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Messaggi don Orione
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Autore: Domenico Mondrone S.J.
Pubblicato in: La Civiltā Cattolica, 114/I (1963), Quad.2706, p.557-564.

P. Domenico Mondrone ricostruisce su "La Civiltā Cattolica" (1963, Quad.2706) il rapporto tra i due grandi sacaerdoti.

 

 

DON LUIGI ORIONE E IL PADRE FELICE CAPPELLO

Domenico Mondrone S.I.

 

            Il primo anniversario dalla morte del padre Cappello ci sor­prende mentre abbiamo tra le mani alcuni appunti sulle relazioni da lui avute con don Luigi Orione, il grande e moderno apostolo della carità; dedicare qualche pagina a quest’amicizia ci è sem­brata cosa utile e, per molti, anche gradita; per la documenta­zione ci è venuto in aiuto un sacerdote dello stesso don Orione: don Albino Cesaro.

            La posizione raggiunta dal padre Cappello, di uomo al quale si ricorreva per consultazioni giuridiche, per la soluzione di pro­blemi morali e consigli di vita spirituale, lo mise a contatto con ogni categoria di persone, anche della gente giù umile e quasi anonima, che a lui si rivolgeva da tutte le parti.

            Tra questi contatti non mancarono quelli con insigni servi di Dio, con fondatori e: fondatrici di nuovi istituti; e furono gli incontri a lui più cari, fossero essi immediati, per interposta persona o solamente epistolari.

            Assai nutrita da rapporti consultivi fu l’amicizia avuta con don Luigi Orione, il fondatore -della Piccola Opera della divina Provvidenza; e ognuno di tali incontri finiva con segnare un au­mento di venerazione e di stima reciproca.

            Ciò che indusse don Orione a rivolgersi all’umile gesuita dell’Università Gregoriana fu la responsabilità di trovarsi superiore generale della Piccola Opera. Era l’uomo che nei disegni della Provvidenza aveva da compiere una missione alla quale era collegato un cumulo d’interessi riguardanti la gloria di Dio, il bene di tante anime e le attuazioni della sua carità di sacerdote.

            Spinto da un intimo fuoco e dal dinamismo che questo gli metteva addosso, don Orione avrebbe voluto muoversi con la libertà tanto necessaria per il lavoro di un apostolo. Ma dotato di altrettanta prudenza e di una soggezione incondizionata e filiale alla Chiesa, aveva una specie di sesto senso per avvertire sui suoi passi ora una realtà ora una parvenza giuridica da non saltarsi a piè pari. Di li il nascere talvolta di difficoltà che facevano da rémora al suo cammino.

            Di solito il cuore gli faceva intuire che le ragioni della carità hanno tale un predominio da sboccare con certezza a una solu­zione, anche nei casi che sotto l’aspetto legislativo potevano presentarsi i più ingarbugliati.

            Allora si metteva a: studiare, a cercare la dovuta coesistenza tra le esigenze della carità e quelle della legislazione ecclesia­stica. Gli accadeva così di faticare giorno e notte per esprimere le sue vedute e trovare i motivi che giustificassero le intuizioni del cuore senza contravvenire alle disposizioni del Diritto cano­nico o di altre particolari prescrizioni della gerarchia.

            Intelligenza vivida, intuitiva, ma non allenata all’esegesi giuridica, quella di don Orione sentiva in questi casi il bisogno di completarsi con quella di un canonista. La trovò nel padre Cappello, che gli si rivelò come « la guida sicura nel dirimere i dubbi in questione sulle strade che portano all’equità e alla giustizia », tanto più che scorse nel padre gesuita « la decisa volontà di mettersi a sua piena disposizione per la difesa dei diritti della Piccola Opera ».

 

            « L’incontro tra don Orione e il padre Cappello, ci scrive don Cesaro, si è ripetuto più volte, o mediante colloqui diretti, o tramite altre persone, o anche per lettera. Qualche volta don Orione si è servito di me a far la spola tra lui e il padre Cappello; e in questo compito il Signore mi ha concesso di assistere ad esperienze non comuni, rivelatrici di due stati d’a­nimo di persone interamente votate alla causa di Dio e agli interessi della Chiesa. Gli argomenti trattati in quegl’incontri erano via via diversi, o anche i medesimi, ma arricchiti di nuovi dati e di più precise circostanze: destinati: ad iniziare o ad in­grossare la cartella che li raccoglieva in ordine.

            « Tra gli argomenti trattati da :don Orione col padre Cap­pello c’è quello riguardante l’aggiornamento delle Costituzioni secondo il nuovo Codice di Diritto canonico. A questo scopo il fondatore aveva esperito alcuni sondaggi presso persone com­petenti e lo studio era stato portato a termine dal cardinale Boggiano. Durante questo periodo egli sottoponeva studi e son­daggi al consiglio del padre Cappello, al quale chiedeva di pro­nunziarsi in merito ».

            Il servo di Dio, nel corso di questo lavoro di aggiornamento, si dibatteva con taluni punti che, avrebbe voluto intatti per la fisionomia propria della sua congregazione. Sigle, postille, ap­punti di suo pugno, miravano tra l’altro a questo: non legar troppo se stesso e la sua famiglia religiosa a formule e costru­zioni che avrebbero potuto inceppare lo slancio di dedizione dello spirito, le eventuali possibilità di adattamento a nuove forme e a nuove circostanze.

            A meglio riuscire a salvare anime bisogna pur sapere adot­tare certi metodi, e non fossilizzarsi in certe forme, se le forme non piacciono più, se diventano antiquate e fuori uso. An­cora: « Sono nuovi i tempi? Via i timori, non esitiamo; mo­viamo alla loro conquista con ardente e intenso spirito di apo­stolato, di sana, intelligente modernità. Gettiamoci alle nuove forme, ai nuovi metodi di azione religiosa e sociale, sotto la guida dei vescovi, con fede ferma, ma con criteri e spirito larghi. In altre parole, voleva: saldezza di spirito ecclesia­stico, ma duttilità di azione portata fino al necessario.

            « Questo pensiero, osserva don Cesaro,, che dominava su tutti gli appunti del servo di Dio, è stato risolto con equili­brio nella edizione finale delle costituzioni uscita per opera del visitatore apostolico l’abate don Emanuele Carenti. Ricordo però che esso era condiviso pienamente dal padre Cappello, il quale forniva i suggerimenti giuridici per codificare tutto quanto era già prescritto, con obbedienza assoluta e niente -di ciò  che non fosse prescritto, eccetto quanto riguardava il fine, i :mezzi e lo spirito. Intùito vivo in don Orione ed istanza apostolica; chiarezza ed equilibrio giuridico nel padre Cappello; attuazione conforme e lineare di un composto vivo (anima e corpo) per parte dell’abate Caronti ».

            Più tardi, in una riunione dei suoi sacerdoti al termine degli esercizi spirituali, don Orione andava ricordando « l’ansia della trafila da un competente all’altro, non solo per ricevere consi­glio e per esserne illuminato, ma fino nella stesura minuta », dice don Cesaro, riferendone le parole. « Nessuna congregazione ha le regole più brevi delle nostre. Ho vista che don Zanocchi pubblicò le stesse costituzioni in spagnuolo. Per sé fece bene. Le ho prese e mi son rivolto ad un frate che sia perito anche in diritto canonico. Sono passato dal padre Cappello e poi sono andato dal cardinal Boggiano… Ho scritto al vescovo di Tortona… Furono pure rivedute dal padre Vaccari, consultore della Congregazione dei religiosi, ecc. ». [ Cfr. Riunioni, vol. A. 6, p. 708. ]

 

            Tra le altre, questioni trattate col padre Cappello ce ne fu una che toccava sul vivo il cuore del servo di Dio e i diritti della sua congregazione. Riguardava un suo sacerdote e una parroc­chia affidata al nascente istituto. Il sacerdote, in seguito a prov­vedimento disciplinare, aveva avuto ordine dal Visitatore apo­stolico don Caronti di lasciare la parrocchia e di trasferirsi a Venezia. Il colpito, invece di ubbidire e con lo scopo di eludere e far sospendere l’esecuzione del precetto di obbedienza, sporse ricorso alla Segnatura apostolica. Ma questa respinse tale do­manda e rimise tutto al tribunale diocesano del luogo al quale il sacerdote poteva adire, ma in pratica non poté farlo, perché in partenza era nel torto.

            Il padre Cappello, venuto a conoscenza di. tutto, ne mise al corrente don Sterpi, perché a sua volta informasse don Orione, e consigliava come comportarsi nei confronti del sacerdote per la difesa dei diritti della congregazione. Tra l’altro, suggeriva: « Che il Visitatore apostolico esiga l’immediata esecuzione del precetto di lasciare la parrocchia e di trasferirsi a Venezia. Se egli ricorrerà al tribunale diocesano, è libero di farlo, però tale ricorso non sospende né deve sospendere l’esecuzione del pre­cetto dato dal Visitatore ».

            Era la cosa più semplice, osserva don Cesaro, e più efficace per risolvere il caso. « Ma in queste trattative tra un figlio che si allontanava- e si preoccupava di diritti, anziché di doveri, il cuore di don Orione aveva bisogno di esser edotto dell’iter giu­ridico tramite don Sterpi. E il padre Cappello, che si rendeva ben conto dell’intima sofferenza di don Orione, si era rivolto al suo collaboratore, invece di trattare direttamente con lui. Il servo di Dio cedeva intanto la tutela dei propri diritti e di quelli che rappresentava a don Sterpi e al Visitatore illuminati dal padre Cappello; con ciò voleva tenersi libero nel sostenere la parte del padre della parabola del figliuol prodigo: quella di starsene con le braccia aperte ad attendere, mentre nel suo cuo­re il diritto inferiva una ferita ». La situazione però era tale, da non esigere che le rivincite del diritto.

Ma ci fu un’altra vertenza che divenne insieme il caso più doloroso per don Orione e impegnò a fondo la solidità giuridica del padre Cappello. Si trattava della rivendicazione di una chiesa parrocchiale lasciata alla Piccola Opera insieme alla casa e ad altri annessi e tutto questo assicurato e vidimato con atti del­l’autorità competente; anzi con rescritto dello stesso Pio X. Non si trattava davvero di accumulare beni patrimoniali, come calunniosamente si addebitava al povero fondatore, bensì di non met­tere nei guai tutto un complesso di opere e di interessi ivi con­centrati della Piccola Opera e del suo avvenire.

            « Io sono pronto a rinunciare al beneficio; ma la chiesa è così incuneata che qualora non ci fosse stata data, davvero andrebbero a nascere cause e divergenze a non finire. Perché, dopo tanto lavoro fatto, con l’aiuto di Dio, gettarci in un gine­praio simile? ». « So che la tale autorità ha scritto che egli - il parroco avversario - mi ha sempre voluto bene. Ah, caro padre Cappello, su questo punto guai se dovessi parlare! No almeno da alcuni anni, il mio caro NN. non può dire così. E ciò che più mi fa pena è che egli presto dovrà comparire davanti al tribu­nale di Dio e che ci vada così ». Non si presenta in veste di parte lesa che affida i suoi diritti in mano a un avvocato, ma come parte offesa che si confida con un amico.

            E continua: «Egli è vecchio, malato, debole; è dominato da persone ostili, che vivono, purtroppo, di passioni e non dello spirito di Nostro Signore. Noi preghiamo, preghiamo; ma ella, caro padre Cappello, ritiene che io debba fare altro? O può ella arrivare, nella sua prudenza e saviezza, a dire una buona paro­la?… Ho dato disposizione che si preghi dappertutto; devo star pago così o devo far altro? Questa ostilità è provocata da cose molto gravi: finora ho sofferto, ho pregato; ho taciuto, ed ho sempre amato e sostenuto con grande sacrificio ».

            La cosa finì che don Orione liberamente cedette gran parte dei diritti del beneficio parrocchiale; ma la vinse riguardo alla chiesa in questione. Il padre Cappello, scrivendogliene, rendeva per tutta ciò grazie a Dio e alla Madonna santissima e terminava dicendo che « ciò esigevano l’equità e la giustizia stessa ».

 

 

* * *

 

 

            Riferendosi a questa e ad altre spinose questioni, don Cesaro continua: « È appunto in queste alternative tra la carità e il senso della giustizia, dentro i limiti umani del cuore e della men­te, che ho potuto cogliere sulla bocca di don Orione espressioni come questa: “Il Signore mi fa la grazia di capire come si possa diventare, eretico” ». L’espressione del servo di Dio, avulsa dal complesso di amarezze che gliel’avevano ispirata, potrebbe quasi divertire; invece, fa pensare. In realtà; era l’espressione di un travaglio di cui soltanto lui e Dio conoscevano la misura.

       Allargandone il senso su tutta la sua vita e difficoltà di fon­datore, egli voleva intendere pure che chi s’ingaggia in un’atti­vità caritativa, come la sua, incontra troppe volte tali e tanti intralci, provenienti ora dagli avversari del bene, ora da incomprensioni, ora da disposizioni di uomini della gerarchia, da ca­pire come uno spirito debole possa aver moti di reazione e forse di ribellione da portarlo quasi alla soglia dell’eresia. Ma il fondatore della Piccola Opera non era di questi spiriti deboli; dove non riusciva egli a superare gli ostacoli, umilmente e fidu­ciosamente si rivolgeva ad altri .

       « Quando riferivo le missive di don Orione al padre Cappello, continua don Cesaro, o mettevo nelle sue mani gli scritti che esponevano le varie, questioni, allora trovavo il più bel sor­riso di questo mondo: era la pienezza della giustizia che sorri­deva agl’interessi di don Orione e della sua congregazione. E mi diceva: “Dica a don Orione che -se tutte le questioni fossero come le sue, e sostenute come lui le sostiene, in tutto il mondo ci sarebbe, la pace, più grande”. Poi si accingeva a dar breve­mente fora giuridica, a dar corpo alla giustizia, senza dimen­ticare, egli che conosceva dori Orione, le ragioni del cuore ».

            Giungevano frequenti nelle  mani del padre gesuita i casi nei quali anime consacrate all’apostolato venivano a impigliarsi in difficoltà sorte da regolamentazioni ecclesiastiche. Ma una volta portate sul suo tavolo, quelle difficoltà si dissolvevano come niente. Chi poi gliele aveva poste doveva il più delle volte concludere che esse non provenivano dalle disposizioni stesse del diritto e della gerarchia, ma dalla mancata preparazione giuridica nel risolverle.

            Il padre Cappello, nel suo lavoro di spianatore di ostacoli, oltre a compiere verso gli interessati opera di carità, implicita­mente faceva opera di apologista del Diritto stesso, mirando sem­pre a mettere in evidenza, attraverso la- legislazione canonica, l’autorità divinamente sorretta della Chiesa e la sua sollecitudine materna nel dirigere le anime in qualsiasi situazione venissero a trovarsi, cosicché anche la Chiesa, al pari del suo Fondatore divino, potesse dire: « Il mio giogo è soave e il mio peso è leggero » (Mt 11, 30).

            Quando a ciò non, gli riuscisse di giungere direttamente e im­mediatamente attraverso l’interpretazione, sia pur blanda, di un canone, egli, grazie alla sua lunga esperienza di consultore di Sacre Congregazioni, sapeva ricorrere alla prassi viva delle me­desime, ispirarsi alle risposte e :disposizioni occasionali emanate per analoghe situazioni, e per tal via riusciva a conciliare gli im­pulsi della carità e della libertà con le direttive della Chiesa.

Questa larghezza senza -imprudenze, questa padronanza giu­ridica, che lo teneva al riparo da incresciosi compromessi e da equivoci accomodamenti, era quello che dilatava l’animo di don Orione alla fiducia nel suo consigliere. Non era, a dir tutto, la facile simpatia per il consultore di manica larga che alimentava la fiducia del tortonese. Nella soluzione che egli trovava fatica a formulare con esattezza giuridica, ma che pur intuiva, per una specie d’istinto sovrumano, in termini di carità, vedeva un riflesso della bontà divina posta in armonia con la libertà dei figli di Dio. Tutto questo lo spingeva con gioia verso il cano­nista della Gregoriana.

            « Qualche volta, continua don Cesaro, le parti si inverti­vano, perché anche il padre Cappello aveva tra mano questioni riguardanti persone e interessi che soltanto la carità di don Orione poteva risolvere. Io allora portavo o riferivo a don Orione le preoccupazioni sacerdotali del padre Cappello. E don Orione le ascoltava o le leggeva con un sorriso più ampio, come fossero le cose più naturali e più facili di questo mondo. E tanti direttori di nostri istituti non sanno, ma erano: gli esecutori di quell’armo­nia concorde e illuminata esistente tra i due sacerdoti.

            « Mi sentivo un piccolo essere, che oscilla tra due forze che si completano nelle iniziative della carità e nell’azione della giusti­zia, nella intelligenza e nel cuore - non perché l’uno avesse più intelligenza o più cuore dell’altro - ma perché ognuno sapeva di poter contare, essendo impegnati tutti e due per la stessa causa e con lo stesso ritmo, sull’intelligenza e sul  cuore dell’altro ».

            Di qui certo scambio di saluti, di auguri, di preghiere che rivela l’interessamento dell’uno per l’altro. In un biglietto di auguri per la Pasqua del 1938, il padre Cappello scriveva che volentieri avrebbe « offerto preghiere per la vita di don Orione e per l’incremento delle sue opere », chiedendo a sua volta che don Orione pregasse per lui: « onde possa anch’io amare sempre più il Signore, corrispondere con maggiore generosità alle sue grazie e fare un po’ di bene alle anime».

       E il fondatore della Piccola, Opera era pronto a ricambiare questi sentimenti con lo slancio caratteristico della sua carità. « Sono testimone diretto di quanta venerazione, stima ed affetto profondo nutrisse don Orione nei confronti del padre Cappello. Ho tra mano l’estratto di una lettera del 25 luglio 1927, indiriz­zata alla signora Altobelli, che doveva aver comunicato a don Orione notizie sulla precaria salute del padre gesuita. Don Orio­ne, nell’apprendere queste notizie, se ne accorava e rispondeva: “Gli scriva che si prenda un po’ di riposo: la vita di lui e la sua salute sono necessarie, almeno per alcuni anni ancora, non solo al bene di tante anime, ma anche di qualche istituzione” ». « Un po’ di riposo… ». Su questo punto, purtroppo, bisogna dire che l’uno non era di buon esempio all’altro.

       « Non so che cosa diranno i biografi dei due; ma io so, con­clude don Cesaro, che ho avuto questi fortunati incontri. E mi è _dolce svelarli ora che i due non sono più su questa terra, ma in cielo, ove si scambiano quei sorrisi e quegli abbracci che solo giustizia e carità sanno darsi, col bacio di pace ».

            A noi, intanto, riesce caro raccogliere qualche passo della testimonianza, sobria e misurata nei suoi termini, deposta dal padre Cappello al processo informativo del servo di Dio don Luigi Orione.

            « Ho sentito sempre parlarne come di sacerdote santo… Le sue opere di carità sentii tante volte magnificare da varie per­sone… Ebbi modo di conoscerlo personalmente e vi fu anche uno scambio di lettere tra noi… Ho conservato speciale vene­razione verso il servo di Dio… Ogni qualvolta l’ho avvicinato e l’ho inteso parlare, ho avuto la sensazione precisa di trovarmi di fronte a un uomo di Dio, che vedeva, giudicava ed agiva sempre da un punto di vista soprannaturale…

            « Il suo: modo di esprimersi mi commosse profondamente, tanto dalle sue parole traspariva il suo amore sincero verso Dio e la sua carità più squisita verso il prossimo: Lo trovai un uomo di umiltà profonda. Mi narrò egli stesso, con grande semplicità, come fin dai primordi della sua vita clericale fosse andato va­gheggiando quell’ideale di apostolato e di carità che informò poi effettivamente tutta la sua esistenza e le molteplici sue opere.

            « Aveva una tenerissima devozione alla Madonna. Di lei par­lava sempre, così in pubblico come in privato, ed anche nelle lettere. Era sua caratteristica il sentire con la Chiesa, godere delle sue glorie, affliggersi fino alle lacrime per i suoi dolori. Lo vidi piangere per le persecuzioni di cui era oggetto il Santo Padre… Lo vidi addolorarsi indicibilmente per la cattiva con­dotta di un sacerdote… soprattutto per il male che ne sarebbe venuto a tante anime.

            « Un’altra volta ebbe a lamentarsi gravemente con me per la ingratitudine di un individuo che egli aveva accolto bambino e allevato come un figlio e che poi aveva fatto tanto cattiva riu­scita. Ne` era desolato non tanto per la ingratitudine verso di lui, quanto per la perdita dell’anima che egli prevedeva; mi disse che gli voleva sempre lo stesso bene e che era disposto a fare per lui anche più di quello che aveva fatto purché fosse tornato fra le sue braccia e in pace con Dio ».

            S’incontrarono, si conobbero, si amarono così questi due operai della vigna.

Don Carlo Sterpi, Lo spirito di Don Orione, Venezia, Artigianelli, 1941, p.188.

Ivi, p. 180.

Cfr. Riunioni, vol. A. 6, p. 708.

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