e fratelli di sangue, con lo stesso DNA, hanno i tratti somatici alquanto diversi tra loro, ma lasciano comunque intravedere, dall’insieme, lo stesso “stampo” (imprinting), similmente si presenta anche il rapporto tra identità carismatica e diversità personali di quanti vivono il carisma. Del resto, il carisma vive inculturandosi, assumendo la storia e la cultura e l’ambiente delle persone.

 

                LE IMPRONTE GIOVANILI NELLA PERSONALITÀ DI DON ORIONE

            Ho sempre trovato interessante cercare nella storia di Don Orione quali esperienze ed eventi abbiano particolarmente influito sulla sua personalità lasciando importanti impronte umane, spirituali, progettuali. Uso la parola “influito” perché sono del tutto d’accordo con il cardinale Giuseppe Siri che ha affermato che “Don Orione è nato fiume”, e anche con lo storico Silvio Tramontin che definì Don Orione «un prodigioso a solo dello Spirito» nel quadro storico del suo tempo. Ciò non toglie la verità anche di un’altra immagine attribuitagli dal cardinale Giovanni Colombo: «un’ape del buon Dio» che assunse, fior da fiore, cioè aperto e dialogico con idee, relazioni ed eventi incontrati lungo la sua vita. Usando categorie filosofiche, mi viene da dire che, quanto ad essenza, Don Orione “è nato fiume”[19] e, quanto ad esistenza, è stato “un’ape del buon Dio”. Insomma, uno non esclude l’altro. Don Orione elaborò l’ispirazione interiore con gli influssi delle situazioni in una creazione originale.

Accenno agli influssi degli ambienti, delle persone e fatti della fanciullezza e della gioventù di Don Orione. Persone, ambienti, fatti vengono a dare concretezza, a dare «corpo storico», incarnazione, a quell’originalità spirituale che il buon Dio dà ad ogni persona che inizia il viaggio nella vita. Don Orione, nel provvidenziale intreccio della sua esistenza, soprattutto nei primi anni, assunse diversi apporti che diedero «corpo» alla sua originalità spirituale.

            Ci sono tre elementi che potremmo definire costituzionali dello spirito orionino: francescano, salesiano e diocesano, preceduti da quello familiare e seguiti da quello cottolenghino.

 

            Dall’esperienza francescana. Orione fu dai Frati di Voghera quando aveva 13-14 anni (1885-86). È il tempo della preadolescenza, tempo in cui si formano soprattutto i sentimenti, gli atteggiamenti, i toni spirituali di vita.

                 L’esperienza francescana ha influenzato, o confermato, in Don Orione preadolescente alcuni tratti inconfondibili della sua personalità: la fiducia nella Divina provvidenza, nella vita, come esperienza della Paternità di Dio sulle creature e sulla loro storia; l’atteggiamento di «minoritas», di povertà e semplicità, di ferialità laboriosa, di umile sentire di sé; e poi altri come l’austerità e la fortezza di vita, una «spiritualità selvaggia», alla san Giovanni Battista, come ebbe a dire Don Orione.

 

            Dall’esperienza salesiana. Orione fu a Valdocco dal 1886 al 1889: i 14-17 anni costituiscono il tempo dell’adolescenza, il tempo degli ideali, il tempo in cui una persona accoglie e si costruisce attorno a dei valori fondamentali di riferimento.

            Sappiamo come i quattro grandi ideali o “amori” orionini - Gesù, Anime, Papa, Maria - fossero tipici ed eccelsi in Don Bosco e nell’ambiente salesiano. Qui li assimilò e li fece suoi.

            A questi valori va aggiunta l’amorevolezza, che con «religione» e «ragione» forma il trinomio della pedagogia salesiana. L’amorevolezza - più comunemente chiamata carità da Don Orione - fu elaborata da Don Orione in termini di spirito di famiglia, di «passione per far crescere» la vita (del piccolo come dell’anziano o dell’ammalato, di una singola persona come di una nazione) e di «sensus misericordiae» intesa come magnanimità, capacità di comprensione, di perdono e di amore anche, e soprattutto, di fronte ai limiti delle persone e delle situazioni.

 

            Dall’esperienza diocesana, tortonese. Don Orione giunse al seminario di Tortona il 16 ottobre 1889; non aveva ancora 18 anni e vi trascorrerà tutta la sua gioventù. La gioventù, passato il tempo prezioso della semina dei sentimenti e del fioritura degli ideali, è il periodo dei progetti di vita, delle scelte, delle vie operative, delle prime vere esperienze di rapporto oblativo.

            A Tortona, Don Orione trovò un ambiente e, soprattutto, un vescovo, Mons. Igino Bandi, fervido di iniziative, ricco di stimoli pastorali; trova un ambiente diocesano dove si percorrono con vivacità vie nuove di apostolato, contrastate dall’inerzia e dal conservatorismo. In un quartino di quaderno, in cui il chierico Orione aveva raccolto appunti, citazioni, frasi celebri, troviamo scritto: «L’uomo ha bisogno di essere stimolato dalla necessità, svegliato dall’emulazione, infiammato dal contrasto».[20] Tutte queste situazioni, necessarie per la formazione di una forte personalità (necessità, esempi e contrasti), furono abbondantemente presenti nel prezioso tempo della formazione tortonese del giovane Orione.

 

            TRATTI CARATTERISTICI DELL’UMANITÀ ORIONINA

            A scopo didattico, è utile fare un “identikit” carismatico, con linee chiare e tipiche (tratti, aspetti, rasgos) che identificano il volto orionino. Sono stati formulati tanti identikit di Don Orione e dell’Orionino.[21] Sono utili, ma non confondiamo le linee con il carisma orionino. Mentre talune linee dell’identikit possono/debbono variare (religiosi, contemplativi, carisma al femminile, laici…, tratti personali) è il carisma a dare l’indole, l’unità, la fedeltà, la riconoscibilità.

            Raccolgo qui di seguito alcuni spunti su quelli che, mi pare, emergono come tratti caratteristici dell’umanità di Don Orione e dei suoi discepoli.

 

“Ebbe la tempra dell’apostolo Paolo”. Papa Giovanni Paolo II, nel discorso per la beatificazione di Don Orione, usò un’espressione che è diventata un riferimento sicuro nel parlare della sua personalità umana. Disse: “Ebbe la tempra e il cuore dell'Apostolo Paolo, tenero e sensibile fino alle lacrime, infaticabile e coraggioso fino all'ar­dimento, tenace e dinamico fino all'eroismo, affrontando pericoli di ogni genere, avvicinando alte personalità della politica e della cultura, illuminando uomini senza fede, convertendo peccatori, sempre raccolto in continua e fiduciosa preghiera, talvolta accompagnata da terribili penitenze”.

Cosa sia la tempra ce lo spiega Frate Ave Maria. “Alle volte penso al nonno Domenico, buon'anima, od agli zii quando li vedevo dare la tempra all'acciaio. Dopo aver dato all'utensile la forma che essi volevano, lo mettevano per l'ultima volta ancora nel fuoco e quand'era rovente lo immergevano più volte nell'acqua.  Noi, pure, siamo metalli che dobbiamo essere temprati dal Signore per poi esserci posti in Paradiso. L'acqua e il fuoco che possono temprarci sono le prosperità e le avversità di questa brevissima vita mortale”. [22]

           

La tempra di Paolo e di Don Orione si espresse come forza di volontà, resistenza nel sacrificio di fronte a fatiche, ostacoli, avversità e imprese ardue. La tempra si manifestò anche come parresìa e coraggio di denunciare il male e di affermare la verità, il bene.

           “Chi non intende seguirmi si levi di mezzo, altrimenti vi salto avanti, vi metto da parte, non vi offendete. Se non era per sorpassare gli altri in santità, non valeva la pena di fondare una Congregazione. O rinnovarsi o morire!”.[23]

           Paolo poté dire che “quando Cefa venne ad Antiochia, mi opposi a lui a viso aperto perché evidentemente aveva torto. Quando vidi che non si comportavano rettamente secondo la verità del vangelo, dissi a Cefa in presenza di tutti: Se tu, che sei Giudeo, vivi come i pagani e non alla maniera dei Giudei, come puoi costringere i pagani a vivere alla maniera dei Giudei?” (Gal 2,11ss). Non minore coraggio ebbe Don Orione, quando il vescovo Bandi voleva sciogliere l’Opera per un suo diverso progetto e gli disse, dopo esserne stato richiesto due volte: “Penso che domani Sua Eccellenza non potrà celebrare la Messa”. Animato da zelo per la Chiesa, per la sua santità e unità, confidò di avere un “amore della Chiesa che mi fa ruggire contro certi uomini della Chiesa che non fanno onore alla Chiesa” (77,117).

 

La tempra conferisce duttilità e capacità di adattamento senza venir meno alla propria identità, vocazione e missione.[24] Significa sapersi piegare, resistere e tornare con energia al proprio posto, ai propri valori. Ci vuole forte tempra per adattarsi ai costumi e alle più svariate situazioni della vita, senza irrigidimenti e senza cedimenti o infantili lamentele.

Possiamo ricordare il noto episodio di Paolo all’Aeropago di Atene. Si adatta, accoglie, valorizza… fermo nelle convinzioni fondamentali. (At 17,16ss). Ai Filippesi dice: “Ho imparato a bastare a me stesso in ogni occasione; ho imparato ad essere povero e ho imparato ad essere ricco; sono iniziato a tutto, in ogni maniera: alla sazietà e alla fame, all'abbondanza e all'indigenza. Tutto posso in colui che mi dà la forza” (Fil. 4,11ss).

La capacità di adattamento di Don Orione si vede nella sua apertura mentale per privilegiare la sostanza rispetto alla forma, le persone rispetto alle cose, l’essenziale rispetto a ciò che è secondario. «In tutto ciò che non è evidente male, accettate ed adottate, piuttosto che perder l’influenza, piuttosto che creare malumore o mettervi in posizione di non poter più operare tutto quel bene che potreste fare. Ogni popolo ha i suoi costumi, e sono buoni agli occhi suoi, e in tutto che evidentemente, che chiaramente non è peccato, se siete a Venezia e volete far del bene, fatevi Veneziani il più che potete e fin che si può; ciò fate per la carità di Gesù Cristo. In Piemonte siate Piemontesi, a Roma Romani, in Sicilia Siciliani. Questo è il modo migliore per inserirsi nell’ambiente in cui si va a lavorare e per inserirsi con la massima efficacia…».

Il Fondatore volle che questa duttilità fosse anche istituzionale: “Pur vivendo un’unica fede, pur avendo un’anima e un cuor solo e unità di governo, sviluppa per altro, attività molteplici, secondo le svariate necessità degli umili, ai quali va incontro, adattandosi, per la carità di Cristo, alle diverse esigenze etniche delle nazioni tra cui la mano di Dio la va trapiantando”.[25]

 

Tenerezza e sensibilità. Giovanni Paolo II, esaltando la tempra di Don Orione “infaticabile e coraggioso fino all'ardimento, tenace e dinamico fino all'eroismo”, disse anche che il suo cuore fu “tenero e sensibile fino alle lacrime”. Avere tempra non significa mancare di sentimenti, non avere cuore, essere poco umani. Non erano così san Paolo e Don Orione, eccelsi esemplari di fortezza. Anche Gesù non si vergognò di piangere su Gerusalemme e sulla tomba dell’amico Lazzaro (cfr Lc. 19,41; Gv. 11,35).

Paolo definì la sua prima lettera ai Corinzi “dalle molte lacrime e gli Atti degli Apostoli ricordarono le sue lacrime di affetto versate nel salutare le comunità di Efeso (At 20,31ss) e di Cesarea, in casa di Filippo, quando implora: “Perché fate così, continuando a piangere e a spezzarmi il cuore?” (At 21,8ss).

Simile sfogo di umanità è ricordato all’ultima “Buona notte” di Don Orione nella cappella del “Paterno”, la sera dell’8 Marzo 1940.

«Sono venuto a darvi la buona notte... – esordì Don Orione -. Sono venuto anche a salutarvi, perché a Dio piacendo domani mi assenterò per qualche tempo, per poco o per molto, o anche per sempre, come piacerà al Signore. Nessuno più di me sa e sente che la mia vita benché apparentemente sia, data l'età, florida, nessuno più me sente che la mia vita, che questa vita è attaccata ad un filo e che tutti i momenti possono essere gli ultimi”. E lasciò il suo testamento spirituale, firmato con le sue lacrime di padre, a soli 4 giorni dalla morte. Il redattore di quelle parole, annotò che nel dire “Addio, o cari figliuoli, si ferma un istante, china il capo appoggiandosi alla balaustra, commosso piange… Poi, quasi per tacita convenzione, nessuno si muove dai banchi. Don Orione s'inginocchia e appoggia la testa sulle braccia intrecciate sopra la mensa dell'altare. Si sente un silenzio pieno di commozione: parecchi piangono... Passano alcuni minuti; poi il canonico Perduca, suggerisce a un chierico di chiedere a Don Orione la benedizione per tutti. Il Direttore si alza, recita un'Ave Maria e benedice con ampio gesto”.[26] Lacrime, lacrime umane.

 

La disponibilità, “come stracciaggiungerebbe Don Orione. È un’altra caratteristica umana della personalità orionina, è sia condizione e sia frutto della “carità senza confini”. Implica il distacco da sé che rende liberi per servire Dio e il prossimo. 

È la disponibilità totale (del tutto… a tutto, a tutti) dell’anima ad ogni opera buona, senza scelta preventiva per considerazioni soggettive. Don Orione si espresse così: “Il petto di un figlio della Divina Provvidenza debb'essere un mare di carità perché non vi sarà caritatevole ufficio che non entri nell'ambito della nostra vita: bisogna avere un cuore grande e il cuore a noi lo deve formare Gesù, Gesù, mio figliuolo, ti raccomando di vivere e di respirare di Gesù; solo Gesù ci può formare il cuore buono e grande: omnibus omnia ad instaurare omnia in Christo”.[27]

È un atteggiamento duttile, aperto, versatile, che non trascura i talenti e le inclinazioni personali, ma non ne fa un idolo né una gabbia della propria personalità, ma affronta gli sviluppi futuri in dialogo con la realtà e le indicazioni della Divina Provvidenza. Il fare la volontà di Dio è la più sicura garanzia di non “cercare sé stessi”, garanzia di vero bene e di fecondità non apparente e futile.

Il figlio della Divina Provvidenza dice grazie a tutto ciò che Dio mi dona; a tutto ciò che Dio mi chiede. L’ama et fac quod vis di sant’Agostino significa ama et fac quod vult Deus, perché se tu vuoi/ami Dio… vuoi/ami ciò che Lui vuole. Quel “quod vis” non indica arbitrarietà egocentrica ma libertà nell’amore di Dio, realismo. La “disponibilità come stracci” determina uno stampo umano e anche apostolico di grande valore.

In questo atteggiamento di “disponibilità senza confini”, diventa molto importante il discernimento. Occorre essere attenti e concreti per “lasciarsi condurre dalla logica serrata della carità”; per “lasciarsi maneggiare come uno straccio” dalle mani della Divina Provvidenza…  e dei superiori; per vivere “niente per me, tutto per Dio, per la Chiesa e le Anime”.[28]

La “disponibilità come stracci” può essere percepita superficialmente come confusione. Confusionario” fu definito Don Orione e “confusione in cui mettere ordine” fu definita la sua Opera, a causa degli atteggiamenti di intraprendenza, di pronto soccorso, di adattamento, di libertà e “santa indifferenza” nel bene. In realtà, sotto l’apparente disordine c’era l’ordine divino perseguito con l’obbedienza e con l’urgenza del “Caritas Christi urget nos”.[29]

 

Povertà, umiltà. “Noi vogliamo essere poveri e per i poveri”.[30] Don Orione indicò con questa espressione un altro cardine della vita dei discepoli, modellata dal carisma. È una caratteristica umana e spirituale e include l’umiltà e semplicità e tante altre concretizzazioni della vita quotidiana che il Fondatore chiamava i sette effe dei Figli della Divina Provvidenza: "Fede, freddo, fame, fatica, fumo, fastidi, fiat voluntas Dei. E poi... fiaschi, fischi, filze di debiti, facchinaggi, frustate, frecce, frizzi. Insomma: umiliazioni, annegazioni, tribolazioni, avversità, persecuzioni, croci. ".[31]

La povertà fu per Don Orione una condizione di vita (“Fra le grazie che il Signore mi ha fatto, ho avuto quella di essere nato povero[32]), una eredità naturale. Poi però la scelse come vocazione e divenne una caratteristica fissa (e anche una fissazione) nella sua vita personale. Tutti ricordiamo qualche episodio o frase al riguardo: dal sofà bruciato davanti a tutti a Villa Moffa fino al “non è tra le palme che voglio vivere e morire, ma tra i poveri che sono Gesù Cristo”,[33] detto poco prima della morte.

Don Orione chiese ai suoi discepoli di “incarnare” la povertà, di “incarnare” la vita dei più poveri,[34] anzi di “sposare” la povertà ad imitazione di Gesù Cristo.[35]

Risultano esserci due principali ragioni nella ricerca costante di povertà/umiltà da parte di Don Orione. La prima ragione è mistica: la povertà rende graditi a Dio, in sintonia con la vita di Gesù. La seconda ragione è carismatica-apostolica: la povertà rende graditi ai poveri, in sintonia e in simpatia con il popolo umile. Papa Francesco parla oggi di avere “l’odore delle pecore”, di avere “le scarpe sporche di strada”.

            Tanto è decisiva la vita povera per la fedeltà e il "buono spirito" della Congregazione che Don Orione stabilì che i Figli della Divina Provvidenza un giuramento di salvaguardia della povertà.[36] La comodità e la rilassatezza, come la storia della vita religiosa insegna, prima si infiltrano nelle persone, poi fanno maggioranza e infine arrivano a diventare costume e persino regola. Don Orione avvertiva: “Ricordatevi! Il giorno in cui diverremo ricchi scriveremo: finis!”.[37]

 

La santa fatica.Non è solo con le prediche che si convertono le anime, ma anche col lavoro. E, se in tante famiglie di San Bernardino è rientrato il Vangelo, non è certo rientrato per le prediche del Prevosto di San Michele, voi mi capite, ma perché hanno visto i preti lavorare. Il popolo vuol vedere la realtà!”.[38] Questa osservazione di Don Orione ci introduce ad una attuazione orionina specifica dello stile di povertà: il lavoro manuale. Oggi, potrebbe essere definito come lavoro diretto e personale, anche con modalità diverse da quelle manuali. Comunque, è il “fare” personalmente e non solo il “far fare” agli altri: “Bisogna che vi diate attorno anche materialmente, che non stiate con le mani in mano”.[39]

Nella formazione orionina, il lavoro manuale ha innanzitutto un valore ascetico, personale, e poi - questo è caratteristico in Don Orione - ha un valore, direi, carismatico, come apostolato per unire i piccoli, i poveri e il popolo alla Chiesa e ai suoi pastori mediante la carità.

            "La nostra Congregazione dovrà orientarsi in questo senso, ciascuno di noi dovrà lavorare e guadagnarsi il pane e di che mangiare con le proprie mani, per non diventare «preti signori», per non falsare lo spirito del Vangelo, lo spirito del Signore... Quanta efficacia si avrebbe, che bell'apostolato si compirebbe tra i poveri, se tutti vedessero che il prete predica e lavora, lavora e predica, Che aiuta i poveri e provvede a sé stesso. Solo così noi saremo veri figli della Chiesa. Fatica, mortificazione, sacrificio, come ai primi tempi della Chiesa, al modo degli apostoli!".[40]

 

Intraprendenza. “Se voi mi chiedete quale è la nota che ci deve differenziare da tutte le altre congregazioni, vi dico che è la dinamite della carità. Dobbiamo essere dinamici - e non marmotte - nella carità verso i più umili e più abbandonati dei nostri fratelli... Chi non sente questa volontà di essere qualche cosa di molto spinto, nell’amor di Dio e del prossimo, se ne vada: saremo buoni amici... potrà essere un santo trappista... però chi rimane qui dovrà essere lo squadrista della carità”.[41]

Con una citazione come questa, comprendiamo che Don Orione concepiva i suoi discepoli con la “dinamite della carità”,[42] “la carità divina, alta universale[43] che urge ad un apostolato audace e intraprendente, a farsi tutto a tutti (1Cor 9, 22) per il Vangelo[44]. Con la sua solita vivacità di linguaggio esprimeva l’intraprendenza in questi termini: “Chiedo di avere più spirito, di avere più coraggio, di avere più attività sociale, ...quando c’è bisogno e dovere di fare e di fare molto. Accendere in sé una più viva fiamma per le anime, avere più attività, più speditezza, più apostolicità, più apostolicità! Non voglio dei presuntuosi, però neanche voglio dei conigli”.[45]

"Bisogna che ciascuno capisca che noi andremo con un 'passo apostolico'. Non solo con passo cristiano, ma con passo apostolico. Chi non sente la forza della carità, la forza della fiamma, della apostolicità... la volontà di essere qualcosa di molto spinto nell'amore di Dio e del prossimo... non deve fermarsi da noi!".[46]

            L’intraprendenza di cui parla Don Orione è il frutto dell’amore a Dio e al prossimo e non tanto, o non solo, espressione di disposizioni naturali di carattere.[47] È rivelativa di una vita autenticamente vissuta in Dio: “Amor est in via”, diceva san Bernardo.

Per evidenziare il contrario dello “spirito di intrapresa”,[48] Don Orione usava due aggettivi - buddista e mussulmano - secondo un cliché popolare diffuso e caricaturale, che vedeva nel “buddista” il tipo spirituale, calmo, quasi privo di passioni, perché dominate da un atteggiamento di controllo interiore che tende all’atarassia; e caratterizzava il “mussulmano” come colui che vive una esagerata passività di fronte a Dio, con il fatalismo di chi aspetta tutto dal Cielo e perciò con poca intraprendenza.

Io quando vedo certi religiosi e certe religiose buddiste… Per esempio, quando vedo certi miei chierici tutti intenti alla cura di sé stessi, all’amore di sé stessi, io dico: ma cari buddisti miei, ma dove è l’amore di Gesù Cristo? L’amore vero del prossimo è quello che ci fa dimenticare di noi stessi, per dedicarci tutti per il bene del prossimo”.[49]

In altra occasione lamenta che c’è “gente che non fa niente e che cresce con una specie di fatalismo musulmano addosso, e che aspetta tutto da Dio, mentre noi si è qui sfiniti di dolori e di lavoro. Ma che razza di pietà è quella?”.[50]

Ribadisce: “Io non voglio il buddismo, non voglio colli torti. Voglio la santa povertà, la santa virtù nel sacrificio, la santa letizia nell’umiltà, la santa letizia nell’obbedienza, la santa attività nella carità”.[51]

Sì, anche l’intraprendenza audace fa parte del carattere umano di una personalità animata dal carisma orionino.

 

Spirito di famiglia. Don Orione ha impostato le sue relazioni, la vita religiosa e la formazione sul modello della famiglia, con gli atteggiamenti umani, spirituali e pratici propri della famiglia. La comunità religiosa, come la famiglia naturale, è "data" da Dio: va accolta e vissuta con lo stesso senso di riconoscenza e di sacralità. E anche con la medesima ricchezza di relazioni e di espressioni umane.

«Di' un po', Luis, quanti fio' ghet giamò?» (Dimmi, Luigi, quanti figli hai già?). E’ ricordato così l’incontro del chierico Orione, già fondatore del suo primo collegetto a Tortona, con la mamma Carolina, cui invase la casa durante una passeggiata con i suoi ragazzi. Quella donna, che chiamò figli quelli che potevano essere semplicemente allievi, intuiva una cosa importante.

Don Orione fu un padre; ha fatto famiglia, facendo da padre; ha avuto un cuore di padre. Alcuni cenni di episodica biografica fanno comprendere la verità e la pregnanza vitale dello spirito di famiglia.

            Gaetano Piccinini, ragazzetto di 12 anni, orfano della Marsica, era gravemente malato di polmonite... Don Orione gli dà il suo letto, va a vederlo più volte, anche di notte, se tossiva, se stava male, se aveva qualche bisogno.

            In viaggio con Ignazio Silone da Roma a Sanremo, Don Orione familiarizza con l’adolescente, racconta di sé, di problemi e progetti... Scrive e imbuca a Genova tante cartoline per gli orfani e spiega: “forse sarà l'unico augurio che riceveranno!”.[52]

            Al pranzo del giorno di festa per il 25° dell’ordinazione sacerdotale, Don Orione arrivò con molto ritardo: si era fermato al letto del chierico Basilio Viano, morente, "facendo quegli uffici, umili sì, ma santi, che una madre fa con i suoi bambini".[53]

            Conforta il chierico Ruggeri dopo la morte del padre dicendo: "ora sarò io tuo padre!".

            Vari testimoni hanno osservato che "Don Orione godeva di stare in mezzo ai suoi figli". "Si sentiva che aveva il piacere di stare con noi e noi avvertivamo il piacere di stare con lui". Arrivava da lunghi viaggi, stanco, con mille pensieri... ma era pronto al mattino presto in cappella, ci teneva a stare in refettorio insieme, a dare la 'buona notte', a raccontare di sé, dava notizie, si interessava. Alla chiusura della giornata, amava ritrovarsi con i confratelli sacerdoti in serena fraternità nella saletta comune. Sapeva scherzare e tenere allegro il clima della comunità. 

            Quanto insisteva sull'uso dell'aggettivo "nostro": niente possessivo "mio", "tuo", tutto in comune! L'accaparrarsi qualcosa, il tenere qualcosa egoisticamente per sé erano considerati i peccati più gravi, motivo di scandalo e di allontanamento! Oltre alla condivisione educava alla collaborazione: "C'è una bestemmia da fuggire e una giaculatoria da usare. La bestemmia è: 'Io non c'entro, non tocca a me!'. La giaculatoria è 'Vado io!'".[54]

            Incoraggiava l'amicizia fraterna: "Voi, che avete studiato insieme... praticato lo stesso cammino... pianto... combattuto le stesse prime battaglie, è bene che continuiate a tenervi spiritualmente uniti, e che vi scriviate e amiate a vicenda: la vostra è la vera fratellanza secondo lo spirito di Dio”.[55]

            Don Orione ha definito il suo particolare stile e metodo pedagogico “cristiano-paterno”. È una rielaborazione e integrazione del metodo preventivo, conosciuto quando fu a Valdocco con Don Bosco (1886-1888). Qui mi limito a richiamare una caratteristica umana del metodo cristiano-paterno: la premura, il prendersi cura. Don Orione desume e illustra cosa significhi in concreto la cura dal modello dei rapporti in famiglia: "Amateli nel Signore come fratelli vostri, prendetevi cura della loro salute, della loro istruzione e d'ogni loro bene: sentano che voialtri vi interessate per crescerli (...) Non vi è terreno ingrato e sterile che, per mezzo di una lunga pazienza, non si possa finalmente ridurre a frutto; così è l'uomo".[56] Anche l’istruzione e la formazione prendono vita nella cura di tutta la persona, condizione di efficacia, di creatività e di stabilità di risultati.[57]

 

 

CONCLUSIONE

            A conclusione, riprendo la domanda posta all’inizio: è possibile una formazione umana secondo il carisma? Sì, è possibile ed avviene in un contesto vitale di relazione spirituale, comunitaria, incarnata.  
          Pertanto, è indispensabile chiedere a Dio il carisma, o spirito orionino, perché esso è un dono di Dio; dunque, va chiesto a Dio con la preghiera. Il carisma non è una idea, uno stile o un progetto, ma è un impulso interiore dello Spirito Santo per vivere Gesù che crea uno stile di vivere, in un progetto di vita.

            Per ravvivare il carisma occorre coltivare la relazione con Don Orione come santo, maestro, intercessore e soprattutto come padre e fondatore; c’è una consanguineità spirituale e una contemporaneità da valorizzare.

            Va evitata la tendenza a ideologizzare il carisma, e per questo è da coltivare la relazione con la famiglia carismatica. Gli altri Orionini risvegliano in noi l’orioninità, lo stesso spirito si riconosce e si attiva nella relazione con altri che hanno lo stesso dono.

            Infine, per quanto sembri ovvio, non si deve cessare mai di vivere il carisma orionino: il dono è stato donato attraverso Don Orione, ma è presente in noi per l’azione dello Spirito, come una linfa che si rinnova e rinnova la pianta. Vivere il carisma è fedeltà a Don Orione; è fedeltà a noi stessi e alla nostra natura spirituale; è fedeltà a Dio che ci ha dato quel “dono” da donare.

 


   [1] F. Peloso, Si può essere felici. Vita di Frate Ave Maria, Piemme, Casale Monferrato 2000, p.36-37.

   [2] Restare se stessi in “Il Resto del Carlino” del 20.1.1963.

   [3] Contemporaneità: condizione per stabilire una comunicazione vera, efficace, interattiva. Contemporaneità che significa “farsi prossimo” all’altro e al suo mondo attuale o, per dirla con termini della moderna pedagogia, “empatia”.

   [4] Chiaroveggenza: vedere e parlare chiaro, vedere la realtà com’è, intra-vedere con l’intelligenza del cuore.

   [5] La comunicazione e l’educazione sono una semina e c’è bisogno della pazienza e fiducia del seminatore che non vede subito il frutto di quanto seminato. Occorre controllare la propria “volontà di potenza”, di volere tutto e subito, secondo una mentalità meccanicistica e quasi magica, che non funziona quando si tratta di agire sulle persone. Certi semi (beni comunicati) danno frutto “il giorno dopo” o “soltanto molto più tardi”, come scrive Silone.

   [6] Nella visione cristiana, l’uomo nasce più fatto che da fare. La sua originalità personale, sacra e inalienabile, è già disegnata “nel più profondo di se stesso”. L’azione educativa è un e-ducere, uno sviluppare un tirare fuori dalla “materia grezza”, quello che fondamentalmente già c’è. Michelangelo davanti al blocco di marmo grezzo, sul quale aveva preso a lavorare con passione al suo “Mosé”, mentre scalpellava e toglieva schegge di marmo, diceva: “Lo vedo! Lo vedo!”. Il “Mosé” era già dentro a quella “materia grezza”; a lui toccava solo liberarlo pazientemente.

   [7] L’educatore, con la sua presenza e la sua parola, fa risuonare l’eco dell’originalità profonda della vita dell’altra persona, la tira fuori, la risveglia, la porta a coscienza.

   [8]  Elementi essenziali dell'insegnamento della Chiesa sulla Vita Religiosa, n.46.

     [9]  Parola (12.2.1938) VIII, 93.

     [10]  Parola (2.11.1937) VII, 90; cf. Riunioni, 179.

     [11]  Scritti 3, 505 ss.; 18, 92; 19, 107. 

     [12]  Scritti 52, 120. "Io sarò buono, dal cuore grande… ma non desidero che si vada storpiando lo spirito della Congregazione", Parola (13.12.1923) III, p.26. 

     [13]  Riunioni 159-161. "A chi non piace la Congregazione e l'osservanza della vita comune, se ne vada con Dio. Io per me sento che forse presto me ne vado. Tocca a voi mantenere la Congregazione e non lasciare che si perda lo spirito di una vita umile, povera, mortificata e ardente di carità e di sacrificio, che la deve animare e far prosperare a Gloria di Dio e della santa Chiesa", L I, 57ss.

     [14]  Scritti (15.10.1918) 13, 101.

     [15]  Don Orione a Villa Moffa il 15.8.1938; Parola IV, 343.

    [16] Durante il mio noviziato si usava il Piccolo Manuale di vita religiosa di Giovanni Zolin, S.E.I., Torino, prima edizione 1935.

     [17] Può aiutare una similitudine richiamata da San Francesco di Sales: “Fra le pernici accade sovente che alcune uova finiscono covate in altro nido. Succede poi che la pernice giovane, nata e nutrita sotto ali estranee, al primo richiamo che senta della sua vera madre che aveva deposto l’uovo dal quale è nata, ritorna presso la madre e si pone al suo seguito, per quella corrispondenza ch’essa avverte in rapporto alla sua primitiva origine. Corrispondenza che non appariva minimamente, che, anzi, era rimasta segreta, nascosta e come addormentata nel fondo della natura, sino al nuovo incontro che ha come risvegliato e stimola il desiderio” (Teotimo I. 15).

     [18] Don Orione espresse tante volte il nucleo carismatico ispirativo; tra tutti i testi i più autorevoli sono “I sommi principi” presentati l’11 febbraio 1903 al vescovo Bandi per l’approvazione diocesana (L 11-22) e i due testi del Capo I delle Costituzioni dei Figli della Divina Provvidenza (22.7.1936), ora art. 5, e delle Piccole Suore Missionarie della Carità (12.9.1935), ora art. 3; furono scritti da Don Orione con tanta cura, fin delle virgole, nel momento di presentare il carisma alla Chiesa, per il riconoscimento, durante la Visita Apostolica. Questo nucleo carismatico è stato ripreso testualmente anche nell’art. 1 della Regola di Vita dell’Istituto Secolare Orionino e nell’art. 3 della Carta di comunione (nello Statuto art.2) Movimento Laicale Orionino.

     [19] È questa quasi una evidenza storica, conoscendo la vita di Don Orione. A partire da quell’anno fondamentale del 1890, e in particolare dagli esercizi di tarda primavera, egli cominciò a parlare e ad agire “da fondatore”, da chi ha ricevuto un carisma già nella sua completezza, per quanto in nuce e bisognoso di sviluppo.

     [20] Questi “fogli di appunti” degli anni di seminario, sono pubblicati in DOPO, I, p. 742-752.

     [21] Identikit dell’Orionino religioso, del sacerdote, della suora, del laico, dell’educatore, del giovane, dell’operatore di carità, ecc.

     [22] Si può essere felici. Vita di Frate Ave Maria, cit., p.187.

     [23] Discorso del 14 agosto 1934; Riunioni 159ss.

   [24] Ancora una volta mi piace citare Frate Ave Maria circa la duttilità conferita dalla tempra. “Io obbedirò sempre, anche quando mi si comanderà di parlare, di scrivere, di riposare, di mangiare, bere e dormire. Ma sarò come una molla di buon acciaio di riuscitissima tempra, che cede senza spezzarsi, se è premuta, pronta sempre, però a ritornare al posto suo non appena cessi la pressione.  E il mio posto è la vita nascosta, silenziosa, solitaria, penitente, umile, pura, di preghiera e d'amore, vicina a Dio, lontana dagli uomini”; Si può essere felici. Vita di Frate Ave Maria, p.183.  

   [25] In cammino 319-323.

   [26] F. Peloso, Don Orione. Cronaca dell’addio, MdO 1/2015, n.145, p.3-96.

     [27] Scritti 80, 278.

     [28] S. Tommaso nel Commentarium super Romanos 8, 14.3° scrive: “Homo spiritualis non quasi ex motu proprio e voluntatis principaliter sed ex istinctu Spiritus Sancti inducitur ad aliquid faciendum”.

     [29] Don Orione, nelle prime Costituzioni, all’art. 13, pose la santa indifferenza come condizione per l’ammissione ai voti: “riescano indifferenti ad ogni cosa di questo mondo, solleciti di un solo affare, cioè di servire Dio nella carità secondo l’ubbidienza per tutta la loro vita ed eziandio nella stessa morte”.

     [30] Sui passi di Don Orione, 116.

     [31] SDO 5, 35-52; Scritti 44, 107s; Don Orione, a scopo pedagogico, raccontò un fatto: “Uno dei miei chierici voleva farsi missionario, e lo diceva sempre e mi stava vicino continuamente. Voleva proprio partire. Un mattino lo vedo piangere: Che hai? ...gli chiedo. 'Nel caffé non c'è zucchero; è amaro!'. Davvero?, replico io. E vuoi fare il missionario? Va là, va là, che ci vuole altro per essere missionario”; ADO, B 13, p.32-34.

   [32] Parola VIII, 28.

     [33] Cf. Parola (8.3.1940) XII, 38.

     [34] Cf. GS 1; ET 18; SDO V,79.

     [35] SDO V, 79-80; tutto il volume è dedicato a “La povertà”; inoltre, si veda il capitolo “Poveri, piccoli, umili, semplici” in Sui passi di Don Orione, p.103-112.

     [36] Cf. Costituzioni FDP 36; Costituzioni PSMC 32-33.

     [37] Parola VI, 218. "So che qualcuno gironzola con facilità, che con facilità alcuni escono e vanno per bibite ai caffè, e di tutt'altro si occupano che di curare lo spirituale e di emendarsi e di darsi ad amare davvero il Signore: ora questo non va bene. Per carità, stiamo uniti a Dio", Lettere I, 58. "Quanto alle suore, esse vanno diventando troppo comode, troppo signore... È una gran pena dovervi dire questo"; Scritti 68, 128.

   [38] Parola (27.12.1933) Vb, 231. Don Orione alludeva all’epopea della costruzione del santuario della Madonna della Guardia di Tortona con il lavoro dei chierici e sacerdoti.

   [39] Riunioni, p.155.

     [40]  Parola XII, 52ss; Alle PSMC, Parola I, 231ss. Esortando i suoi chierici alla "santa fatica", diceva loro "Non è solo con le prediche che si convertono le anime, ma anche col lavoro!"; Parola V, 230-233.

     [41] SDO 1, 76-77.

   [42] Parola VIII, 3 e 6.

   [43] Scritti 94, 300.

     [44] Cf. 2 Cor 11, 23-33.

     [45] L II, 73-74.

     [46]  Parola VIII, 3.

[47] Questa audacia apostolica, aperta, moderna nelle forme, è inculcata anche dalle attuali Costituzioni. Cf. Costituzioni FDP 9; Costituzioni PSMC 78-79.

     [48] Scritti 32, 245.

     [49] Esercizi spirituali dell’agosto 1923; Parola III, 181.

     [50] Scritti 11, 84. In altra lettera: “Bisogna non fare i Fra Tranquilli: bisogna ingegnarci”; Scritti 4, 267.

     [51] Scritti 59, 250.

   [52] Molto bello il capitolo Incontro con uno strano prete, in Uscita di sicurezza, Vallecchi, Firenze, 1965. Si veda lo studio di G. Casoli, L’incontro di due uomini liberi: Don Orione e Silone, Jaca Book, Milano 2000.

     [53] L I, 192.

     [54] ADO, Riunioni 187.

     [55] L I, 301ss.

     [56] L II, p.558

   [57] Konrad Lorenz, il famoso etologo che trasse molte indicazioni psicologiche e sociologiche sull’uomo attraverso lo studio del comportamento degli animali, ad un intervistatore che gli chiedeva di definire in poche parole la persona matura (che è anche la persona felice), rispose: “Sì, le dò una definizione in 3 parole: maturo è chi-ha-cura”.

 

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