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Messaggi don Orione
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Autore: Flavio Peloso, Giovanni Marchi, Michele Busi

Antonio Boggiano Pico e il suo “bagaglio cattolico” (Don Flavio Peloso). Ricordo del senatore Antonio Boggiano Pico (Giovanni Marchi). Il politico Antonio Boggiano Pico (Michele Busi).

ANTONIO BOGGIANO PICO

 

Antonio Boggiano Pico e il suo “bagaglio cattolico”

Don Flavio Peloso

 

Il senatore Antonio Boggiano Pico (Savona, 31 agosto 1873 – Genova, 19 ottobre 1965), nel 1918 fu tra i fondatori del Partito popolare italiano, amico personale di Sturzo e De Gasperi. È molto noto e benemerito anche nella storia di Don Orione e della Congregazione. Il senatore sposò Carmen Wedel Jarlsberg ed ebbe sei figli: Fabrizio, Valdemaro (poi sacerdote) Virginia, Mercedes, Gian Galeazzo, Guglielmina (Gully) e Francalisa (Francalisa). Francesca visse - e si sacrificò - all’ombra del senatore; Gully, morì al Piccolo Cottolengo di Genova – Paverano.

Il senatore Boggiano Pico fu in fraterna amicizia con Don Orione, il quale ricordava: “Fin da principio sono venuto a Genova da un onest’uomo, pieno di rettitudine, assai stimato presso tutti per competenza giuridica. È un vero buon cristiano, che per i suoi principi cattolici spezzò la sua vita politica e sacrificò, penso, anche l’avvenire dei suoi figli, parlo dell’Avvocato Boggiano Pico. È l’avvocato che mi ha sempre difeso”.[1]

Don Orione in una riunione con i suoi Confratelli, nell’agosto 1934, disse di lui: “L’avv. Boggiano Pico fu chiamato a Roma, perché volevano farlo ministro. Egli ha risposto che, se lo volevano, egli sarebbe entrato col suo bagaglio di idee fervidamente cattoliche. Gli venne risposto: ‘No, il bagaglio lo deve deporre’. Allora rispose: ‘Io me ne resto fuori”[2]

A cosa alludeva Don Orione? Al fatto che, nel giugno del 1924, Mussolini, che cercava adesioni al suo governo, nel momento critico successivo al delitto Matteotti, gli offrì il portafoglio della Marina mercantile, ma ne ricevette un rifiuto. Fu in seguito a questo rifiuto che venne aggredita la moglie del senatore, Carmen Wedel Jarlsberg.[3] Il Boggiano Pico aderì poi all'Aventino e fu dichiarato decaduto nel 1926; ebbe così modo di dedicarsi interamente alla professione di avvocato e professore. Caduto il fascismo ritornerà ad essere senatore per tre legislature.

L’On.le Boggiano Pico fu per Don Orione amico, consigliere, avvocato, benefattore. Era tanta la fiducia riposta in lui, da essere nominato Presidente della Società Anonima Ligure, per la gestione dei beni immobili della Congregazione, con sede in Genova.

Al raduno degli Ex Allievi del 23 settembre 1934, in partenza per l’Argentina, Don Orione presentò l’avvocato Boggiano Pico come “tanto caro e tanto amico, per non dire fratello”.[4] Era veramente grande la riverenza e la confidenza. Da Buenos Aires, il 9 dicembre 1936, Don Orione scrisse al “Caro professore e amico”: “Don Sterpi mi ha scritto tutto quello che lei fa per i figli della Divina Provvidenza, e questo le confesso che veramente mi commuove, ed è uno de’ miei più grandi conforti in questo mio esilio, metà voluto e più di metà forzato. Dio la benedica, caro Onorevole! Posso dire che non passa giorno che non la ricordi, e non ricordi la sua signora e i vostri figlioli, ché tutti foste sempre tanto buoni con questo povero prete!”.[5]

            Conoscendo quanto sia stata preziosa, continua e fattiva la presenza di Antonio Boggiano Pico accanto a Don Orione, e successivamente, nella fondazione della Piccola Opera della Divina Provvidenza, rendendomi conto della confidenza di Don Orione goduta, della comunione spirituale e ideale con la Congregazione, non esito a considerarlo, senza esagerazione, come un “padre fondatore”, laico, dell’Opera stessa, dopo Don Orione e Don Sterpi.

 


[1] Lettera del 24 marzo 1933; Scritti 37, 200.

[2] Riunioni, 165; Parola del 14 ottobre 1931, IV, 471.

[3] Nell’aprile 1924 sua moglie, al ritorno da una manifestazione antifascista a Genova, fu aggredita da 200 fascisti armati, i quali circondarono minacciosamente la sua automobile e l’insultarono spregevolmente. Subito, Boggiano Pico telegrafò a Mussolini: “Oggi vigliaccamente aggredita mia moglie da duecento fascisti armati Sestri. Pregola disporre insostenibile stato di cose. Ossequi. Boggiano Pico”. Il 30 novembre dello stesso anno Boggiano Pico, “Deputato delle Circoscrizioni” prese parte a Milano al Comitato Nazionale delle Opposizioni al fascismo.

[4] Parola VI, 194

[5] Scritti 41, 144.

 

 

Ricordo del senatore Antonio Boggiano Pico

Giovanni Marchi

 

Il 27 giugno 2006 si è tenuta al mattino a Santa Margherita Ligure e al pomeriggio nel Salone del Comune di Genova una giornata per ricordare l’anniversario della morte di Antonio Boggiano Pico, tanto amico e benemerito della Piccola Opera della Divina Provvidenza, da essere definito il «terzo fondatore» dopo Don Orione e Don Sterpi. Vi hanno partecipato, fra gli altri, il sindaco di Genova, il presidente della Provincia, il direttore dell’Istituto Paverano Don Germano Corona e il senatore a vita Giulio Andreotti che ha dichiarato che il senatore Boggiano Pico, se fosse ancora in vita, «non si rassegnerebbe alla luna calante della politica.»

Nei primi anni della mia venuta a Roma fui ospite, da studente universitario, dell’Istituto San Filippo Neri, prestando nell’anno 1948-49 opera di supplenza in vari modi, in segreteria e nella scuola, allora molto affollata di studenti, essendo direttore Don Gemelli, con la sua caratteristica barba nera che aveva mantenuto tornando dalle missioni in Terra Santa, a Rodi e in Albania, preside Don Pagella, particolarmente impegnato nel dirigere un così grande istituto, e solerte economo Don Mendicino.

Nella vicina Curia Generale era spesso ospite il senatore Boggiano Pico, che si poteva incontrare quando usciva per andare al Senato o dall’amico Don Sturzo, fondatore del Partito Popolare, che abitava vicino, presso l’Istituto delle Suore Canossiane, o per venire al San Filippo, dov’era di casa l’amico Don Piccinini. Il senatore era inconfondibile per la sua figura, slanciata e signorile, e circondato dalla fama d’insigne professore universitario e importante uomo politico che si era acquistata in decenni di attività pubblica, oltre a vantare tra i suoi antenati il grande Pico della Mirandola, autore del De hominis dignitate, il manifesto del nostro Rinascimento, e il beato Francesco Faà di Bruno, fondatore di una Congregazione religiosa femminile a metà Ottocento.

Come scrive Serafino Cavazza nella sua ponderosa biografia, Antonio Boggiano Pico, (Tortona, 1975, p.  504 + 12 illustrazioni), il senatore era nato a Savona il 31 agosto 1873. e si era fin dagli anni giovanili dedicato all’impegno associativo dei cattolici italiani.

Un gruppo di questi, che aveva partecipato al Congresso di Malines, in Belgio nel 1863, aveva costituito un'Associazione nazionale, in difesa della Chiesa e del suo patrimonio di valori spirituali e culturali. Il Non expedit di Pio IX equivaleva al Non licet ai cattolici di partecipare alla vita politica della nazione, ma si doveva lavorare perché in Italia non si perdesse la fede, rimanendo attaccati alla millenaria tradizione cristiana. Nel 1865 era sorta la Società della Gioventù Cattolica Italiana che diede vita all’assise nazionale di Cattolici che si riunirono a Venezia nel giugno del 1874 per il primo Congresso. All’incontro di Firenze, nel 1875, si trasformerà in Opera dei Congressi e dei Comitati Cattolici, che sarà poi sciolta nel 1904 da Pio X per coordinare meglio il lavoro in comune. Pio X con l'enciclica Il fermo proposito costituirà tre grandi Unioni (popolare, economico-sociale, elettorale-cattolica) con scopi prevalentemente religiosi, nella fedeltà alla Chiesa, dispensando dall'obbedienza al Non expedit, caso per caso. La formula adottata da Don Margotti:  «Né eletti,  né elettori», sarà trasformata in quella meno rigida di «Elettori, ma non eletti». Con il patto Gentiloni del 1913 verrà dato l'appoggio dei Cattolici a quei rappresentanti della politica liberale che s'impegnavano a sostenere la libertà della vita della Chiesa, l’indissolubilità del matrimonio e la parità di diritti per le associazioni cattoliche.

Il giovane Boggiano Pico aveva subito aderito al Movimento Cattolico guidato da Giuseppe Toniolo che, al famoso appello di Marx, aveva contrapposto il suo invito: «Lavoratori di tutto il mondo, unitevi in Cristo», affermando che la democrazia o sarà cristiana o non sarà. Quando si laureerà il 12 giugno 1895 all’Università di Roma, la sua tesi sarà pubblicata dal prof. Toniolo sulla Rivista di Scienze Sociali, da lui fondata e diretta. Il 20 luglio 1909 sposa a Roma Carmen De Wedel Jarlsberg, che gli darà sette figli: Virginia, Guglielmina, Fabrizio, Francalisa, Mercedes, Valdemaro, Gian Galeazzo. È sempre docile agl’insegnamenti dei Papi della sua vita, da Pio IX a Leone XIII, da Pio X, che gli dà grande fiducia, a Benedetto XV che lo chiamerà a far parte della Giunta di Azione Cattolica, presieduta dal conte Dalla Torre, fino a Pio XI e a Pio XII. Sarà tra i fondatori e membri del Partito Popolare il 23 e il 24 novembre 1918 nella riunione in via dell’Umiltà a Roma, sotto la guida di Don Sturzo, da cui uscirà l’Appello a tutti gli uomini liberi e forti.

Sono anni particolarmente intensi passati ad assolvere a tutti i suoi impegni, per prima quello di professore di Economia politica all’Università di Genova e dal 1921 al 1926 alla Cattolica di Milano, di Consigliere comunale e provinciale, e infine di deputato al Parlamento e di rappresentante diplomatico. Quando sarà espulso dal Parlamento dai fascisti, alla fine del 1926, si rifugerà nel suo studio legale di via San Lorenzo in Genova, che diverrà «fiaccola sempre ardente di libertà e di fede».

Il prof. Boggiano Pico fu soprannominato da Don Orione «Presidente delle pietre», da quando ricevette da lui il consiglio di creare società immobiliari a cui intestare le varie case dell'Opera, e di cui il professore ricoprirà immancabilmente la carica di Presidente. Era stato per primo Urbano Rattazzi a suggerire a Don Bosco di utilizzare quel metodo per salvaguardare dalle leggi eversive il patrimonio delle istituzioni religiose. Boggiano Pico aveva conosciuto Don Orione forse per la prima volta a Broni, nel 1897, durante i lavori della quarta Adunanza dell'Opera diocesana dei Congressi, nell'oratorio di S. Marta e nel successivo incontro di Castelletto d'Orba, per le feste centenarie dei Santi Teodora e Faustino. Si incontreranno di nuovo a Genova, quando Don Orione inizia il 19 marzo 1924 la sua benefica attività, aprendo una Casa di carità, situata in via del Camoscio, a Marassi.

Ricorda Don Terzi: «Di fatto egli, come pochi, comprese e quindi amò il programma orionino. Viene spontaneo ripensare al noto aforisma di S. Bernardo: Amor ipse intellectus. Un giorno, parlando con intellettuali di diverse spiritualità degli Ordini religiosi della Chiesa, il Senatore, dopo avere rivelato una notevole competenza unita ad altrettanta ammirazione per le varie scuole ascetiche, concluse in questo modo: ma nessun Istituto della Chiesa commuove il mio cuore come l'Opera di Don Orione. E il Fondatore tanto apprezzò Antonio Boggiano Pico da qualificarlo pubblicamente come suo fratello, unico titolo, fra i tanti che ebbe, di cui e a ragione provò e manifestò grande compiacenza».

Nel secondo dopoguerra sarà eletto Senatore della Democrazia Cristiana nel collegio di Chiavari il famoso 18 aprile 1948 e confermato nel 1953 e nel 1958. Dopo tanti anni, verso il 1963, Don Aureli che lo va a trovare infermo si ricorda di quando nel 1929 l’aveva visto la prima volta e di come era stato presentato al gruppo di aspiranti da Don Orione in persona: «Un grande amico dell'Opera, che, con il suo dottorato in utroque aiuta la Congregazione nelle sue difficoltà ecclesiastiche e civili». Il 12 ottobre 1965 il senatore si addormenterà nel Signore, assistito dai figli Don Valdemaro, Fabrizio, Guglielmina, Francalisa, Mercedes. L'ultima testimonianza è di Don Enrico Sciaccaluga, a lungo Direttore delle case di Genova e poi economo generale della Congregazione: «I piccoli mutilatini, i giovani chierici, gli orfani, conoscevano e amavano il Senatore che era accolto con stima e devoto, riconoscente affetto. Quanti viaggi, dal Piccolo Cottolengo di S. Maria La Longa (Udine) al Centro Professionale di Palermo; in treno, in macchina, in aereo, a tutte le ore, rimandando il pranzo e la cena, con una disponibilità che commuoveva! Tra le diverse istituzioni prediligeva la Casa del Giovane Lavoratore, nelle varie città d'Italia.»

 

 

Il politico Antonio Boggiano Pico

Michele Busi

 

Antonio Boggiano nacque a Savona il 31 agosto 1873 da una famiglia di notevole prestigio nella società sabauda. Nel 1891 si trasferì a Roma, dove si era iscritto all'università La Sapienza, frequentando Giurisprudenza.

Ottenuta nel 1895 la laurea, incontrò Giuseppe Toniolo (1845-1918), figura importante nella storia del pensiero e dell'organizzazione del laicato cattolico, sotto la cui guida intraprese gli studi di sociologia cristiana.

A 27 anni, iniziò la carriera di docente presso la Pontificia Facoltà Giuridica per le Cattedre di Dirit­to Amministrativo, Diritto Commerciale ed Economia Politica. Promossa l'Unione Popolare, vi parte­cipò attivamente finché nel 1909, su designazione fatta a Pio X dal Toniolo, che ne era stato presidente, fu nominato suo successore. Iniziata la serie delle Settimane sociali, partecipò a Pistoia alla prima che si tenne sotto la presidenza del card. Maffi.

Il 21 luglio 1909 Boggiano sposò la baronessa Carmen De Wedel Jarlsberg (1885-1957), di origine danese, figlia di un alto ufficiale della gendarmeria Pontificia. Dal loro matrimonio nacquero sette figli.

A 32 anni, nel giugno 1905, il Boggiano si presentava alle elezioni amministrative nel collegio di Voltri, ove, capeggiando la lista dei cattolici, ne uscì membro del Consiglio Provinciale. Nel 1907 fu eletto consigliere comunale di Genova e nominato Assessore alla Pubblica Istruzione.

Nel 1919 fu tra primi ad aderire all'appello "A tutti gli uomini liberi e forti" lanciato da Don Sturzo, che diede vita al Partito popolare italiano, partecipando al 1° Congresso tenutosi a Bologna nel mese di giugno. Nelle file del PPI venne candidato nelle elezioni tenutesi a novembre, risultando eletto alla Camera dei deputati con oltre 52.000 voti.

Erano gli anni difficili del cosiddetto "biennio rosso", caratterizzato da forti tensioni sociali, occu­pazione delle fabbriche, scioperi, ecc. In questo contesto, nel 1921, si tornò a votare e l'On. Boggiano Pico viene rieletto Deputato nel collegio della circoscrizione ligure.

Anche nel 1924, nonostante una violenta campagna elettorale in cui aggressioni e intimidazioni da parte dei fascisti non risparmiarono neppure la moglie, Boggiano Pico risultò rieletto.

Dopo le elezioni, in cui si era formato un governo con la partecipazione del Partito popolare, Mussolini offrì personalmente al Boggiano il Ministero della Marina Mercantile, subordinando però questo alla sua adesione al partito fascista. Boggiano Pico rispose chiedendo se potesse entrarvi "con la propria valigia", cioè col proprio bagaglio di idee e di convinzioni politiche. La risposta a questa riserva fu precisa: biso­gnava che "la valigia" restasse fuori, al che Boggiano Pico replicò che avrebbe raggiunto "la sua valigia".

Dopo il delitto Matteotti, avvenuto nel giugno 1924, con i deputati cattolici si ritirò sull'Aventino, e mise termine, con due vigorosi interventi, alla sua attività di Parlamentare.

Emarginato per tutto il Ventennio, alla vigilia del 25 luglio 1943 partecipò con alcuni intellettuali cattolici ai celebri incontri di Camaldoli, in cui venne stilato un programma per la rinascita del Paese.

Alle elezioni del 1948 venne eletto senatore nel Collegio di Chiavari: sarebbe stato rieletto per altre tre legislature. De Gasperi lo volle rappresentante dell'Italia al Consiglio d'Europa chiedendo che fosse lui a presiederne la prima seduta a nome dell'Italia.

Nominato poi Vice Presidente dell'Assemblea Consultiva, fu lui a dare inizio ai lavori della Terza Sessione Ordinaria, ed in seguito a presiedere a Strasburgo, per la quinta volta, il Congresso d'Europa.

Successivamente Boggiano fu eletto membro della Comunità europea del carbone dell'acciaio (CECA) e, quindi, membro della neonata Unione europea occidentale.

Boggiano morì a Genova, nella sua residenza di Corso Magenta 4, nel 1965, all'età di 92 anni.

 

Antonio Boggiano Pico fu da sempre vicino a Don Orione. I suoi interventi a favore della Piccola Opera della Divina Providenza furono tanti e di tale importanza da farlo poi definire come il "il terzo fondatore", dopo Don Orione e Don Sterpi.

Con Don Orione intratteneva fraterni rapporti che andavano ben al di là di quella che poteva essere considerata una semplice, seppur meritoria, attività di consulenza e collaborazione.

Tra le foto conservate nella casa di corso Magenta del senatore c'è anche quella della sua salma solen­ne e serena e vicino un comò con un'immagine della Madonna e di Don Orione.

Molte volte Don Orione salì le scale dell'ufficio di Boggiano Pico in via San Lorenzo per confidargli i suoi crucci, per avere lumi per la sua opera. Il senatore non si tirò mai indietro e Don Orione gli fu gratissimo per tutta la vita. Gli scriveva dall'America Latina: "Caro professore e Amico, Don Sterpi mi ha scritto tutto quello che Lei fa per i Figli della Divina Provvidenza, e questo Le confesso che veramente mi commuove, ed è uno dei miei più grandi conforti, in questo mio esilio, metà voluto e più di metà forzato. Dio La benedica, caro onorevole! Posso dire che non passa giorno che non La ricordi, e non ricordi la Sua Signora e i vostri figliuoli, che tutti foste sempre tanto buoni con questo povero prete! Dio vi assista, Vi conceda ogni grazia, ogni prosperità, ogni più serena gioia e benedizione, specialmente in questo Santo Natale!".

In questo brano il Boggiano, dopo un accenno ai trionfali funerali di Don Orione, ripercorre le molteplici opere che costituivano la costellazione della carità orionina a Genova a metà anni Quaranta.

"Chi non ricorda il viaggio trionfale che da San Remo, ove il 16 marzo 1940 Don Orione chiudeva i suoi giorni, lungo la riviera, tra manifestazioni rinnovantesi al suo passaggio in ogni città, in ogni borgo, di folle accorrenti a venerare la sua salma, aveva in Paverano il suo epilogo? Chi non ricorda il pellegrinaggio di autorità, di ricchi e di poveri, di uomini di scienza e di umile gente che in quel pome­riggio del 18 di marzo fino a tardissima notte si recò a rendere omaggio di riconoscenza e di preghiera, di benedizione e di supplica?

Sono passati quattro anni e pur sempre sembra d'ieri il pubblico, universale riconoscimento di una benemerenza incancellabile che traeva dal suo voluto, cercato nascondimento durante cinquant'anni di apostolato, all'altezza di un'apoteosi.

Son passati quattro anni ma il suo nome come il suo ricordo sono vivi e presenti nell'animo dei genovesi, che lo avevano le tante volte veduto umile e semplice nella veste del consolatore, del benefat­tore e del padre.

Son passati quattro anni, ma nel corso di questi pure in Genova l'Opera sua si è venuta, sotto gli auspici di Lui e nel suo nome benedetto, accrescendo di nuove fronde, arricchendo di nuove provvi­denze a prò dei derelitti.

Opera mirabile per vero quella in mezzo secolo compiuta dall'umile figlio del selciatore di Pontecu-rone che, giovinetto, studente ancora nel Seminario tortonese iniziava con mezzi attinti dall'altrui carità, per scopi di carità.

A sentir lui, non aveva fatto nulla di buono, non aveva concluso nulla; l'opera sua era un grande pastìccio, come ripeteva bonariamente; ma intanto in questo pasticcio si venivano via via accogliendo, né soltanto nelle diverse regioni e nei maggiori centri d'Italia, a Genova, a Milano, a Venezia, a Roma, a Napoli, a Reggio Calabria, ma in oriente, nelle Americhe lontane in cento e cento asili diversi tutte le forme della avventura umana. L'opera sua, dicemmo altra volta, costituisce un poema, il poema della carità; e veramente può dirsi così solo che si rifletta a quello che egli stesso le tracciava come segno.

"Ai disingannati, agli afflitti della vita dà conforto, e luce di fede. Distinti in diversi reparti o famiglie, accoglie come fratelli i ciechi, i sordomuti, i deficienti, gli ebeti: storpi, epilettici, vecchi cadenti e inabili al lavoro; ragazzi scrofolosi, malati cronici, bambini e bambine da pochi anni in su: fanciulli nell'età dei pericoli: tutti quelli insomma, che per uno o per altro motivo, non potendo essere accetti negli istituti già esistenti hanno bisogno di assistenza di aiuto, e che siano veramente abbandonati, che siano vera­mente poverissimi, da qualunque parte vengano, di qualunque religione e anche senza religione: Dio è padre di tutti".

Con questo programma col quale volutamente si prefiggeva di lavorare ai margini delle magnifiche istituzioni di assistenza e beneficienza, che il sentimento cristiano ha saputo suscitare nei secoli, quale numeroso, sterminato esercito vorremmo dire stando ai fatti, veniva egli raccogliendo nei suoi vari, molteplici istituti, nei piccoli Cottolengo, negli ospedali, negli orfanatrofi, nei tubercolosari, negli asili per i vecchi, nei convalescenziari, negli alberghi per cento forme di miseria morale che più e più assai di quelle del corpo affliggono tanta parte dell'umanità (...).

La nostra città ha veduto in pochi anni sorgere e svilupparsi i più svariati istituti orionini. A Santa Caterina in Portoria sono infatti ricoverate donne ammalate, cieche, storpie, vecchie cadenti, abbando­nate e deformi; Salita Angeli alberga uomini vecchi, ciechi, ragazzi deficienti, rachitici; Quarto dei Mille accoglie i 'Buoni figli', epilettici, paralizzati, abbandonati; Villa Santa Caterina è una casa di riposo per nobili signore "diseredate dalla fortuna"; Camaldoli, il "Villaggio della Carità", come fu definito, ospita parecchie centinaia di vecchi paralitici, di cronici e accanto ad essi vi è una casa di riposo per il Clero; a Quezzi sono ricoverati i predisposti per le malattie di petto con annesso un convalescenziario per Reli­giosi; a Borzoli fiorisce un Patronato per giovanetti aspiranti o "Tommasini"; a Paverano finalmente sono raccolte le malate di mente, epilettiche, "Piccole figlie" e, in distinti reparti, orfanelle e piccole derelitte, con la loro scuola e un ben attrezzato e moderno laboratorio.

Si raccoglie in questi vari asili il quadro completo della miseria, della deficienza, della povertà umana che trova nei sacerdoti della Congregazione della Divina Provvidenza, nelle suore infermiere che vi dipendono, nei seminaristi che fanno il loro tirocinio in questo fruttuoso ministero, la cura alle malattie e alle debolezze del corpo, ed insieme il sollievo ed il conforto di quelle dello spirito.

In una pubblicazione recente, Singulti e sorrìsi, un insigne uomo di scienza che nella sua modestia ha voluto serbare l'anonimato, con tocchi di artista e di uomo di cuore ha descritto la vita che si volge nelle Case del Piccolo Cottolengo di Don Orione, e particolarmente a Paverano, dove la sofferenza si tramuta in offerta, ove il sacrificio è preghiera, ove la rinuncia è il ricambio di una elevazione continua dello spirito. Tanto è l'ordine, tale è la disciplina che vi regna, così perfetti ne sono gli ordinamenti, che allorquando nei mesi scorsi la furia nemica percosse terribilmente anche questi asili, nessuno, letteral­mente nessuno, per la prontezza, pel sacrificio e dobbiamo dire l'eroismo dei figli e delle figlie di Don Orione che coraggiosamente, con abnegazione di sé e mettendo in repentaglio la propria vita, affronta­rono le vampe degli incendi, e i pericoli delle macerie ruinanti, nessuno, ripetiamo, dei ricoverati ebbe a soffrire la minima offesa. Tutti, anche i dementi tratti in salvo, furono trasportati incolumi e distribuiti in altre case della Pia Opera. A guerra finita, quando sulla nostra patria risplenderà la luce di una pace vittoriosa, nuovi compiti attendono le opere di D. Orione.

Quanti e quanti diseredati, quanti minorati, quanti relitti umani. Ma la carità, questa ancella divina discesa dal Golgota il di in cui Cristo vi spirò sulla croce non li lascerà più e troverà nei suoi inestinguibili tesori nuove risorse per provvedere ai più estesi bisogni, nuovi mezzi per far fronte alle più estese necessità.

Don Orione, che mai domandava una lira per i suoi poveri e che lasciò come unico e sacro retaggio ai suoi collaboratori e ai suoi continuatori la piena, consapevole fede nella Provvidenza divina, ai Geno­vesi che cosi largamente, lui vivente gli dimostrarono tanta generosa simpatia, neanche oggi che per le necessità pei suoi padroni, come chiamava egli i poveri, sono così smisuratamente accresciute, per oggi e per domani domanda denaro.

Questo Egli chiede d'in alto: vengano essi a visitare i Piccoli Cottolengo, vengano una giornata di riposo a dar un'occhiata attraverso le mura di Paverano, o di S. Caterina, o di Salita Angeli e veggano, veggano essi stessi i prodigi che in quei modesti recinti si compiono di alleviamento del dolore fisico e di morale sollievo. Veggano; al loro cuore la risposta.

Ma in questo giorno frattanto particolarmente sacro alla memoria di Lui, si raccolgano i Genovesi in supplice preghiera all'Eterno affinché di nuova gloria circonfonda il suo Nome e doni all'Opera da Lui lasciata di poter via via più ampiamente svolgere nella nostra Genova l'opera sua finché una sola miseria resterà da soccorrere, rimarrà un dolore da lenire"4.

 


[1] Lettera del 24 marzo 1933; Scritti 37, 200.

[2] Riunioni, 165; Parola del 14 ottobre 1931, IV, 471.

[3] Nell’aprile 1924 sua moglie, al ritorno da una manifestazione antifascista a Genova, fu aggredita da 200 fascisti armati, i quali circondarono minacciosamente la sua automobile e l’insultarono spregevolmente. Il 30 novembre dello stesso anno Boggiano Pico, “Deputato delle Circoscrizioni” prese parte a Milano al Comitato Nazionale delle Opposizioni al fascismo.

[4] Parola VI, 194

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Buonanotte del 28 gennaio 2020