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Messaggi don Orione
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La storia del popolo armeno riflessa nella vicenda di un gruppo di orfani, ospitati nell'Istituto orionino di Rodi

DON ORIONE PER GLI ORFANI DEL GENOCIDIO ARMENO

La storia di un popolo nella vicenda di un gruppo di orfani.

 

Don Flavio Peloso

Corso di storia e spiritualità orionina, Roma, 19 dicembre 2019

 

L’Armenia

Il popolo armeno è attualmente insediato nella regione dell’antico regno armeno; circa l’80% è compreso nella Turchia; il resto forma il territorio della Repubblica di Armenia, tranne due piccoli lembi orientali appartenenti alla Georgia e all’Iran. Con l’occupazione araba (660-680), l’Armenia divenne una provincia di confine dell’Impero musulmano. Nel 1064 Ani, capitale reale armena, e tutta l’Armenia caddero in potere dei Turchi e, successivamente, di altre potenze straniere, fino alla dominazione turca che giunse ad attuare lo sterminio in massa del popolo armeno durante la prima guerra mondiale eliminando un milione e mezzo di Armeni.[1]

Dal punto di vista religioso, fatto fondamentale fu, nell'anno 301, il battesimo del re armeno Tiridates III da parte di san Gregorio Illuminatore; poco dopo, tutta il popolo armeno giunse a confessare la fede cristiana e ad essere battezzato. Iniziò così la storia travagliata e gloriosa della Chiesa di Armenia. Situata al crocevia di diversi popoli e diverse culture, questa Chiesa ha instaurato, sin dal Medioevo, rapporti cordiali e scambi fecondi con il cristianesimo bizantino, siro e latino.[2] Nell’ambito del dialogo ecumenico con la Chiesa cattolica, la Chiesa apostolica armena ha sottoscritto le dichiarazioni comuni di fede cristologica che hanno superato incomprensioni teologiche, difficoltà linguistiche, diversità culturali e reciproche diffidenze, sorte con il Concilio di Calcedonia del 451.

La travagliata storia del popolo armeno è ancora fonte di tensioni e conflitti. Gli Armeni chiedono che vengano loro restituite le terre turche e che si riconosca che sono stati vittime di un genocidio. Il riconoscimento dello sterminio degli Armeni è stato tra le condizioni poste dal Parlamento Europeo per l’ingresso della Turchia nell’Unione Europea. A tutt’oggi, in Turchia, nominare in pubblico il genocidio rappresenta un reato punibile con tre anni di carcere. Anche molti altri Stati negano il genocidio per motivi ideologici e politici.[3]

La Chiesa da sempre ha fatto conoscere pubblicamente quanto avvenuto al popolo armeno. Papa Francesco, il 12 aprile 2015, nel centenario dell’inizio del Metz Yeghern (il “Grande Male”), ha voluto fare memoria di questo “genocidio” durante una solenne celebrazione nella Basilica di San Pietro e suscitò vivaci polemiche.

C’era grande attesa per vedere se Papa Francesco avrebbe pronunciato la parola “genocidio”, rifiutata dalla Turchia. Papa Francesco ha fatto esplicito riferimento a “tre grandi tragedie inaudite: la prima, quella che generalmente viene considerata come «il primo genocidio del XX secolo»;[4] essa ha colpito il vostro popolo armeno – prima nazione cristiana –, insieme ai siri cattolici e ortodossi, agli assiri, ai caldei e ai greci. Furono uccisi vescovi, sacerdoti, religiosi, donne, uomini, anziani e persino bambini e malati indifesi. Le altre due furono quelle perpetrate dal nazismo e dallo stalinismo. E più recentemente altri stermini di massa, come quelli in Cambogia, in Ruanda, in Burundi, in Bosnia”.

Poi, rivolgendosi direttamente ai fedeli armeni, Papa Francesco ha proseguito: “Oggi ricordiamo con cuore trafitto dal dolore, ma colmo della speranza nel Signore Risorto, il centenario di quel tragico evento, di quell’immane e folle sterminio, che i vostri antenati hanno crudelmente patito. Ricordarli è necessario, anzi, doveroso, perché laddove non sussiste la memoria significa che il male tiene ancora aperta la ferita; nascondere o negare il male è come lasciare che una ferita continui a sanguinare senza medicarla!”.[5]

La Congregazione orionina[6] è unita nella solidarietà della fraternità cristiana e della verità storica, perché in anni lontani, San Luigi Orione ha scritto una bella pagina di carità per salvare un gruppo di orfani di quel genocidio. Nel 1924, accolse nel suo Istituto di Rodi un gruppo di orfanelli della terribile persecuzione contro gli armeni-cristiani.  Due di essi, Petros (Pietro) Chamlian e Onnik (Giovanni) Dellalian, divennero religiosi orionini.

 

 

Cosa avvenne in Armenia?

Il massacro degli Armeni (Metz Yeghern, il “Grande Male”) che vivevano entro i confini dell’Impero ottomano (attuale Turchia) iniziò un secolo fa, esattamente il 24 aprile 1915; in quel giorno i capi della comunità armena di Costantinopoli – l’attuale Istanbul - furono arrestati, deportati e uccisi. Successivamente, i Turchi eliminarono oltre un milione e mezzo di Armeni, praticamente l’intero popolo armeno presente nel territorio dominato dall’impero ottomano. Le atrocità con cui è stato realizzato questo piano di eliminazione sono ormai bene documentate.

Non fu solamente un’azione di guerra. Si volle eliminare l’intero popolo armeno dalla Turchia, allora dominata dal movimento nazionalista dei “Giovani Turchi” che prese il potere nel 1908. Il movimento si prefisse di creare un grande impero panturco esteso dal Mar Egeo fino ai confini della Cina e, siccome gli Armeni erano situati come un cuneo etnico e religioso fra i turchi dell’Anatolia e quelli del Caucaso, furono considerati un ostacolo e dunque eliminati. 

L’occasione per realizzare il piano si presentò nel 1915, quando le potenze europee erano impegnate nella prima guerra mondiale e non potevano interferire nelle faccende interne della Turchia. Furono chiamati alle armi tutti gli Armeni validi e, separati dai loro reparti, furono uccisi. Furono poi arrestati e uccisi tutti gli intellettuali, i sacerdoti, i dirigenti politici. Nelle città e nei villaggi abitati dagli Armeni restarono solo donne, vecchi e bambini. La loro eliminazione avvenne con la deportazione, operata con il pretesto della vicinanza alle zone di guerra. Lunghe colonne umane venivano messe in marcia a piedi, senza meta, in zone desertiche, e qui le persone venivano lasciate morire per fame, sete, malattie e stenti.[7]

Le stime concordano che le vittime furono un milione e mezzo. Sopravvissero quanti riuscirono a scappare e quella parte del popolo armeno che viveva fuori del confine turco. L’Armenia turca fu praticamente svuotata dei suoi abitanti.

Anche dopo la caduta del regime dei “Giovani Turchi”, lo Stato turco non volle riconoscere questo sterminio e iniziò una politica di silenzio mai interrotta.

Il gesto di Papa Francesco per ricordare al mondo il genocidio del popolo armeno fa parte di un percorso storico di attenzione e solidarietà concreta della Chiesa cattolica verso questa tragedia e le sue vittime. Per molto tempo fu voce quasi solitaria.

La Turchia, a tutt’oggi, non riconosce storicamente questo genocidio, anzi lo riduce a una normale operazione politica militare. La negazione della tragedia armena preparò le condizioni per quella successiva degli ebrei, ad opera del nazismo.

Quando Papa Benedetto XV, il 10 settembre 1915, inviò una lettera al Sultano dicendo: “Ci strazia l’animo, Ci giunge dolorosissimo l’eco dei gemiti di tutto un popolo, il quale nei vasti domini ottomani è sottoposto ad inenarrabili sofferenze”, la risposta del Sultano – dopo due mesi – fu per giustificare che quanto avveniva era “unicamente per difendere l’integrità del mio Impero contro i suoi nemici”. Questa è ancora la valutazione della Turchia attuale.

Papa Benedetto XV si adoperò per la salvezza del popolo armeno e fu l’unico sovrano e l’unico capo religioso a protestare pubblicamente presso il Sultano contro questo massacro. Gli altri capi di Stato, che pur sapevano quanto stava accadendo poiché tutti i giornali internazionali ne parlavano, non intervennero. Il genocidio passò quasi del tutto sotto silenzio. Quando Adolf Hitler, nel 1939, ordinò di procedere per la “soluzione finale”, quindi con lo sterminio degli ebrei, qualcuno provò ad eccepire che sterminare milioni di ebrei non sarebbe passato inosservato, ma il Führer sentenziò: “Chi si ricorda oggi dello sterminio degli armeni?”.

 

La Piccola Opera in favore degli orfani armeni

La Chiesa si adoperò come poté per la salvezza degli Armeni.  Un piccolo capitolo della solidarietà della Chiesa fu scritto da anche Don Orione e dalla sua giovane Congregazione.

Lasciamo a un protagonista della vicenda raccontare come andarono le cose: Petros (Pietro) Chamlian.[8]

“La persecuzione turca cominciata nel 1915 arrivò nel 1918 anche ad Ankara, portando via con violenza tutti i maschi dai 15 anni in su, quindi anche mio padre. Il Vescovo armeno cattolico mons. Giovanni Naslian, residente a Costantinopoli, mandò un suo sacerdote, G. Babagianian, perché raccogliesse, in una casa offerta da una ricca famiglia americana di nome Prinz, quanti ne poteva di ragazzi e ragazze orfani. Anch’io fui accolto, assieme a mia sorella Margherita nel 1919. Al mio arrivo, trovai qui il piccolo Onnik (Giovanni) Dellalian, di quattro anni, che poi sarà il mio inseparabile amico. Poi, il citato Vescovo raccolse i fanciulli nella sua sede episcopale di Istanbul. Eravamo circa 60 ragazzi, dai sette ai quattordici anni; erano i primi giorni di ottobre del 1922. Dopo tre anni, un bel giorno, erano le vacanze del 1925, arriva da Roma un seminarista armeno, che parlava l’armeno, il turco e l’italiano, e così abbiamo cominciato a imparare l’italiano e le principali preghiere, dicendoci che presto sarebbe arrivato dall’Italia un sacerdote, che ci avrebbe accompagnati tutti a Rodi, in un Istituto aperto per noi dall’Opera di Don Luigi Orione. Abbiamo saputo poi che il Vescovo di Istanbul, non avendo più mezzi per mantenere circa 60 ragazzi, aveva cercato un’opera benefica a cui affidarci e non sappiamo per quale via misteriosa, era arrivato a Don Orione”.

La via misteriosa di cui parla Petros Chamlian ha un nome: il servo di Dio Mons. Fra Cirillo J. Zohrabian,[9] vescovo missionario cappuccino. Egli ricorda: “Nel 1924, d’accordo coi Cavalieri di Malta, si decise di fondare una scuola agricola per i figli degli Armeni massacrati dai turchi. Pensavo, io Ordinario degli Armeni profughi in Grecia, di affidare detto orfanotrofio ad altre istituzioni. Prima di ricorrere a queste domandai consiglio al senatore E. Schiaparelli[10] presidente dell’Associazione italiana “Italica Gens”[11] con sede a Torino. Questi dopo avermi ascoltato. Mi rispose: “Non le consiglio altro…le indicherò un santo vivente in carne ed ossa, umile, comprensivo, Don Luigi Orione”. Io lo conoscevo soltanto di nome. I Cavalieri di Malta diedero due milioni a Schiaparelli, il quale aggiunge il necessario per comprare l’immensa proprietà dai Fratelli delle Scuole Cristiane de la Salle di Rodi e organizzare la scuola agraria, che fu affidata ai Figli di Don Orione…”.[12]

Rodi era sotto la sovranità dell’Italia dal 1922 che aveva un proprio Governatore che qui risiedeva.[13] A Rodi la nuova Colonia agricola[14] era accanto alla casa del Governatore Lago, in un luogo di proprietà dei Cavalieri di Malta.

Inizialmente, già nel luglio del 1924, il senatore Schiaparelli aveva interessato Don Orione per accogliere un gruppo di orfani armeni in qualche suo istituto di Roma.[15] Successivamente propose che i suoi religiosi dirigessero un Istituto  agrario avuto in dono dall’Ordine di Malta, a Rodi. Don Orione accettò la proposta e incaricò Don Vittorio Gatti di trattare con il Principe Chigi, Gran Maestro dell’Ordine di Malta, per prelevare gli orfani Armeni. [16] Nel luglio 1925, inviò a Rodi Don Bruno Camillo con altri confratelli.[17]

Fu così che, il 14 settembre 1925, un gruppo di orfani Armeni, sotto la tutela del padre Cirillo Zohrabian a Costantinopoli/Istanbul, vennero finalmente accolti a Rodi.[18]

Dellalian racconta: “Arrivammo al porto di Rodi. Fermatasi la nave in alto mare, incominciarono ad avvicinarsi barche e barconi, per venire a caricare persone e merci. Noi, essendoci messi in gruppo, vedemmo salire sul nostro piroscafo e venire incontro a noi un sacerdote abbastanza giovane, con barba rasa ma fitta, con una piccola macchia bianca sui capelli. Era Don Camillo Bruno, il direttore della casa dove eravamo diretti. Mi ricordo ancora il primo sguardo che dette a noi con un dolce sorriso, che già esprimeva l’anticipata simpatia che poi sempre ebbe per noi Armeni. Ci accompagnò al Collegio: era un bellissimo palazzo a due piani, posto in un sito incantevole. Davanti, a quattro passi, si stendeva il mare. Nell’interno invece, oltre un bellissimo cortile (ciò che più interessava noi), vi erano dei prati con dei mulini a vento e un boschetto di mandarini. Passarono qui alcuni anni, forse e senza forse gli anni più belli della mia vita”.[19]

Otto di quegli orfanelli, in seguito, manifestarono vocazione al sacerdozio: Chamlian Petros di anni 14; Dellalian Onnik di anni 12; Benlian Bergi di anni 14; Bodurian Pasquale di anni 15; Delimentinian Giuseppe di anni 14; Deragopian Stefano di anni 14; Deragopian Giacomo di anni 15; Sciahian Giorgio di anni 14.

Don Orione volle che quegli otto giovanetti giunsero in Italia il 3 luglio 1928. Li accolse, a Via delle Sette Sale 22. “Ci espresse la sua contentezza di avere nella sua Congregazione degli orientali nella persona di noi armeni, ci parlò dell’Armenia martire e della recente persecuzione. A pranzo ci fece cantare nella nostra lingua”, ricorda Petros Sciamlian.

Poi “Don Bruno ci portò a Roma – è Giovanni Dellalian[20] a raccontare -, nel vecchio San Filippo di Via Alba; era Direttore Don Fiori. Ricordo che ci fecero visitare la città. Vedemmo poi Don Orione quando, trasferiti a Monte Mario, si parlava di darci il santo abito. Ce lo promise più volte, ma tramandava, finché il 4 aprile 1929, festa di S. Isidoro, si decise: Beh, è l’ora; vi metto la Veste! Io ero il più piccolo. L’abito sacro era secondo il costume armeno, con fascia rossa. Ci disse tutta la sua gioia per un gruppo di chierici armeni che iniziavano a realizzare la sua brama di riportare in Congregazione l’universalità dei riti della Chiesa Romana e quel senso di cattolicità, di cui aveva pieno lo spirito”.

 

Le parole di Don Orione alla vestizione dei chierici armeni

Il rito della vestizione di 7 di quei giovani si tenne il 4 aprile 1929, nella cappella della Colonia Santa Maria.[21] Don Orione benedisse e consegnò l’abito sacro secondo il costume armeno e con la fascia rossa.

Nell’omelia disse: “La Provvidenza che ha preso giovani e li ha portati dall’Armenia attraverso la Turchia e poi a Rodi fino a Roma, basta farci riflettere e commuovere; molto più ci fa lieti questo evento che nella nostra Piccola Congregazione trova uniti qui in questo luogo, davanti al SS.mo Sacramento, orientali, latini. Di questa unione già si parla nel primo decreto di approvazione della Congregazione della Piccola Opera della Divina Provvidenza.

Questi stessi giovani che voi vedete qui sono quasi tutti figli di martiri, alcuni hanno martiri dei fratelli, altri hanno avuto uccisi i genitori, chi il padre e chi la madre, tutti insomma hanno un congiunto, un amico che hanno dato il sangue per la fede. E io dico sempre a questi cari figlioli: Pregate per la vostra Patria affinché cessi la persecuzione, preghiamo davvero anche noi per l’Armenia insanguinata affinché per le nostre preghiere e molto più per quelle numerose legioni di martiri voglia Iddio concedere la pace non solo ma faccia sì che il sangue non sia stato sparso invano e anche gli infedeli e musulmani vengano in grembo alla vera Chiesa.

L’Armenia, unica Nazione cristiana in mezzo al mondo Maomettano, vide più volte scorrere il sangue dei suoi figli per suggellare la fede in Gesù Cristo ed è per questo che, cari miei figlioli, anch’io cingo di una fascia rossa affinché vi ricordiate della vostra Patria martire, dei vostri antenati che diedero il loro sangue a difesa della fede di Roma e siate pronti a servirla anche voi mostrando di essere figli non indegni dei vostri padri”.[22]

Rimase famosa l’udienza collettiva che Pio XI concesse agli Armeni in Roma, nel mese di maggio del 1929, in occasione della Beatificazione del martire armeno Der Gomidas Komurgian. “Eravamo stati invitati anche noi, chierici, perché appartenenti a quella nazionalità”, come ricorda Dellalian. Don Orione ci accompagnò, ma nella sala delle udienze si nascose tra due finestre protette da cortine. Spariva, tra i panneggi, in quell’angolo. Quando passò Pio XI, e porse a lui, come agli altri, la mano da baciare, lo riconobbe subito e fece quasi un passo indietro, dicendo: Don Orione qui!”. Chamlian precisa che “Don Orione presentandoci al Santo Padre come suoi chierici, disse: Padre Santo, in questo momento sono anch’io armeno. Ed allora il Papa a lui: Eh lo so: Don Orione omnibus omnia factus ed ora s’è fatto anche armeno”.[23]

Ho potuto riannodare i ricordi di questa piccola epopea dei chierici armeni incontrando Katerina, la figlia di Bergi Benliyan, uno di quegli otto giovani cui Don Orione diede l’abito clericale il 4 aprile 1929. La conobbi nel 2008 e abbiamo condiviso le notizie di quei tragici eventi e di quella vicenda di umanità nella quale entrò anche il papà Bergi.

“Mio padre si chiama Bergi Benliyan era nato il 15 agosto del 1914 a Varna”, informa Katerina. “Viveva a Costantinopoli, nel momento più tragico direi. So che mia nonna vestiva mio padre da bambina per salvarlo, ma ad un certo punto, quando il bambino frequentava la chiesa cattolica ed era in età per essere preso dai turchi e portato nei loro collegi, arrivò il momento di prendere una decisione drastica. In questo Don Orione ebbe un ruolo importante… un certo numero di bambini furono a Rodi prima e poi  in Italia”.

Katerina conserva una foto in cui appaiono Bergi, ragazzo di 13 anni, la mamma, la nonna e la sorellina. “Il padre di Bergi era uscito di casa e non ne fece più ritorno. Dietro la foto c'è scritto dalla mamma, in armeno: Settembre 1925, domani mio figlio parte per l'Italia ed io non so se lo rivedrò più. Di fatto non lo rivide più. Il giorno dopo Bergi partì per l’Istituto di Rodi, poi andò in Italia con Don Orione”.

Bergi Benliyan lasciò Costantinopoli per Rodi, fu nell’Istituto di Acandia, diretto da Don Sante Gemelli. Il 29 giugno 1928, con un gruppetto di giovani aspiranti, partì in nave da Rodi, con soste a Corfù e Brindisi, per giungere a Roma il 3 luglio, accolto da Don Orione. Un anno dopo, il 4 aprile 1929, fecero la vestizione; nell’ottobre 1929, passò al probandato di Voghera e poi al Noviziato di Villa Moffa. Qui ebbe problemi di salute. Nel Diario della casa, alla data 18 marzo 1931, si legge: “Il chierico Bergi tornò dall’ospedale”. Molto probabilmente, poco dopo lasciò l’Italia per tornare a Rodi. Qui si sposò ed ebbe i figli Ilario e Katerina. Morì a Roma nel 1983.

“I racconti di mio padre di quel tempo erano molti – dice Katerina -. Rimase sempre legato a tutti voi di Don Orione”.

 “Nel 1931 andai in noviziato – ricorda Dellalian -; eravamo 3 novizi armeni, sotto la direzione del buon Don Cremaschi. Don Orione veniva a visitarci quando poteva”. Nel Diario di Villa Moffa, anno 1931-1932, risultano i nomi di Dellalian, Chamlian, Delimentinian, Bondurian e Benliyan. Di questi, giunsero alla fine del noviziato solo i primi due, ma non poterono emettere la professione perché sorsero difficoltà a motivo del rito armeno e della procedura canonica da seguire.

Dellalian ricorda che “Nell’anno 1932 potei fare i voti a Montebello, dove trascorsi anche l’anno 1933; poi, nel 1934, passai a Tortona, al Paterno, per la filosofia. Quando c'era Don Orione, in Tortona, ci consolava e ci ripagava di tutto con la sua presenza, col suo fascino, colla sua santità, con la sua meravigliosa parola. Dopo la cena, sentivamo più che mai la sua paternità perché il più delle volte, soprattutto nell'inverno, o quando pioveva, ci tratteneva a tavola, la sera, e lì ci dava la “buona notte”.

Don Orione dal 1934 al 1937 fu per la seconda volta in sud-America e sappiamo della sua intensa attività caritativa e apostolica, ma non dimenticò i suoi due  chierici Armeni che presto avrebbero dovuto ricevere l’ordinazione sacerdotale. Desiderava che fossero ordinati secondo il rito armeno. Da Buenos Aires, il 15 ottobre 1936, scrisse a Don Sterpi in questi termini: “Per gli Armeni  rivolgetevi a Mgr. Rossum, alla  S. Congregazione degli Orientali, esponete il caso, sentite cosa vi dirà, riferitemelo. Io vorrei che, stando in Congregazione, siano però del loro rito, e si tengano pronti ad andare, quando la Santa Sede crederà, a lavorare in Oriente pei loro Armeni, tanto martoriati. Saranno un vincolo con Roma, tanto più che la maggior parte degli  Armeni sono scismatici: ce n’è molti anche qui, Armeni, ma scismatici coi loro sacerdoti scismatici.  Ossequiatemi Mgr. Rossum è uno dei capi della Congregazione per gli Orientali”.[24]

            Il desiderio di Don Orione non si realizzò. Il 12 luglio 1942 Dellalian e Chamlian ricevettero l’ordinazione sacerdotale secondo il rito latino, nel Santuario della Madonna di Caravaggio a Fumo di Corvino San Quirico (PV), con altri 12 confratelli.

            Don Orione morì il 12 marzo 1940 e non poté vedere sacerdoti quei due figli del popolo martire di Armenia. Non vide gli orrori della seconda guerra mondiale e quanto accadde a Rodi, dove il tempo più terribile giunse con la caduta del fascismo, l’8 settembre 1943, quando i tedeschi occuparono l’isola. L’Ospizio di Acandia, fu depredato dai nuovi occupanti; il podere della Casa dei Pini venne adoperato come campo di prigionia per i militari italiani, che vi patirono violenze continue. Il peggio venne quando Rodi venne isolata dalla flotta inglese, fu fatta oggetto di sanzioni, furono impediti rifornimenti alimentari e farmaceutici per obbligare i tedeschi ad arrendersi per fame.

“I tedeschi asserragliati a Rodi, terrorizzavano l’isola – racconta Katerina Benliyan -.[25] Avevano requisito tutto non solo quello che c’era da mangiare ma anche i piccoli appezzamenti di terreno coltivati a patate. La gente per sopravvivere mangiava anche l’erba comune, ma questo procurava grandi dolori e l’addome si gonfiava in modo esagerato e dopo c’era la morte”.

Finalmente, la guerra terminò e lentamente riprese la vita. Nel maggio 1945, Rodi passò sotto amministrazione militare britannica. L’Ospizio di Acandia fu destinato ad accogliere profughi greci e italiani. I religiosi poterono continuare in qualche modo la loro opera, ma nel 1947, il trattato di pace stabiliva il passaggio del Dodecaneso alla Grecia. Alla fine del 1948, l’Ospizio di Acandia passò definitivamente in mani greche; i pochi orfani rimasti vennero imbarcati per l’Italia, mentre don Gismondi, lasciò definitivamente Rodi nel 1949, dopo che per 25 anni la Piccola Opera svolse un lavoro assiduo e ricco di frutti.

            Di quella stagione proficua della Congregazione a Rodi e dell’aiuto agli orfani armeni rimase la presenza di Don Onnik Dellalian e di Don Petros Chamlian, apostoli di carità in Cile, il primo, e in Francia, il secondo. L’intera vicenda continua a testimoniare la carità disinteressata e sacrificata verso un popolo schiacciato e quasi cancellato da egoismi ideologici inumani da parte di Don Orione e della Congregazione. Questi, non solo ne salvarono la vita ma ne rispettarono la storia e l’identità, anche religiosa, con grande apertura ecumenica.

 


[1] Per una conoscenza essenziale della storia del popolo armeno, B.L. ZEKIYAN, L’Armenia e gli Armeni. Polis lacerata e patria spirituale: la sfida di una sopravvivenza, Milano, Guerini e Associati, 2000, p.17-75.

[3] A riconoscere il genocidio armeno sono molti Stati europei, Siria, Libano, Russia, Canada e alcuni Stati sudamericani quali Argentina, Bolivia, Cile, Paraguay, Uruguay, Venezuela. La Germania solo dal 2 giugno 2016 l’ha riconosciuto. La Camera degli Stati Uniti ha riconosciuto il genocidio armeno il 30 ottobre 2019 e il Senato il 12 dicembre seguente. Cfr C. Mutafian, Breve storia del genocidio degli Armeni, Milano, Guerrini e Associati, 2000; M. Flores, Il genocidio degli Armeni, Il Mulino, 2006; G. Sale, La strage degli Armeni, “La Civiltà Cattolica” 4 (2001), pp. 538-551.

[4] Giovanni Paolo II e Karekin II, Dichiarazione Comune, Etchmiadzin, 27 settembre 2001.

[5] Già durante l’udienza privata al Patriarca armeno-cattolico del giugno 2013, Papa Francesco aveva riconosciuto il massacro degli armeni come il primo genocidio del ventesimo secolo. È avviato il processo di beatificazione di mons. Mikael Khatchadourian, vescovo di Malatya, uno dei cinque vescovi martiri del genocidio armeno, strangolato con la catena della sua croce pettorale. Una morte in odium fidei.

[6] Clerici Paolo, Don Orione padre degli orfani del genocidio armeno, “Messaggi di Don Orione”, n.122 (1/2007), p.5-43; Luca Pignataro, La presenza orionina a Rodi, “Messaggi di Don Orione”, n.133, (42)2010, p.79-93.

[7] I registi fratelli Taviani hanno dedicato all’eccidio dell’Armenia un loro film dal titolo La masseria delle allodole (2007), tratto dall’omonimo romanzo di Antonia Arslan, vincitore del Premio Stresa di Narrativa nel 2004. Narra le vicende di una famiglia armena dell’Anatolia all’epoca del genocidio armeno (1915).

[8]P. Chamlian, La storia degli Armeni nell’Opera Don Orione, Dattiloscritto, in Cart. Chamlian, ADO, p. 1-2. Pierre Chamlian era nato ad Ankara (Turchia) il 20 aprile 1913 da famiglia armena cattolica. Orfano di padre  per la persecuzione venne accolto a Rodi  da Don Camillo Bruno nel settembre del 1925. Entra nella Congregazione di Don Orione il 14 luglio 1928, ricevendo il caratteristico abito ecclesiastico armeno dalle mani dello stesso Don Orione, nella Colonia di Monte Mario, il 4 aprile 1929. Dopo il ginnasio, completato tra Roma e Voghera (1928-1931), “frequentò l’università Gregoriana a Roma, per la filosofia, di cui ottenne la licenza nel 1934 e la teologia, con relativa licenza nell’ottobre 1940 Ricevette il sacerdozio nel Santuario della Madonna di Caravaggio a Fumo (PV) il 12 luglio 1942. Sacerdote e religioso dal carattere generoso servì la Congregazione soprattutto in campo giovanile in diverse istituzioni italiane per poi passare in Francia soprattutto al Foyer Internazionale di Parigi Saint Ouen, dove trascorse parte importante della sua vita in dedizione fraterna a molti giovani bisognosi di aiuto e assistenza. Qui morì il 17 marzo 1993. Don Pierre accarezzò il sogno prospettato da Don Orione – allorché un gruppo di giovani Armeni manifestò propositi di vocazione – di dar vita in Congregazione a un drappello di sacerdoti con vesti e liturgia armeno cattolica: poi accettò di esercitare il ministero secondo il rito latino conforme a disposizioni della Sacra Congregazione per la Chiesa Orientale (1942).

[9] Su Zohrabian vedi G. Spagnolo, Il missionario che non si fermò mai. Mons. Cirillo Giovanni Zohrabian,, Palermo, Fiamma serafica ed., 1979; S. Monteduro, Cirillo Zohrabian ecumenismo vissuto, Roma 1981; F. S. Cuman, Piedi spezzati. Cirillo Giovanni Zohrabian vescovo armeno cappuccino, Roma, 1982; E. Picucci, Il vescovo Cirillo  Zohrabian missionario sempre in cammino, in  Mariano d’Alatri (a cura di) Santi e santità nell’ordine cappuccino, III, Il Novecento, Roma, 1982, pp. 407 – 417; G. D’Ascola, Zohrabian,Cirillo Giovanni, in Biblioteca Santorum. Prima appendice, Roma, 1987, 1478 – 1479; F. S. Cucinotta, Mons. Cirillo Zohrabian in Grecia (1923 – 1938). L’autobriografia inedita. Excerpta ex Dissertatione ad Doctoratum, Roma, Pontificio Istituto Orientale, 2003.

[10] Cfr. A. Lanza, Don Orione e il senatore Ernesto Schiaparelli in Don Orione oggi, 91 (1996/6),pp.12-13.

[11] L’Italica Gens è un’associazione fondata nel 1909 dal Sen. Schiaparelli con lo scopo di “ mantenere vivo il sentimento nazionale” tra gli italiani all’estero e coordinare, d’intesa con le autorità governative italiane, le iniziative in favore degli emigrati, volte al miglioramento delle condizioni materiali e, soprattutto all’educazione e all’istruzione.

[12] C. G. Zohrabian, A servizio dei fratelli. Memorie di vita missionaria, 1 vol., Fiamma Serafica ed., 1965, p. 124.

[13] Governatore di Rodi fu Mario Lago (1924-1936) e poi Cesare Maria de Vecchi, conte di Val Cismon (1936-1940). Vedi L. Pignataro, Il Dodecaneso italiano 1912-1947, 3 volumi, ed. Solfanelli, Chieti; F. Peloso, Tracce del rapporto tra Don Orione e il Ministro Cesare Maria De Vecchi di Val Cismon, “Messaggi di Don Orione”, 3/2012, n. 139, p. 53-65.

[14] L’istruzione agraria è una delle attività promosse da Don Orione con la sua Congregazione; cfr “L’Opera della Divina Provvidenza” 5 (1907), 18, 1 dicembre. Cfr A. Robbiati, Le colonie agricole e la formazione professionale, in La figura e l’opera, op. cit., pp.193-220.

[15] La prima idea fu di ospitare gli orfani alla Colonia Santa Maria di Roma. Il 21.8.1924 Don Orione scrisse a Don Risi a Roma: “Entro un mese, al più, giungeranno alla Colonia S. Maria 40 orfani Armeni a £ 125 al mese cadauno. £ 5000 complessive” Scritti, 7, 242. Il 19.9.1924 sempre Don Orione scrisse a Don Giorgis: “Mi sono impegnato ad accettare 40 orfani Armeni”. Scritti 28,291. Mentre a Don Zanocchi il 22.9.1924 scrisse: “A Monte Mario mettiamo 40 orfani di cristiani Armeni massacrati dai turchi, e, dopo un anno, li porteremo nell’Isola di Rodi dove apriremo vasta Colonia agricola”: Scritti, 1, 70.

[16] Don Orione il 4 ottobre 1924 da Tortona scrive a Don Sterpi: “lunedì, Don Gatti va a Roma per intendersi col Principe Chigi e poi andare a Corfù a rilevare i 40 ragazzi Armeni”: Scritti 15 ,116. 

[17] Cfr. G. Papasogli, Vita di Don Orione, Gribaudi, Torino 2004, pp.335 – 337.

[18] Ne diede notizia la “Rivista illustrata dell’Esposizione Missionaria Vaticana” del 31 dicembre 1925: “Il 14 settembre u.s. apriva le sue porte a 48 orfanelli un magnifico edificio sito nella parte Sud – Est della città di Rodi….È stato affidato ai Figli della Divina Provvidenza”, in Piccola Opera della Divina Provvidenza, 21 (1926 /2).

[19] Da Rodi, “L’Opera della Divina Provvidenza”, 23 (1928), n.8-9; L. Berra, Sosta a Rodi in viaggio verso la Terra Santa. Terza vita dell’Isola delle  rose, in Piccola Opera della Divina Provvidenza, 29 (1934/8 ), p.12-13; . G. Venturelli, Don Orione”amico e padre degli orfani d’Armenia” in Don Orione oggi 84 (1989/2) p.19-22; F.Peloso, Don Orione: un vero spirito ecumenico, Edizioni Dehoniane, Roma 1997, p.80-81.

[20] G. Dellalian, Testimonianza – Dattiloscritto, in Cart. Dellalian, Archivio Don Orione (ADO) della Piccola Opera della Divina Provvidenza, Roma, pp. 1-2. Onnik (Giovanni) Dellalian  era nato il 12 settembre 1915 ad Angora in Turchia, l’antica Ancyra di Galizia gloriosa per i ricordi romani e cristiani. Figlio di Clemente e di Duruck Pirellian, rimasto precocemente orfano di entrambi i genitori,a soli dieci anni nel 1925, il giorno della Madonna Addolorata, venne accolto nell’Istituto dei Cavalieri di Malta a Rodi (Egeo) da Don Camillo Bruno. A Rodi compì le scuole elementari e i primi corsi di ginnasio. Venne in Italia con il desiderio di farsi sacerdote e ricevette il Santo abito da Don Orione il 4 aprile 1929 a Roma. Compie il suo noviziato nel 1932, professando la prima volta a Montebello  della Battaglia (PV) il 16 agosto 1933, nelle mani di Don Sterpi. Sempre a Montebello il 23 giugno 1940, suo giorno onomastico, emette i voti perpetui. È ordinato sacerdote nel Santuario della Madonna a Fumo (PV) il 12 luglio 1942. Svolse la sua attività sacerdotale di preferenza con i giovani in Italia ma soprattutto in Cile dove vi morì il 16 dicembre del 1982.

[21] I giovani aspiranti erano 8, ma uno si ammalò e dovette essere ricoverato all’ospedale di Santa Maria del Riposo a Monte Mario, si trattava di Giacomo Deragopian. Giacomo riceverà la veste da Don Orione nel maggio del 1933 nella cappella dello Studentato di Via delle Sette Sale.

[22] Parola III, in ADO, pp. 172-173.

[23] P. Chamlian, Diversi episodi di Don Orione riguardanti gli Armeni, ADO, S.5. II. a., p. 2.

[24] Scritti 19, 127.

[25] Katerina ricorda anche che i genitori, Bergi Benliyan e Maria Pagoni, ebbero due bambini in questo tempo di occupazione e morirono entrambi per la fame e gli stenti in tempo di guerra. Lei, nata nel 1946, sopravvisse.

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