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Messaggi don Orione
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Autore: Giovanni Marchi

Estratto dalla Relazione tenuta al Convegno DON ORIONE E IL NOVECENTO, 1 – 3 marzo 2002, Pontificia Università Lateranense – ROMA.

DON ORIONE, LA POLITICA E I POLITICI

Giovanni Marchi


Un aneddoto d’infanzia e lo stampo dell’uomo

Don Orione è il primo beato, nato dopo che l’Italia unita aveva preso Roma al Papa il 20 settembre 1870 con la breccia di Porta Pia, facendone la propria capitale. Nacque infatti, neppure due anni dopo, a Pontecurone il 23 giugno 1872 nella “tinaia” della residenza estiva di un importante uomo politico, l’ex primo ministro Urbano Rattazzi, in quella parte rustica assegnata ai genitori in cambio della custodia della villa, quando Vittorio Orione e Carolina Feltri si erano sposati l’11 febbraio 1858. Ricorda Don Sparpaglione: «Urbano Rattazzi trascorreva alcuni mesi delle vacanze estive a Pontecurone e aveva molta stima di papà Vittorio con il quale spesso s’intratteneva in amichevole conversazione. “Che cosa ne faremo?” gli disse un giorno additando il piccolo Luigi ancora in fasce. Poi scostò il lattante, gli strinse tra le nocche il ganascino e soggiunse: “Ne faremo un generale.”» Un’altra volta dopo averlo preso in braccio, nel riconsegnarlo al padre, a cui dava del garibaldino per le sue idee politiche, gli disse: «Vittorio, sta attento che questo bambino non faccia il prete o non diventi gesuita.»
Don Orione amava dire di sé: «Se non mi fossi fatto prete, mi sarei dato alla politica, sarei diventato un ribelle» e ripeteva di voler essere «il garibaldino del Papa, come i Gesuiti ne erano i pretoriani», votato a tutti gli ardimenti. Lasciò scritto: «Il Papa: ecco il nostro Credo e l’unico Credo della nostra vita.»

Non c’è conferenza, manifestazione, riunione, pellegrinaggio a cui, nei primi anni di formazione, il giovane Orione non partecipi con grande impegno, molte volte portando con sé i suoi giovani, ben presto con la banda.
Osservò Don Zambarbieri: «Don Orione aveva quasi vent’anni quando uscì la “Rerum Novarum” di Leone XIII. La lesse e l’entusiasmò soprattutto la conclusione: “la carità salverà il mondo”. Queste parole divennero il programma della sua vita. Era consapevole anche che una maggiore giustizia sociale non avrebbe risolto tutti i mali della società, eliminato tutti i bisogni; che ci sarebbe sempre stato uno spazio per le opere di carità: che quand’anche lo stato arrivasse a fare tutto, la sua assistenza sarebbe sempre senz’anima e che sarebbe toccato ai cristiani dargliela.»


Per una efficace azione sociale

Giovane sacerdote, sentì fortemente l’importanza della corresponsabilità e della collaborazione dei laici, avendo come prima guida il suo vescovo mons. Bandi, che così scriveva in una lettera del 20 agosto 1897:«Noi affermiamo che la cooperazione del laicato all’azione cattolica è non solo utile, ma necessaria. Il pericolo che oggi corriamo è comune, lasciate adunque che tutti si levino alla difesa, uomini e donne, nobili e plebei, professionisti e laici. E voi, venerabili fratelli, teneteveli cari cotesti laici.» Queste direttive pastorali del suo vescovo furono riassunte in due slogan, che Don Orione fece subito propri: «Preti fuori di sacrestia» e «Laicato in sacrestia», per confermare il valore civile, sociale e politico della fede e della carità cristiana.


Qualche riflessione negli scritti

* «Vogliamo portare Cristo al cuore degli umili e dei piccoli, del popolo e portare il popolo ad amare ognora più Cristo, la famiglia e la patria. Instaurare omnia in Christo: è necessario fare cristiano l'uomo e il popolo, è necessaria una restaurazione cristiana e sociale della umanità.»

* Dopo moti socialisti a Tortona, nel 1917:
«Bisogna andare al popolo, e sacrificarsi, e farsi ammazzare, ma rifarlo cristiano.
Non si facciano illusioni le autorità. Con le baionette e con la galera a nulla approderanno, anzi sarà peggio […] Il primo dovere lo dobbiamo fare noi preti: ed è quello di essere veri cristiani, se vogliamo rifare cristiani gli altri.
Il moto rivoluzionario dei giorni trascorsi deve servirci a farci fare un buon esame di coscienza. Che abbiamo noi fatto pel popolo? Siamo noi sempre il sale della terra e la luce del mondo? […] Con la mitragliatrice all’imboccatura delle strade si trattiene un popolo per qualche ora, ma non si ricostruisce una società.»

* Nel 1919, incaricato dal nuovo vescovo di Tortona mons. Grassi di occuparsi delle Unioni Popolari, scrive un proclama alle mondine apparse sul bollettino “La Val Staffora” del 18 maggio 1919, che comincia con il grido: «Proletariato della risaia, in piedi!», con toni vibranti di lotta e di chiamata alla riscossa, dichiarando che era giunto il momento di dare battaglia, perché anche le donne avessero una paga equa, che tenesse conto della loro fatica e della loro condizione, e perché non si superassero le otto ore di lavoro in risaia: un proclama che richiama già nel titolo il manifesto di Marx ai lavoratori.


«Nei partiti noi non dobbiamo entrarci»

La sua è una politica superiore, non legata a questo o a quel partito o a qualsiasi ideologia, convinto com’è che i consacrati a Dio «non debbano fare della politica: la politica non è da religiosi.» «Altro è parlare, lodare, servire la patria educando i giovani e noi stessi all'amor di patria, - perché è la terra dove siamo nati, dove riposano le ossa dei nostri cari morti… - altro è fare politica.» E sosteneva che per religiosi e sacerdoti le opere politiche più consone ed efficaci erano le opere di carità: «La nostra politica è la carità grande e divina, che fa del bene a tutti.»
Queste parole non sono un invito all’intimismo religioso o all’assistenzialismo privo di orizzonte e di progetto sociale. Per rendersi conto di quanto le parole di Don Orione siano piene di verità e di concretezza anche “politica” occorre conoscere la sua vita, le sue tante azioni e relazioni che influirono sulla società, determinarono nuove mentalità, provocarono cambiamenti anche politici in favore del popolo.
Tra le iniziative di Don Orione vi fu anche una lettera del 1933, diretta al ministro delle Finanze Guido Young, ben argomentata, per sostenere e incoraggiare una politica economica che può “offrire una soluzione alla crisi sempre incalzante” e “una parola di conforto e di pace all’umanità, oggi tanto dolorante e sfiduciata”.»


La Questione Romana e la Conciliazione

Un’importante iniziativa politica che coinvolse Don Orione negli anni Venti fu dedicata alla Questione Romana e alla Conciliazione. «È un grande dolore per noi cattolici e italiani – scriveva Don Orione -, che questa benedetta questione della libertà della Santa Sede non venga finalmente risolta. Bisogna che la Santa Sede sia libera, e tale appaia agli occhi del mondo cristiano, in modo evidente e indiscutibile»
Le trattative con varie persone si trascinavano, inconcludenti, da molti anni. Don Orione ruppe gli indugi e si inserì in un gruppo di studio per la soluzione con Genocchi, Semeria, Minozzi, l’on. Fulvio Milani. Scrisse personalmente a Mussolini, su incarico del Card. Gasparri, una lettera, il 22 settembre 1926, per invitarlo a sbloccare la situazione: «Lo faccia, Eccellenza, e avrà scritto una delle pagine più belle della storia.»
Don Orione fu contento dei Patti Lateranensi, ma non esultò più di tanto. «La Conciliazione si doveva fare – spiegò egli stesso – ma non in questo modo.» I punti deboli della Conciliazione, secondo Don Orione, riguardavano il tema della territorialità e quello della salvaguardia dell’autonomia dell’educazione religiosa nelle scuole e nelle associazioni.


Relazioni con uomini della vita politica per fare e ricever del bene

Suoi grandi amici furono uomini di grande valore quali il prof. Antonio Boggiano Pico e il duca Tommaso Fulco Gallarati Scotti.
Don Orione era facile nell'amicizia, anche con gente molto lontana o per lo meno diversa da lui. Così rammento la commossa ammirazione da cui era circondato fin da principio da un Sonnino, da un Bodio, da un Leopoldo Franchetti, e in genere dal mondo laico e culturale della Roma di quel tempo fino alla prima guerra. Forse perché capiva bene il nostro paese in certi suoi aspetti ghibellini, per sue esperienze familiari: "Un po' di anticlericalismo l'ho nel sangue anch'io", mi diceva, parlando con affetto filiale di suo padre”.
La prima persona con cui Don Orione si trovò a collaborare, dopo lo spaventoso terremoto di Messina e Reggio Calabria del 28 dicembre 1908, fu la contessa Gabriella Spalletti Rasponi, nominata dal Governo Presidente del Patronato Regina Elena per la raccolta degli orfani.
Tra i ragazzi rimasti soli dopo il terremoto di Avezzano (1915) c’era anche quello che diverrà l’uomo politico e scrittore Ignazio Silone, che in “Incontro con uno strano prete,” ne darà la più bella e più alta testimonianza. «A chi gli chiedeva quali persone lo avessero impressionato di più nella sua vita, aveva subito risposto: - Don Orione e Trotzki. Rendendosi conto della meraviglia del suo intervistatore per avere messo insieme due persone così diverse, aveva spiegato: - Don Orione perché non era il cristiano della domenica mattina e Trotzki perché non era il rivoluzionario del sabato sera, Don Orione cristiano sempre, Trotzki rivoluzionario sempre.»

Di ritorno dal secondo viaggio dall’America, come ricordava mons. Costa, Mussolini fece sapere ripetutamente a Don Orione, attraverso il prefetto di Alessandria, del suo desiderio di riceverlo. Don Orione rifiutò sempre, anche di fronte ai consigli di amici che gli prospettavano aiuti per le sue opere. «Sono di Dio – rispose sempre – e ci penserà lui.»

Verso il fascismo fu rispettoso, ma sempre attento a tenerne anche una certa distanza garanzia di libertà. Per incitare i suoi religiosi era capace di utilizzare alcune espressioni messe in auge dal fascismo: «Adesso – lanciava la provocazione nella “Buona notte” del 2 gennaio 1938 – hanno messo in Italia il “passo romano” e noi con che passo andremo? Bisogna che ciascuno capisca che noi andremo con passo apostolico.»

Don Orione non si schiererà mai dalla parte dei potenti, ma sarà sempre dalla parte degli oppressi fino alla vigilia della morte, come nel settembre 1939, quando la Germania invase la Polonia, e lui volle accompagnare i suoi chierici polacchi in pubblica processione, con la banda, dal Santuario della Madonna della Guardia alla stazione di Tortona, perché corressero a difendere la patria e poi fece mettere stesa sulla parete della sua camera, dov’era accostato il suo povero letto, la bandiera della Polonia invasa da Hitler, come si può vedere ancora oggi.

Il rapporto di Don Orione con tanti altri uomini della politica avvenne per essersi trovati insieme sui campi dell’impegno sociale e della carità in particolari occasioni, come durante i terribili terremoti dell’inizio del Novecento, o perché s’incontrò con loro nel corso della vita. Don Orione riceveva e faceva del bene a tutte le persone, e anche a tutti i politici, che incontrava.
Si potrebbe parlare di molti altri politici che incontrò nelle varie fasi della vita e basterebbe cominciare a stilare un rapido elenco di nomi, dagli esponenti dell’Opera dei Congressi: Valente, Paganuzzi, Murri, Sturzo; Sonnino, Calandra, al prof. Riccardo Moretti, all'ing. Castelli, al quadrumviro Vecchi di Val Cismon, al sen. Cavazzoni, all’ing. Guala, a Federzoni, Lantini, Malcovati, La Pira, Bargellini, Lazzati, Gedda, Medi, ecc.

Douglas Hyde, un politico inglese, fu membro del partito comunista inglese e svolse attività di giornalista in diversi giornali, finché fu nominato, nel gennaio 1940, inviato speciale del “Daily Worker”, organo ufficiale del partito, e redattore capo dopo l'entrata in guerra della Russia a fianco degli Alleati.

Douglas Hyde mise in evidenza il particolare aspetto in Don Orione dell'attenzione alla giustizia sociale. Dopo aver affermato: «La giustizia sociale imposta dall'alto, anche quando rappresenta la volontà del popolo, non è per sé stessa sufficiente. Ad essa bisogna unire la carità cristiana, in maniera piena e sovrabbondante», aggiunse questa osservazione: «Il più sentito bisogno della nostra società è quello di trovare una sintesi pratica della carità e della giustizia. Con mia grande sorpresa ho trovato tale sintesi nella vita di Don Orione e nelle Congregazioni da lui fondate. Io mi ero aspettato di trovarmi in una sovrabbondanza di carità, ma al fondo del mio pensiero stava il timore di trovare una indifferenza o diffidenza verso la moderna esigenza di giustizia sociale. Quando imparai a conoscere meglio Don Orione come uomo, compresi come fosse naturale in lui l'essersi reso conto che la carità dovesse essere rafforzata dalle sollecitudini per la giustizia. Nessuno, credo, ha additato meglio la via da seguire che il figlio del selciatore di Pontecurone.»

 

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