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Messaggi don Orione
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Una prima raccolta di testi, relazioni e atteggiamenti di Don Orione sulla questione femminile e sulla donna nella società.

DONNE E FEMMINISMO:

PENSIERI E ATTEGGIAMENTI DI DON ORIONE

 

Don Flavio Peloso

 

Donne vicino a Don Orione

Già lo scrittore Ignazio Silone aveva notato l’estrema immediatezza di relazione e capacità espressiva di don Orione che risalta nelle fotografie che ci sono rimaste.In una di queste foto, in cui appare circondato da numerose donne, fra le quali anche una religiosa, le sue mani sono alzate in un gesto di saluto benedicente e il suo volto, che guarda nella direzione del fotografo, sembra davvero “uscire” dalla carta. I suoi occhi ancora guardano, con “semplicità e naturalezza”, oltre l’istante fissato nell’immagine, nella direzione nostra, di noi interlocutori di oggi.

E ancora. Un’altra foto ce lo mostra mentre cammina, con il cappello in mano, leggermente chino in avanti, teso ad ascoltare una signora che lo accompagna alla sua destra. Questa appare tutta concentrata, a sua volta, nella spiegazione o nel racconto di qualcosa che le sta molto a cuore, anch’essa un po’ curva verso di lui, con una mano leggermente alzata, quasi a conferire più intensità al suo discorso. Alla sinistra, un’altra donna li accompagna.

In un’altra foto ancora, forse scattata nella stessa occasione, si può vedere l’intero, sorridente corteo femminile che procede.[1]

Sono signore, con soprabito, borsa e cappello, che gli stanno a fianco, che lo accompagnano con deferenza e nello stesso tempo comunicando un senso di serena familiarità.

Nel corso della sua vita, don Luigi Orione ebbe in effetti contatti e relazioni importanti con molte protagoniste della cultura femminile novecentesca, ma anche con un gran numero di figure femminili oggi non ricordate dalla storia, non di primo piano, ma estremamente significative per lo scambio spirituale che avvenne e per la collaborazione che si instaurò nella concretezza delle “opere” assistenziali, per la collaborazione nell’aiuto anonimo e continuo per aiutare singoli e famiglie a dare un senso, umano e di fede, alla vita. 

L’immediatezza di Don Orione nell’entrare in relazione significativa con gli altri, con le donne, sembrerebbe escludere la consapevolezza delle differenze e delle distanze. La sua immediatezza, però, è l’esatto contrario della superficialità. Distanze e differenze si rivelano spesso connesse ai ruoli, ai compiti che a ciascuno spettano nella vita.

Di queste distanze necessarie faceva parte per Don Orione, secondo la tradizione ecclesiastica, quella fra l’uomo-sacerdote e la “donna”. È una distanza che non separa ma valorizza le identità, permette il rispetto (respìcere), il vedere l’altro bene e l’essere visti per quello che si è, con una comunione senza confusione.

 

La figura materna

Da dove veniva a Don Orione la dote straordinaria, testimoniata dai biografi, di “entrare in contatto” con gli altri con grande immediatezza, la sua capacità di instaurare un rapporto quasi senza mediazioni con i suoi interlocutori. È tipico del femminile l’intuizione e la capacità di entrare in relazione con gli altri, probabilmente sviluppata da quell’archetipo di relazione che è il rapporto madre-figlio.

E davvero un primo grande capitolo quello del rapporto di Don Orione con la madre, quella Carolina Feltri, che nelle biografie e nei ricordi del figlio ci appare come una donna povera, forte, una delle molte, spesso sconosciute, “madri coraggio” della vita quotidiana, capaci di fare da “perno” nel gruppo familiare; una donna capace di amministrare la famiglia anche in condizioni precarie, traendo forza quotidiana dalla fede cristiana e da una forma di personale intelligenza nell’utilizzare al massimo le scarse risorse a disposizione: “Faceva da donna e, con i suoi figli, sapeva fare anche da uomo, perché nostro padre era lontano, a lavorare sul Monferrato”[2], così la ricordò Don Orione.

Le impronte materne di mamma Carolina nel figlio Luigi non sono solo nei tratti fisici, ma soprattutto in quelli interiori. Accomunano madre e figlio quella eccezionale capacità nel saper utilizzare anche scarse risorse per ottenerne il massimo benessere per gli altri, a partire dai più deprivati. Quell’attitudine di “cura e premura” ammirata in Don Orione è dalla sociologia contemporanea considerata una delle migliori doti femminili che si trasmette quasi solo per “via materna”. Quella capacità di continua attenzione, intelligenza, capacità di inventare soluzioni per ribaltare le condizioni di vita considerate tra le più umanamente “difficili” o “sfortunate” per tramutarle nel profondo don Orione le ammirò in sua madre.

Il “darsi da fare” di mamma Carolina, quel “sapere pratico” femminile che permette una fiduciosa sopravvivenza alla famiglia, fu da Luigi, figlio maschio, rielaborato, da uomo adulto e prete, tanto da divenire una sua natura, un modo di essere sempre vivo, che si traduce in continua attenzione e risposta concreta ad ogni indigenza, materiale e spirituale: “Mia madre mise a me, che ero il quarto figlio, i vestiti del mio primo fratello che ha tredici anni di più, e la povera donna, quei vestiti, li aveva fatti passare a tre altri, prima di me. Ma ci ha lasciato un po’ di denaro, che, in parte, andò per i primi orfanelli della Divina Provvidenza, e ci ha cresciuti bene, all’onore del mondo, come si dice: tutti gli stracci li sapeva combinare e ci cavava dei vestitini, e la famiglia trionfava nella povertà onesta e discreta.”[3]

Che capacità di adattamento e di creatività ebbe Don Orione!  povero e per i poveri. A Don Adaglio, missionario in Terra Santa, raccomanda: “Bisogna che faccia un po’ come le mamme, che cercano sempre di tollerare, di aggiustare, di pazientare e di rabbonire tra loro i figli, pur riconoscendo i torti di qualche figlio”.[4]

Il senso materno dell’accoglienza e dell’accettazione serena della vita, apprezzato nella madre, diventa modello di una accoglienza universale, di un “aprire le porte” a chiunque chieda: “La porta del Piccolo Cottolengo Argentino non domanderà a chi entra se abbia un nome, ma soltanto se abbia un dolore”.[5]

 

Don Orione e la questione femminile

La vita di Don Orione, nella sua fase matura, nella prima parte del Novecento, il “secolo breve”, il “secolo di guerre e di violenze inaudite” come è spesso definito dagli storici. Ma tra le sue caratteristiche positive c’è quella di essere stato il “secolo delle donne”[6], perché nel Novecento è avvenuta una svolta, un salto di qualità, nella “promozione” della donna, come si dice in ambito cattolico, o come il mondo laico preferisce dire di una “emancipazione” o di una “liberazione” della donna. Tutti concordano la soddisfazione della acquisita “cittadinanza” della donna, sia in ambito sociale che religioso.[7]

Lo studio del pensiero di Don Orione riguardo alla questione femminile è stato solo intuito e un po’ abbozzato solo recentemente. Anche in questo ambito ci sono state e potranno venire delle sorprese.

Porto all’attenzione alcuni testi di Don Orione che possono essere definiti “appunti” più che “discorsi” sulla donna e sul femminismo.

Il primo breve appunto è in sintonia con la riflessione tipica dei cristiani che cerca di valutare i fatti della vita alla luce del Vangelo, compreso quello dell’affermarsi di una nuova considerazione della presenza e del ruolo della donna nel tessuto del vivere umano in tutti i suoi ambiti?

Va ricordato che già nel 1898 il vicepresidente dell’Opera dei Congressi, mons. Giacomo Radini Tedeschi, avesse auspicato il “concorso della donna” nell’azione cattolica, precisando che questa avrebbe dovuto estendersi a quattro campi dell’impegno dei laici nella vita della Chiesa: religioso, culturale, caritativo e sociale.[8]

Don Orione tocca il tema della “donna forte” con accenti morali e poetici attingendo ai testi sapienziali, e ai luminosi episodi evangelici degli incontri di Gesù con le donne.

“Senza far della donna un essere superiore e privilegiato, la Chiesa introdusse nella condizione di lei raddolcimenti e nobilitazioni incontestabili. La pittura della donna forte, che si legge nel libro della Sapienza, la Chiesa l’ha inserita nell’uffizio delle sante vedove. Nessuno ignora la gran parte che tengono le donne nel Vangelo: Gesù s’intrattiene con la Samaritana e le si rivela; perdona la donna caduta; accetta gli ossequi della Maddalena e la difende contro le mormorazioni dei maligni; gradisce le cure premurose di Marta e loda la contemplazione della sorella di lei; commenta la fede della Cananea, della emorroissa; s’impietosisce sulla vedova di Naim e sulle pie donne che l’accompagnano al calvario, più fedeli dei suoi discepoli, in quel momento.”[9]

Traspare qui il riconoscimento della dignità femminile, senza che questa venga goffamente e ideologicamente enfatizzata.

Il secondo scritto è il noto Proclama alle lavoratrici delle risaie, apparso sul periodico “La Val Staffora” del 18 maggio 1919, il terzo è racchiuso in una minuta risalente agli inizi degli anni Venti.

“Lavoratori e lavoratrici della risaia, nel nome di Cristo, che è nato povero, vissuto povero, morto povero: che tra i poveri visse, che lavorò come voi, amando i poveri e quelli che lavoravano: nel nome di Cristo, è suonata l'ora della vostra riscossa.

Il vostro lavoro deve essere adatto e limitato alle vostre forze e al vostro sesso: la vostra paga dev'essere proporzionata ai vostri sudori e al vostro bisogno: le vostre condizioni devono essere meno disagiate; più umane, più cristiane. E il diritto, il vostro diritto.

Noi cattolici, come tali e come cittadini, ingaggeremo quest'anno la battaglia per le otto ore in risaia. Non lasciatevi sfruttare dal caporalato; non lasciatevi intimidire dalle minacce dei padroni; non prestatevi a certe manovre, che riescono sempre a danno vostro”.[10]

Questo testo risulta essere stato elaborato con molta attenzione da Don Orione che aveva coscienza del contesto degli anni seguiti alla devastante Prima guerra mondiale (1915-1918), che aveva fortemente modificato anche la società civile. La grande e diffusa povertà aveva costretto enormi fasce di popolazione ad emigrare e spinto a prevaricare sulle condizioni di lavoro e di retribuzione. In questo contesto si ebbe l’espansione popolare del socialismo che nel malcontento popolare si presentava come paladino della giustizia sociale. I vescovi, tra cui monsignor Grassi a Tortona, erano concordi nell’individuare nel socialismo il maggior responsabile della perdita di fede delle popolazioni.

Nella zona Tortonese e dell’Oltrepò pavese era particolarmente sentita la questione del lavoro femminile, con tutte le sue contraddizioni di carattere sociale e religioso.[11] Riguardo alle “mondariso” in particolare, erano note le loro massacranti condizioni di lavoro stagionale nelle nostre paludose pianure.[12]

Questo è lo sfondo in cui si colloca la scesa in campo di Don Orione con il Proclama alle mondine. Esso manifesta, da una parte, il suo forte senso di appartenenza alla Chiesa cattolica e, dall’altra, la sua coraggiosa apertura alle istanze proprie del cattolicesimo sociale e del lavoro femminile operaio, come già aveva indicato papa Leone XIII nella sua Rerum Novarum (1891).

“Sfruttatori non sono sempre né soltanto i padroni; i padroni sono quel che sono: ve n'è di cattivi e ve n'è di buoni; sfruttatori indegni però sono anche e sono sempre quelli che, per loro loschi disegni, abusano perfidamente di voi: che vi offrono un pane, ma vi avvelenano l'anima: che vi predicano l'odio, e vi strappano la fede, che è il grande conforto della vita presente e la base della vita futura”.

“Ragioni di igiene, ragioni di umanità, ragioni di bene pubblico”, egli scriveva, sostenevano la legittimità morale e politica del limite delle otto ore di lavoro in risaia, la lotta contro il crumiraggio, la necessità di una paga dignitosa, l’applicazione della legislazione sanitaria.[13]

Un terzo scritto è solitamente citato con il titolo Donna, famiglia, società. Ci è giunto sotto forma di  una minuta di sei pagine e risale con ogni probabilità alla soglia degli anni Venti; doveva servire probabilmente per una conferenza o per un articolo.

“Simile ad uno scolaro che lascia il collegio per andare in vacanza, dopo un lungo anno di reclusione, la donna si è trovata, dopo le più recenti invenzioni e specialmente durante questa lunga guerra, si è trovata lanciata in una vita di libertà, di movimento e anche di lavori che non aveva mai conosciut.

La donna sino a ieri era rinchiusa nello stretto cerchio della vita della famiglia, e quelle che ne uscivano erano un'eccezione.

Oggi la donna entra da per tutto. Le donne del popolo entrano nelle fabbriche, ove non si richiede che destrezza e intelligenza, essendo la forza muscolare rimpiazzata dalla forza motrice della macchina. Oggi poi una quantità di nuovi impieghi sono dati alle donne: le Scuole Elementari anche maschili e Superiori; sono date alle donne le Scuole Tecniche, i Ginnasi, i Licei, le Università sono aperte alle Professoresse; uffici di posta, di telefono, di telegrafo, esattorie, libri di conti, casse, tram elettrici, fattorine, ecc. tutti posti che avvezzano la donna a lavorare fuori di casa, a fare da sé, a entrare in competenza coll'uomo, ad essergli preferita; onde una nuova situazione sociale.

  La donna è divenuta la maggioranza in tutti i paesi, e le donne non maritate saranno domani in Italia, le più numerose.

  È cristiano, è caritatevole occuparsi del femminismo o meglio della famiglia cristiana.

  L'attacco contro questa fortezza sociale che è la famiglia cristiana, custodita e mantenuta dall'indissolubilità del matrimonio, ora latente ancora, vedete che domani diventerà furioso.

  Il femminismo è una parte ed importantissima della questione sociale, e il nostro torto, o cattolici, è quello di non averlo compreso subito. Fu grande errore. 

  Il giorno in cui la donna, liberata da tutto ciò che chiamiamo la sua schiavitù, madre a piacer suo, sposa senza marito, senza alcun dovere verso chicchessia, quel giorno la società crollerà più spaventosamente all'anarchia più che non abbia crollato la Russia al bolscevismo. 

  Troppa poca gente ancora comprende la questione femminista. Confessiamolo francamente, noi cattolici abbiamo trattato il femminismo con una leggerezza deplorevole. Si vanno ancora oggi ripetendo dai più severi i vecchi scherzi di Molière, le spiritosaggini dei Gaudissarts.[14] Ma noi qui vediamo che il ridicolo non ammazza nulla, e meno che meno il femminismo. Esso si è insinuato da per tutto, formando leghe e comitati, ispirando riviste e giornali, trattando tutte le questioni che interessano la donna”. [15]

           Don Orione riconosce l’importanza della “questione femminile”, a suo parere troppo a lungo sottovalutata dai cattolici (“Il femminismo è una parte ed importantissima della questione sociale, e il nostro torto, o cattolici, è quello di non averlo compreso subito. Fu grande errore”) e avverte contro le facili euforie di libertà (“Simile ad uno scolaro che lascia il collegio per andare in vacanza “) che non tengano conto delle responsabilità.

Importante la visione sociale della questione femminile che non è disgiunta per Don Orione dalla questione della “famiglia cristiana”, considerata come “fortezza sociale”, e dalla “questione sociale” in quanto la famiglia è luogo di una coesione primaria, di cui la donna resta l’effettiva garante, di fronte a quelle tensioni e a quelle spinte disgreganti che egli diagnosticava nel dopoguerra italiano e nell’affermazione bolscevica in Russia: la società crollerà più spaventosamente all'anarchia più che non abbia crollato la Russia al bolscevismo”.

 

Relazioni sul campo della cura dell’umano

Una osservazione importante riguardante sia il femminismo cattolico italiano e sia la relazione di Don Orione con alcune delle sue esponenti.

Una delle caratteristiche specifiche con cui si formò ed espresse la cultura femminile italiana è quella di un grande attivismo, una generosa dedizione al lavoro sociale, assistenziale e pedagogico. In un tempo di appassionata discussione dei diritti e dei doveri che avrebbero dovuto formare la “donna nuova”, molte donne, aristocratico-borghesi o di più umili origini, nubili o sposate, appartenenti alle differenti componenti del “femminismo cristiano” si incontrarono in una feconda collaborazione nell’idea del “primato del bene”. Attuarono un gran numero di progetti oggi considerati quasi precorritori del “Welfare State” e della storia del volontariato in Italia: lavoro negli ospedali e nei dispensari, assistenza ai bambini negli  ospizi, negli  asili, e nelle case, fondazione di scuole professionali e tecniche, lotta all’usura con le casse-prestito e le casse malattia, ricerca del lavoro per i disoccupati, interventi sulla devianza con l’assistenza ai carcerati, battaglie contro l’alcolismo e contro la prostituzione.

Qui avvennero gli incontri più significativi di Don Orione con donne di grande rilevanza sulla scena sociale e culturale italiana e, successivamente, anche in Argentina.

Risale al 1899 l’istituzione delle Dame della Divina Provvidenza, associazione che valorizzava la presenza di donne laiche. In un testo programmatico, [16] Don Orione le presenta così: “E’ un’associazione che ci aiuta a fare tanto bene a molti fanciulli: in essa tante anime, che amano davvero Iddio, si trovano unite nel campo della carità ed in uno stesso pensiero di abnegazione e sacrificio. Possono farne parte anche le madri di famiglia, con le loro figliuole […] Aiutano a fare il bene alla semplice, con quello che loro Dio ispira”. [17]

Don Orione si ricollegava alla grande tradizione dell’apostolato sociale, sulla scia di san Vincenzo de’ Paoli. Motivava l’opera delle Dame, unendo il suo caloroso linguaggio della carità con i toni cavallereschi che facevano appello alla “gentilezza” dell’animo femminile. [18] È un testo molto bello.  

Soprattutto a partire dall’opera di soccorso dopo il terremoto di Reggio e Messina (1908), si estese assai il tessuto dei rapporti di Don Orione, comprendendo molte figure di donne, che incrociarono, nelle opere e nello spirito, il suo cammino, dentro e fuori le istituzioni da lui fondate. Ci limitiamo qui ad accennare almeno ad alcune più emblematiche.

Una storia avvincente è quella di Adelaide Coari, intensa sia sul piano spirituale, che su quello culturale-politico, e lunga nel tempo. Emerse come esponente dell’emancipazionismo femminista nel primo-novecentesco fondando il Fascio femminile democratico-cristiano (1902) e la rivista “Pensiero e Azione” (dicembre 1904); fu autrice del famoso Programma minimo femminista del 1907, che incontrò l’adesione sia delle femministe cristiane che delle femministe laiche.[19] Continuò il suo impegno anche negli anni Trenta con le esperienze formative del “Cenacolo di Lentate” (dal 1925) e del “Gruppo d’Azione per le Scuole del Popolo” (dal 1926), direttrice ed ispettrice delle ben settecento scuole rurali lombarde. Aderì convintamente alla spinta rinnovatrice del Concilio Vaticano II e al movimento che ne seguì, fino alla sua morte avvenuta nel 1966.

Il suo primo incontro con don Orione avvenne qualche anno dopo, nel 1911, in un momento di angoscia spirituale per la Coari, per motivi legati alla crisi modernista.

“Non ricordo dove sia avvenuto il primo incontro, ma certo non ne dimentico la sostanza. Egli ordinò le mie cose spirituali. Rimproveravo alla Chiesa le condizioni di quel tempo, e le gravi difficoltà che me ne derivavano… Mi disse: “La nostra Chiesa è malata”. E seguitò, però, con l’episodio biblico di Noè e dei suoi figli. “Ubriacatosi, due dei suoi figlioli cercarono di velare ed ordinare ciò che Cam aveva posto in vista di tutti”. E mi richiamò alla responsabilità verso la Madre, la Chiesa, la Madre Chiesa”.

Da questo incontro nacquero nel tempo vari progetti di lavoro comune. Adelaide Coari fece sua la particolare spiritualità orionina. Anche avanti negli anni la Coari continuò ad attingere da Don Orione questo senso di “ordine” della sua vita spirituale. Nel 1938, Adelaide Coari scriveva:  “Padre dell’anima mia, […] Padre, mi preghi dal Signore, soprattutto l’obbedienza alla sua volontà e l’uso fedele della grazia. Dalla ferita, che la parola sua pubblica, del dicembre, fece all’anima deve sgorgare vita ordinata. Non mi sento sola”.[20]

Un’altra maestra e pedagogista, Adele Costa Gnocchi, è presente nelle relazioni femminili di Don Orione. La Costa Gnocchi è nota agli storici della pedagogia per aver rielaborato originalmente nell’ambito della formazione religiosa infantile il pensiero di Maria Montessori. La relazione corse sul binario della solidarietà spirituale e materiale sollecitata dalla pedagogista e sul rapporto di guida spirituale avuto da Don Orione, come testimoniato nella deposizione che Adele Costa Gnocchi rese al Processo Apostolico in favore di don Orione in data 6 settembre 1964: Conobbi don Orione in occasione del terremoto di Avezzano dovendomi recare colà per incarico del Ministero della Pubblica Istruzione. Da allora incominciarono i miei rapporti con Don Orione, che continuarono avendo io occasione di rivolgermi a lui per guida spirituale ed anche per casi pietosi dei quali venivo a conoscenza”.[21]

Il profondo rispetto reciproco permise la collaborazione, che crebbe fino alla confidenza tra Don Orione e la contessa Gabriella Spalletti Rasponi, presidentessa del patronato Regina Elena e del Consiglio Nazionale delle Donne Italiane. La storia dell’incontro di Don Orione, all’indomani del terremoto calabro-siculo (1908) e di quello della Marsica (1915), con la presidentessa del Patronato Regina Elena, la contessa Gabriella Spalletti Rasponi[22] ci documenta come il coinvolgimento in un “tirocinio del bene”, ha reso solida la collaborazione, nel profondo rispetto delle diversità di sesso, di età, di potere sociale ed economico, di convinzione religiosa.

Ma possiamo dire che qualcosa di più profondo li unì, tanto che la contessa Gabriella Spalletti, dal discusso e tormentato cattolicesimo, venato di cultura modernistica e teosofica, donna attiva e intraprendente, sintonizzò con Don Orione, dichiaratamente intransigente e papalino, perché entrambi convergenti sul “primato della carità” o, come avrebbe preferito dire lei, sul “primato del bene morale”.

Superata un’iniziale diffidenza da parte di Don Orione, si può dire che la storia della collaborazione di Don Orione con le sorelle Bice e Gina Tincani si sviluppò come una storia di fiducia incondizionata. Troviamo attive nell’assistenza sociale le giovani sorelle Tincani con la loro famiglia d’origine a Messina, all’indomani del terribile terremoto del 1908.[23] “A Messina, Don Orione aveva tanto da fare. Non lo vedevamo troppo spesso; ma ci incoraggiava nel lavoro che facevamo per le orfanelle; e ci mostrava tanta riconoscenza per quello che facevamo.”[24] Quando Don Orione partì quasi all’improvviso e in sordina dai luoghi del terremoto in cui aveva svolto la sua duplice missione di Vicario generale della diocesi messinese e di Vicepresidente del Patronato Regina Elena, nel febbraio del 1912, scrisse loro: “Le autorizzo a dire sempre che ebbero tutta la mia piena approvazione e che fecero per mio suggerimento: io di smentite non ne faccio!”[25]  E’ da notare come Gina Tincani è considerata una delle donne italiane più attente all’apostolato intellettuale.

E ancora, più avanti nel tempo, nei difficili, rigidi anni Trenta, oltre ai rapporti già instaurati, si rafforzarono quelli con altre numerose benefattrici. Generose e attente verso lo sviluppo delle opere orionine, sul piano di un fattivo impegno personale oltre che su quello economico, sperimentarono a loro volta la generosità spirituale di Don Orione, sempre attento alle loro spesso intricate storie individuali e familiari.

Con molte di esse fluì un’intensa corrente di empatia, fiducia, generosità, ricerca del senso autentico della “carità” in entrambe le direzioni, da Don Orione e verso Don Orione. Da Don Orione il dono più desiderato era quello della “consolazione”, da intendersi come dono spirituale, legata alla certezza di una “comunione dei santi” che lega i viventi che credono. Così si esprime ancora Angela Queirolo, “la più grande benefattrice del Cottolengo genovese”,[26] che si sentiva legata con Don Orione, mentre questi era in America Latina: “Meno male che se l’America è lontana c’è rimedio per riavvicinare gli spiriti, se fosse altrimenti sarebbe un’infelicità di più in questo mondo. La Sua lettera così abbondante, così paterna che non ha lasciato libero il più piccolo spazio, oh quanta consolazione ha dato a me e a qualcuno ai quali ho voluto darne lettura!”.[27]

Don Orione entrò con rispetto ed empatia nelle storie individuali di donne che espressero la loro fede cattolica in modi assolutamente diversi. Egli seppe stare vicino, per esempio, alla pubblica manifestazione della fede di una donna fra le massime protagoniste del cattolicesimo militante come Armida Barelli, insostituibile collaboratrice di padre Agostino Gemelli nella costruzione dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e fondatrice della Gioventù Femminile di Azione Cattolica.[28]

Il rapporto con Armida Barelli avvenne alla fine degli anni Trenta, nell’ultimo periodo di vita di Don Orione. La corrispondenza esistente[29] documenta la “confidenza e devozione” che l’incontro con lui suscitò nel cuore della “Sorella maggiore” dell’Azione cattolica italiana. La Barelli lo ricordava come “un sacerdote umile e semplice che aveva Dio nelle pupille.[30]

Se Armida Barelli fu una campionessa della militanza ecclesiale, “Maria Minore”, al secolo Valeria Pignetti, [31] fondatrice del discusso Eremo di Campello in Umbria, amica di Ernesto Buonaiuti, viveva in un campo di impegno veramente “altro”, un’esperienza anomala, eremitica, interconfessionale ed ecumenica, che Don Orione seppe sorreggere, con un aiuto accorto, prudente e nello stesso tempo deciso e decisivo. Sorella Maria, ripeteva: ‘Don Orione ci ha voluto bene’.[32] Don Orione aveva visto nell’esperienza di Campello non una pericolosa anarchia, ma aveva saputo dare fiducia a un inedito modo di manifestare (sono parole di Maria minore) il proprio “profondo amore filiale per la Madre Chiesa”. Egli rimase nel cuore di questo piccolissimo gruppo di donne.

Può fermarsi qui questa prima campionatura delle relazioni di Don Orione con donne incontrate lungo il suo cammino di vita. Sono molti e significativi i nomi che vanno a formare un collage dalle tinte relazionali molto variopinte.

 


[1] Queste foto si riferiscono a un incontro tenuto a Tortona, nel 1939, presso il santuario della Madonna della Guardia, con donne genovesi della Lega Igiene Sociale; archivio fotografico ADO. Don Orione alla sera di quel 22 maggio 1939, giorno in cui furono scattate queste foto, disse ai chierici: “Vi sono grato per quanto avete fatto stamattina per il buon esito della festa fatta alle signore genovesi. Non era un’Associazione cattolica quella che è venuta al Santuario stamattina, c’erano persone rispettabilissime: la zia del conte Ciano, la signora del preside di Genova, e contesse”.

[2] Lettere di Don Orione, I, pp. 475 ss.

[3] Ibidem.

[4] Scritti 4, 235.

[5] G. De Luca, Don Orione, Introduzione a Nel nome, p. 8.

[6] A. Beltrametti, P. J. Corfield, R. Fossati, Ma il Novecento è stato davvero il secolo delle donne?, a cura di P. Ferrari, in “Italia contemporanea”, marzo 2001, n. 222, pp. 113-122.

[7] Dalla ormai vastissima bibliografia, segnalo:  Archivio per la storia del movimento sociale cattolico in Italia, “Progetto donna”, Gruppo per la promozione della donna, Una memoria mancata. Donne cattoliche nel Novecento italiano, Atti dell’incontro di studio, Università cattolica del Sacro Cuore, Milano, 27 ottobre 1997, “Bollettino dell’Archivio per la storia del movimento sociale cattolico in Italia”, a. XXXIII, n. 2 / 98, maggio-agosto 1988, Milano, Vita e Pensiero; P. Gaiotti De Biase, Donne, fede e modernità. L’asimmetria di genere nei processi di secolarizzazione, in “Bailamme”, n. 27 / 5 – Nuova Serie, gennaio – dicembre 2001, pp.83-109; G. Bonacchi e A. Groppi (a cura di), Il dilemma della cittadinanza, Roma – Bari Laterza, 1993.

[8] P. Gaiotti De Biase, Le origini del movimento cattolico femminile  in Italia, Brescia, Morcelliana, 1963; si veda la ristampa del 2002 , con Prefazione di E. Fattorini e Introduzione alla nuova edizione dell’autrice. R. Lanzavecchia, Opera dei Congressi e movimento sociale cattolico nella Diocesi di Tortona (1874-1904). Centro studi Faà di Bruno, Alessandria, 1981.

[9] 104, 245s - 91,103.

[10] Riportata per intero in  Nel nome, pp.32-34.

[11] Cfr. P. Gaiotti  De  Biase, op. cit.

[12] Si veda almeno R. Leydi, Racconti e canti delle mondine lombarde, in  Le trasformazioni socio-economiche e la cultura tradizionale in Lombardia, Milano, Quaderni di documentazione regionale, 1972, pp. 79-99.

[13] Cfr. A. Gemma, Don Orione. Un cuore senza confini, Isernia, Quadrivium, 2000, p. 211.

[14]L’illustre Gaudissart” è il titolo di un breve romanzo di Honoré de Balzac. Felix Gaudissart è un personaggio dell’ancien régime sicuro di sé, che sentenzia su tutto, conosce tutto ma comprende tutto.

[15] Scritti 61, p.115-116. Lo scritto è presentato da Roberta Fossati in Don Orione, da Tortona al mondo, Ed. Vita e Pensiero, Milano 2004, p.253-257.

[16] Scritti 61, 25-26.

[17] Scritti 61, 25-26.

[18] Ebbero un ruolo trainante le sorelle Maria e Severina Fogliano e le sorelle Teresa e Giuseppina Comoglio, si veda  C. Giallongo, Don Orione e i laici santi nella città di Torino a inizio Novecento, “Messaggi di Don Orione” n.102 32(2000), p.77-90. 

[19] Cfr. P. Gaiotti  De  Biase, Le origini del movimento cattolico femminile, cit.

[20] Lettera di Adelaide Coari a Don Orione, da Domodossola, del 15 luglio 1938; ADO.

[21] Parte II, Archivio della Postulazione generale della Piccola Opera della Divina Provvidenza, Roma.

[22] A. Lanza fdp, Don Orione e la contessa Spalletti, “Messaggi di Don Orione”, n. 100, 1 (2000), pp.51-59.

[23] Più elementi si trovano in C. Brogli, L’incontro di Gina Tincani con Don Orione sulle macerie del terremoto di Messina, in “Messaggi di Don Orione” n. 108, 2 (2002), pp. 55-68. 

[24] Intervista di Don Luigi Orlandi a Madre Luisa Tincani del 26 novembre 1959.

[25] Lettera di Don Orione a Gina Tincani, da Reggio Calabria, del 19 febbraio 1912.

[26] Più in generale, sull’ambiente genovese e il mondo orionino cfr. M. MACCIÓ, Don Luigi Orione: i genovesi raccontano, Roma, Confraternita di S. Giovanni Battista dei Genovesi, “Quaderni del Chiostro”, n. 16 (1998).

[27] Lettera di Angela Solari Queirolo a Don Orione, da Genova, del 26 dicembre 1934; ADO.

[28] M. Sticco, Una donna tra due secoli, Milano, Vita e Pensiero, 1967; L. ROZZA, Armida Barelli, voce, in Dizionario storico del movimento cattolico in Italia, II I protagonisti, 1860-1980, Casale Monferrato, Marietti, 1982 , pp. 30-33. Si veda anche la sua autobiografia: A. Barelli, La sorella maggiore racconta, Milano, Vita e Pensiero, 1949.

[29] G. U. M. Lo Bianco, Armida Barelli incontra Don Orione, ivi, n. 110, 2003, pp. 69-86.

[30] Id., p.77 –79. Lo Bianco conclude la sua ricostruzione  parlando di “un rapporto centrato sulla reciproca stima, mutuato da una forte spiritualità e sintonizzato nella comune passione apostolica”.

[31] M. BUSI, Il Beato Luigi Orione e sorella Maria dell’Eremo di Campello, in “Messaggi di Don Orione”, n. 100, 1, 2000, pp. 5-44.

[32] L. BEDESCHI, Maria Pastorella e l’eremo francescano, in “Fonti e Documenti” n. 16-17, 1987-88, p. 263 (lettera di sorella Jacopa a Don Piccinini del 24 maggio 1955).

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