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Messaggi don Orione
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Nella foto: Suor Maria Benedetta Frey



Maria Benedetta Frey

La suora dello straccio che impressionò Don Orione

 

Don Flavio Peloso

 

MARIA BENEDETTA FREY, monaca cistercense appartenente al Monastero della Visitazione in Viterbo. Nacque a Roma, il 6 marzo 1836, dai coniugi Luigi Frey e Maria Giannotti; fu battezzata con il nome di Penelope.

Aveva appena due anni quando la mamma morì di parto per la nascita del fratello. Il padre non si rassegnò alla perdita della moglie e partì per un luogo lontano, affidando le due figlie Ernesta la più grande e Penelope, alle cure della nonna Geltrude e della zia Margherita Ridolfi.

Benedetta fin dalla prima infanzia dimostrò di avere una intelligenza sviluppata ed una spiccata inclinazione alla pietà e alla virtù; di carattere allegro e vivace.

Già da bambina pensava di farsi monaca, ma la chiamata di Dio si è fatta più chiara dagli 11 ai 17 anni.

Penelope trascorse 6 anni in un istituto dove, perfezionò la sua vita spirituale, progredì nello studio e diventò espertissima in ogni genere di lavoro femminile; si specializzò nella confezione di fiori artificiali. Lo studio prediletto fu la musica.

All’età di 20 anni decise di farsi monaca. Superò la difficoltà consistente nella dote richiesta dalle costituzioni dell’ordine religioso, chiedendo la dispensa della Santa Sede.

Indossò l’abito religioso il 21 luglio 1857, all’età di 21 anni, e prese come nome religioso Maria Benedetta Giuseppa. La professione religiosa fu celebrata il 12 luglio 1858.

Dopo una lunga malattia e una vita santa, morì a Viterbo il 10 maggio 1913.

 

52 anni di apostolato nel martirio

Suor Benedetta è vissuta a Viterbo, immobilizzata da una lunga malattia, per ben 52 anni. È stata infatti una paralisi a costringerla ad una lunga degenza a letto luogo ininterrotto della sua unione con Dio e del suo apostolato vissuto nel martirio.

Ha sofferto di acuti dolori al capo che le impedivano di poterlo appoggiare sui guanciali e non potendolo neppure tenere eretto a causa della paralisi alla spina dorsale, tendeva a cadere in avanti e a raggomitolarsi sul petto. Il letto era un’accozzaglia di guanciali.

A questa malattia si aggiungevano poi altri fattori, che la tormentavano periodicamente: frequenti raffreddori; tosse tormentosa, che diventava spasmodica per le scosse che procurava a tutto il corpo bisognoso d’immobilità; dolori acutissimi alla spina dorsale; nausea e dolori viscerali.

Frequenti bronchiti e polmoniti l’hanno ridotta più volte in fin di vita; all’inizio della sua malattia è stata tormentata anche dal “mal della lupa” (una fame canina, che non si saziava mai).

Negli ultimi anni della sua vita ha sofferto a causa di un tumore viscerale.

Al di là delle sofferenze fisiche ha sofferto il suo stato d’animo come rivelano alcune lettere dei suoi accompagnanti spirituali: privazione delle pratiche di pietà; tentazioni e suggestioni diaboliche: dubbi di fede sulla misericordia di Dio, sull’inutilità delle sue sofferenze, scrupoli sulla vita passata; timori di illusioni… (Grandori, Cinquantadue anni di martirio, p. 52).

Nella copertina del suo libretto di preghiera, ha scritto: “Signore vi offro tutto ciò che farò in questo giorno, ma specialmente tutte le pene e i dolori che soffrirò. Voi però donatemi una pazienza invitta e una rassegnazione costante. E qualora possa essere per la  maggior santificazione dell’anima mia e per vantaggio del mio monastero, vi prego, per intercessione di Maria SS. Sotto il titolo di “Salute degli infermi”, di restituirmi la sanità. Maria, madre mia, pregate per me. Gesù mio, fatemi santa e dattemi la vostra grazia per divernilo. Maria, madre di Salute, pregate per me, per la mia sanità, se è nel volere di Dio. (p. 54-559).

“Ella attirava anime a Dio soltanto con la sua preghiera, ma più ancora col suo prolungato martirio sofferto nella più perfetta rassegnazione” (p. 85).

Ha accolto la sua malattia come una missione da compiere e “diceva che il Signore l’aveva destinata per questa missione, e perciò le aveva lasciata libera la mano destra, la parola e gli occhi…” (p. 130).

Ai funerali partecipò una folla immensa. Tra le lettere di condoglianze pervenute al monastero c’è anche una dal nostro Fondatore scritta da Tortona: “Nei passati  giorni, pensando alla morte di questa umile Serva di Dio, sentivo in me un grande desiderio di trovarmici e di accompagnare il corpo che con tanta pazienza servì nei dolori  della lunga malattia il Suo e Nostro Signore… poiché non mi è stato possibile, di qui l’accompagno… le ho applicato la Messa, benché intimamente vi confesso che già la credo nella gloria delle sante Vergini. E confido proprio di avere in Paradiso una nuova Protettrice che pregherà per me e per tutti i miei figlioli e per questa piccola Opera della Provvidenza che è piaciuto a Nostro Signore di tenere su, malgrado i miei peccati”. (L’Osservatore Romano lunedì – martedì 16 – 17 maggio 1994 p. 4).

La monaca è stata sepolta nel cimitero di Viterbo, posteriormente è stata esumata e il suo corpo trovato incorrotto; è stato trasportato nella cappella dove si venera l’immagine di Gesù Bambino, la stessa che prima della sua morte era venerata nella camera, che ormai era divenuta una cappella.

 

Don Orione ha avuto l’occasione di recarsi in visita alla Frey e si è mantenuto in relazione epistolare con Lei instaurando un rapporto di fiducia e comprensione reciproca.

La prima visita al monastero di Viterbo, di cui Don Orione parla, avvenne verso gli inizi di aprile del 1912. “Sono stato a Messina al tempo del terremoto… Al ritorno ero mortificato e stanco; e andai a trovare quella santa monaca, Suor Benedetta Frey, che appena mi vide, mi disse: ‘Non ci vuole mica della malinconia. Bisogna essere degli stracci nelle mani di Dio”.

Don Orione stava pensando ad una nuova famiglia di suore, le chiese un consiglio in merito. La Serva di Dio si fece dare uno straccio e avutolo lo strapazzò un poco tra le mani e disse a Don Orione di essere come uno straccio nelle mani del Signore e di lasciarsi condurre dalla Divina Provvidenza. Aggiunse ancora: quando Lei fonderà una Congregazione di religiose, dica loro che dovranno essere come stracci…”.

Don Orione dice che da quel giorno è stato perseguitato dall’idea di fondare una congregazione femminile… (Don Orione alle Piccole Suore Missionarie della Carità, p. 24). “Debbono essere umili come stracci, debbono essere come il pannolino che terge le lacrime dei poveri, dei diseredati, degli afflitti…” (ibidem).

In quella stessa occasione sollecitò Don Orione affinché facesse conoscere a S. Santità Papa Pio X, che nell’aprile de 1913 si trovava ammalato, che Lei aveva offerto la sua per ottenere il prolungamento della vita del Pontefice. Il Papa veramente si è ristabilito presto e Maria Benedetta, dopo pochi giorni si è aggravata improvvisamente e la sera del 10 maggio 1913 ha lasciato la vita terrena, subito dopo uno sguardo rivolto verso l’alto ha chiuso gli occhi, ha emesso un lievissimo gemito, è spirata con un dolce sorriso. Lei aveva predetto più volte che sarebbe morta all’età di 77 anni, e così è avvenuto.

Don Orione come ebbe notizia di tante prodigiose conversioni, che si stavano operando per mezzo di un quadretto raffigurante il Bambino Gesù e appartenente alla Benedetta Frey chiese e ottenne di poterlo avere a sua disposizione, almeno per qualche mese, per farla pervenire in quelle case, ove si desiderava qualche conversione.

 

La spiritualità dello straccio

Don Orione non poteva, sin dall’inizio della sua Opera, non avvertire la mancanza di questa presenza, caldamente materna, santamente amorosa della donna; fu mosso, anche da segni non ordinari, a provvedere di suore le proprie case. Egli tardò nella sua decisione perché volle attendere l’ora di Dio, la chiara manifestazione della sua santa volontà: nulla intendeva fare di affrettato, di arbitrario, di impulsivo… Soltanto nel 1912 – 13, dopo l’incontro con la Frey, Don Orione dirà: “Da quel giorno fui perseguitato dall’idea di fondare una congregazione femminile…” e ancora: “sono stato a Messina al tempo del terremoto, e, vedere ironia delle cose!, mi avevano messo a fare da Vicario generale; al ritorno da Roma a Messina ero mortificato e stanco; e andai a Viterbo a trovare quella santa monaca, Suor Benedetta Frey, che, appena mi vide me disse: - non ci vuol mica della malinconia…: bisogna essere degli stracci nelle mani di Dio!…” (Cfr. PODP – V p. 156).

“Don Orione, dal punto di vista dello “straccio” vede il delinearsi e definirsi della vita religiosa della sua Congregazione, ne indica le condizioni e le garanzie e lo spirito per appartenervi e operarvi” (Spiritualità della suora orionina nel contesto della parola “straccio”, p. 33). Lui, ha scelto questa parola ed anche il termine “straccione” per esprimere tutto quello che egli intendeva fossero i Figli della Divina Provvidenza e le Piccole Suore Missionarie della Carità in ogni circostanza e occasione; tante volte con il significato di “abbandono nelle mani del Signore come ‘stracci’” (L 6-12-1914). “…nelle mani della Divina Provvidenza (L 18-11-1920); … stracci della Santa Chiesa, del Papa e dei Vescovi (L II 8) … essere e stare come stracci, piccoli, umili, fedeli e abbandonati nelle mani e ai piedi del Papa e dei Vescovi… (L II 195). La spiritualità dello “straccio” significa imparare dal Servo Sofferente e dalla Schiava del signore tutte le virtù che sono chiamati ad avere una religiosa o un sacerdote o meglio un figlio / a del Beato Luigi Orione; questa riunisce in sé ogni virtù cristiana: dall’accettazione con gioia alla carità, ed anche la fraternità, l’umiltà, la sincerità, l’apertura agli altri, la serenità d’animo e di volto e avanti in Domino! (Cfr. L I 349).

 

Il Bambino Girandolone

Nella vita della serva di Dio, Benedetta Frey, occupa un posto particolare un’immagine in cera di Gesù Bambino in fasce, con il corpicino ricoperto da un drappo di seta adornato di preziosi gioielli; che le era stata donata da una coppia di nobili romani, al momento del suo ingresso in convento.

L’immagine di Gesù Bambino era venerata nella piccola cappella di casa di due nobili coniugi romani; un giorno è stata rubata e spogliata di tutti i gioielli e lasciata sul tetto della casa, dove è rimasta circa 16 anni, esposta a tutte le intemperie, fino a quando dei muratori mentre stavano riparando il tetto, la trovarono e la consegnarono ai padroni. Questa è stata trovata in stato di perfetta conservazione, e ciò si è considerato come un fatto prodigioso.

 I proprietari del Bambino Gesù di età avanzata, non avendo eredi, hanno lasciato l’immagine alla Frey, la quale l’ha portata con sé, come l’oggetto più prezioso, quando entrò nel monastero della Visitazione a Viterbo per farsi monaca Cistercense.

Questa sacra immagine fu oggetto di grande venerazione da parte di tutti coloro che hanno conosciuto Suor Benedetta Frey; lei rivolgeva sempre al Bambino fervide suppliche perché concedesse le grazie che la gente continuamente le domandava. Tante furono le preghiere esaudite, ma quando qualcuno voleva attribuire il merito di una grazia ricevuta a Suor Benedetta, lei rispondeva sempre di ringraziare il Santo Bambino. Benedetta era convinta che tali grazie si sarebbero moltiplicate se l’immagine avesse potuto peregrinare nelle case di tutti coloro che avevano bisogno di aiuto, ma non potendo mandare in giro quell’immagine, che era di dimensioni notevoli ed era custodita in una teca di vetro, decise allora di “servirsi” di un’altra. Questa, stampata su carta alta circa 20 cm, rappresentava Gesù come Buon Pastore con una pecorella sulle spalle, ed era racchiusa in un armadietto di legno intagliato. Subito iniziò a peregrinare: dapprima a Viterbo e nelle zone vicine, e poi per varie città d’Italia.

Don Orione, che aveva conosciuto Suor Maria Benedetta e a lei aveva chiesto consiglio per la fondazione di Suore; venuto a conoscenza delle tante prodigiose conversioni attribuite a quell’immagine, chiese ed ottenne di poterla avere a disposizione per qualche mese. Il 16 giugno del 1913, Don Orione scriveva da Tortona alla Badessa del convento della Duchessa: “Io sottoscritto… dichiaro che il quadretto datomi da D.na Maria Benedetta il 20 aprile 1913, perché lo portassi in giro a rubare e conquistare anime, non è mia proprietà, ma esso appartiene e apparterrà sempre al monastero della Duchessa… e mi ritenni disposto a restituirlo ogni volta che mi verrà richiesto dalle Rev.da monache… Il bambino ora si trova a Roma, ma poi comincerà a viaggiare con me, e verrà in Sicilia, in Calabria, e poi forse anche in alta Italia. Ora è presso un ammalato…”.

A quest’immagine Suor Maria Benedetta diede il nome “Girandolone”, per il suo continuo peregrinare; così continuò a chiamarlo Don Orione e così lo chiamano ancora i Figli della Divina Provvidenza. Suor Benedetta morì cinque giorni dopo aver consegnato l’immagine a Don Orione, il quale continuò a servirsene, facendola appunto “girare” continuamente.

 

 

  1. GRANDORI, Sac. Alceste, Cinquantadue anni di martirio, Maria Benedetta Frey, Casa Editrice “Cultura Popolare Religiosa, Viterbo, 1948.
  2. OLIVERI, Guido. Spiritualità della suora orionina nel contesto della parola “straccio”, Tip. San Giuseppe, Tortona, 1977.
  3. L’Osservatore Romano, lunedì – martedì 16 –17 maggio 1994.

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