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Un estratto dal libro "Cronaca dell'addio" (Roma 2016) riferito alla malattia e alla morte di Don Orione.

CRONACA MEDICA DEL DECLINO DELLA SALUTE DI DON ORIONE

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Gli ultimi tre giorni di vita di Don Orione a Sanremo

             Don Flavio Peloso

            Dopo l'episodio di broncopolmonite quando aveva 14 anni (1886), l'unica malattia seria che Don Orione aveva affrontato durante la sua vita fu la polmonite, nel novembre 1926. Ne riferisce il Dott. Guido Codevilla, suo medico curante: “Don Orione venne sottoposto ad una adeguata cura di iniezioni e di cardiocinetici. La malattia proseguì in forma grave e anche l'altro polmone prese parte allo stesso processo infiammatorio. Siccome le condizioni parevano aggravarsi, anche dal punto di vista del cuore, si pensò ad un consulto e fu chiamato il medico Primario dell’Ospedale civile d’allora, prof. Rabaioli, il quale confermò la diagnosi e, data la gravità fece le sue riserve sulla prognosi. Dopo qualche giorno, fortunatamente già qualche leggero sintomo di miglioramento si andava verificando. Il respiro era meno frequente, la temperatura accennava a discendere, la tosse meno insistente, l'escreato meno denso e le condizioni generali migliorate”.

Di ritorno dal Sud America

Don Orione era tornato nell'agosto 1937 dal Sud America con la salute scossa dalle fatiche di quei tre anni e anche dai 64 anni di età. Da vari anni soffriva di diabete e di mal di reni. Si manifestarono anche i primi disturbi di cuore. Pur in quelle condizioni continuò a prodigarsi.

Don Carlo Sterpi fece notare il suo sacrificio ai chierici del Paterno: “Vedete, il signor Direttore come va sempre, come va sempre... Chi sa come fa a resistere a questa vita. Qualche volta ce lo portano a casa moribondo: voi non sapete tante cose, non sapete che egli sta male tanto, di cuore”.

Di fatto, Don Orione, il 23 settembre 1938, ebbe un primo terribile attacco di angina pectoris a Gardone Riviera, ove era andato per vedere una villa offertagli dalla signora Enrica Negrinotti di Milano.

La villa della signora era in alto e bisognava fare una salita per giungervi: vi arrivò sul mezzogiorno e vi si trattenne fino alle 16; discese poi, da solo, al porto del lago per imbarcarsi. Nella discesa non si sentì bene.

Don Orione raccontò l’accaduto nella Buona notte del 25 settembre.

“Io l’altro ieri, sono stato a Gardone sul lago di Garda... Discendendo da questa villa, tutto ad un momento, entravo in paese che ha molti alberghi…, io non mi sono sentito bene; il cuore era come se cascasse, e io ho lasciato là la valigetta e il soprabito. Ho chiesto se c’era lì vicino un gabinetto perché avevo una grande pressione al cuore e, per di più non potevo respirare. La persona che stava a custodia dei gabinetti comprese il mio male e disse: ‘Le vado a prendere un caffè’. E mandavo colpi di tosse e, ad ogni colpo di tosse mandavo fuori saliva e sangue. Io pensavo alla morte e sudavo freddo”.

Ripresosi, Don Orione riuscì a salire sul battello e poi sul treno e nel cuore della notte arrivò al Piccolo Cottolengo di Milano.

Dopo questo primo preoccupante episodio, Don Orione non si sgomentò, continuò a buttarsi nelle sue opere di bene con slancio e generosità, ma la fatica si faceva sentire sempre più grave. Nei mesi successivi, gli succedeva spesso di passare qualche ora della notte seduto sul letto, in preda a dolorose soffocazioni, ma continuava ugualmente il suo consueto ritmo di lavoro, senza alcuna sosta. C’erano anche altri acciacchi degli anni che lo facevano molto tribolare e gli cagionavano sofferenze, penosi disturbi e non poca umiliazione.

1 aprile 1939: il primo attacco di cuore.

Il venerdì 1° aprile 1939, sopravvenne un attacco cardiaco mentre stava viaggiando in auto con don Enrico Bariani, ad Alessandria. Cedette come di schianto e fu portato all’ospedale di Alessandria più morto che vivo. Fu il dott. Siro Mazza ad accoglierlo in ospedale e a praticargli la prima assistenza.

Don Sparpaglione testimonia: “Ad Alessandria, si era recato per un impegno riguardante la fondazione del nuovo Istituto Artigianelli. Don Enrico Bariani, che lo accompagnava nel traversare in macchina la piazza Marconi, vide Don Orione improvvisamente abbandonarsi sulla spalliera in preda ad affanno. Prontamente balzò di macchina, corse in un vicino caffè e procurò un cordiale, ma Don Orione lo ricusò e disse: «A casa, a casa, a Tortona!». Don Bariani imboccò via Roma e si fermò davanti ad una farmacia dove, per caso, c'era un medico, il quale, constatate le allarmanti condizioni, ordinò di ricoverarlo in ospedale ad Alessandria.

Attorno a lui accorsero sacerdoti, medici, suore e il Vescovo di Alessandria. Chiese la santa Comunione e volle a tutti i costi celebrare la santa Messa, appena fu in grado di sostenersi.  Appena poté riprendersi, confortò tutti con la sua serenità di fronte alla morte che lo aveva sfiorato, e a un dottore che lo assisteva disse scherzando: «Dottore, sono piemontese, ho la testa dura». E a una suora che trepidava disse: «Ma perché vi affannate tanto? Non è ancora venuta la mia ora».

Il primario dell’ospedale, il professor Andrea Manai, gli disse: “Questi attacchi si ripeteranno due, tre volte, finché Ella soccomberà”.

Passati pochi giorni di cura e di amorosa assistenza, parve rimettersi. Quando, dimesso dall'ospedale, tutti gli si strinsero attorno. Era pallido, ma sereno e sorridente: “Vedete che sono ancora qui?”, “Le vostre preghiere mi hanno aiutato a... tornare indietro”. Disse proprio così.

Era il 7 aprile, venerdì della settimana santa, quando Don Orione fece ritorno a Tortona. Nello stesso giorno, ancora debolissimo, si fece portare a Sarezzano per una visita alla salma del padre del confratello don Dante Mogni.

Maggio-dicembre 1939: “Questo benedetto cuore che non vuol più tirare!”.

Le raccomandazioni dei medici a Don Orione, in quei giorni, furono molte. Le accolse con animo riconoscente, con la migliore volontà di metterle in pratica. Si usò qualche riguardo in più, nei primi giorni. Accettò che il giovane Giuseppe Zambarbieri lo seguisse come un’ombra in tutti i suoi spostamenti. Ogni tanto lo si vedeva mettersi le mani sulla parte del cuore, come per procurarsi un sollievo. Il lavoro cui doveva far fronte era enorme. Come tenere un regime di quiete, mentre urgevano tante responsabilità?

Continuò nei suoi impegni. Furono ancora mesi belli per Don Orione che godeva di poter fare, andare, parlare come nei tempi migliori.

Il giorno della festa della Madonna della Guardia, il 29 agosto del 1939, appariva come sfinito. Scese a tavola, sotto il famoso tendone, e trovò la forza per pronunziare parole piene di entusiasmo. Volle poi seguire la processione, ma non resistette. Quando si arrivò all’altezza della chiesa di S. Rocco, uscì dal corteo, scese per il vicolo che porta in via Mirabello e fece una sosta al Paterno; di lì, raggiunse il Duomo, ma era disfatto e cereo. Non stava bene e si trascinava, soprattutto nel fare le scale.

I mesi di settembre e ottobre passarono in continua alternanza del male. Però lui stava “Benone!”, come rispondeva a chi gli chiedeva del suo stato di salute, alzando la testa e sorridendo.

L'influenza di fine novembre 1939

Il 27 novembre 1939, tornando in treno da Roma a Tortona, dovette trasbordare vicino a Sestri Levante, a causa del deragliamento di due treni merci. Era l’una di notte, piovigginava. Don Orione si prese una forte costipazione. Fu costretto all’immobilità per diversi giorni e passò il mese di dicembre con problemi ai polmoni, con tosse e con espettorazione sanguigna.

L’11 dicembre era a Milano, per un incontro con amici e benefattori del Piccolo Cottolengo Milanese. Si lasciò andare a espressioni di particolare giovialità e fiducia nella Divina Provvidenza.

I momenti di intimità familiare erano di grande conforto per Don Orione e per i confratelli. Come alla vigilia del Natale di quel 1939, per esempio, quando si fermò a conversare più a lungo. Il canonico Perduca, sentendolo tossire, gli dice: Non andate a dire la Messa a mezzanotte perché non state bene. E Don Orione rispose: È l’ultima Messa che dirò a mezzanotte”.

Leggendo le trascrizioni dei suoi discorsi e conversazioni di quei giorni di dicembre, balza agli occhi la serenità, quasi la giocondità, con cui Don Orione parla ai confratelli. Gli incaricati a scrivere quanto egli diceva, in più occasioni, dopo certe sue arguzie e facezie, annotano: “si ride”. Prima delle parole della Buona notte del 27 dicembre, una nota dice: “È vispo fuori dell’ordinario”.

Il 5 gennaio 1940, si recò a Seregno per la tumulazione della salma della signora Cornelia Tanzi, moglie di Pasquale Pozzi, caro amico e benefattore. Per strada, poco prima di Monza, nuovamente non si sentì bene. Fece fermare la macchina e si trattenne alquanto. Si riprese e riuscì ad arrivare a Seregno ove tenne un bel discorso.

A chi gli raccomandava di riposare, di ritirarsi in una casa tranquilla, diceva: “Se mi si impedisce di lavorare, mi si farebbe morire anche prima”.

Nella Buona notte del 19 gennaio 1940, raccomanda: “Noi, Figli della Divina Provvidenza, dobbiamo vivere di fede: sarebbe ironia chiamarsi Figli della Provvidenza e non vivere di fede. Ma non una fede morta, blanda, una fede tarda, una fede tiepida, ma viva, ma fervida, ma operosa! Dobbiamo essere anime operose: nessun giorno deve passare senza un'opera buona, senza un'opera ispirata ad una fede viva, una fede attiva, una fede che sia irradiazione della luce di Dio”.

Il 22 gennaio tenne all’Università Cattolica di Milano la famosa conferenza dal titolo La c’è la Provvidenza, un inno di fiducia in Dio commentando I promessi sposi di Alessandro Manzoni. Il senatore Stefano Cavazzoni, che organizzò quella conferenza, testimoniò: “All'uscita dall'Università cattolica, stretto da una folla che non voleva lasciarlo, io vidi i professori di università e non solo di quella di Milano, inginocchiati a terra, fusi ad operai, industriali, impiegati, a povere donne, a dame dell'aristocrazia, per avere il saluto e la benedizione”. Le foto ritraggono un Don Orione sofferente oltre che quasi umiliato da tante manifestazioni di plauso alla sua persona.

La domenica 28 gennaio, mentre si trovava a Genova, Don Orione si sentì male nuovamente. Ormai il cuore e i polmoni non reggevano più. Se ne rendeva conto.

A Milano, il 6 febbraio, fu a salutare il card. Schuster e al Piccolo Cottolengo ricevette un gran numero di persone. Alla sera, dopo avere stentato più del solito a salire la lunga scala che nella stazione centrale di Milano immette ai binari, quando finalmente fu in cima e gli riuscì di articolar parola, disse con un filo di voce a Zambarbieri: “Vedi? Il mio povero cuore è proprio come una corda logora: si tira, si tira, finché finirà per spezzarsi”.

9 febbraio 1940: la crisi cardio-polmonare.

La sera dell’8 febbraio 1940, Don Orione ritorna al Paterno di Tortona da Genova ove era stato per il solito appuntamento del giovedì. “Il giovedì 8 febbraio a Genova – scrisse poi - mi portarono in giro e mi stancai forse un po’ troppo. Ritornai qui alla sera, mi sentivo affaticato, ma senza tuttavia avvertire sintomi allarmanti”. I confratelli lo vedono salire le scale dalla portineria al primo piano, afferrandosi alla ringhiera, sostando quasi ad ogni scalino. Nel suo saluto, il sorriso non riesce a togliere il velo di sofferenza che gli copre il volto. Stenta a prendere qualcosa per cena. Tutti lo guardano e si guardano preoccupati.

Non manca però alle preghiere della comunità e alla fine dà la Buona notte. Parla di santa Scolastica, della quale ricorre la memoria il giorno seguente, e di San Benedetto suo fratello. Conclude: “San Benedetto volle morire in piedi, in piedi... non potendo più reggersi, i suoi discepoli lo ressero piangendo. E noi, o cari chierici, dobbiamo morire d'in piedi, guardando il cielo, lavorando… Che bella cosa morire d'in piedi!”.

Durante la notte, verso le quattro e mezzo del 9 febbraio 1940, ha un violento attacco di angina pectoris con senso di soffocamento. “Nella notte, fui colpito da un attacco cardiaco insolitamente violento. Ebbi appena la forza, nella stretta del male che mi soffocava, di chiamare soccorso”, ricorda Don Orione.

Suda ansimante. Don Camillo Bruno, l’infermiere che lo veglia, accorre per i primi aiuti. Si diffonde la voce allarmata: “Don Orione sta male”. Arrivano don Carlo Sterpi, gli altri confratelli e il dottor Guido Codevilla, medico di famiglia del Paterno.

Don Orione si riprende un poco e mormora: “il santo Viatico”. Don Camillo Bruno scende nella chiesa di San Michele e il malato riceve il Santissimo con viva pietà, affaticato ma cosciente, senza parlare. Qualche istante dopo chiede l’Unzione degli infermi. Al termine, solleva alquanto il capo e sussurra: “Va meglio”.

Dopo i soccorsi medici immediati, arriva il professore Andrea Manai, primario dell’ospedale di Alessandria, che gli pratica un salasso.

Tormentato dall’arsura, Don Orione chiedeva sovente qualche pezzetto di ghiaccio, facendo segno con la mano. Ad un certo momento chiese una corona ed espresse il desiderio che gliela mettessimo al collo.

Solo il giorno dopo fu dichiarato fuori pericolo. Fu deciso il trasferimento dalla sua stanza fredda alla stanza dell’orologio, vicino alla cappella.

Seguirono giorni di grande preoccupazione per le ripetute crisi respiratorie e di angina pectoris.

Il miglioramento andò via via accentuandosi, finché nel consulto del 14 febbraio pomeriggio il prof. Manai, cedendo alla viva insistenza di Don Orione, gli permetteva di alzarsi. Stava in camera e scriveva; andava in cappella a pregare.

Alla sera del 17 febbraio 1940, Don Orione raduna nella sua cameretta i sacerdoti presenti in casa: don Curetti, don Gatti, don Genovese, don Toso, don Simonelli, don Orlandi, don Cardona. Dice loro: “Spero, fra qualche giorno, di essere con voi alla meditazione e a celebrarvi la Messa. Io non so cosa hanno stabilito, ma pare che mi vogliono impacchettare per spedirmi non so dove; vuol dire che saremo uniti in ispirito, ed in Paradiso saremo uniti”.

Il giorno successivo, 18 febbraio, Don Orione poté alzarsi e unirsi alla vita della comunità. Aprì il suo cuore con particolare confidenza con il discorsetto di Buona notte. Disse tra l’altro: “Attende tibi: pensa a te, rientra in te! Questo è il primo monito che il Signore ha voluto darmi nella malattia. Rientra in te, cioè pensa di più all'anima tua, pensa di più a compiere in te la volontà del Signore. Questo è il supremo negozio per cui il Signore ci ha creato e redenti, per cui ci ha concesse tante grazie: la gloria di Dio nella santificazione dell'anima nostra. (…) E stasera ho pensato di fare parte anche a voi di queste riflessioni, a voi che avete molto pregato in questi giorni per la mia conservazione, poiché io devo alle vostre preghiere se respiro e vivo… Io vidi la morte davanti a me, mentre io stesso sentivo il rantolo della mia agonia e capisco che la mia vita si poteva spezzare da un momento all'altro”.

Don Orione ritornò alla sua attività, seppur ridotta, e seguirono ancora alcune giornate di vita normale. Volle essere puntuale e fedele alla meditazione al mattino presto. Però, già il 19 febbraio, dovette rimettersi a letto per una complicazione bronchiale. Il clima freddo e umido di quei giorni invernali, insidiò i bronchi. E vennero così altri 10 giorni di letto”.

Verso tutti quelli che lo avvicinavano aveva tratti di finissima carità. I confratelli lo vegliavano, in quelle notti, fino alle ore piccole, ma facendosi vedere molto di rado da lui, perché sentiva pena di darci disturbo.

Continuò ad interessarsi del governo della Congregazione non solo, ma – prevedendo che la chiamata doveva essere ormai vicina – pose mano a sistemare questioni che aveva particolarmente a cuore, non preoccupandosi della sua persona, ma della sua famiglia religiosa.

1 marzo 1940:  “Bisogna andare a Sanremo”.

Il 1° marzo 1940 anche la complicazione bronchiale pareva felicemente superata e poté celebrare la Messa. Era però debolissimo, pallido in volto, e recava ovunque i segni di un organismo consunto.

Era comune speranza di confratelli e medici che un clima più mite ed un poco di quiete avrebbero certo portato qualche beneficio. Il luogo più indicato parve Sanremo, ma quando la cosa fu prospettata a Don Orione, questi sentì ripugnanza ad accettare.

“Don Sterpi mi incaricò di parlargliene – informa don Bariani -. Mi ascoltò con una certa attenzione, poi sorridendo mi disse: “Siete dei grandi bravi figliuoli, ma vi dimenticate che siamo figli della Divina Provvidenza”. E non volle più sentirne parlare.

Allora si presentò a Don Orione il dottor Manai con il dottor Codevilla.

“Ho saputo che avete due case a Sanremo. È una Provvidenza, vedete. Bisogna andare a Sanremo per trascorrervi qualche settimana di convalescenza”.

“Sì, sì…”, rispose Don Orione quasi senza pensarci.

Dopo qualche attimo, si riscosse e guardò negli occhi il professor Manai e poi il dottor Codevilla.

“Ditemi la verità, è un sacerdote che vi prega di essere espliciti: sono alla fine dei miei giorni?”.

“Ma no, no, perché questa domanda?”.

“Perché, se così fosse, io voglio togliermi anche da questa stanza troppo di lusso e morire nella povertà. Io sono un povero figlio di campagna, mio padre era selciatore di strade, tutta la mia famiglia era povera… Io qui non ci devo stare”.

“Ma dove volete andare?”.

“Se è per uscire di qui io voglio andare a morire fra i poveri, all’istituto di Borgonovo. Là ci sono tanti ragazzetti senza nessuno, abbandonati, raccolti dalla Provvidenza. Voglio morire attorniato da quei figlioli abbandonati, in una casa che vive e pratica la povertà”.

Il dottor Codevilla non trattiene le lacrime e anche il professore Manai ha gli occhi lucidi.

Partiti i due dottori, rimasto solo con don Enrico Bariani, Don Orione chiede se don Sterpi sia a conoscenza di quella proposta. “Signor direttore, lei sa che non si fa nulla senza informare don Sterpi”.

Don Orione comprende e non può sottrarsi all’invito di don Sterpi che per lui ha il valore di una obbedienza. L’obbedienza vale bene il sacrificio. Scrive: “Lo so che la mia vita è minata, e forse più che non si creda, ma sono nelle mani del Signore.  Ora vogliono che vada a Sanremo, farò come vogliono”.

Don Orione inizia l’ultima sua settimana al Paterno. Indimenticabile. Ricostruita dettagliatamente nella “Cronaca dell’addio”.

Il 7 marzo, accompagnato in auto da Don Callegari, va a salutare tutti: vescovo, probandi, suore, suore, in episcopio, a San Bernardino, in santuario. Queste visite brevi avevano tutte il carattere di un estremo congedo.

8 marzo: l’ultima Buona notte.

Nel pomeriggio incontrò gli undici chierici che riceveranno l’indomani il diaconato: ”Sentendoci venir meno le forze e la vita che se ne va, noi anziani possiamo avere un conforto guardando a voi ai quali affidiamo il Vangelo, la croce, la stola, l’altare, tutto...”.

Dopo le preghiere della sera, nella cappella del Paterno, Don Orione dà l’ultima Buona notte.

“Sono venuto, sono venuto a darvi la Buona notte, e sono venuto anche per salutarvi, perché, piacendo a Dio, domani mi assenterò per qualche tempo; per poco o per molto o anche per sempre, come piacerà al Signore. E nessuno più di me sa che la mia vita, benché apparentemente data l'età, sia ancora florida, nessuno più di me sente che questa mia vita è attaccata ad un filo e che tutti i momenti possono essere gli ultimi. E' misericordia del Signore se sono ancora qui a parlarvi. Quindi mi vedo davanti e vicina la morte, più che non l'abbia mai veduta e sentita così vicina.

Ora mi vogliono mandare a San Remo, perché pensano che là, quelle aure (enfatico), quel clima, quel sole, quel riposo possano portare qualche giovamento a quel poco di vita che può essere ancora in me. Però non è tra le palme che io voglio vivere! E, se potessi esprimere un desiderio, direi che non è tra le palme che voglio vivere e morire, ma tra i poveri che sono Gesù Cristo!”.

Parlò abbastanza a lungo, parole indimenticabili. “La prima grande madre è Maria santissima. La seconda grande Madre è la Chiesa. La terza, piccola ma pur grande Madre, è la nostra Congregazione”. E poi: “Dunque, addio, cari figliuoli! (si ferma un istante, china il capo appoggiandosi alla balaustra, commosso) Pregherete per me ed io vi porterò tutti i giorni sull'altare e pregherò per voi. Buona notte!”.

Quasi per tacito accordo nessuno si mosse dai banchi. Don Orione si inginocchiò appoggiando la testa sulle braccia poggiate sulla mensa dell'Altare. Parecchi piangono. Passano alcuni minuti. Poi il canonico Perduca prega un chierico di andare a chiedere al Direttore la benedizione per tutti. Don Orione si alza, recita un'Ave Maria e con ampio gesto benedice.

9 marzo: la partenza da Tortona

Al mattino del sabato, vestendosi, Don Orione commenta con Zambarbieri: “Povera la mia veste, non ne può proprio più, come la mia vita”.

Celebra la Messa, distribuisce ancora una volta la Comunione a tutti. Lo fa appoggiando il gomito sinistro sulla mensa dell’altare, senza muoversi.

Poi va da don Gatti:”Desidero fare la mia confessione, una confessione ad mortem”. Torna nuovamente in camera: quando ne esce, affida la chiave all’incaricato, il chierico Costanzo Costamagna. Con la chiave gli consegnò una certa somma di denaro, non contati come ogni giorno, più abbondanti, e gli disse: “Poi te li daranno altri…”.

Don Orione scende dalla camera. Nel corridoio sono schierati, in due file, sacerdoti e chierici commossi; egli sorride a tutti, affretta il passo visibilmente emozionato. Furono scambiati gli ultimi saluti e l’auto lentamente si allontanò. Erano circa le ore 9.

Seguì il viaggio in treno verso Sanremo. L’arrivo non previsto a quell’ora. Prese posto nella cameretta di Villa Santa Clotilde.

Seguirono giornate di riposo e di preghiera, dense di incontri e di corrispondenza. “Io regolarmente, in quei tre giorni – riferisce il chierico Modesto, l’infermiere – gli feci le iniezioni di Resil, una la mattina dopo la Messa, una alla sera prima di cena. Gli davo anche le gocce di Coramina, 20 gocce, tre volte al giorno, prima dei pasti. Prendeva anche lo Strofando, tre volte, 14-15 gocce”.

Nella quiete della sera del 12 marzo, Don Orione fece cena verso le 19 con il chierico Modesto; dissero le preghiere della sera; e si ritirarono in camera.

Don Orione va in camera verso le 21. Si era da poco ritirato, quando suonò il campanello del telefono. Era il Grand’Ufficiale Achille Malcovati che chiamava da Roma. Don Orione si alzò e si portò all’apparecchio. L’amico, ignaro della sua situazione, gli raccomandava una povera donna bisognosa di essere accolta in un Piccolo Cottolengo. L'accettò suggerendo di mandarla a Genova. Don Orione, a distanza di un’ora dalla morte, dice il suo ultimo “si”. Rientrò in camera. Il chierico Modesto era nella camera vicina con la porta comunicante.

“Don Orione scrisse ancora un poco. Indi si coricò. Così cominciò quella notte.

 

Sanremo, 12 marzo, ore 22.45: “Gesù, Gesù… vado”.

Ascoltiamo il resoconto del chierico Modesto Schiro.

“Sentii una specie di lamento: accorsi immediatamente. Erano le 22,30. Quando si sentì male, accese la luce e si tirò più su. L’aspetto non era preoccupante, ma capivo che non stava bene. Teneva la mano sinistra sul cuore, e con la mano tormentava in quel punto un po’ la camicia.

Gli chiesi: “Le faccio una puntura, signor Direttore?”.

E lui: “No, no, aspetta un poco, che passa”.

Stava sul letto, in silenzio. Premeva la mano sul cuore, sentivo che stringeva un po’ i denti in qualche momento. Si vede che il male era forte, benché i segni esterni non fossero così notevoli come nell’altra crisi. Qualche volta muoveva gli occhi verso l’alto, ma non pronunciava parole. Io stavo lì, guardando, senza toccarlo, sempre più preoccupato, per vedere come si mettevano le cose. Avevo visto l’altro attacco a Tortona che era molto più forte. Pensavo che sarebbe passato.

Passarono così alcuni minuti. Proprio credevo in un malessere passeggero.

Poi insistei un’altra volta: “Signor Direttore, facciamo la puntura!”.

Aspetta un poco!”.

Allora proposi: “Prenda almeno alcune gocce di coramina!”.

Bene, quelle sì”.

Gliele versai subito e allora le prese: tre piccoli sorsi, rapidamente, per consumare quel dito d’acqua nel bicchiere”.

Erano passati dall’inizio pochi minuti, circa un quarto d’ora. Visto che aveva preso la coramina e che il male non accennava a diminuire, tornai ad insistere:

“Facciamo anche la puntura”.

Fece a questo punto segno di accondiscendenza.

Si”, disse.

Avevo già preparato tutto. Rapidamente feci l’iniezione di Resil

Visto che aveva la respirazione difficile, lo sollevai e misi dietro la schiena alcuni cuscini: in seguito pensai bene farlo scendere su una poltrona accanto al letto. Ma peggiorava.

  • Vuole che chiami don Bariani?
  • Sì, sì.

Uscii e tornando vidi Don Orione disposto a scendere dal letto.

  • Vuole ossigeno?
  • Sì.

Mentre, sul letto, prendeva l’ossigeno arrivò don Bariani.

Insieme lo aiutiamo a sedersi sulla poltrona.

Don Orione gli sussurra: “Un dottore”.

Don Bariani esce a cercare un dottore.

La poltrona era dalla parte opposta del comodino, verso la finestra. Io gli tenevo il braccio destro intorno alla spalla, e lui appoggiava su di me il capo; era ormai morente.

Intanto, per il tramestio, anche le suore si accorsero che qualche cosa di grave stava succedendo. Suor Maria Rosaria, la superiora, pensando che potevamo aver bisogno di qualche cosa apparve sulla porta di comunicazione tra la mia camera e quella di Don Orione. Don Orione fece il gesto per fermarla con la mano mancina.

La Suora uscì. Don Orione fece un gesto energico per allontanare con la sinistra le coperte e, sorretto, si adagiò sulla poltrona appoggiando il capo sul mio braccio. Sudava. Lo avvolsi in una coperta, lo scialle nero sulle spalle.

Quando poi vidi che Don Orione stava proprio morendo, io feci cenno a Suor Maria Rosaria, che vedevo come un’ombra furtiva, affacciarsi appena alla porta e sparire, di venire. Essa entrò, ma senza farsi vedere da Don Orione, e si pose di dietro a me, che stavo al fianco della poltrona, con il beccuccio dell’ossigeno nella mano sinistra e col braccio destro circondavo le spalle del morente, il quale si abbandonava sul mio petto e contro il mio viso.

Don Orione, con gli occhi rivolti al cielo, sussurrò “Gesù, Gesù”, una prima volta, ed ancora “Gesù, Gesù”, e poi “Vado”. Alzò gli occhi verso di me, rivolgendomi uno sguardo che non dimenticherò mai più. Non c'era in lui nessun segno di turbamento, ma una grande serenità. Poi, per la terza volta, alzando ancora gli occhi al cielo, senza rantolo, senza affanno, ripeté: “Vado... Gesù! Gesù!” e reclinò il capo sulla mia spalla”.

Sono le 22,45 del 12 marzo 1940.

 

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