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Messaggi don Orione
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Nella foto: Santuario della Madonna della Catena a Cassano Ionio.
Autore: Flavio Peloso
Pubblicato in: F. Peloso, “Anche voi berrete il mio calice” Padre Riccardo Gil Barcelon e Antonio Arrué Peirò martiri orionini in Spagna, Edizioni Borla, Roma 2002, pp.166, p. 60-67.

Fu una prova dolorosa per Padre Riccardo Gil e fratel Gaetano Cremaschi, per Don Orione e per tutta la Congregazione. Emanuele Brunatto aiutò la soluzione.

A CASSANO IONIO, UNA PROVA DOLOROSA

per Padre Riccardo Gil e fratel Gaetano Cremaschi,

per Don Orione e per tutta la Congregazione.[1]

 

Dopo avere trascorso oltre tre anni, da novembre 1924 a dicembre 1927, nella popolosa e povera parrocchia di Ognissanti, a Roma, padre Riccardo Gol viene trasferito. “Il 2 gennaio 1928 – ricorda Don Orione - fu mandato ancora a Cassano Ionio, custode del Santuario della Madonna della Catena”.[2]

Don Orione aveva molte perplessità sulla convenienza di continuare le attività del santuario e della casa di Cassano Ionio: ormai orfani del terremoto non ve n’erano più, il luogo era isolato con poche risorse e attività. Fu l’insistenza del vescovo diocesano Mons. Occhiuto a far decidere Don Orione a continuare almeno la cura del santuario. Don Orione spiegò al vescovo di poter disporre, per tenere aperto il Santuario della Catena, soltanto del padre Gil: “E questo con l’intendimento di non abbandonare sola la Madonna della Catena… Il Sacerdote di cui parlo dovrebbe limitarsi per ora a tenere aperto il Santuario”.[3] Il Vescovo si affrettò a rispondere che “è ben contento che venga padre Gil per tenere aperto il Santuario, però non sarebbe bene che venisse da solo, ma con qualcuno”.[4] Fu così che padre Gil, in compagnia dell’eremita Fra Gaetano Cremaschi, il 3 gennaio 1928,  fece ritorno al santuario della Madonna della Catena.[5]

Scrivendo subito a Don Orione, riferì della calorosa accoglienza ricevuta tanto dal clero che dalla gente presso la quale era conosciuto.

È a Cassano Ionio che avviene una vicenda dolorosa che scosse non solo Padre Gil, ma anche l’intera Congregazione con vasta risonanza ecclesiale e civile. Fu una prova terribile che mise in luce la virtù e la fede di padre Riccardo.

Il 13 maggio del 1928, giorno in cui si celebrava la festa della Madonna della Catena con grande afflusso di gente, si verificò presso il Santuario (situato, con l’annesso convento, su una collina isolata e lungi dall’abitato circa 3 chilometri) un criminoso avvenimento. Una bambina, Maria Ferrara, di cinque anni scomparve e poi venne ritrovata sepolta a 100 metri dal Santuario.

Indagini affrettate portarono all’arresto di tre zingare, prima, e poi, il 5 giugno, del padre Gil e del confratello eremita Fra Gaetano.[6] Fu un arresto del tutto arbitrario e fazioso. Quel giorno infatti erano presenti al Santuario il Vescovo e alcuni Prelati, il Maresciallo dei Carabinieri coi suoi militi, e il padre Gil era rimasto con loro per tutto il tempo. Non poteva in alcun modo essere sospettato del delitto. Eppure, lui e il confratello dovettero affrontare l’infamia del sospetto – ingigantita dalla stampa avida di simili notizie -[7] e l’umiliazione del carcere.

Padre Gil, in questa circostanza, manifestò grande fortezza e serenità. “La maggior pace, di cui godo attualmente – scrive nella sua relazione al Giudice istruttore -, grazie a Dio onnipotente e misericordioso, Autore d’ogni bene, mi permette di vedere con intera chiarezza le occupazioni che ebbi il giorno 13 del corrente mese, domenica e festa della Madonna, in cui si considera sparita la bambina e commesso l’enorme e ineffabile delitto, ch’io più di qualunque altro abominio detesto, Deo gratias, e che ingiustissimamente viene a me imputato”.[8]

Don Orione sofferse molto per questa vicenda e ricorse a valenti avvocati per togliere i suoi due religiosi dall’umiliante situazione.[9] “Mi sento in dovere di dichiarare che il Sac.te Riccardo Gil, nei diciotto anni circa, che è presso i miei istituti, non ha mai dato il minimo motivo di dubitare della sua condotta e onorabilità” - leggiamo in una dichiarazione scritta di Don Orione -. “Sono così tranquillo di lui e così sicuro della sua innocenza che sarei pronto, per così esprimermi, a camminare sui carboni accesi dal Piemonte alla Calabria per difenderlo”.[10]

A Roma ed in Vaticano, lo scandalo dell’arresto di Padre Gil  si ripercosse con maggiore fragore di quello scoppiato in Calabria, ma chi più di tutti fu travolto dal dolore e nella cosa che infinitamente più di tutte gli stava a cuore fu don Luigi Orione, che vedeva così irrimediabilmente compromessa la sua santa e meritevole “Opera di Carità della Divina Provvidenza”. Il santo prete si rivolse allora alla Alta Autorità Ecclesiastica in cerca di disperato aiuto, ma a causa della crescente indignazione popolare che sembrava volersi riversare interamente sulla Chiesa, riuscì soltanto ad ottenere una piccola e striminzita nota giornalistica dell’ “Osservatore Romano” , con l’articolo apparso il 28 giugno 1928 dal titolo : “A proposito di un nefasto delitto”. 

Un afflitto monsignor Felice Bevilacqua, incontrando una mattina Emanuele Brunatto in Vicariato, che che era stato “collaboratore laico” nella Visita Apostolica legata alle vicende di Padre Pio da Pietrelcina, gli disse: “hai visto che tegola è caduta sulla testa del nostro povero don Orione ? Questa volta, purtroppo, la sua congregazione è bella che finita !”.

Don Orione, che ben conosceva Emmanuele Brunatto (“Tua Madre quante volte mi ti ha raccomandato![11]), e anche a motivo delle vicende legate a Padre Pio, coinvolse nella ricerca della verità anche Emanuele Brunatto, “u poliziottu”, un devoto e tenace difensore di Padre Pio da Pietrelcina.[12]

Brunatto si recò a Cassano Ionio, presentandosi come giornalista, e giunse per primo alla sicura ricostruzione del fatto: la bambina morì battendo la testa in seguito a un impeto inconsulto del padre alterato dal vino. Alla scena assistettero anche i familiari. Per coprire il misfatto, fu architettata la messa in scena della sepoltura presso il santuario per sviare le indagini su ipotesi turpi e fantasiose, non senza la responsabilità di qualche autorità pubblica.[13]

Dopo un mese, il 6 luglio, tutto si concluse con la scarcerazione e il proscioglimento dall’accusa “per inesistenza di indizi e infondatezza dei sospetti”.[14]

Uscito dal carcere, padre Gil scrive a Don Orione. “Il mio Calvario per ora, Deo gratias, è finito. Come sa Lei, sono uscito dal carcere, la maggior tribolazione che il Signore finora mi ha mandato. Monsignor Vescovo personalmente (poveretto!), che ha lavorato immensamente per la mia scarcerazione e per la difesa del mio onore sacerdotale così calpestato, accompagnato dagli avvocati della mia difesa, che pure si sono diportati ottimamente, accompagnato pure da molti sacerdoti, si presentò nel carcere il giorno 12 e dopo brevissimo tempo uscimmo tutti dal carcere ed andammo in Chiesa a ringraziare brevemente il Signore colla recita del Te Deum laudamus e preci particolari. Di lì passammo al Convitto vescovile, dove attualmente ci troviamo aspettando le sue disposizioni. Capirà Lei il mio stato, benché non gravissimo né disperato. Preghiamo”.[15]

Un’ulteriore triste conseguenza di questa vicenda fu la morte di Fra Gaetano Cremaschi, avvenuta il 18 luglio, pochi giorni dopo la scarcerazione, per polmonite, aggravata dalle privazioni e dall’avvilimento del carcere.[16] “Al caro Fra Gaetano che santamente morì, amministrai il Viatico ed Olio Santo – informa padre Riccardo. Gli feci pure d’infermiere fino alla morte. Quante tribolazioni, mio Dio!”.[17]

Francesco Donadio ricorda: “Io frequentavo assiduamente la Parrocchia della SS. Trinità in Castrovillari, retta da Mons. Giuseppe Angeloni, arciprete e rettore del Convitto Vescovile che ospitava anche l’Oratorio Parrocchiale. Qui noi ragazzi venimmo a conoscenza di quanto era accaduto nella festa della Madonna della Catena, a Cassano, col coinvolgimento dei religiosi e, poiché io abitavo tra il Convitto e il vicino Carcere, fui incaricato dall’Arciprete di portare all’ora di pranzo, con discrezione e prudenza, il cibo che preparavano in Convitto per loro. Quando furono scarcerati vennero accolti nello stesso Convitto anche se per breve tempo, lasciandovi però un tale Fra Gaetano, ammalato e che io assistetti fino alla sua morte avvenuta sotto i miei occhi nello stesso Convitto di Castrovillari. Intanto per me, forse anche per essere stato partecipe di quei tristi avvenimenti, Iddio fece maturare la vocazione al Sacerdozio”.[18]

Pur avendo più precise notizie sulle responsabilità del crimine, raccolte da Emanuele Brunatto, il caso della bambina uccisa e sepolta vicino al santuario della Madonna della Catena restò un caso insoluto, almeno per la giustizia, che solo pervenne alla certezza della estraneità nelle vicende dei due religiosi orionini.

 

 

 

 

Ha scritto la sua autobiografia in terza persona, con il pseudonimo di Pubblicano, raccolta in un manoscritto del 1955, in francese, intitolato “Israël mon premier né”. Si tratta di memorie “ rigorosamente veridiche nei loro minimi dettagli”. Questo manoscritto autobiografico è stato recentemente pubblicato con il titolo Padre Pio. Mon Père spirituel, Editions de L’Orme Rond, le 12 mars 2012 en la Fête de saint Luigi,

Dans ses memoires autobiographiques Padre Pio. Mon Père spirituel (Editions de L’Orme Rond, 2011) Emanuele Brunatto dédie un chapitre - Le père Gil, p.129 à 145 - pour décrire ce qu’il a fait en faveur de Don Orione pour la défense de ses deux religieux père Riccardo Gil et de son frère Gaetano Cremaschi, accusés d’avoir tué une fille Cassano Ionio en 1928.

 


[1] F. Peloso, Anche voi berrete il mio calice. Padre Riccardo Gil Barcelón e Antonio Arrué Peiró martiri orionini in Spagna, Borla, Roma, 2002, p.60-67.

[2] Scritti Orione 16, 200 .

[3] Lettera del 22.1.21927, APO.

[4] Da lettera di don Antonio Melomo del 26.12.1927, APO.

[5] Ritornando in Calabria, padre Riccardo si lasciò crescere ancora la barba, che Don Orione gli avevo chiesto di tagliarsi nel 1926 quando era a Roma, per presentarsi alla popolazione di Cassano come era stato conosciuto precedentemente.

[6]Per avere cagionato la morte di Ferraro (sic) Maria in Cassano Ionio nel maggio 1928”, si legge ne registri del Carcere di Castrovvillari; in APO.

[7] Se ne occupò, a difesa dei due religiosi, anche L’Osservatore Romano con vari articoli del 23 giugno, 14, 15, 16 e 21 luglio. Al termine della vicenda, il 24.7.1928, padre Gil volle manifestare la propria riconoscenza al Direttore de L’Osservatore Romano: “Io ringrazio Lei, Signor Direttore vivissimamente – scrisse padre Gil -, e con tutto il mio cuore per quel che ha fatto in favore della verità, in onore della classe sacerdotale e di questo povero sacerdote, che Gli sarà sempre riconoscentissimo”.

[8] Relazione al Giudice istruttore di Castrovillari del 18.6.1928; in Scritti Orione 74, 235, 185-187; 84, 253.

[9] Abbiamo scelto uno dei penalisti di Napoli, oltre l’avvocato di Castrovillari – scrive Don Orione; Scritti Orione, 63, 19.

[10] Scritti Orione 74, 186. Don Orione in altra circostanza scrisse: “Sono tanto sicuro innanzi a Dio dell’innocenza di padre Gil nei misfatti che gli si vogliono addebitare, quanto posso essere certo di non averli commessi io stesso”; Scritti Orione 74, 236.

[11] F. Peloso, Don Luigi Orione e Padre Pio da Pietrelcina. Nel decennio della tormenta (1923B1933), Jaca Book, Milano, 1999, p.164.

[12] Le relazioni tra Don Orione e Brunatto nelle vicende di Padre Pio sono ben documentate in F. Peloso, Don Luigi Orione e Padre Pio da Pietrelcina. Nel decennio della tormenta, II ed., Jaka Book, Milano, 2004, pp.192.

[13] Vedi “Deposizione di Emanuele Brunatto” in ADO: Il vescovo di Cassano, Mons. Occhiuto, a liberazione avvenuta dei due religiosi incolpati, scrisse a Don Orione: “Sono convinto che causa della montatura è stato il Commissario Bellanca, il quale sperava di guadagnare il premio ed ha agito con estrema leggerezza”; Lettera del 26 luglio 1928; APO:        

[14] Registri del Carcere di Castrovillari; in APO. Cfr Summ. doc. 20c, p.82. L’Osservatore Romano del 15 luglio denunciò duramente le responsabilità che avevano portato a montare “la sanguinosa offesa recata ad un innocente, ad un pio sacerdote”. “Responsabilità per chi operò con incoscienza incredibile l’arresto e ne lasciò propalare le fantastiche e pur orribili ragioni – scrive l’autorevole quotidiano della Santa Sede -; responsabilità per chi con leggerezza altrettanto inqualificabile, specialmente per aver obliato troppo presto il monito divulgò la notizia senza risparmiare né nome, né aggravanti, né tutto che suole, nella cronaca nera, abbondare per renderla più curiosa e impressionante; responsabilità per chi, contro tassative disposizioni superiori, contro, ripetiamo, l’esperienza già fatta circa le rettifiche cui costringe la precipitata pubblicità di certe notizie, ha permesso che esse si divulgassero. (…) Lo dimostra oggi la dichiarazione del magistrato: nemmeno gli indizi vi erano! Solo delle invenzioni!”.

[15] Lettera del 15 luglio 1928, APO.

[16] L’arciprete  Giuseppe Angeloni ospitò i due religiosi all’uscita del carcere e scrisse a Don Orione: “ Povero, fra Gaetano, vero tipo di silenziosa e umile laboriosità, di spirito di sacrificio, Egli l’aveva detto: Il Signore accetti la mia vita, purché sia riconosciuta l’innocenza”. E il Signore ha accettato la sua oblazione”; in APO.

[17] Lettera a Don Orione del 24.7.1928, APO. Ne diede notizia, indignato, anche L’Osservatore Romano del 21 luglio: ”Il Cremaschi, già avanzato in età, arrestato senza mandato di cattura come complice nel delitto insensatamente attribuito al P. Gil, fu tradotto a piedi, per vari chilometri, ammanettato, deriso e dileggiato dalla ragazzaglia sino alle carceri. Il colpo morale che ne ebbe, e quanto abbia sofferto in carcere il piissimo fratello, è più facile immaginare che descrivere. Scarcerato dopo circa un mese, il 5 luglio uscì dalla prigione febbricitante e abbattutissimo. Si mise a letto, una polmonite l’aggravò rapidamente e morì con edificante rassegnazione cristiana, assistito pietosamente dall’arciprete Angeloni e dal P. Gil”.

[18] Testimonianza di don Francesco Donadio che studiò per qualche anno con Don Orione al “Paterno” di Tortona e poi divenne sacerdote diocesano, APO.

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