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Messaggi don Orione
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Nella foto: Don Giuseppe Montagna

Era di Pontecurone. Segui Don Orione fin dagli inizi della Congregazione

DON GIUSEPPE MONTAGNA

 

Don Flavio Peloso

Per dire dell’importanza di Don Giuseppe Montagna nella vita della Congregazione di Don Orione, basterebbe ricordare che sono conservate ben 167 lettere di Don Orione a lui dirette, molte delle quali assai lunghe e ricche di contenuti umani e spirituali. Sono raccolte nelle 194 pagine del volume 21 degli Scritti di Don Orione.

Don Giuseppe Montagna, nato a Pontecurone il 28 agosto 1887, morì il 15 giugno 1973 nel Piccolo Cottolengo di Don Orione di Genova, istituzione caritativa presso la quale trascorse gli ultimi anni della sua lunga vita. Alcune cifre fissano il suo identikit di ministro di Dio e di religioso sulle orme del Fondatore tortonese: aveva 86 anni di età, 74 dei quali trascorsi nella congregazione orionina, 65 di professione religiosa, 62 di sacerdozio, 32 di vita missionaria in Argentina, Uruguay e Brasile. La sua figura, il suo insegnamento e soprattutto il suo esempio hanno arricchito il patrimonio umano e spirituale della Piccola Opera della Divina Provvidenza di Don Orione.

 

               Con Don Orione nei tempi eroici

Nativo di Pontecurone come Don Orione, Giuseppe Montagna è accolto a dodici anni, il 19 ottobre 1899, a Tortona. Il Fondatore, guardandolo, si intenerisce ben oltre il fatto che sia suo paesano. E gli spiega il motivo. «Penso di vedere in te anche un altro Chierico del nostro paese, il caro Eugenio Ottaggi (morto di tisi a vent’anni due mesi prima, nel giugno 1899), al quale anche tu, per divina grazia, somigli tanto nella virtù…».

“Entrai in Congregazione verso i primi dell’ottobre 1899”, ricordava Don Montagna. E poi aggiungeva con un certo pudore, levando braccia e occhi al Cielo, come a evocare un miracolo: «Quando sono entrato io, la Congregazione c’era e non c’era. Don Orione ne parlava con la convinzione e l’entusiasmo che gli erano propri: ma non era stata ancora approvata, e ce ne vollero ancora di sacrifici, e si era tanto pochi!». La Piccola Opera in effetti muoveva allora, precocemente, i primi passi fuori diocesi: si era già spinta a Mornico, a Noto, a San Remo.

Montagna mai dimenticò i tratti di tenerezza del giovane Fondatore compaesano. “Per i Morti (del 1899), Don Orione mi portò a Pontecurone, dove andava a predicare. Prima di partire mi mandò da Pasqualone a empirmi le tasche di castagne lesse. Si andò col solito calesse. A Pontecurone, Don Orione predicò, poi mi accompagnò dai miei. Andando e tornando, mi raccontò d’aver sognato, da ragazzo, il Padre Eterno con le braccia stese sul campanile di Pontecurone. La cosa m’è venuta in mente perché Don Novarini m’ha detto che, se Don Orione sarà beatificato, faranno la sua cappella proprio nel vano terra del campanile, che ai vecchi tempi era chiesa e ancora conserva preziose e antichissime pitture”.

Dopo qualche mese trascorso a Tortona, Giuseppe Montagna fu destinato alla «Casetta» di San Remo, il primo vero probandato e noviziato della Piccola Opera. Qui, il giorno di San Luigi del 1900, indossa l’abito chiericale e inizia la sua formazione religiosa alla scuola di Don Sterpi e di Gaspare Goggi. C’erano anche Giuseppe Zanocchi, Don Ferretti e altri primissimi. Negli anni successivi, mentre fa da assistente ai giovani del Convitto “San Romolo”, attende ai propri studi, completando in San Remo le classi del ginnasio e del liceo.

Piaceva a Don Orione il suo carattere aperto, leale, coerente. Il più bell’elogio di quanti l’hanno conosciuto per tutto l’arco della vita è quello di affermare che egli «fu sempre se stesso», vale a dire dimostrò costante linearità di condotta, propositi santi, fortezza di atteggiamenti religiosi.

Fatti i primi Voti a Villa Moffa di Bra (Cuneo) nel 1909, frequentò la teologia a Roma laureandosi alla Gregoriana. Emise la consacrazione perpetua nel 1912 e nello stesso anno divenne sacerdote a Ventimiglia, per le mani del Vescovo Mons. Daffra, già rettore nel Seminario di Tortona.

 

            Il suo stampo spirituale

            Don Giovanni Venturelli spiega lo stampo spirituale di Don Montagna in questi termini: “A meglio comprendere, al di là di quanto poteva apparire, questa figura esemplare stagliatasi nel panorama della Piccola Opera, con la sua fisionomia spirituale, con l’osservanza tetragona ad ogni deformazione o concessione pregiudizievole della regola, con la rinuncia ad ogni sollievo, privilegio, eccezione, va detto che la sua virtù fu il frutto di due componenti in apparenza antitetiche e ai più sconosciute, ma rivolte dalla grazia di Dio in un’unica direzione: la forza magnanima della santità di Don Orione e la timidezza umile ma generosa di Don Montagna. Don Orione seppe cioè trasformare la eccessiva timidezza, frutto di umiltà, e, in certe occasioni, perfino lo scrupolo di Don Montagna, in quella ferrea donazione alla santità e fedeltà alla Congregazione, che brillano oggi tra le più vere, splendide gemme del suo spirito e della sua attività”.

Chi deve combattere con la propria naturale timidezza – non codardia - per potersi affermare sviluppando le potenzialità di bene, può guardare a Don Montagna come ad un esempio e protettore. La sua serietà interiore e la sua scrupolosa fedeltà al dovere avevano accentuato ancor più la timidezza, a tal punto da rendergli difficile l’impegno apostolico. Ma Don Orione lo animava: «Coraggio, caro mio Don Montagna, fatti coraggio: il Signore ti riserva di fare molto bene al nostro caro Istituto… Ti voglio confortare in questi giorni, facendoti conoscere che sono molto consolato della tua condotta e del tuo lavoro per l’amore di Gesù Cristo, della Santa Chiesa e dei nostri cari orfani… ».

Il valore prezioso del sapere incoraggiare! Ebbene, pur con questa stoffa umana, Don Orione seppe via via confezionare – o contribuire a sviluppare, col divino aiuto – uno dei suoi «figli spirituali» più ligi al dovere, più immolati al servizio, più decisi e tenaci nell’ubbidire in ogni circostanza della vita, più abbandonati alle disposizioni e ai desideri del Fondatore.

«Nei servi di Dio – gli raccomandava Don Orione – non deve entrare nessuno scoraggiamento e neppure alcuna tristezza: è sconveniente perdere il coraggio sotto tale Padrone. Coraggio, caro mio Don Montagna: il nostro coraggio deve essere fondato tutto nel nostro Dio e accompagnato da vera umiltà».

Settant’anni di militanza religiosa e sacerdotale stanno lì a dimostrare come Don Montagna fosse bene fondato nella confidenza in Dio.

 

            Apostolo dei due mondi

Cosa fece Don Montagna durante la sua vita? Don Montagna fu un libro aperto e strumento docilissimo nelle mani del Fondatore che di lui si servì in ogni momento e nelle più sofferte e urgenti circostanze, con ogni affidamento, anche là dove altri non sarebbe stato disponibile. “Tu sarai il mio braccio destro, se starai umile in Domino”. E così fu. Don Montagna si distinse sempre per l’umile sentire di sè e, da parte sua, Don Orione lanciò quel giovane confratello in tante frontiere di bene. “Tu dovrai fare molto cammino nella Congregazione e molti ne condurrai in Paradiso con te!”.

Don Montagna fu posto a capo della Colonia Agricola e Orfanotrofio S. Antonio di Cuneo (1912-19) e della Casa Madre di Tortona (1919-1922), nel periodo del terremoto di Avezzano e della prima guerra mondiale, quando gli orfani salivano a frotte dal meridione.

Nel dicembre 1921, durante il suo primo viaggio oltre oceano, Don Orione lo chiamava in Sud America, con altri Confratelli, destinandolo a Victoria di Buenos Aires (1922-1924) e successivamente a Puerto Mar del Plata (1924-1925).

Dopo un biennio di intervallo trascorso in Italia per motivi familiari, durante il quale resse la sezione San Gerolamo del Piccolo Cottolengo Genovese in Quarto dei Mille, ritornò in America Latina. Fu destinato quale superiore al “Patronato dos Obreros” di Montevideo (Uruguay) dal 1927 al 1934. Sempre in Uruguay, Don Orione gli affidò l’avvio della Colonia agricola e del santuario alla “Virgen de las Flores” a La Floresta. Di fronte alle difficoltà e ai timori sollevati da Don Montagna di fronte a quell’impresa, il Fondatore con la confidenza e libertà che lo caratterizzava, gli risponde: “Che mi stai cinguettando, o caro Don Montagna? Fatti il segno della Croce e va avanti, ad occhi aperti, s’intende, ma va avanti con fede. Quello che preme è di stare ai piedi di Dio e della S. Chiesa. E poi non fossilizziamoci, non seppellire i talenti, non lasciarci prendere da un timore che è inganno del diavolo, ma lavorare, lavorare, lavorare!” (6.2.1930).

Nel 1934, dall’Uruguay passò al Probandato e Noviziato di Lanùs, in Argentina, ove si fermò fino al 1937, per poi ritornare nuovamente in Uruguay, a La Floresta.

Stare al passo apostolico del Fondatore non era in quei tempi facile per nessuno. Ma nessuno si arrendeva perché capiva di vivere qualcosa di grande e di bello condividendo le speranze e i bisogni di lavoro che Don Orione gli andava proponendo. Don Montagna non conobbe rifiuti o soste nella sequela del Fondatore che lo incalzava: “Fate presto, poiché la vita è breve e dobbiamo operare il bene mentre Dio ci dà luce. Fede! Vita! Coraggio!”.

Don Montagna si adattò con esemplarità agli uffici anche manuali più umili, faticosi, sacrificati; si superò nelle resistenze naturali e limiti interiori, rinsaldando e modellando il proprio temperamento, accogliendo le modifiche che il Padre della sua anima gli andava suggerendo nelle frequenti lettere. “Lo zelo illuminato – gli osserva Don Orione - desidera molto di far tutto quello che può, ma non esige molto dagli altri, perché conosce la limitazione e la debolezza umana, e sa che troppo difficile è trovare un uomo che non abbia difetti”. Per richiamarlo alla moderazione, in altra circostanza, gli scrive: “Tutti ammiriamo il tuo spirito, che sa di eroico, ma l’eroismo ai religiosi si consiglia, non si può comandare”. 

La scomparsa di Don Orione, nel marzo 1940, trovò Don Montagna ancora nelle Americhe, ormai veterano dalle molte esperienze nel campo missionario. Ricoprì incarichi, al fianco di Don Zanocchi e di altri Confratelli, a Claypole (1942-1948), a Rio de Janeiro (1948-1952), specialmente collaborando al consolidamento delle istituzioni cui aveva dato l’avvio o incremento Don Orione stesso durante la feconda permanenza sud-americana dal 1934 al 1937.

 

Gli ultimi anni in Italia

Nel 1952, dopo la morte di Don Carlo Sterpi, primo Successore di Don Orione, Don Montagna viene eletto membro del Capitolo generale che conferma alla carica di Superiore Don Carlo Pensa. Si apre così per Don Montagna il terzo periodo della sua «missione», questa volta in Italia.

A Roma, presso la Casa Provinciale dei SS. Apostoli Pietro e Paolo ricopre l’ufficio di Vicario Provinciale e poi di Consigliere Provinciale (1952-1964); poi passa a collaborare nella Postulazione per la Causa di Beatificazione di Don Orione che ha sede a Monte Mario.

Gli anni trascorrono e le file dei più anziani alunni e collaboratori del Fondatore e di Don Sterpi si assottigliano. Don Montagna è guardato come a una reliquia preziosa, un testimone dello spirito di famiglia da conservare, un “patriarca” cui l’affetto e la venerazione permettono di continuare il prezioso servizio della “memoria”. Si era in anni di grandi mutamenti sociali e culturali che si sogliono evocare associandoli al “Concilio Vaticano II” e al “Sessantotto”. Don Montagna, sempre discreto, ripeteva: «Camminare, camminare, ma tenersi ben stretti sempre a Don Orione: guardare a lui, fare quello che farebbe lui!».

Il confessionale, la guida morale di quanti ricorrevano a lui, la preghiera costante, qualche lavoretto concreto ancora alla sua portata, la direzione spirituale di Istituti femminili, la partecipazione defilata ma cordiale agli eventi della Congregazione costituiscono il tessuto degli anni della sua vecchiaia, rischiarata da tanta luce interiore e dall’ottimismo paziente e saggio della fede.

Nel 1969, si fanno sempre più sentire i sintomi della stanchezza e della vecchiaia. Quasi ne ha pudore. Reagisce fin dove gli è possibile. Vorrebbe almeno bastare a se stesso, lui che ha servito sempre e indefessamente gli altri. Da buon discepolo di Don Orione, vorrebbe anche lui “morire d’in piedi”. Spera almeno di poter morire «in casa» e per questo viene inviato al Paverano di Genova, sede centrale del Piccolo Cottolengo di Don Orione, dove può avere assistenza qualificata e godere del clima della famiglia orionina, in mezzo a confratelli, Piccole Suore Missionarie della Carità, e i “nostri cari poveri”.

“La nostra mercede non è su questa terra. ‘Merces nostra in coelis est’, sta scritto sotto i piedi di uno dei 12 quadri dei SS. Apostoli che sono in alto della navata grande della chiesa grande di Pontecurone”, aveva scritto Don Orione al confratello e compaesano in un momento di tribolazione. E venne l’ora della mercede. La chiamata del Signore lo raggiunse il 15 giugno 1973. Dopo commoventi celebrazioni funebri a Genova, a Tortona, Don Montagna fu portato nella chiesa del suo battesimo al paese nativo, Pontecurone, dove poi venne sepolto.

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