Questo sito utilizza cookie per le proprie funzionalità e per mostrare servizi in linea con le tue preferenze. Continuando a navigare si considera accettato il loro utilizzo. Per non vedere più questo messaggio clicca sulla X.
Messaggi don Orione
thumb

Nella foto: Sant'Annibale Di Francia e San Luigi Orione, canonizzati il 16 maggio 2004.
Autore: Flavio Peloso
Pubblicato in: Messaggi di Don Orione n. 113, anno 36, 2004, p.5-38.

Ricostruzione storica dell’amicizia dei due santi canonizzati il 16 maggio 2004. Superando pregiudizi e condizionamenti ambientali, il prete piemontese e quello siciliano contribuirono efficacemente all’unità morale dell’Italia civile ed ecclesiastica del primo Novecento.

LUIGI ORIONE E ANNIBALE DI FRANCIA:

UNITI DAL TERREMOTO E DALLA SANTITÀ

Flavio Peloso

 

Giovanni Paolo II ha deciso di iscrivere nell’albo dei Santi della Chiesa Don Luigi Orione[1] e Padre Annibale Maria Di Francia.[2] Una foto antica li ritrae insieme uniti da un grande crocifisso, una piccola concessione ai sentimenti dei due santi amici, a ricordo l’uno dell’altro.

Scopo di questo studio è documentare storicamente la relazione intercorsa tra queste due splendide figure del clero italiano, fatte incontrare da due eventi del tutto fortuiti (o provvidenziali): il terremoto del 28 dicembre 1908 e la canonizzazione del 16 maggio 2004. Se l’incontro fu casuale, solo la santità e la collaborazione li ha resi amici.

La grande amicizia tra Don Orione e Padre Di Francia risale all'epoca in cui il prete tortonese accorse a Messina per contribuire alla ricostruzione della città dopo il tremendo terremoto del 1908. Quel prete venuto dal Nord, e poi nominato Vicario Generale della diocesi su espresso suggerimento del Papa, incontrò resistenze, avversità; subì anche un attentato. Al suo fianco, quale “angelo custode”,[3] a consigliarlo a difenderlo dalle aggressioni della stampa laica, ispirate anche da parte del clero, c'era un giovane sacerdote-giornalista, padre Annibale Di Francia.[4]

 

Prima di Don Orione, Padre Annibale conobbe la sua fama. Monsignor Blandini,[5] Vescovo di Noto (Siracusa), nel settembre del 1898, aveva chiamato il giovane fondatore tortonese a Noto, affidandogli la gestione di un preesistente collegio vescovile, il “San Luigi” e il terreno per costituire una colonia agricola. Don Orione (aveva 26 anni!) non si lasciò condizionare né dalla distanza, né dai diffusi pregiudizi verso il Sud, radicati nel Settentrione, e nemmeno dalla sfiducia trasmessa dall’Opera dei Congressi nei confronti delle diocesi e dei movimenti cattolici del Mezzogiorno. Il 14 settembre 1898 salpò da Genova alla volta della Sicilia. Destò subito l’entusiasmo dell’ambiente di Noto, tanto che ben undici seminaristi vollero seguirlo con la benedizione del Vescovo, ugualmente conquistato da quel giovane prete che metteva insieme intraprendenza intelligente e santità.

Fu il vescovo di Noto a parlare di Don Orione al canonico Annibale M. Di Francia. Il Canonico decise di rivolgersi direttamente a Don Orione, forse per il desiderio di incontrare quel sacerdote di cui il Vescovo andava dicendo tanto bene o forse per qualche progetto comune di cui parlare. In data 18 luglio 1900 così gli scriveva: “Reverendo Padre e carissimo Fratello, per mezzo dell’ecc.mo mons. Vescovo di Noto, Blandini, ho conosciuto come V.R. essendo ancor giovane, si è tutto consacrato anima e corpo, mente e cuore, al servizio del dolcissimo S. N. Gesù Cristo, zelando ardentemente la salute delle anime, che sono le preziosissime perle che Gesù acquistò con l’inestimabile prezzo del sangue suo preziosissimo! Oh, quanto queste notizie inondarono di intima, profonda e immensa gioia l’abbattuto animo mio! Da quel giorno non ho cessato indegnamente di averla presente ogni giorno nelle mie deboli, inutili  e meschine preghiere, domandando al dilettissimo Signore che voglia sempre più accenderla con le inestinguibili fiamme del suo amore e del suo zelo, e voglia darle sempre più lena, vigore, ardore, fervore, forza, coraggio e virtù e costanza, per faticare nella mistica vigna, dove tanto scarsi sono gli operai!

            Ora io sarei lietissimo, mio caro fratello, se volesse mandarmi una sua pregiata lettera, e farmi conoscere se e quando passerà da Messina, perché io vorrei vederla di presenza, e abbracciarla e baciarla in Gesù Cristo, diletto dei nostri cuori. Siccome ogni giorno col massimo fervore che mi è possibile, parlo di lei col supremo mio Signore ed eterno bene, così pure la prego che voglia raccomandarmi alle pietosissime viscere della carità del Cuore misericordiosissimo di Gesù, mentre baciando e ribaciando le sue sacre mani, che si aprono alla carità, alla misericordia e al sollievo e salvezza dei fanciulli e di molte anime, mi dichiaro umilissimamente: suo inutile, infimo servo can.co Annibale M. Di Francia”.[6]

            Questo è il primo contatto tra i due, ma non risulta che sia seguito un incontro personale.

 

            SULLE MACERIE DEL TERREMOTO

A far incontrare Don Orione e Padre Annibale fu il terribile terremoto che, alle 5,20 del mattino del 28 dicembre 1908, scotendo la terra per 37 secondi, lasciò tra le macerie di Reggio Calabria e Messina circa 80.000 morti. Don Orione ricevette la terribile notizia dai giornali, il giorno seguente al disastro. Subito cercò ansiosamente particolari di tutta l’immensa tragedia, con il pensiero rivolto soprattutto ai suoi figli della casa di Noto (Siracusa). Ottenuto dal Vescovo di Tortona il permesso di partire e un sacerdote in aiuto, Don Carlo Pasquali, al mattino del 4 gennaio, prese il treno per raggiungere le zone sinistrate. Si fermò per i primi soccorsi in Calabria. Solo in un secondo tempo poté raggiungere Messina, ove sbarcò il 14 gennaio. Lì si trovò di fronte alla sventura, drammatica fino all’inverosimile. Dopo una breve visita a Noto, si dedicò al soccorso a Messina. Quel ponte di solidarietà tra il Nord e il Sud, lanciato con l’apertura a Noto dieci anni prima, si consolida sulle macerie del disastroso terremoto.[7]

            Don Orione fu subito circondato dalla stima Generale. Divenne il riferimento morale e pratico dell’opera di soccorso, prima, e della ricostruzione civile e religiosa, poi. Il 12 marzo 1909 venne nominato Vice-Presidente del Patronato Regina Elena di Messina, la principale organizzazione laica di soccorso, sotto l’egida di Casa Savoia. Il 17 giugno 1909, venne nominato Vicario Generale della diocesi, in aiuto all’arcivescovo mons. Letterio D’Arrigo. L’annuncio lo diede Pio X stesso durante una udienza concessa al vescovo Letterio D’Arrigo e ai suoi chierici, presente Don Orione.[8] Con tale duplice incarico, civile ed ecclesiastico, Don Orione resterà sul campo di lavoro di Messina fino al febbraio 1912.[9]

            In questa città del dolore incontrò ben presto il canonico Annibale Maria di Francia. La collaborazione tra i due, e ancor prima la stima e l’amicizia reciproche, scriveranno una delle più gloriose pagine nella tragica storia di Messina: salvarono tanta gente dalla disperazione, diedero un futuro a tanti orfani, organizzarono la solidarietà di tante persone generose provenienti da tutta Italia, resistettero a profittatori e facinorosi indegni. Padre Annibale Di Francia, alla fine di quel terribile 1909, scrisse nel Memoriale dei divini benefici: «Quest'anno abbiamo avuto l'avvicinamento singolare di Don Orione, che ha spiegato per noi grande protezione ed affetto».[10]

Pare che il primo documento dell’incontro tra i Due sia un messaggio di Don Orione al canonico Di Francia, scritto a matita su di uno straccio di foglio, nei primi giorni che fu a Messina. Il Canonico, letto quel biglietto, commentò: “Chi scrive deve essere un santo!”.[11]

Don Orione andava a passare alcune notti tra i poveri e gli orfani del quartiere Avignone, il quartiere di Padre Annibale, e vi fu subito di casa. I contatti tra i due andarono sempre più intensificandosi. Don Orione procurò ogni sorta di soccorsi per le comunità del Canonico di Messina, tramite il Patronato Regina Elena e altri aiuti che a lui facevano capo. Sono decine i biglietti e appunti con i quali Padre Annibale gli presenta persone o situazioni di necessità da sovvenire.[12] Don Orione, inoltre, sentiva il bisogno di conversare col Padre Di Francia, di farsi consigliare per conoscere persone e costumi locali, di ristorarsi della sua pietà assistendo alle sue prediche, alle funzioni che compiva in cappelle provvisorie. A Don Orione diverrà spontaneo dire a quanti incontrava per le vie di Messina: «Ma conoscete il gran santo che avete in Messina? Sapete chi è il Canonico Di Francia?».[13]

Ricordando quegli anni Don Orione dirà «Ho cercato di rendermi uno di loro e, poco alla volta, di rendermi siciliano in tutte le cose dove non ci sia peccato; ogni popolo ha i suoi costumi e sono buoni agli occhi suoi...».[14] Familiarizzò coi popolani, coi miseri, coi fanciulli, ebbe tratto alla mano, andava vestito piuttosto dimesso nell'abito. I sacerdoti anziani erano stati educati piuttosto al senso del decoro, del prestigio, del "contegno". Questo fece sì che egli – come ha ricordato un testimone – “non entrasse generalmente nelle maniche del vecchio clero, dallo stile compassato, sostenuto, dignitoso, e che non riusciva nemmeno a comprendere quella sì grande attività, ignorandone in gran parte la necessità e la gravezza delle ragioni che la richiedevano”.[15] Don Orione, verso questi anziani, si mostrò sempre molto rispettoso, mai insistendo di fronte ad opposizioni. Badò invece di più al contegno esteriore. Essendosi avveduto che nei primi tempi era stato riprovato per i suoi modi dinamici di continentale, se ne consigliò col canonico Di Francia, il quale gli cedette una sua cappa grande, abito canonicale del luogo; non la solita cappetta che s'usa a Roma, ma il robbone, che cadeva dalle spalle, a grandi pieghe... Così pure, con la cappa, portò il grosso cappello alla siciliana ».[16]

Ma ciò che più gli conquistò i cuori della gente fu il suo contegno spirituale. I vecchi messinesi ricordavano ancora, dopo molti anni, la grande edificazione che destava Don Orione quando celebrava la Santa Messa. Padre Francesco Vitale osservò più volte in pubblico: «Come Don Orione dice bene la Messa! Con quanto fervore!”.[17]

“Il popolo gli voleva bene, perché faceva del bene”, ha testimoniato Concetta Mangraviti. “Sistemava situazioni peccaminose, amministrava battesimi, prime Comunioni, avvicinava i lontani dalla fede, organizzava solenni celebrazioni in onore della Madonna; organizzò il circolo San Pio X, aiutava operai e famiglie povere. In particolare, nel 1910 probabilmente - in occasione della caduta di un tunnel sul Viale San Martino all'altezza della Consolata -, erano morti parecchi operai; Don Orione si interessò a soccorrere i sinistrati, fece portare i cadaveri nel salone della sua casa e consolò le famiglie, aiutandole come poteva”.[18]

A coronare l’unanime riconoscimento del popolo giunse un ricoscimento dell’autorità governativa: Don Orione fu insignito della “Medaglia d’argento” con menzione sulla Gazzetta Ufficiale del 5 giugno 1910.

Pur essendoci un discreto divario di età – 37 anni Don Orione e 58 Padre Annibale -, la sintonia fra i Due divenne talmente sincera e confidente da scambiarsi vicendevolmente il ruolo di ministro e penitente nel sacramento della riconciliazione[19].

Gareggiavano nello stimarsi a vicenda. “Un ragazzo che faceva da corriere tra la Curia e Padre Annibale ricorda: “Don Orione ci diceva: Porta questa lettera al Signor Canonico e baciagli la mano per me. E il Signor canonico nel consegnare la risposta: Di’ a Don Orione che io gli bacio i piedi”.[20]

Quando nel maggio 1909, Don Orione fu invitato dal card. Merry del Val, Segretario di Stato di Pio X, a presentare una relazione sulla difficile situazione della disastrata Diocesi messinese, consapevole ancora dei limiti delle proprie conoscenze si rivolse all’amico fondatore dei Padri Rogazionisti e delle Figlie del Divin Zelo per avere informazioni circostanziate e sicure per stendere un così delicato resoconto. Il suo valido aiuto gli permise di raccogliere preziose notizie e preparare la relazione per la Santa Sede.[21]

Padre Annibale, da parte sua, espresse un tratto sempre cordiale ma anche umile verso il più giovane confratello costituito Vicario Generale della Diocesi; riconosceva e venerava in Don Orione il suo legittimo Superiore ecclesiastico.

Nel settembre del 1909, erano assenti da Messina tanto il Padre Annibale che il Padre Vitale, Don Orione dovette interessarsi direttamente dell'andamento delle loro comunità di Messina. Il Padre, in questa circostanza, presenta la sua dichiarazione di devozione e obbedienza con una lettera del 18 settembre: «Mio stimatissimo Don Orione, con grande gioia ho appreso dal Canonico Vitale, venuto in Oria, che la Signorìa Vostra Reverendissima ha preso nella nostra assenza la direzione dei nostri Istituti. Da questo momento adunque siamo tutti soggetti alla sua saggia direzione e la Signorìa Vostra Reverendissima viene proclamato nostro Direttore Generale. Abbracci nel suo apostolico cuore quest'altra Opera come sua, e la spinga nella via del suo duplice scopo di religione e di beneficenza, mediante la sue ardenti preghiere, i suoi consigli, i suoi ammaestramenti e i suoi comandi. Tutti e tutte di tutte le Case siamo pronti, con l'aiuto del Signore, alla sua obbedienza. Ora io spero che il Cuore Sacratissimo di Gesù voglia concederci quelle grazie che la mia indegnità non ha potuto ottenere, e apportare riparo a tanti e tanti mali che io ho prodotto...».[22]

A completare la consegna di tutti i suoi beni, Padre Annibale, nella medesima lettera, affida a Don Orione quel che gli è più caro, la bandiera, il carisma di cui vive egli e la sua fondazione. «Presento alla Signorìa Vostra Reverendissima, insieme a tutto il personale delle nostre sette minime Case, quel sacro Vessillo sul quale sta scritto: Rogate ergo Dominum messis, ut mittat operarios in messem sua.[23] Questa divina Parola, uscita dal divino zelo del Cuore di Gesù, il mandato del suo divino zelo, in cui si contiene un gran segreto di salvezza per la Chiesa e per la società, la Signorìa Vostra Reverendissima la raccolga dalla bocca adorabile del Redentore divino, come noi l'abbiamo raccolta e impressa nei nostri cuori per formarne una santissima missione; e se ne faccia apostolo e banditore».[24]

Anche in altra occasione il Padre scrive a Don Orione: «Queste nostre minime Case sono sue, e riconoscono nella Reverenza Vostra non solo il Superiore Ecclesiastico, ma pure il Superiore maggiore di tutta la Istituzione».[25]  I santi sono in genere gelosi delle cose sacre a loro affidate, ma non temono di affidarle ad altri santi.

 

NEL FUOCO DELLE AVVERSITÀ

L’amicizia, cementata dall’intimità spirituale creatasi nel superiore interesse della gloria di Dio e del bene delle anime, aiutò entrambi a superare le dolorosissime prove e avversità che l’eccezionale situazione di bisogno e la malevolenza di irriducibili avversari seppe loro procurare.

Don Orione fu Vicario Generale di Messina dal giugno 1909 al febbraio 1912. Pochi giorni prima di entrare in carica, egli scriveva a Don Zanalda che il nuovo ufficio sarebbe stato il suo Calvario.[26] San Pio X che ben sapeva la via dolorosa che Don Orione era chiamato a percorre a Messina, non esitò a commentare: «È un martire, è un martire!».[27] A Don Felice Cribellati che stava per raggiungere Don Orione a Messina il Papa diede questo messaggio: «Portate la mia benedizione a Don Orione e ditegli che abbia pazienza, pazienza, pazienza, e con la pazienza si fanno miracoli!».[28]

E’ noto che Don Orione a Messina ebbe a tribolare non poco e non solo per i sacrifici della carità del soccorso, ma ancor più per le avversità e diffidenza del clero meno zelante, che viveva e difendeva interessi del tutto estranei al sacro ministero e al bene spirituale e materiale della gente. Non è qui il caso di ricostruire le ragioni e le espressioni della “lotta” tra il clero, acuita più che attutita dalla sventura del terremoto. Solo accenneremo a come tanto Padre Annibale che Don Orione, in diverso modo, dovettero subirne le conseguenze.

E’ indicativo delle condizioni della diocesi di Messina un passaggio di lettera giunta alla Concistoriale e di cui ebbe a occuparsi Padre Mistretta, gesuita. Vi leggiamo: “ (…) Tutta la cura dell'Autorità è stata sempre rivolta a denigrare i sacerdoti migliori della Diocesi, come il Canonico Di Francia e il Canonico Vitale, che sono i veri apostoli di Messina. Invidie!? Oggi dopo il terribile terremoto si credeva che finiva questo stato di cose; invece si continua ancora di più. Si odia, si insulta, si denigra il Vicario Generale Mons. Orione, e con lui, financo il Papa, che l'ha qui mandato; si aizza altri ad insultarlo”.[29]

Monsignor Olivio Mangravìti, Segretario dell'Arcivescovo, propalava che «della combriccola dei mormoratori contro Monsignor Letterio D'Arrigo dopo il terremoto, facevano parte Don Orione e il Canonico Annibale Di Francia».[30]

Il Padre Annibale non si impressionava di simili accuse, anche se era vero che Monsignor D'Arrigo lo trattava «poco bene». Le ostilità dell’ambiente messinese giunsero anche a diffondere la voce addirittura di un arresto del can. Di Francia in Puglia.[31]  Non mancò nel clero qualcuno che cercò di prevenire Don Orione contro il Padre Annibale. Ma le anime di Dio s'intendono per spirituale intuito: Don Orione comprese subito la posizione e col Padre strinse ancor più quei vincoli di sacra dilezione che mai verranno meno.

Particolarmente critica fu la posizione di Don Orione. Era giunto a Messina spinto dallo slancio di carità per fare opera di soccorso e si trovò dopo pochi mesi ad essere Vicario Generale della Diocesi.[32] A parte il fatto della diversa mentalità e formazione di prete settentrionale, che pur cercò di integrare facendosi “messinese con i messinesi”, c’è da dire che il clero si sentiva umiliato nel suo prestigio con l'imposizione di un Vicario forestiero.

Don Orione se ne avvide ben presto e ne accennò rendendo conto del suo operato: «C'è una cricca che cerca discredito e odio contro il settentrionale... Finora ho taciuto ed ho sofferto con l’aiuto che n. Signore mi ha dato; ma essi aspettano che io, col compiersi dell’anno della mia nomina a vicario me ne vada. Cercarono rendermi inviso al clero, quasi fosse un’offesa e umiliazione per esso l’avere un vicario non siciliano; insinuarono nel cuore dell’Arcivescovo la diffidenza, e crearono una situazione che, malgrado ogni mia possa, non va accennando a divenire meno difficile. Io da alcuni sono qui tollerato come una spina al cuore. Mgr. arcivescovo è veramente un sant’uomo, ma, permettendolo Iddio, è raggirato da essi e mi dice nulla della diocesi. Per parte mia benedico Dio, e vorrei sapere abbracciare questa santa Croce di ingiurie per amore di Dio, tuttavia non nascondo di sentire profondo dolore per quell’impedimento che mi mettono di fare un po’ di bene.».[33] A Don Sterpi scrisse: “Caro D. Sterpi, sono stanco: ve lo dico non per complimento: proprio sento il cuore che si stanca e la testa che non ne può più e non ci vedo neanche più, molte volte. Però sto bene di salute, molto bene. Il S. Padre continua a darmi prove di grande affetto”.[34]

Anche il Vescovo Letterio D’Arrigo fu coinvolto nel turbine della lotta, spesso alimentata da falsità. «Sentii parole violente anche da questo santo Arcivescovo, presente il suo Segretario. Ma ero tranquillo», confida Don Orione. [35] Di durezze dell'Arcivescovo all'indirizzo di Don Orione parlano alcuni testi nel Processo di beatificazione. Don Orione conservò sempre grande rispetto verso l’Arcivescovo e ne parlò come di persona degna, però dovette subire le conseguenze che il clima turbato provocarono anche in lui. Dovette ammettere che «Le espressioni usate da Monsignor Arcivescovo mi pare che abbiano una punta che non è intinta nella carità di Gesù Cristo e sentono troppo del sospetto e di certa passione».[36]

Un’altra fotografia della situazione messinese si ha in una Lettera della Sacra Congregazione Concistoriale a Mons. Arista, vescovo di Acireale. “Ex aud. SS.mi, 1 Julii 1910. Da notizie diverse pervenute alla S. Sede si è rilevato che il Rev.do Don Luigi Orione, proposto dal S. Padre ed accettato con entusiasmo da Mgr. Arcivescovo di Messina per suo Vicario Generale, oggi non si trova più in molto favore di quel prelato, viene tenuto all'oscuro delle cose più importanti, ed esse si dispongono all'infuori ed all'insaputa di lui. Tutto questo si deve alle manovre del Segretario di Mgr. Arcivescovo e di qualche altro Sacerdote, persone tutte che, purtroppo, soffrono di qualche eccezione in sé, ed a cui fa ombra la personalità e la virtù del Rev.do Don Orione. Senza dire che ciò nuoce al buon governo della diocesi, nuoce anche personalmente all'Arcivescovo. Ora, di tutto questo il S. Padre è assai dispiacente e gradirebbe che Ella in qualche modo trovasse mezzo di far comprendere la cosa a quel Prelato. Purtroppo il Rev.do Don Orione non può essere lasciato troppo a lungo a Messina; ma fino a che...; deve essere tenuto in quella considerazione che la sua virtù e la sua comune abilità, e anche la sua stessa designazione, venuta dal S. Padre, apertamente richieggono e non deve essere posto da parte come un inutile lignum”.[37]

Il canonico Di Francia conosceva e soffriva di tale situazione. In un lungo Memoriale espose serenamente a Don Orione la sua visione su fatti  e persone, concludendo: “Mio carissimo P. Orione, la conoscenza di questi fatti Le giovi per raccomandarci incessantemente al Cuore SS. di Gesù e alla gran Madre di Dio, che vogliano salvare Messina, non solo dal terremoto materiale, ma ancor più da quello morale. E voglia raccomandare me misero al Signore Iddio, perché, mentre noto difetti altrui, oh di quanto sono io reo! (…)”.[38]  Forse, in vista di stendere un più ampio resoconto, segnò in un Appunto l’elenco delle  piccole angherie e degli ingenerosi attacchi portati contro il Vicario Generale della diocesi. L’autorevole testimonianza documenta avvenimenti, diversamente giudicati, ne attesta la veridicità.[39]

            “Messina 30 Agosto 1910. Appunti di ciò che hanno fatto e fanno a Don Orione: Il fatto della sifilide ecc. La lettera anonima. La ispezione del cameriere del Vescovo. Il modo che l’accoglie il Vescovo. Aprirgli le lettere. Che dice menzogne. Il Vescovo non gli dà conto e parte in nulla. Nella Pastorale non lo ringraziò! Ciò che ha fatto di eroico e di bene Don Orione in Messina: Fatiche – orfani. Residenza – Dottrina ai ragazzi – Oratori. Scuola – Teatrino - ecc. Robe che dispensa. Sue virtù…ecc. Contegno dell’Arcivescovo – Segretario. La ‘Giovane Messina’ lo chiamò pazzo. Imperdonato. L’Arcivescovo lo chiamò spia di Roma…”.[40]

           Gli studi approfonditi fatti in occasione dei processi di beatificazione dei due santi protagonisti hanno ampiamente illustrato quanto il canonico Di Francia annotò discretamente e sinteticamente nel suo Appunto. Tra i titoli di questo Appunto richiama l’attenzione quel “Il fatto della sifilide”. E’ un episodio noto alle biografie di Don Orione. La curiosità, mai spenta fino ai nostri giorni, ha trasformato questo “fatto” in una favola, in un romanzo nero che, a volte, pur con l’intenzione di esaltare le virtù di Don Orione, ha finito per perdere i contorni del vero. Cosa avvenne esattamente?

Si era nell’estate 1910.[41]  Don Orione era nel pieno della sua azione come Vicario episcopale, oggetto di non poche ostilità da parte di chi lo vedeva ostacolo ad interessi non onesti. Un giorno, dopo essersi fatto radere la barba in episcopio, Don Orione avvertì alcuni piccoli tagli sulla pelle, e sentì subito tutto il viso come infuocato. Il barbiere della Curia arcivescovile era un tal Tommaso Pasqua. Uscito dal barbiere, incontrando don Paolo Albera, Don Orione manifestò subito il suo timore di essere stato “infettato, avvelenato”. Ben presto, sul volto gli comparvero delle pustole. Poi, lo stesso Don Albera ebbe la stessa disavventura, come veniamo a sapere da una lettera di Don Orione a Don Sterpi: “Egli, che ebbe pure il volto infettato nel triste caso che mi capitò a Messina, perché andò sotto a farsi la barba subito dopo di me, (non così grave come me però, perché il rasojo era già stato pulito sulla mia faccia); ricordava benissimo la cosa”.[42]

Non avendo alcun confratello a Messina, Don Orione fece venire da Reggio Calabria don Felice Cribellati. Dopo qualche giorno, giunse da Tortona anche Don Carlo Sterpi, suo primo collaboratore e vicario. Entrambi videro Don Orione disinfettarsi con in mano una boccetta di alcool e un po’ di bambagia. Anche a loro il Fondatore raccontò – riferì Don Sterpi - che “dal barbiere gli era stato inoculata una infezione”.[43]

L’episodio dell’infezione al viso si risolvette rapidamente. “Dopo qualche giorno appena - 3 o 4 giorni - con la barba nuovamente ben rasata, ritornava al suo ufficio in Curia senza alcunissima traccia delle piaghe e delle pustole, con il viso fresco, bianco come prima del fatto, senza, ripeto, la benché minima traccia del male superato. Tra lo sviluppo del male e la guarigione non passarono che 7 - 8 giorni. Ritornato Don Orione alla Curia, dove naturalmente si sapeva e si seguiva l'andamento delle cose, riceveva da qualche persona, sicuramente insincera, molti complimenti per la rapida insperata guarigione. Intanto sul tavolo del Vicario facevano trovare un libro di medicina aperto alla pagina e al titolo «Come si cura la sifilide»”.[44]

Questo elemento intimidatorio, unito al malizioso collegamento, fece argomentare, vent’anni più tardi a persone, o troppo devote o troppo maligne, che l’infezione patita fosse dovuta effettivamente alla sifilide. Ma ciò non fu mai detto da Don Orione e nessuno mai parlò di questo a Messina e, soprattutto, ciò non poteva essere vero. Ed è presto detto il perché.

Quando il presidente del Tribunale Apostolico Messinese, durante il processo di beatificazione di Don Orione, chiese il parere al Dottor Carlo Pisacane, Primario della Clinica dermosifilopatica dell’Università di Messina, sulla possibilità che fosse avvenuta una inoculazione luetica, ebbe una risposta negativa. Il Dottor Pisacane escluse che potesse essersi trattato di sifilide perché “le manifestazioni papulose si hanno in genere dopo alcuni mesi dal contagio e fino a 2 o 3 anni dopo…, mentre nel caso di Don Orione si legge che ‘infettato col rasoio, subito si manifestarono alle mani e al viso delle pustole’ e che ‘dopo tre o quattro giorni tutto era passato, e ritornava al suo ufficio con la barba ben rasata e senza alcuna traccia delle piaghe e delle pustole’. Quindi, da tutto l’insieme si è portati ad escludere che si sia trattato di sifilide! Probabilmente si sarà trattato di una semplice infezione da germi piogeni comuni (...) che guariscono rapidamente in seguito a semplici cure antisettiche locali”.[45]

Un’ultima parola, per riportare l’episodio nei giusti contorni della realtà, va detta anche su Tommaso Pasqua, il barbiere, morto l’11 maggio 1953, e qualificato come “un buon cristiano” da molti testimoni, compreso il beato Annibale Di Francia.[46] C’è chi attribuisce l’accaduto alla semplice trascuratezza del barbiere.[47] Don Orione ebbe a riferire che “Poenitentia ductus, venne il barbiere a portarmi il pretium sanguinis e a chiedermi scusa…”.[48]

Comunque, Don Orione passò un brutto momento e l’accaduto si riseppe nell’ambiente messinese, tanto che il Padre Di Francia nel suo “Appunto” annotò tra le angherie patite dal suo santo amico anche “Il fatto della sifilide”. 

E’ davvero difficile pervenire a una ricostruzione esatta di tutti i dettagli di questo episodio, perché il fatto fu prima e per molto tempo circondato da discrezione, e poi fu piuttosto “mitizzato” servendosi di testimonianze “per sentito dire” riferite da altre persone. Elementi certi sono: Don Orione ha patito una infezione al viso dopo la rasatura dal barbiere; questa è stata guarita nel giro di una settimana circa; dopo l’infezione, causata intenzionalmente o per un’infezione casuale, fu fatto trovare sul tavolo di Don Orione un libro aperto al titolo “Come si cura la sifilide”; tale circostanza ha fatto pensare e dire che Don Orione sia stato infettato di sifilide, ma ciò non corrisponde al vero, perché tale malattia non può manifestarsi e scomparire in otto giorni, come invece è stato unanimemente testimoniato essere avvenuto a Don Orione.

 

FIDUCIA E COLLABORAZIONE

Abbiamo già detto che l’amicizia tra Orione e Di Francia è sbocciata sul campo della carità e dello zelo sacerdotale. Padre Annibale “ebbe sempre un alto concetto della santità di Don Orione e ne apprezzava in modo speciale il disprezzo del mondo e dei suoi giudizi, il suo spirito di fede e di mortificazione, la carità eroica e lo zelo ardente che lo spingeva alle volte fino all'audacia. Il Can. Vitale e il Servo di Dio Di Francia parlavano di Don Orione come di una persona ornata di una santità straordinaria”.[49]

Don Orione, anche per il suo ruolo di Vicario Generale della Diocesi, ebbe modo di interessarsi da vicino delle opere del canonico Di Francia e, parlando di lui, non mancava mai di aggiungere una nota di stima. In una sua “Relazione riservata” alla Santa Sede sulla situazione di Messina dopo il terremoto, il 19 dicembre 909, scrive: “(…) Orfanotrofio Maschile di Sant’Antonio del Canonico Francia tutto rovinato, nessuna vittima. Erano 70. Orfanotrofio femminile fondato e mantenuto dalla carità del Can. Annibale Di Francia all’antico Monastero dello Spirito Santo. Erano 50 Orfane: nessuna morì: morirono invece 13 Suore del Divino Zelo, fondate dal suddetto piissimo e dotto Canonico che è vero lustro e decoro non solo di questa Diocesi, ma della intera Sicilia. Le orfane ora sono parte qui in baracche: parte ad Oria, nelle Puglie”.[50]

Non sono pochi i documenti che, a distanza di tanti anni, danno l’idea della relazione fraterna e solidale che rendeva l’uno partecipe delle vicende dell’altro.

Padre Annibale passò un momento umanamente critico tra il 1909, quando gli morirono 13 suore, e il 1910, quando perdette Padre Francesco Bonarrigo, primo compagno e sacerdote dell'Opera. Informò Don Orione che gli fu vicino e lo consolò. Padre Annibale gli rispose da Trani, il 9 aprile 1910: «Mi ha scritto che l'amore di Gesù mi crocifigga; ed io lo desidero, ma spiritus quidem promptus est, caro autem infirma» (Mt 26, 4-11).  E continua: «Preghi per me! Il calice mi si presenta incomprensibile: il Signore mi va togliendo dagli Istituti parecchi soggetti con le malattie e la morte, soggetti di quelli che debbono dirigere e condurre il personale ricoverato; e invece questo mi cresce! Mi vengono meno le persone utili, e mi crescono quelle che hanno bisogno di aiuto e direzione! Che mistero! Oh, se potessi sapere che cosa vuole l'Altissimo!».[51]

Padre Annibale sapeva che poteva trovare conforto nella fede di Don Orione e ancor più nella sua preghiera. “Una volta – ricorda un testimone -, avendo egli chiesto il soccorso delle sue preghiere a Don Orione, costui rispose che si impegnava a passare un mese dormendo a terra”.[52]

Usavano assistersi vicendevolmente nei momenti critici. Dovendo chiarire al card. De Lai quanto si riferiva al battesimo del figlio dell’On. Fulci, convivente senza matrimonio, Don Orione espose dettagliatamente i fatti accreditando la persona di Padre Annibale: “Non andai io da lui ma gli mandai il Can. Di Francia, Sacerdote venerato da oltre sessant’anni da tutta Messina per la sua Santità e conosciuto dal Santo Padre”.[53]

Padre Annibale profittò di ogni occasione per aiutare Don Orione e le sue Opere. Il 14 dicembre 1909 gli scriveva: «Le rimetto ben di cuore circa duemila indirizzi, che me li trovavo stampati. Altri indirizzi li farò ricopiare dai registri, e son lieto che possa in tal modo giovare alle sue sante Opere».[54]

Don Orione invece aveva delle comunità a Roma e le mette a disposizione di Padre Annibale per le sue soste a Roma: “Desidero che nelle Casette di Roma non si ammettano più Sacerdoti forestieri, che non siano della Congregazione.  Sono solamente esclusi due: il Rev.do Don Guanella e il Can.co Annibale Di Francia”.[55] A Roma, proprio entro i confini della parrocchia di Ognissanti, fuori Porta San Giovanni, il canonico Di Francia poté dar vita ad una delle sue più fiorenti istituzioni.

A Trani, invece, è Padre Annibale ad avere un Istituto di Suore e offre a Don Orione la possibilità di aprirvi una comunità. Il 2 luglio 1910, scrive: “Vengo a farle sapere che questo Ecc.mo Mons. Francesco Paolo Carrano Arcivescovo di Trani e Bisceglie, desidera assolutamente in Trani i Figli della Divina Provvidenza. Egli darebbe un fabbricato con annessa Chiesa, la quale sarà anche Parrocchia. E’ dedicata alla Madonna del Pozzo. I suoi sacerdoti, cioè i Figli della Divina Provvidenza, gestirebbero la Parrocchia e attenderebbero a tutte le altre opere del loro santo Ministero, specialmente alla salvezza dei fanciulli. Le mie Suore raccolgono molte bambine disperse: i suoi Sacerdoti raccoglierebbero i bambini abbandonati”.[56]

La loro sintonia spirituale si espresse, oltre che in fattiva collaborazione, lealtà e coraggio nell’aiutarsi e difendersi reciprocamente, anche in manifestazioni curiose, quasi da fioretti. Per esempio, “prima che Don Orione aprisse la sua Comunità alla Mosella,[57] alloggiò varie volte al quartiere Avignone come abbiamo detto. Una notte ebbe un pensiero: prendere qualche oggetto del Padre per tenerlo come ricordo. Lo stesso pensiero intanto faceva il Padre nei riguardi di Don Orione; frattanto uno pigliò l'ombrello, l'altro un fazzoletto. Passò così la notte. Ma c'era stato un furtarello... ed ecco che, il mattino seguente, si videro uscire dalle loro stanzette l'uno col fazzoletto in mano e l'altro con l'ombrello ad accusarsi...”.[58] 

Nei primi tempi dopo il terremoto, Don Orione frequentava anche l'Istituto femminile all'ex Monastero dello Spirito Santo, dove accompagnava delle orfanelle e ne prelevava altre per diverse sedi. Vi celebrava non raramente la Santa Messa, alla Comunità. Il primo luglio di quel 1909, il Padre volle che Don Orione predicasse alla Comunità; e Don Orione tenne un discorso di quelli che sapeva fare lui, tutto pieno di entusiasmo e di fervore per Gesù Sacramentato. Il Padre, che assisteva, ne scrisse poi la traccia e la conservò tra le sue carte.[59]

Questo voler conservare “qualcosa” l’uno dell’altro dice quanto ciascuno ritenesse “prezioso” l’amico a motivo della sua santità.[60]

Il Padre Di Francia sostenne Don Orione anche con denaro, ben conoscendo che i suoi progetti di bene erano sempre più grandi delle sue risorse economiche. Il suo appoggio fu provvidenziale per fare fronte a qualche urgente necessità del giovane fondatore. Don Orione, che aveva già avuto da lui dei piccoli prestiti in precedenti occasioni[61], ne ebbe uno più consistente, nel novembre 1911 che gli permise di acquistare la vetusta Villa Moffa, presso Bra (Cuneo), da adibire come sede del Noviziato della Piccola Opera[62].

Le trattative per l’acquisto di quella Villa si prolungavano anche perché non era facile per Don Orione mettere insieme il denaro che occorreva. E per di più non poteva allontanarsi da Messina. Della cosa deve essersi confidato con Padre Annibale e questi manifestò la disponibilità ad aiutarlo.

A novembre del 1911, le trattative per l’acquisto di Villa Moffa appaiono sul punto di concludersi. Don Orione ricorre a Padre Annibale: “Messina 23 / XI [1]911. Caro p. Francia, Facilissimamente farò quell’interesse pel quale ella si è esibito con tanta carità. La pregherei di tenere pronto, poiché potrei esserne richiesto da un momento all’altro telegraficamente. Io oggi vado ad Augusta a salutare qualcuno dei miei che va a Tripoli. Sarò a casa domani, venerdì, a sera inoltrata. Ci vedremo sabato, a Dio piacendo”.[63]

L’amico non mancò di rispondergli prontamente, il 27 novembre 1911, con un biglietto: «Sono pronto per quelle lire proposte. Mi faccia sapere quando debbo venire a trovarla per fargliene consegna”.[64] Don Orione trasmise subito questo biglietto a Don Sterpi, suo vicario, per invitarlo a chiudere decisamente le trattative.

“Messina, 27 / XI [1]911.  Caro Don Sterpi, Il Can. Di Francia, come vi avevo scritto, sentendo che avrei dovuto, entro pochi giorni, preparare la somma occorrente per l'acquisto di quella terra di Bandito, mi offerse la somma che vi ho detto. Ora egli che teneva detto danaro su un libretto postale nelle Puglie, mi ha inviato il biglietto che vi unisco. Io, se il contratto non si effettua, devo dirgli che non ne ho più bisogno, per essere corretto e sincero con chi fu tanto largo con me, poiché quando io parlai col Can.co Di Francia ero ben lontano dal pensare che egli avesse danaro e che, per non lasciare perdere quel contratto, si esibisse così caritatevolmente di ajutarmi. Scrivete dunque a Don Montà per definire la cosa, dal momento che egli mi ha telegrafato di incaricare voi, come io ho fatto. La cosa è piuttosto urgente”.[65]

Il canonico Di Francia si attivò celermente e fece giungere le 5.000 lire[66] e Don Orione subito rilasciò una dichiarazione, scritta il 29 novembre.[67]

L’offerta di Padre Annibale fu decisiva per sciogliere ogni dubbio e concludere l’acquisto di Villa Moffa. L’atto di acquisto fu stipulato il 14 dicembre 1911. Tale casa ospitò il noviziato e l’istituto filosofico dei chierici; fu la culla formativa dei Figli della Divina Provvidenza. In un resoconto sulla congregazione, di data imprecisata, Don Orione riferì: “In quel di Bra, patria del Cottolengo, con danaro avuto in mirabile modo, in parte pure a prestito grazioso dal can.co Maria Annibale Di Francia, vero San Vincenzo de’ Paoli della Sicilia, Fondatore dei Rogazionisti, morto in concetto di santità, [la Congregazione] acquistò dai Marchesi Venosta la Villa già dei Conti Moffa di Lisio, dove il Cottolengo era solito andare per visitarvi i suoi cugini, Agenti dei Conti Moffa. E in quella Villa volle si aprisse, sotto gli auspicî del Santo il primo Noviziato della Piccola Opera della Divina Provvidenza, oggi fiorentissimo”.[68]

Con altrettanta solerzia e premura fraterna, Don Orione provvide a restituire quanto prima al canonico Di Francia la somma ricevuta in prestito. Diede un primo anticipo tramite Don Martino Bak che si trovava alla chiesa della Consolata, a Messina.[69] Chiese la collaborazione anche del confratello Don Contardi[70] e, a poco più di sei mesi di distanza, il 4 luglio 1912, annunciò a Don Sterpi: “Oggi sono stato a Messina ed ho pagato totalmente il Can.co Di Francia, quindi vedete che la SS.Vergine e S Giuseppe ci aiutano”.[71]

Don Orione ricorderà sempre con riconoscenza questo aiuto avuto dall’amico Padre Annibale, tanto più che “Il Can.co Di Francia ha ritenuto per interessi L.50 in più delle 5000: ecco che la Divina Provvidenza ci ajuta, e anche questo è pagato”, quindi è stato un prestito al solo 1% degli interessi.[72]

 

UN’AMICIZIA MAI INTERROTTA

Liberato dal suo ufficio di Vicario Generale a Messina, Don Orione poté finalmente tornare a dedicarsi a tempo pieno alla sua “povera baracca della Divina Provvidenza”,[73] come ebbe a definire la sua Congregazione. Il fatto che si allontanò da Messina, non incise minimamente sui rapporti di affetto fraterno con Padre Annibale Di Francia.

Già pochi giorni dopo la sua partenza, Don Orione mandava da Cassano Ionio il suo pensiero al Padre, che così gli rispondeva il 27 febbraio 1912: «Grazie della bella cartolina illustrata della Regina Martirum. Chi dimenticherà la sua cara e gioviale presenza? E il suo cordiale affetto? E i tanti beni che ci fece? L’ultimo poi coronò tutto! E’ stata visita preziosa”».[74]

Nel 1914, Don Orione invitò il padre Di Francia a visitare le sue case nel Nord Italia e a predicare un corso di esercizi spirituali ai suoi sacerdoti e religiosi a Villa Moffa che egli contribuì a comperare con il prestito quasi del tutto gratuito.[75] Sono conservati alcuni Appunti delle meditazioni di Padre Annibale.[76] Nel primo colloquio egli spiegò che Don Orione “ultimamente, il 1° luglio, m’invitò se volessi venire alquanti giorni. Io accettai con piacere… 1° in lui l’uomo di Dio ecc.; 2° ex Vicario Generale ecc.; 3° benefattore Messina e miei Istituti. E ci vollero tutti questi motivi perché io mai…”. Spiegò anche che cosa si proponeva di dire: “Vorrei dirvi alcune cose che potessero giovarvi, basate sull’esperienza di tanti anni di ciò che vuol dire formazione di una Congregazione di giovani aspiranti al Sacerdozio che debbono essere il sostegno, i fondatori ecc.”. Per far sentire la bellezza e la responsabilità di appartenere a una Congregazione ancora in formazione, ricorse a un argomento molto ardito: “La formazione di una Congr. Rel. è opera più bella della stessa creazione del mondo, perché è creazione di Dio nell’ordine soprannaturale. Siccome il 7° giorno Dio si riposa, così quando una congregazione si arriva a formare, Dio si riposa in essa… G(esù) C(risto) si rinfranca ecc.”. Padre Annibale mostra di conoscere la Congregazione dell’amico Don Orione e ha parole di ammirazione: “La vostra Congregazione è bella assai” e incita e dà indicazioni per la perseveranza in essa.[77] Gli argomenti presenti negli Appunti sono molti e sono quelli classici della formazione spirituale e religiosa.

In occasione di quegli esercizi spirituali a Villa Moffa, i due santi amici, in genere restii a farsi fotografare, si lasciano riprendere insieme, tenendo in mano il Crocifisso, vincolo santo della carità che univa i loro cuori.[78]

L’amicizia affettuosa tra i due continuò con tante significative attestazioni. “Quando ci rivedremo di nuovo? Quanto desidererei vederlo!”, scrive il Canonico.[79] Ciascuno sapeva di poter contare sull’altro. Così, quando il canonico Di Francia stava avviando la Colonia agricola di Gravina, in Puglia, ricorse a Don Orione sapendo che l’amico aveva già una dozzina di tali istituzioni e quindi possedeva una discreta esperienza in questo campo. “Per me questa fondazione è novella: non so bene come si conducano queste Colonie Agricole – confessa Padre Annibale -. Vengo a pregare la sua Carità se può darmi qualche istradamento. Per esempio, potrebbe darmi alcune norme pratiche?”.[80] Don Orione gli rispose mettendogli a disposizione il suo collaboratore più esperto in materia. “Tortona, il 29 / X 1913. Carissimo p. Di Francia, Ricevo la venerata sua. Per lettera mi sarebbe lungo e, vedo, impossibile. Mando la sua stessa lettera a don Albera, che è eccellente in quella partita perché, se gli è possibile, faccia una corsa presto o almeno durante l’inverno, costà, e, studiata la natura dei terreni e il clima, le dia poi tutti quei pratici suggerimenti, che portino al fine di una Colonia agricola a sistema moderno e razionale di cultura. Preghi per me sempre. Nella prima metà di novembre passo a Messina per Noto, e spero far visita a lei o almeno, ai suoi. A Bellanova ho scritto che non mi è possibile riprenderlo.[81] Tanti ossequî, e le sono in Corde Jesu. Dev.mo Servo Sac. Orione”.[82]

Di poco successiva è invece la traccia di un’altra cortesia. Si tratta di un intervento di Don Orione presso il “Duca D’Ascoli, Gentiluomo di Corte di Sua Maestà la Regina” per raccomandargli la soluzione di un problema presentato dal canonico Annibale Di Francia: “Vengo per supplicarla ad un atto insigne di pietà verso di un infelice; e le presento il rev.mo signor canonico Di Francia di Messina, il quale viene appunto per interessare la sua intelligente bontà al caso pietosissimo”.[83]

All’orionino Padre Riccardo Gil, servo di Dio poi martire in Spagna, Padre Di Francia ricorse per la traduzione di un suo manoscritto, per la quale “si è prestato assai di buon grado”, come scrisse ringraziando Don Orione.[84]

Il 2 settembre 1915, è invece Padre Annibale a scrivere a Don Orione, che sa in mezzo a tante imprese di bene e sempre alle prese con la mancanza di denaro, per offrirgli il suo aiuto. «Si ricorda Vostra Signorìa Reverendissima quando ebbi il bene di farle quell'offerta circa a Bandito, contrada Moffa. Oggi, per divina misericordia, potrei spingermi anche al di là; chi sa Vostra Reverenza ne avesse bisogno...».[85] Tale offerta non sappiamo se sia stata accolta.  Comunque, stupisce questo distacco e generosità di Padre Annibale che certo non navigava nell’abbondanza.

Da tempo si attendeva il Prelato di Santa Lucia del Mela e Padre Annibale scrive a Don Orione, il 17 agosto 1917, esponendogli il caso “perché voglia influire presso il Card. De Lai per la nomina del nostro Monsignor Vitale”. E motiva: “Oggi ci vogliono Vescovi cauti per il gregge, e sullo stampo del Can. Vitale o del Can. Celona (a quanto io sappia) pochi se ne trovano! Dunque, Lei, carissimo Padre Orione, consulti la cosa con Nostro Signore, e si affretti, se Iddio la ispira”.[86]

I segni, ora concreti e talvolta giocosi, dell’amicizia tra i due Fondatori non vennero mai meno. Si seguivano a distanza. Il Rogazionista Padre Teodoro Tusino ricorda di aver visto Don Orione per la prima volta nel 1922-23: “Ero ancora studente: il Padre Vitale l'accompagnò a studio e ce lo presentò come un grande amico del nostro Fondatore e Don Orione sottolineò subito: Amico vero! Amico vero! Venendo nella nostra Casa in Messina, Don Orione una volta incontrò un nostro aspirante che teneva in mano un quadernetto, glielo tolse e vide che si trattava appunto del Regolamento degli Aspiranti. «Chi ha scritto questo Regolamento?» domandò. E il ragazzo: «Il Padre», e «Allora me lo piglio», disse Don Orione e se lo mise in tasca. Entrato poi dal Padre Vitale, disse: «Ho rubato, ho rubato. Lei si informi, ma io ho rubato». E noi abbiamo riso sul modo sbarazzino di Don Orione, quando Padre Vitale lo raccontò a noi giovani subito dopo”.[87]

Del 1924 è l’apertura della prima Casa dei Rogazionisti a Roma, nel quartiere Appio, proprio in quella “Patagonia romana” che, già nel 1908, Pio X aveva affidato ai Figli della Divina Provvidenza di Don Orione. Il Di Francia ne dà notizia con una Circolare del 14 settembre. Nel descrivere la situazione topografica entro cui si trova la nuova Casa, non manca di sottolineare: “Ad un quarto d’ora di cammino prima di noi è il Conventino (con uno scantinato ristretto e poco luminoso) del Padre Don Orione, ma con la Chiesa bellissima e grandissima (è Parrocchia) a tre navate, sebbene è in sola fabbrica (Conventino e Chiesa dono del S. Padre Pio X di s. m.). Quei buoni Padri potranno prestarsi per noi, confessione, Messa ecc.”.[88]

I sentimenti di reciproca dilezione tra Don Orione e Padre Di Francia si rivelarono soprattutto nel momento della malattia e della morte.

Già nell’aprile 1925, Padre Annibale informava l’amico: “Io fui infermo a Roma per un mese con forte bronchite e influenza. Ritornato a Messina ricaddi, ed ancora non ò ripigliato bene le forze. Spero, se Dio vuole, di rivederci in Maggio a Roma”.[89]

Nel 1926 è invece Don Orione a passare un pericolo gravissimo di vita a motivo di una grave polmonite. Puntuale arriva Padre Annibale: “Il Canonico A.M. Di Francia e tutti i suoi Istituti Maschili e Femminili si congratulano immensamente per la guarigione del loro amato amico e benefattore, il Rev.do Padre Don Orione, scampato miracolosamente, per la divina protezione, da morte imminente, e gli augurano lunghissimi anni di santa e operosa vita, col più felice adempimento delle sue sante speranze. Ossequi in corde Iesu. Umilissimo aff.mo Canonico Di Francia”.[90]

Nel mese di marzo del 1927 Padre Annibale sta male. Scrive un'accorata lettera a Don Orione, informandolo del suo grave stato di salute, («Veneratissimo e carissimo Padre Don Orione [...], mi trovo tra la vita e la morte, tanto il giorno che la notte. Non voglio se non quello che vuole Gesù»), e chiedendo preghiere. Don Orione subito risponde inviando un telegramma datato 16 marzo 1927: “Vivamente addolorato sua malattia, vengo fraternamente confortarla. Tutti preghiamo Cuore di Gesù, Madonna sacra lettera consolarla, conservarla bene Chiesa, orfanità derelitta. Voglia benedirci. Orione”.[91]

E’ molto bella la lettera che prontamente, il 17 marzo successivo, Padre Annibale indirizza a Don Orione. Vale la pena riportarla per intero.

“Veneratissimo e carissimo P. Don Orione, ieri 16 corr. mese, mercoledì, tanto per divagarmi nel letto dei miei dolori, e sempre unito alla Divina Volontà, erano le ore 5 pom. circa, quando io dicevo al mio assistente Fratello laico: "Prima vi erano dei Santi viventi, i quali guarivano gli infermi prodigiosamente. Ma oggi dove sono? Dicono che vi è il Padre Pio, ma la Chiesa proibì di scrivergli. I giornali parlavano di un certo Padre Don Garofalo, da vicino Napoli, ma per la tanta ressa che gli fecero le persone, per alcune guarigioni prodigiose, si nascose e si eclissò. Ma c'è un uomo di Fede viva, ed è il nostro carissimo Padre Don Orione, e, se Dio volesse, lo chiamerei, e mi guarirebbe". Passarono tre o quattro ore di questo discorso, quand'ecco ci giunse il suo prezioso telegramma, riboccante di fra­terna carità, al quale già risposi come il cuore mi dettava. Si figuri la bella impressione in me e in tutti!

Non aggiungo altro: termino, perché son divenuto impotente a leggere, a scrivere e a pensare molto. Mi trovo tra la vita e la morte, tanto il giorno quanto la notte. Non voglio se non quello che vuole Gesù. Molte preghiere si fanno per me misero, ma nove decimi le ho cedute ai sofferenti come me, che non hanno i miei mezzi e le mie assistenze. Bacio genuflesso le sue sacre mani, e nei Cuori Amatissimi di Gesù e Maria, mi dico, Suo servo inutile...”.[92]

Dopo qualche giorno, conoscendo la grande devozione di Padre Annibale verso Sant’Antonio di Padova, Don Orione gli invia una cartolina illustrata proprio dalla Basilica del Santo, il 1° aprile 1927, assicurandolo delle preghiere per la sua guarigione: «Oggi al "Santo" La ho particolarmente ricordata, e confido che la guarirà perfettamente. Saluto in Domino. Aff.mo Sac. Orione della Divina Provvidenza».[93] Padre Annibale risponde: “Carissimo e Veneratissimo. Grazie mille di avermi raccomandato al glorioso S. Antonio. Il mio stato è grave, ma il Santo è assai potente. Parmi di essere un uomo distrutto. Vivo in una estrema debolezza. Forze supreme per cibarmi. Stato interiore: desolazioni spirituali. Anzitutto Fiat in me Voluntas Dei, e l’Amore del mio Gesù mi consumi! Bacio le sacre mani, e mi dico: Umilissimo suo servo Canonico M.A. Di Francia”.[94]

Il padre Annibale morì il 1° giugno 1927. Appresa la triste notizia, Don Orione, il 13 giugno 1927, esterna il suo affetto e la partecipazione al dolore dei suoi Figli spirituali: “Profondamente addolorato morte Sacerdote di Dio, Canonico Di Francia: Padre orfani, Apostolo carità, gloria Clero messinese, onore Sicilia, Italia, Chiesa, abbracciovi tutti suoi Religiosi e orfani, fraternamente confortandovi in Gesù Crocifisso. Suffragheremo anche qui anima benedetta, intercessione vostro santo Fondatore. Don Orione”.[95]

Da notare che subito comincia a riconoscerlo “santo” e a ricorrere a lui come a “intercessore”. Anche nel dare la notizia a Don Sterpi, il 9 giugno 1927, aveva scritto: “Sapete che è morto il Can.co Di Francia? Pregherà per noi. Coraggio, Don Sterpi!”.[96]

Piace concludere queste tracce dell’amicizia tra i Due con le parole di una conversazione confidenziale di Don Orione con i suoi confratelli e chierici, il 4 febbraio 1940, a un mese dalla propria morte.

“I Siciliani, in verità, quando io parlavo al Papa, avevano dei Santi autentici. C'era un Santo: il Canonico Di Francia che è stato qui, e a Villa Moffa a predicare gli Esercizi ai Sacerdoti e ai Chierici. Di lui si tratta ora la causa di Beatificazione. E se ho comperato la Moffa l'ho comperata perché questo Canonico mi è venuto in aiuto. La Moffa l'ho comperata quand'ero ancora a Messina. La Moffa è costata o 12 o 17 mila lire, non ricordo bene. E mi mancavano allora 5 mila lire che mi furono imprestate dal Canonico Di Francia e poi furono restituite. E dopo venne dalla Sicilia alla Moffa a predicare gli Esercizi, e mi disse (…):  «Stia attento che qui ha dei birbanti che fingono di avere pietà, che fingono una vocazione che non hanno: non si fidi tanto dei colli torti». Questo è il ricordo che mi diede quel Santo: non si fidi dei colli torti”.[97]

 

PER LA CAUSA DI CANONIZZAZIONE DI PADRE ANNIBALE

Quando Don Orione, scrivendo o parlando, nominava i “santi” che lui aveva avuto la grazia di conoscere in vita sempre ricordava anche Padre Annibale Di Francia. Fu decisivo l’impulso convinto dato da Don Orione per sciogliere le incertezze dei discepoli nell’introdurne la Causa di beatificazione. Fu il caso di Don Luigi Guanella prima e del Di Francia poi.

Erano passati sette anni dalla morte dell’apostolo di Messina quando, il 2 agosto 1934, l’amico piemontese vergò un telegramma, diretto all’immediato successore del Di Francia, il Padre Francesco Vitale, che rimase famoso. “Urge scriviate vita et affrettiate causa Canonico Di Francia. Intanto che vive Arcivescovo Paino sarà monumento grande che Arcivescovo alzerà onore Messina et edificazione Clero Sicilia. Caro Canonico andate troppo lento. Perché volete andare Purgatorio? Coraggio. Dobbiamo andare subito col Padre Paradiso. Don Orione”.[98]

Evidentemente, Don Orione, tra il serio e il faceto, riteneva non lieve peccato di omissione verso la gloria di Dio che rifulge nei santi, se arrivò a paventare le pene del Purgatorio qualora non vi si avesse posto rimedio presto. Padre Vitale, testimone e collaboratore assiduo per lunghissimi anni, si giustificava di non essersi deciso a scrivere la biografia del Di Francia, “perché non se ne sentiva degno”. Ma la biografia tardava.

Fratel Concetto Ruta, rogazionista, ricorda che un giorno del 1934, dopo il famoso telegramma, Don Orione come faceva sempre quando veniva a Messina, andò a «salutare» prima il Padre Annibale, inginocchiandosi a pregare alla sua tomba e restando a lungo con il capo poggiato al marmo che la racchiudeva, e poi andò alla «Scuola Apostolica Cristo Re», per ossequiare il Padre Vitale. Al Padre Vitale che gli andava incontro con le braccia aperte e salutandolo: «Oh, carissimo Don Orione...», questi di rimando disse: «Che carissimo e carissimo ... non vi vergognate che ancora non avete scritto niente?»; e sembra che abbia rinnovato la convincente minaccia del Purgatorio.

Dopo questa ulteriore e simpatica pressione di Don Orione, il buon Padre Vitale si mise all'opera di buona lena, diede ordine di non disturbarlo e che «non c'era per nessuno». E la sospirata biografia uscì, finalmente, il 1° giugno 1939, con il titolo Il Canonico Annibale Maria Di Francia nella vita e nelle opere. Una buona biografia. Don Orione fu tra i primi ad averla tra le mani e a leggerla. Però subito partì un altro telegramma a Padre Vitale così concepito: «Non mi piace affatto il vostro lavoro. Del Canonico Di Francia ne avete fatto una cosa dolciastra come voi».[99] Padre Vitale, in seguito, confidandosi con un confratello disse: “Ha perfettamente ragione Don Orione. Malgrado tutti gli sforzi che ho fatto per far risaltare al vero le virtù eroiche – e l’intimità, e la spiritualità del tutto eccezionali -, non ci sono affatto riuscito”.[100] Non impressionino la “tirata” di Don Orione e le umili parole di Padre Vitale: i santi hanno troppo vivo il senso della sproporzione tra la santità e la sua espressione umana. Del resto Don Orione aveva un’altissima stima di Padre Vitale: “Il P. Vitale – diceva – è tutto il Padre Di Francia, lo somiglia nella virtù interiore, nel suo modo di agire e anche nel suo aspetto esterno”.[101]

Questi episodi da fioretti, fanno capire quale conoscenza e quale “gelosia” della santità di Padre Annibale avesse Don Orione. Ma anche quale confidenza avesse verso i suoi figli, come rivelano anche i ricordi di un altro rogazionista, Santino Bontempo. [102] Egli era presente a una visita di Don Orione a Messina nel 1939: “Guidato e accompagnato da tutti i Superiori, entrò un sacerdote, apparentemente trasandato, i capelli tagliati cortissimi, già per la maggior parte grigi, una tunica non proprio nuova che gli cascava male addosso, un viso rude, quasi scolpito e intagliato nel legno. Attraversando la stretta corsia tra le file delle piccole scrivanie da studio, giunse alla cattedra e lì si fermò in piedi, quasi impacciato. La voce di prima lo presentò dicendo: «Questo è Don Orione, grande amico del nostro Padre Fondatore...». Tutti battemmo le mani ancora una volta e sedemmo. Con una voce non proprio gradevole, con l'inconfondibile flessione settentrionale, egli ci esortò brevemente a perseverare nella vocazione: «Fatevi santi - ci disse - come il vostro Fondatore, il quale è stato un grande santo ... io l'ho conosciuto e lo posso testimoniare». Restai affascinato dalle parole di quel prete, e la sua figura mi è rimasta impressa nella mente”.[103]

 

CONSIDERAZIONE CONCLUSIVA

Oggi, a cento anni di distanza, i due santi Fondatori, che furono “nella loro fraterna amicizia, impegnati insieme per gli stessi ideali di carità”, vengono proclamati santi dalla Chiesa. “Siamo veramente felici di questa provvidenziale coincidenza che accomuna nella gloria i due amici e propone alla venerazione dei fedeli due contemporanei sacerdoti d’Italia, uno del Nord e uno del Sud, totalmente donati, pur con accenti peculiari, all’edificazione del regno di Cristo”.[104]

Mentre le due Famiglie religiose gioiscono nel vedere i loro due Fondatori onorati, alla luce delle vicende ricostruite  in questo studio, non si può non trarre un insegnamento storico e pastorale per l’Italia d’oggi.

L’unità d’Italia – ancora così fragile e contestata tanto al Nord come al Sud al tempo dei nostri due Protagonisti – è stata fatta anche da santi come Padre Annibale Di Francia e Don Luigi Orione. Massimo d’Azeglio ha lasciato in tutti i libri della storia d’Italia una sua massima pronunciata all’indomani dell’unità d’Italia: “L’Italia è fatta, ora dobbiamo fare gli italiani”. A dire il vero, l’Italia era già fatta ed erano fatti anche gli Italiani. Al tempo di Padre Annibale e di Don Orione l’Italia era però ancora profondamente divisa, questo sì. E un poco anche oggi. Non erano bastati gli spregiudicati condottieri d’arme, alla Garibaldi; non fu sufficiente l’azione di abili tessitori politici, alla Cavour e alla Giolitti; non ebbe influenza profonda l’accorta operazione di identificazione nazionale costruita attorno alla monarchia dei Savoia e ad altri simboli collettivi; tanto meno furono determinanti gli interessi economici che, per loro natura, sono elitari e non democratici.

Quello che mancava, per fare l’unità, era la fraternità, che dell’unità è vero e insostituibile fondamento. Una fraternità non idealistica o pietistica, ma coniugata con il rispetto delle culture, con la solidarietà, con la pazienza prima e la promozione poi delle diversità. Ebbene, a stimolare questa fraternità nell’Italia del primo Novecento pochi eventi hanno contribuito quanto la passione patita dalla gente della regione calabro-sicula con il terremoto del 1908 e quanto la solidarietà espressa sulle macerie di quei paesi da persone generose provenienti da tutta Italia. A Reggio e Messina, negli anni dopo il terremoto, si parlavano tutti i dialetti d’Italia, insieme all’italiano forbito e colto dei vari Tomaso Gallarati Scotti, Aiace Alfieri, Gabriella Spalletti Rasponi, Zileri Dal Verme, Gina e Bice Tincani e altri.

L’unità d’Italia è stata fatta anche da uomini come Don Orione, fondatore di una congregazione ancora agli inizi che lascia tutto, compresi i pregiudizi popolari e sociologici che alimentavano un assurdo razzismo tra Nord e Sud, e dal Piemonte scende in Sicilia e là si ferma tre anni; patisce sulla sua pelle i pregiudizi presenti anche nel mondo cattolico e tra il clero, ma ama quella gente e dà una testimonianza di fraternità che rimarrà indelebile. L’unità d’Italia è stata fatta anche da un Padre Annibale Di Francia che per una superiore sintonia spirituale stringe amicizia con quel “prete settentrionale”, lo consiglia e lo difende anche a costo di essere trattato lui come un estraneo dai suoi stessi concittadini, e, sorprendentemente, presta una ingente somma perché quel prete del Nord, povero, compri una casa a Bra, in quel Piemonte che in Sicilia era ancora visto come un usurpatore e profittatore.

Certamente la storia d’Italia nell’età contemporanea ha ricevuto un notevole contributo dalla testimonianza di Padre Annibale Di Francia e di Don Luigi Orione uniti dal terremoto e dalla santità. Con la loro amicizia e con il loro servizio hanno mostrato che la fraternità, premessa di ogni vera e duratura unità sociale, ha le sue radici nella superiore Paternità di Dio, che i due Santi hanno adorato nell’anima e amato nei fratelli. Non sarà questo il messaggio che Sant’Annibale Di Francia e San Luigi Orione lanciano all’Italia d’oggi, nella quale si torna a parlare di “salvaguardia dell’unità nazionale”, all’Europa, che stenta a “riconoscere le radici cristiane della sua civiltà”, e al mondo, che “ha bisogno di un supplemento d’anima per diventare casa comune”?

 


[1] Luigi Orione nacque a Pontecurone (Alessandria) il 23 giugno 1872. Infiammato precocemente da aneliti di santità e di carità, dopo una breve esperienza con Don Bosco, ancora chierico, nel 1892 fondò il primo oratorio e nel 1893 il primo collegio a Tortona. Ordinato sacerdote il 13 aprile 1895, confidando nella Divina Provvidenza, spese tutta la sua vita nelle opere di carità per la gioventù da educare, per i poveri da servire, per le anime da salvare, con l’unico fine di “unire al Papa e alla Chiesa per instaurare omnia in Christo”. Fondò i Figli della Divina Provvidenza, le Piccole Suore Missionarie della Carità, coinvolse i Laici nello spirito e nel progetto della Piccola Opera della Divina Provvidenza. Nei tempi moderni seppe fondere mirabilmente contemplazione e azione al fuoco di una pietà consumata nell’olocausto a Dio, alla Chiesa e alle Anime. Morì a Sanremo (Imperia) nel 1940. Per una prima conoscenza storico-biografica: G. Papasogli, Vita di Don Orione, (V ed.), Gribaudi, Torino, 2004. D. Sparpaglione, Il Beato Luigi Orione, (IX ed.). Ed. Paoline, Roma, 1998; A. Gemma, Don Orione: un cuore senza confini, Quadrivium, Isernia, 2000; Aa.Vv. La figura e l'opera di Don Luigi Orione (1872-1940). Atti dell'incon­tro di studio tenuto a Milano il 22-24 novembre 1990. Ed. Vita e Pensiero, Milano 1994; M. Busi, A. Lanza, R. de Mattei, F. Peloso, Don Orione negli anni del Modernismo, Jaca Book, Milano, 2002; Aa.Vv., Don Orione e il Novecento, Atti del Convegno tenuto alla Pontificia Università Lateranense (1-3- marzo 2002), Rubbettino, Soveria Mannelli, 2003; Aa.Vv., San Luigi Orione: da Tortona al mondo, Atti del Convegno di studi tenuto a Tortona (14-16 marzo 2003), Ed. Vita e Pensiero, Milano 2004.

[2] Annibale Maria Di Francia nacque a Messina il 5 luglio 1851 da una famiglia della nobiltà cittadina. Giovanissimo, intuì per divina ispirazione il primato della preghiera nella pastorale delle vocazioni. Le parole di Gesù: «La messe è molta, ma gli operai sono pochi! Pregate dunque il padrone della messe perché mandi operai nella sua messe» . (Mt. 9, 37-38; Lc. 10,2), divennero la sua vocazione “improvvisa, irresistibile, sicurissima”, la luce della sua vita e la sorgente del suo apostolato. Dopo l'ordinazione sacerdotale (1878), si dedicò alla redenzione morale e spirituale di una delle zone più povere e degradate della sua città, il quartiere Avignone. In quel quartiere, oggetto del suo amore pastorale, iniziò gli Orfanotrofi Antoniani: quello femminile nel 1882 e, nel 1883. quello maschile. L’educazione civile e religiosa degli orfani e della gioventù diverrà passione costante della sua vita. Nello stesso apostolato si unirono uomini e donne generosi. Nel 1887 prese avvio la Congregazione delle Figlie del Divino Zelo e, nel 1897, la Congregazione maschile dei Rogazionisti del Cuore di Gesù, con lo scopo di vivere e diffondere l'insegnamento di Gesù sulla preghiera per le vocazioni e di mettersi al servizio dei piccoli e dei poveri. Sacerdote dotto e zelante, Annibale Di Francia coltivò e predicò l'amore per la parola di Dio, per l'Eucaristia, la Vergine Maria, i Santi e la Chiesa, manifestando particolare devozione e spirito di obbedienza verso il Papa e i Vescovi, successori degli Apostoli. Ebbe una forte passione missionaria. Concluse la sua vita terrena, il 1° giugno 1927 in Messina. Giovanni Paolo II lo ha proclamato Beato il 7 ottobre 1990. Per una prima conoscenza storico-biografica: la prima storica biografia di F. Vitale, Il canonico Annibale Maria di Francia nella vita e nelle opere, Ed. Rogate, 1994; T. Tusino, Non disse mai no: P. Annibale Maria Di Francia, Ed. Paoline, 1966; A. Scelzo, Padre Annibale M. Di Francia: una vita copiata dal Vangelo, Ed. Rogate, 1991; Congregazione delle cause dei Santi, Annibale Maria Di Francia, Ed. Rogate, Roma 1994; T. Tusino, Padre Annibale Di Francia. Memorie biografiche, 4 voll., Ed. Rogate, Roma.

[3] E’ Don Sante Gemelli che ha definito Annibale Maria Di Francia, “vero angelo custode visibile di Don Orione”; Sacra Congregatio Pro Causis Sanctorum, Beatificationis et canonizationis servi Dei Aloisii Orione sacerdotis professi fundatoris Congregationis Filiorum Divinae Providentiae et Parvarum Sororum Missionariarum a Caritate. Positio super virtutibus, Postulazione della Piccola Opera della Divina Provvidenza, vol. I-III, Roma 1976 (sarà citato semplicemente Positio), pp. 1177-1178.

[4] Sul rapporto Orione – Di Francia si veda: DOPO VI, pp.3-25; T. Tusino, Padre Annibale Di Francia. Memorie biografiche IV, pp. 101-114.

[5] Giovanni Battista Blandini fu uno dei vescovi più sensibili del Meridione verso le nuove istanze di azione sociale; fu promotore del movimento cattolico e della lettera pastorale dell’Episcopato siciliano sulla “democrazia cristiana”; C. Naro, Blandini Giovanni Battista in Dizionario Storico del Movimento Cattolico in Italia, III/1, p.96.

[6] Lettera autografa in Archivio Don Orione, Via Etruria 6 - Roma, (sarà citato ADO), cart. Di Francia.

[7] Al periodo messinese di Don Orione è in gran parte dedicato il vol. V di Don Orione e la Piccola Opera della Divina Provvidenza, Ed. Don Orione, Roma 1998, (sarà citato DOPO); G. Papasogli, Vita di Don Orione, o.c., p.180-228; P. Borzomati, L'esperienza calabro-sicula e il terremoto del 1908 in Aa.Vv. La figura e l'opera di Don Luigi Orione (1872-1940), cit., p. 169-180.

[8] DOPO V, 148-154.

[9] P. Borzomati ha fatto osservare che “nella storia dell’Italia post-unitaria nessun ecclesiastico era stato incaricato nella direzione di un organismo di assistenza ‘laico’ pur essendo responsabile di quello cattolico, ed anzi fu incaricato dallo stesso patronato di intrattenere rapporti con il Vaticano”; in Itinerari spirituali nell’Italia contemporanea, Sciascia Editore, Caltanisetta-Roma 1993, p.30. Del medesimo autore si veda Per una storia delle congregazioni religiose diocesane nel Sud del Novecento, “Studi di storia sociale e religiosa”, Napoli, 1980, pp.614-628.

[10] Positio 1188.

[11] T. Tusino, Memorie biografiche, IV, 104.

[12] Ci si riferisce a quelli conservati in ADO, Cart. Di Francia.

[13] T. Tusino, Memorie biografiche, IV, 105.

[14] In lettera al Card. Merry del Val, riportata in Positio 1109.

[15] Don Amerigo Bianchi, Positio 1107. La testimone Concetta Mangraviti (Positio 1166)  ha asserito: “Il Canonico A. M. Di Francia l'accolse bene e lo aiutò finanziariamente; gli altri del Clero non lo hanno accolto tanto bene, «non lo hanno digerito», perché era forestiero. Padre Caudo sulla «Scintilla», parlando del terremoto, di Don Orione disse, senza nominarlo, «quel sacerdote forestiero»”.

[16] Don Amerigo Bianchi, Positio 1089.

[17] Padre Teodoro Tusino, Positio 1204.

[18] Positio 1166.

[19] Don Orione e la Piccola Opera V, 407, nota.

[20] Don Orione e la Piccola Opera VI, 22.

[21] Il Memoriale del canonico Di Francia - riportato in Positio 1085-1089 – termina così: “Mio carissimo P. Orione, la conoscenza di questi fatti le giovi per raccomandarci incessantemente al Cuore SS. di Gesù e alla Gran Madre di Dio, che vogliano salvare Messina, non solo dal terremoto materiale, ma ancor più da quello morale. E voglia anche raccomandare me misero al Signore Iddio, perché, mentre noto difetti altrui, oh di quanti son io reo!”.

[22] Positio 1206: Nel 1909, gli scrisse ancora dichiarandolo Superiore Generale delle proprie Opere e sottomettendo a lui tutte le sue Case. Accluderò copia di queste due lettere del Can. Di Francia. La sottomissione di tutte le sue Case a Don Orione si spiega dal fatto che, essendo allora nel nostro Istituto tre Sacerdoti, e cioè P. Di Francia, P Vitale e P. Palma, in quei giorni la Casa di Messina restò senza un sacerdote e Don Orione si incaricò della direzione di questa Casa. Il Servo di Dio Di Francia gli mandò dalla Puglia quella lettera piena di umiltà.

[23] Padre Annibale coinvolse anche Don Orione nella richiesta fatta al Papa di inserire una intenzione vocazionale nelle litanie dei santi. L’ottenne e lo comunicò a Don Orione: “La data in cui il Santo Padre mi accordò d’inserire nelle Litanie dei Santi il versetto: “Ut dignos ac sanctos operarios in messem tuam copiose mittere digneris – Te rogamus audi nos” si è l’11 Luglio 1909”; Lettera autografa in ADO, Cart. Di Francia.

[24] Lettera autografa da Sava, in ADO, Cart. Di Francia.

[25] Lettera autografa del 14.12.1909, in ADO, Cart. Di Francia.

[26]  Lettera del 25.6.1909: «Mio caro Don Innocenzo, oggi, come vedi, ti scrivo da Messina, un'ora prima di assumere di fatto l'ufficio che sarà il mio calvario. Il S. Padre ha voluto così, e sia fatta la S. Volontà di Dio! Questa considerazione mi dà una grande pace di spirito, e sono sicuro che Dio, pregandolo io di continuo, mi assisterà”; Scritti di Don Orione, ADO, (sarà citato Scritti)35, 110.

[27] Positio 524 e 1111.

[28] Positio 1130.

[29] Positio 1083.

[30] Positio di Padre Annibale Di Francia, 262.

[31] Ne scrisse La gazzetta di Messina che definisce Padre Annibale “sfruttatore di bambini”. In realtà il Padre si trovava a Trani per una nuova fondazione. Cfr. DOPO V, 333, nota.

[32] Il suo sacrificio fu acuito dal fatto di dover stare lontano dalla sua Congregazione che, ancora agli inizi, aveva molto bisogno della sua guida di padre e fondatore.

[33] Memoriale. Messina, giugno del 1910. Minute di lettera in Scritti 40, 125; 102, 63-65; riportato in Positio 1120-1122. Questo Memoriale diretto al segretario di Stato Merry del Val si conclude con una richiesta di conforto e di luce: “Veda, Vostra Eminenza, le apro tutto il mio cuore mi rivolgo a Vostra Eminenza rev.ma come ad un padre: non ho desiderî: volete che continui qui, e così, ed io continuerò, basta sapere che è desiderio della Santa Sede: credete che a questo punto convenga che mi ritiri, ed io mi ritiro: per grazia di Dio non desidero altro che  di compiere in tutto i desiderî della Santa Sede; - non posso nascondere che in certi momenti  si tira avanti si tira si tira ma poi si è uomini e non si è pietra come esausto di forze e di dolori. Mi usi V. Eminenza la carità di dirmi una parola sicura di ciò che devo fare: in qualunque modo. Vostra Eminenza, che fu sempre tanto buona, mi usi la carità di dirmi questa parola. In quanto sin qui mi venne di dover dire, benché mi sia sforzato di serbare serenità di animo e carità, tuttavia, ben sapendo quanto sono impastato di umana miseria, supplico la misericordia di Dio di abbruciare, con la sua infinita carità, ogni parola, che non fosse secondo verità e lo spirito di Nostro Signore”.

[34] Lettera del 10.11.1909; Scritti 10, 252.

[35] Positio 1120.

[36] Scritti 86, 208. Anche a distanza di tempo, Don Orione conservò un buon ricordo dell’Arcivescovo. “L’Arcivescovo di Messina era un santo Arcivescovo, piissimo e molto colto in teologia e che tra gli altri meriti suoi aveva anche quello di essere siciliano... Sì, anche quello è un merito, era un figlio della terra! Era un Siciliano! E soprattutto aveva il merito che era rimasto a Messina, quando era avvenuto il terremoto. Tutte le autorità, anche un suo fratello, che era sindaco, erano tutti fuggiti: egli invece era rimasto in Messina, un vivo in mezzo ai morti!, anche quando l'avevano pregato di andar via. Certo mostrò non poco spirito e sentì qual era il dovere, il merito di un pastore di anime”. Parola del 4.2.1940; XII, 93.

[37] Lettera del 5 luglio 1910; Positio 1089-1090.

[38] Conservato presso l’Archivio della Postulazione di Padre Annibale Di Francia; riportato in Positio 1085-1089.

[39] Cfr.”Notula” in Scritti, 84, 93.

[40] Copia in Scritti 84, 93; Positio 1128.

[41] Il quadro di questa vicenda è ricostruito in DOPO V, 438-443 e in varie testimonianze presenti nella Positio.

[42] Lettera del del 19 aprile 1931; Scritti 88,66

[43] Positio 28. La descrizione di questi fatti è ampiamente documentata nella Positio della Causa di canonizzazione di Don Orione.

[44] Questa è la testimonianza di Felice Cribellati, in seguito vescovo di Nicotera e Tropea, che fu testimone de visu del decorso dell’infezione, perché giunto in fretta da Messina; Positio 53-54.

[45] Positio 1261-1262.

[46] Nella vita del Padre Vitale, p.38-39, il Tusino lo presenta “Sacrestano dell’Addoloratella, barbiere, uno di quei cattolici all’antica, cristiani, tutti d’un pezzo”.

[47] Così riferì Mons. Bruno a Don Sante Gemelli; ADO, cart. Gemelli.

[48] ADO, cart. Orlandi. In questo senso va anche la testimonianza di Don Nunzio La Monica: “Da quel che ho sentito, un barbiere col rasoio gli ha inoculato del veleno; poi, pentito, lo ha avvertito: Don Orione s’è curato, è guarito rapidamente. Forse si trattava di brutta infezione”;

[49] Testimonianza del Rogazionista Padre Teodoro Tusino; Positio 1205.

[50] Scritti 84, 136.

[51] Lettera autografa in ADO, Cart. Di Francia.

[52] Padre Teodoro Tusino, Positio 1205.

[53] Lettera del 26 giugno 1911, Scritti 84, 239.

[54] Lettera autografa in ADO, Cart. Di Francia.

[55] Lettera del 21.2.1910; Scritti 6, 11. Alcune lettere del Di Francia conservate in ADO sono scritte dalle case orionine di Sant’Anna al Vaticano e di Ognissanti al quartiere Appio.

[56] Lettera autografa in ADO, cart. Di Francia. Su questo tema Padre Annibale ritornò in altre sue lettere fino a quella del 7.7.1914, nella quale illustra dettagliatamente ambienti e possibilità di bene. Ma il progetto non fu realizzato.

[57] La Mosella è una contrada di Messina, a sud ovest della città.

[58] L'episodio è stato raccontato dal Canonico Di Gennaro; T. Tusino, Memorie biografiche, IV, 105.

[59] Gli Appunti sono conservati nell'Archivio della Postulazione dei Rogazionisti. T. Tusino, Memorie biografiche, IV, 106.

[60] La stessa realizzazione di questo studio è stata possibile per il fatto che Don Orione ha “conservato”  cone reliquia ogni lettera, ogni riga o biglietto provenienti da Padre Annibale.

[61] Scritti, 25, 133.

[62] Scritti, 63, 199 e 11, 114.

[63] Diretta a “Can.co Di Francia [Pensionato «C. Ferrini», Viale Roma - Traversa 49 - Messina] – Città”, Scritti 63, 199.

[64] Lettera autografa in ADO, Cart. Di Francia.

[65] Scritti 11, 110.

[66] Don Orione assicura Don Sterpi: “Egli riscuoterà il danaro e me lo darà; io lo farò spedire da Reggio affinché qui non sembri che vi mandi danaro di Messina” (Scritti 11, 112). Don Orione non voleva nemmeno dare appiglio ai malevoli di ricevere e spedire denaro da Messina per interessi personali o di congregazione. Da notare che 5000 lire era una somma ingente, poco meno della metà dell’intero costo di Villa Moffa e del terreno ad essa connesso.

[67] “Copia conforme in carta da bollo da L.1,20. Messina, 29 Novembre 1911. Ricevo dal Rev.mo Sig.r Can.co Annibale Maria Di Francia da Messina la somma di L.5000 (dico cinquemila) a titolo di prestito, - da restituirsi a sua richiesta. E di questa somma mi obbligo di pagare allo stesso l'interesse annuo della libretta postale, a semestri. In fede. Sac. Orione Luigi  della Piccola Opera della Div. Provv.za”; Scritti 11, 114.

[68] Minuta in Scritti 61, 151.

[69] Così informa Don Cremaschi con lettera del 17 aprile 1912; Scritti 2, 35.

[70] “Roma, 19 aprile [1]912. Carissimo don Contardi, Dovremmo restituire d'urgenza £. 5.000 al can.co Di Francia che me le prestò per acquistare Bra, e abbiamo altri impegni. Vedete quel che potete fare”; Scritti 2, 35.

[71] Scritti 11, 176. Il saldo fu di 2000 lire come veniamo a sapere da successiva lettera a Don Sterpi: [Reggio Calabria] 10 / 7 [1]912. Come vi scrissi già il debito delle L.2000 col Canonico Di Francia è pagato interamente: Deo gratias!” Scritti 11, 177.

[72] Lettera a Don Sterpi del 11.7.1912; Scritti 11, 178.

[73] Scritti 9, 23; 43, 257; 45, 120.

[74] Lettera autografa; ADO, cart. Di Francia.

[75] Il corso di esercizi si tenne nella seconda settimana dell’agosto 1914. Prima fece sosta a Tortona, ove dimenticò l’orario ferroviario (lettera del 4.8.1914, in ADO) e ripartì l’8 agosto, come testimonia un telegramma; documenti in ADO, cart. Di Francia.

[76] Prediche del Can. Annibale Maria di Francia in Archivio Di Francia, copia anche in ADO.

[77] “Chi vi ha portato avanti finora? L’Istituto si costituì Padre, voi figlio. Ad un tratto voi dite come il Figliuol prodigo:  datemi ecc. voglio fare fortuna altrove! E Dio benedice questo passo? Scandalo di chi diserta”. Tratta poi  della “Differenza fra prete secolare e regolare” e dei “Mezzi per perseverare: 1) Orazione mentale, 2) Preghiera, 3) S. Confessione e Comunione ben fatte, 4) Volontà risoluta, 5) Confidenza e consiglio coi propri Padri!, 6) Devozione alla SS.ma Vergine”.

[78] E’ incerta la data e il luogo della famosa foto che ritrae i Due insieme. Le note degli archivisti a volte indicano il 1909, oppure il 1912, come ricordo prima che Don Orione lasciasse Messina, oppure 1914, in occasione degli esercizi predicati a Villa Moffa di Bra (Cuneo). Personalmente, propendo per quest’ultima datazione perché testimoniata da don Amerigo Bianchi, che era presente a quegli esercizi del 1914, e anche perché l’originale della foto è rimasto conservato presso l’Archivio Don Orione di Roma.

[79] Lettera autografa del 21.12.1918; ADO, cart. Di Francia.

[80] Lettera autografa del 27.10.1913; ADO, cart. Di Francia.

[81] Rocco Bellanova era un fratello laico con il nome di Fra’ Antonio e aspirava al sacerdozio. Padre Annibale gliene aveva scritto a Don Orione una prima volta il 30.9.1912 e poi nuovamente precisando lo scopo: “Approfittando d’ogni sua carità la mia intenzione sarebbe d’affidarglielo pregando la sua caritatevole amicizia di prenderlo a conto nostro, metterlo tra i suoi studenti pel S. Sacerdozio, e farlo riuscire sacerdote a conto di questo umile nostro Istituto dei Rogazionisti del Cuore di Gesù: se così piace al Cuore adorabile di Gesù”. Don Orione risponde volendo assicurazioni sulla volontà di Padre Annibale: “Niente difficoltà di accettare il Bellanova qualora questo sia ex corde il desiderio del Padre, verso del quale Lei sa bene che ho venerazione senza limiti. - Mi rivolgo quindi alla sua bontà pregandola di dirmi, secondo Lei, se davvero il Padre vuole che lo accetti”; Scritti 65. 309; Avute le assicurazioni risponde: “Io sono disposto ad accettarlo, ma per conto di vostra paternità carissima in Domino, poiché egli non ha lo spirito del nostro Istituto, né è suscettibile di riceverlo. Egli poi, essendo giâ stato professo dai francescani, non può senza speciale dispensa essere accettato da me e  poi promosso agli Ordini. La sua non è vocazione religiosa all’Istituto nostro, ma voglia  essere Sacerdote”; Scritti 46, 126. Di fatto, poi, Don Orione accolse il Bellanova come risulta dalla lettera con cui il Di Francia, il 9.12.1912, accompagna il giovane. Dopo circa un anno però il giovane decise di ritirarsi anche per consiglio di Padre Annibale: “Ho dovuto sconsigliargli la carriera, a cui non mostra attitudini né morali, né intellettuali. Le quattro lettere autografe suaccennate e altre dirette al giovane Bellanova in ADO, Cart. Di Francia. Anche Don Orione parla del Bellanova in 63, 201 (“A Bellanova ho scritto che non mi è possibile riprenderlo”, comunica a Padre Annibale); 11, 230; 24, 38

[82] Diretta a “Signor Canonico Annibale Maria Di Francia - Casino Sottile Meninni a Guardiadalto”; Scritti 63, 201.

[83] Lettera del 12 agosto 1914; Scritti 63, 203.

[84] Lettera autografa del 2.9.1915; ADO, cart. Di Francia. Non si sa di quale manoscritto si tratti. Successivamente chiese anche la traduzione del libro “Segreto miracoloso” (lettera del 5.11.1923). Padre Riccardo scrivendone a Don Orione, definisce il Di Francia “nostro benefattore, il molto illustre Signor Canonico Di Francia, che lei conosce bene e molto stima”; F. Peloso, Anche voi berrete il mio calice. Martiri orionini in Spagna, Ed. Borla, 2002, p.45. Padre Riccardo fu per alcuni mesi a Messina per aiutare Don Orione.

[85] Lettera autografa in ADO, cart. Di Francia.

[86] Lettera autografa in ADO, cart. Di Francia.

[87] Positio 1206.

[88] Circolare a stampa (Tip. Ant. Dell’Orfanotrofio Maschile, Oria), datata Trani, 14 settembre 1924. Padre Annibale arriva a Roma il 25 settembre; il 12 ottobre firma il contratto di acquisto di un ex stabilimento cinematografico sulla Circonvallazione Appia; il 14 novembre chiede il permesso al Cardinale Vicario di aprire l’Orfanotrofio affidato alle Figlie del Divin Zelo; il 24 maggio 1925, Padre Annibale inaugura l’Orfanotrofio maschile; notizie e fonti in Cronologia di Padre Annibale, a cura di Padre Salvatore Greco, Archivio Di Francia.

[89] Nella medesima lettera aveva raccomandato a Don Orione di accettare un giovane, Giuseppe La Fauci, che mostrava desiderio di essere sacerdote e missionario. Lettera autografa del 7.4.1925; ADO, cart. Di Francia.

[90] Lettera autografa del 4.12.1926; ADO, cart. Di Francia.

[91] Scritti 63, 200c.

[92] Lettera autografa in ADO, cart. Di Francia.

[93] Diretto a “Al Rev.mo Canonico P. Annibale Di Francia - Vicolo del Valore – Messina”; Scritti 63, 200b.

[94] Su cartolina postale con grafia di altra persona, in ADO, cart. Di Francia.

[95] “Data 3 Giugno 1927. Destinatario Canonico Vitale Padre Francia – Messina”; Minuta in Scritti 60, 91.

[96] Scritti 19, 251.

[97] Parola XII 94-95   Tortona, a tavola dopo il Martirologio, il 4 Febbraio 1940

[98] In Archivio Di Francia, Roma; copia in Scritti 117, 208.

[99] Non abbiamo reperito il tele­gramma di cui qui si parla: ne dà notizia Pa­dre Carmelo Drago al Processo Informativo di Messina; riportato da Santino Bontempo, Il Beato Annibale Di Francia e il Beato Luigi Orione: ovvero l'amicizia dei Santi, Adif, 2004(X) n.1, p.7

[100] Riportato in Don Orione e la Piccola Opera VI, p.23.

[101] Don Orione e la Piccola Opera VI, p.23.

[102] Santino Bontempo, Il Beato Annibale Di Francia e il Beato Luigi Orione: ovvero l'amicizia dei Santi, Adif, 2004(X) n.1, pp.3-8.

[103] Ibidem.

[104] Così nella Lettera circolare di Madre Diodata Guerrera e Padre Giorgio Nalin, superiori generali delle due congregazioni religiose fondate da Padre Annibale Di Francia; “L’Osservatore Romano” 5 marzo 2004, p.4.

Lascia un commento
Code Image - Please contact webmaster if you have problems seeing this image code  Refresh Ricarica immagine

Salva il commento