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Messaggi don Orione
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Nella foto: Claypole, 28 aprile 1935: Don Orione alla benedizione della Prima Pietra del Piccolo Cottolengo Argentino
Autore: Enzo Giustozzi
Pubblicato in: Giustozzi Enzo «Don Orione in Argentina», in Peloso Flavio (a cura di), Don Orione e il Novecento. Atti del Convegno di Studi (Roma 1–3 marzo 2002), Rubbettino, 2003, 143–160.

Contributo di Don Enzo Giustozzi al Convegnodi Studi "Don Orione e il Novecento", Roma, Università Lateranense, 1–3 marzo 2002.

DON ORIONE IN ARGENTINA

Enzo Giustozzi

 

            La Chiesa in Argentina nell’’800 e ‘900

            L’Indipendenza argentina dalla Spagna ha inizio nel 1810 [Rivoluzione di Maggio], e si attua il 9 luglio 1816 con la dichiarazione dell’indipendenza al Congresso di Tucumán.[1]

            Il vescovo spagnolo di Buenos Aires[2], Lué y Riega, era contro la rivoluzione e l’indipendenza mentre invece c’erano parecchi preti e frati [“criollos”] tra i “rivoluzionari” e i congressisti a Tucumán, nel 1816.[3]

            Nel 1819, con la morte dell’ultimo dei tre vescovi della “cristiandad indiana”, incomincia un lungo interregno di acefalia episcopale, di prevedibili dannosissime conseguenze.

            La ricostruzione dell’intelaiatura ecclesiastica è incominciata attorno al 1830, e si è consolidata nel 1860 quando Buenos Aires è stata staccata dall’Arcidiocesi di Charcas [Bolivia] ed elevata a prima arcidiocesi argentina. Avvenimento importante fu anche il “Concilio Plenario dei vescovi dell’America Latina”, tenuto a Roma nel 1899.

            Negli anni 1870-1890, si susseguono epidemie di febbre gialla e di colera. Contemporaneamente, in Argentina nascono diverse congregazioni religiose femminili, dedite alla carità verso i malati e all’insegnamento. Arrivano pure diverse congregazioni europee: Salesiani, Lasallani, Redentoristi, Betharramiti, ecc. che sopperiranno alla mancanza di clero locale.

            Nel 1884 si ha la Prima “Assemblea dei Cattolici Argentini”, convocata e presieduta da José Manuel Estrada [1842-1894], professore universitario e giornalista, uno dei laici cattolici eminenti. Il suo nome verrà dato a una scuola a Mar del Plata per scelta dello stesso Don Orione.[4]

          Agli inizi del Novecento, si “scontrano” il progetto liberale-laico, che è al potere e farà di tutto per mantenerlo, con il nascente progetto socialista[5], e quello cattolico.[6] Dalla sfida dei due progetti laici, più o meno anticattolici, nasce e si consolida il “movimento cattolico”.

             Agli inizi del Novecento, l’istituzione ecclesiastica era costituita, oltre che dall’arcivescovado di Buenos Aires, da una decina di diocesi.[7] Nel 1916, l’internunziatura era stata elevata a Nunziatura, poiché sembravano totalmente superati i conflitti dell’Ottocento, tra Chiesa e stato liberale, che avevano provocato addirittura l’espulsione del delegato apostólico Mons. Matera, nel 1884[8]. Interrotti i rapporti diplomatici con la Santa Sede per ben 16 anni, nel 1900 il governo giunse ad un cosiddetto “modus vivendi”[9] riguardante il tormentato argomento del “patronato”.

              Nel 1923, il “modus vivendi” tra governo argentino e Santa Sede viene fortemente scosso da un dissenso sulla nomina ad arcivescovo di Buenos Aires, Mons. Miguel de Andrea [considerato liberaleggiante, e che voleva concordare col governo]: fu proposto da un “decreto”[10] del presidente Alvear e non accettato dalla Santa Sede, perché non bene accetto dall’altra linea dei cattolici, gli “intransigenti”.

              Questa vertenza andrà avanti fino al 1926, quando il governo finalmente accetterà la nomina a vescovo del Padre provinciale francescano, Bottaro, e –per salvare la faccia - dichiarerà “persona non gradita” sia il Nunzio, Beda di Cardinale, che Don Maurilio Silvani, che devono partire subito.[11]

 

             Don Orione in Brasile e Argentina: agosto 1921 - giugno 1922

            Quando Don Orione giunse con il primo viaggio in America Latina, era già un po’ conosciuto in Brasile, perché i suoi religiosi erano a Mar de Hespanha dal 1914[12], ma in Argentina egli era uno sconosciuto. Fu una vera provvidenza che a Buenos Aires, quale auditore della nunziatura apostolica, ci fosse Don Maurilio Silvani. Egli, compagno di seminario di Don Orione e che aveva vissuto per qualche tempo nelle case della congregazione in Italia, fece da vero “introduttore” del Fondatore nella Chiesa argentina.  Da qualche lettera di Don Orione apprendiamo che il Vescovo de La Plata si dichiarava il suo “protettore”, ma era sempre Don Maurilio che ci sta in mezzo.[13]

             Il 13 novembre 1921, Don Orione sbarca in Argentina. Pochi giorni dopo trova “ad aspettarlo” a Victoria [venti chilometri a nord da Buenos Aires] l’immagine della Madonna della Guardia. E quella sarà la prima casa orionina dell’Argentina. Sono trascorsi esattamente ottant’anni da quella data: 11 febbraio 1922.

            Appena messo piede in Argentina, il giorno dopo, scriveva a Don Sterpi e a Don Zanocchi: “Sono a Buenos Aires da jeri, dopo un viaggio felicissimo, da Rio de Janeiro a qui, di cinque giorni di mare. Sono ospite dei Redentoristi, e mi fermerò qui circa un 15 giorni; in questo tempo spero fare tutto, e poi tornare in Brasile (...).

            Qui ebbi accoglienze cordialissime, entusiastiche e dall’Arcivescovo e dal Nunzio e da molti distinti personaggi e ne sia lode al Signore! Domani vado da Mg.r Alberti, Vescovo di La Plata, la più grande e popolare Provincia dell’Argentina, Vescovo influentissimo, oriundo di Savona, il quale «vuole essere il primo protettore dei Figli della Divina Provvidenza in Argentina», fu lui a pagarmi anche il viaggio per venire qui, e postdomani celebrerò ai piedi della prodigiosa Madonna di Lujan.

            Jeri fui da Mg.r Silvani condotto anche alla Lega argentina delle Dame cattoliche, e sabato 19 corr, farò un discorso al Collegio delle Dame del sacro cuore alle Signore e figlie di Maria, qui a Buenos Aires. Parlerò anche alla società di San Vincenzo.

            Qui ho molte buone proposte. Vantaggiosissime sotto ogni riguardo.

La difficoltà sta nello scegliere, data la scarsità di personale disponibile.

            Io vedo che qui l’opera si va estendendo in modo meraviglioso tanto qui che al Brasile (...) Ma sarebbe necessario che voi e don Montagna veniste tutti e due qui e anche don Alferano. Io sarei tranquillo  (…) Così si farebbe gruppo solido e ben sicuro; si aprono due case di Noviziato, una qui (...) e un’altra (...) in Brasile. E presto ci formiamo qui un personale nostro e sicuro.  (...) Il più grande sacrificio sarà per il povero don Sterpi, e mi sanguina il cuore a comunicargli questo mio piano; ma il Signore penserà a dargli conforto e ajuto; ma egli in fondo comprenderà che qui in America bisogna mettere gente nostra e sicura”.[14]

            Quale era l’atteggiamento, quali furono le aspirazioni  e i piani di Don Orione in America?

Erano passati sol due mesi dal suo arrivo in Brasile, e ancora non era andato a Buenos Aires, quando scrive a Don Quadrotta:  “Bisognerà che la Congregazione faccia ogni sforzo, ma si pianti bene, qui in Brasile e in Argentina; io non mi muoverò, se prima non avrò gettate almeno le fondamenta della pietra delle colonne miliari che la Divina Provvidenza vuole che si elevino qui, a salvezza di questa povera gioventù e a bene della Chiesa”.[15]

Anche in un’altra lettera di un mese prima, parla della sua “tattica”: incominciare dai centri e dagli sbocchi: “Se in Argentina si potesse mai mettere un piede in Buenos - Aires, cioè allo sbocco e nel cuore stesso della nazione, mi sarebbe caro assai, e ciò sarebbe anche secondo la mia tattica in Domino: di piantarci negli sbocchi e nei centri come abbiamo fatto anche a Roma, di avere almeno un pied ‘a terra, a Sant’Anna; - poi, piano piano, ci faremo strada, ajutandoci la Madonna benedetta”.[16]

Ma ciò non significa che tutto fosse pensato e calcolato prima. Infatti, a Mons. Grassi, vescovo di Tortona, scrive: “Mi sto preparando ad aprire la Casa in S. Paolo, e poi ajutandomi nostro Signore, ritornerei in Argentina; - press’a poco quando v. Eccellenza, già riceverà questa mia, io sarò in mare: in quattro o, al più cinque giorni di mare e sono là. Sono passi che i miei in Italia non li capiscono[17], e altri di lì insieme con essi non li capiscono, io pure non capisco che poco poco di ciò che sto facendo, e che mi va succedendo qui. Cerco di pregare, e prego più col desiderio e coll’affetto del cuore, che come si prega usualmente».[18]

E, quasi a prolungare ed allargare il suo sguardo [un cuore “senza confini”] in una lettera a una badessa benedettina brasiliana, leggiamo: “...oggi la linea dell’Equatore, che vorrebbe essere linea di divisione come di emisferi e così di continenti e di popoli - io a gloria di Dio confesso che invece mi sento portato dalla carità di N. Sig.re Gesù Cristo ad abbracciare spiritualmente da questo punto -come sacerdote di Cristo – tutti i popoli e tutte le genti in Dio”.[19]

            Partendo per il ritorno in Italia, a giugno 1922, dopo meno di dieci mesi di soggiorno latinoamericano, Don Orione lasciava dietro di sé quattro nuove opere appena avviate, due delle quali non andranno avanti, come anche cessò l’attività quella tribolata prima casa a Mar de Hespanha (Minas Gerais).

In Brasile: chiesa della Aquiropita a San Paolo e Casa de Presevaçao, a Rio de Janeiro.

In Argentina: chiesa di Victoria e Istituto “riformatorio” di Marcos Paz.

            In quei brevi dieci mesi, Don Orione aveva rilanciato la presenza della congregazione in Brasile, aveva aperto il “fronte” argentino, aveva anche “toccato” Montevideo, e ripartiva in Italia, lasciando Don Zanocchi a superiore, suo “luogotenente” latinoamericano, a Victoria.

            Ecco come presenta Don Orione il nuovo superiore “americano”: “Il 19 marzo, festa di S. Giuseppe, ho nominato don Zanocchi mio Vicario per l’America Latina (…) Gli ho dato in ajuto, in qualità di segretario, il don Giuseppe Montagna. (…) Egli è il più anziano di tutti e per anni di sacerdozio e per età, e vi sarà più padre in Gesù Cristo che superiore: ciò di cui avevate bisogno”.[20]

            Questa forte spinta non si fermerà in assenza del Fondatore. Infatti, tra il primo e il secondo viaggio di Don Orione in America Latina, sorsero in Argentina ben cinque nuove case:

            1924: Chiesa e scuola “Sagrada Familia”, al porto Mar del Plata, e opera delle Dame di San Vincenzo.

            1927: Parrocchia [senza chiesa!] di Nuova Pompeya, a Buenos Aires, in terreno proprietà delle Dame di San Vincenzo; l’opera fu aperta per iniziativa di Don Contardi.

            1930: Arrivano in Argentina le prime sei Piccole Suore Missionarie della Carità di Don Orione e incominciano nella casa di Lanús. Meno di un anno dopo, le suore lasceranno Lanús per differenza di vedute con le Dame di San Vincenzo. Tra il 1931 e il 1933 le suore apriranno altre due case, una nel centro di Buenos Aires  -l’asilo infantile “Beata Imelda”, oggi Scuola “Don Orione” - e il Noviziato al quartiere un  po’ periferico “La Floresta” (oggi anche Casa Provinciale delle suore).

            1931: Casa di Tres Algarrobos, a 300 chilometri da Buenos Aires, verso La Pampa. Nel 1934, ci sarà pure una comunità di suore, con un internato e una scuola elementare.

            1932:  Seconda casa a Mar del Plata, San José, per iniziativa di Don Duttto, che dal 1929 dalla Sagrada Familia andava in bicicletta a fare il catechismo in una casetta a tre chilometri,.

 

            Il secondo viaggio: 1934-1937

            La comunicazione tra il Fondatore e i suoi del Sudamerica, e singolarmente dell’Argentina, dal 1922 al 1934 è rappresentata da una fittissima[21] corrispondenza tra Don Orione e i suoi religiosi, specialmente Don Zanocchi, suo “delegato” sudamericano.

Da questa corrispondenza epistolare apprendiamo che Don Orione aveva intenzione ferma di ritornare in America; intenzione annunciata[22] [e rimandata] un anno dopo l’altro, finché si è finalmente realizzata nel 1934, in occasione del XXXII Congresso Eucaristico Internazionale di Buenos Aires.         

        

           Il Congresso Eucaristico di Buenos Aires [1934]

            In questo secondo viaggio latinoamericano, Don Orione è arrivato in Argentina assieme al Card. Eugenio Pacelli, legato papale al grande Congresso Eucaristico, e questa fu una “carta di presentazione” non da poco. Sbarcati il 9 ottobre, il congresso ebbe inizio il 10, e finì il 14. Ecco con quale entusiasmo, il 4 novembre, Don Orione ne parla: “Il Congresso Eucaristico fu un miracolo: oltre due milioni di fedeli partecipanti hanno sentito che qui con noi c'era il Papa, e che il trionfo di Nostro Signore era, insieme, il trionfo del Papa e della Chiesa, e di tutto quello che di sociale, di grande, di immortale, di sovrumano, di divino la Chiesa e il Papa sono, rappresentano e proclamano. La grandiosa celebrazione pubblica di fede, di amore, di adorazione a Gesù Eucaristia dell'Argentina ha superato tutti i Congressi Internazionali Eucaristici che furono, e non so se e dove potrà mai essere superata; solo il Paradiso è di più: noi qui già abbiamo visto e pregustato il Paradiso!”.[23]

            Per la festa San Giuseppe dell’anno dopo, 1935, l’entusiasmo non era affatto venuto meno, e gli farà scrivere ancora: “Ho visto decine di migliaia e migliaia di operai, di robusti lavoratori, di giovani, fiorenti di vita: medici, avvocati, ufficiali, professori d'università, deputati, ministri, confusi in colonne, confessarsi sulle piazze, lungo le vie, sui corsi di questa grande capitale! Più di 200.000 uomini, come un'immane, interminabile fiumana, avanzarsi compatti, pregando, cantando, e prostrarsi ai piedi di Cristo, adorare Cristo, ricevere Cristo, su la gran Plaza Mayo, davanti al palazzo del governo di questa nobile Repubblica Argentina.

            In quella piazza li ho visti fraternizzare, abbracciarsi in Cristo, giurare la loro fede, il loro amore alla Patria, piangere d'amore! Spettacolo unico al mondo!

            Che sentivano essi? Cristo! Chi c'era? Cristo c'era, o fratelli; Cristo Nostro Signore, che risuscitava in quei cuori; era Gesù, era il Signore, che passava su questa metropoli e scendeva tra il suo popolo. Ond'è che l'Eminentissimo Cardinale Pacelli, il Legato Papale, esclamava:  ma questo è il Paradiso!”.[24]

 

            Attività molteplici

            In questo secondo soggiorno latinoamericano, Don Orione stabilì il suo quartiere generale in Argentina, e da lì ha allargato il raggio della sua azione apostolica ai paesi vicini. È andato in Cile, [25] volando in aereo sulla maestosità delle Ande, e ha tentato più volte di andare anche nel Perù[26]. Nei suoi scritti e nelle sue parole ha fatto pure qualche allusione alla Bolivia, al Paraguay, al Messico[27] e al Panama.[28]

            Nel frattempo, ha preso contatto coi più disparati ceti sociali e personaggi dell’Argentina, sia della Chiesa e non.[29]

            Ma il suo distintivo sarà sempre la carità verso i poveri, i rifiuti della società, che, in una nazione dove la sproporzione tra ricchi straricchi e poveri strapoveri era la prova evidente dell’ingiustizia.

            Si era fatta fama da Santo[30], ebbe dei contatti con vescovi, preti e frati; e anche con presidenti, politici, dirigenti e intellettuali.

Per ben due anni [1935 e 1936] fu invitato a predicare gli esercizi spirituali ai Corsi di Cultura Cattolica, ai quali fu invitato anche il filosofo francese Jacques Maritain; che spesso fu visto servendo la messa a Don Orione.[31]

            A illustrare il rispetto e l’alta opinione acquisiti da Don Orione davanti alle autorità sia ecclesiastiche che civili, riferiamo quanto racconta P. Dutto al processo di beatificazione, “ricordo che un giorno, trovandomi in macchina con lui, mi confidò che, da parte del Nunzio e dal Presidente della Repubblica, gli veniva offerta la cura spirituale di tutto il Chaco Argentino, che l’avrebbero eretto in Prelazia… nella sua umiltà chiedeva a me il mio modesto parere al riguardo. Dopo breve riflessione … gli risposi: Mi pare una responsabilità eccessiva per noi, dato il limitato numero di personale di cui possiamo disporre. … Don Orione commentò: Hai ragione! Hai ragione!”. [32]

             Il 25 gennaio 1935, a richiesta del Nunzio apostolico, Don Orione prende possesso del Santuario di Itatí, a più di mille chilometri da Buenos Aires, mèta di pellegrinaggi di tutto il nordest argentino e del Paraguay. Scrivendo a Don Sterpi, Don Orione dice: “Sabato 25 genn., si prenderà possesso del Santuario e Parrocchia di Itati (Corrientes) li accompagnerà lo stesso Vescovo, che è figlio di Veneti: Mg.r Vicentin: egli è venuto qui a prenderli, e partono giovedì mattino, cioè domani, fanno 36 ore di treno e poi sette od otto ore di navigazione sul fiume Paranà; - vanno sino ai confini dell'Argentina, di fronte al Chaco e al Paraguay: li divide il fiume Paranà dal Paraguay”.[33]

            Nell’ultimo viaggio al Santuario d’Itatì, viaggio di commiato prima di rientrare in Italia, ispirato dalle grandi acque del Paranà, scrive: “Dal fiume Paranà - 29 Giugno del 1937, in viaggio” [così è intestata la lettera]  “Penso, ecco, io dal fiume Paranà, i fratelli e figli che ho lasciati, jeri notte, agli estremi confini dell’Argentina, di fronte al Paraguay: gli altri che sono nel Chaco: quelli che rivedrò stasera a Rosario, quelli i nostri che sono alla Pampa, a Quenca a Mar del Plata e in altri punti di questa Repubblica: gli altri dell’Uruguay, del Brasile; chi è in Albania, chi a Rodi, in Inghilterra, in Polonia, e voi, che siete in Italia, - tutti, oggi, insieme con me, lontani ma non divisi, dispersi, eppur tutti uniti nella comune Fede e nello stesso amore di figli amatissimi, oggi ci consoliamo insieme, preghiamo insieme pel Papa, celebriamo Gesù Cristo e Pietro, nel Papa nostro Pio XI”.[34]

 

            Il Piccolo Cottolengo Argentino

            Senz’altro che l’opera orionina più caratteristica, in Argentina, è il Piccolo Cottolengo. Preparandone la benedizione della prima pietra [aprile del 1935], così lui stesso lo presentava: “Affidati alla Divina Provvidenza, al gran cuore degli Argentini e di ogni persona di buona volontà, si inizia in Buenos Aires, nel Nome di Dio e con la benedizione della Chiesa, una umilissima Opera di fede e di carità, che ha suo scopo di dare asilo, pane e conforto a “los desemparados”, agli abbandonati, che non hanno potuto trovare aiuto e ricovero presso altre Istituzioni di beneficenza. (...)   La porta del Piccolo Cottolengo non domanderà a chi entra se abbia un nome, ma soltanto se abbia un dolore”.[35]

A marzo 1935, Don Orione scrive a Don Sterpi che entusiasmo e benedizioni per il Piccolo Cottolengo argentino abbondano, ma i soldi no: Il 28 aprile il nunzio apostolico viene a benedire la prima pietra del I padiglione del piccolo cottolengo argentino fuori di Buenos Aires, è di 21 ettari di terreno, metà circa è frutteto e giardino con viali e ortaglia, - l'altro è campo a grano. Aria buonissima e molta acqua. Noi avevamo qualche mattone della Porta Santa di Roma, uno non si adoprò: vedete dove è, e mandatemelo subito, subito, subito, ché farà da I pietra; deve giungere qui prima del 28 aprile: si chiude l'Anno Santo e si inizia il cottolengo argentino. Deo gratias. (…) Ora pregate che la Divina Provvidenza mandi il danaro per fabbricare. Qui c'è molto entusiasmo pel cottolengo: siamo in Argentina ma danaro niente finora”.[36]

E quattro anni dopo, i padiglioni erano ben quattordici, come conferma lo stesso Don Orione scrivendo ai benefattori del Cottolengo Milanese, nel 1939: “Oh, non è forse stata la Provvidenza a donare, in appena quattro anni, quattordici padiglioni al Piccolo Cottolengo Argentino…?”.[37]

 

            “Vivo o morto tornerò!”

            Parlando alla “Radio Ultra”, pochi giorni prima della partenza definitiva, così si esprimeva Don Orione: “È arrivata per me l’ora della partenza; (…) Ebbene, voglio dire a tutti ed assicurarvi che in Argentina ho trovato per sempre la mia seconda patria e che coll’aiuto di Dio ritornerò in essa, vivo o morto perché voglio che le mie ceneri riposino nel Piccolo Cottolengo Argentino di Claypole confortate dalle preghiere di tanti cuori che per la vostra inesauribile carità troveranno qui, tra le braccia umili ma ricolme di affetto dei miei amati figli, i religiosi della Divina Provvidenza”.[38]

            Il 24 agosto Don Orione sbarcava a Napoli, e due giorni dopo era a Tortona, con i suoi che finivano un corso di esercizi spirituali. Naturalmente, Don Orione parlava loro dell’esperienza americana. Stralciamo dal verbale: “Espongo certi criteri dedotti dell’esperienza che ho fatto, della vita che ho vissuta nelle nostre case d’America, criteri che ho dovuto farmi visitando parecchie case di religiosi e di religiose nate in Italia e sviluppatesi nel Sud America.”[39]

Il bilancio del suo lungo soggiorno americano [quasi tre anni!] era altamente positivo, in opere fondate e avviate, in esperienze umane e di fede nella Provvidenza: “Ho dubitato qualche volta se la Congregazione fosse opera di Dio, ma in questi tre anni l’ho toccata con mano più volte la Provvidenza. (…) Sono partito dall’Argentina senza lasciare un ‘centavo’ di debito. Abbiamo là più di 60 aspiranti, abbiamo giovani che hanno lasciato impieghi ed un avvenire e promettono molto bene”.[40]

Dopo cena, raccontando fatti ed impressioni “americane”, diceva: “Portare grande rispetto alle autorità, in tutto quello che si può aderire senza farci rimorchiare stiamo con loro, senza essere però di quelli sbandieratori… Tener alte le glorie della propria Patria… ogni terra ha le sue glorie.. celebrare le glorie della nazione in cui ci troviamo e non perderci in antagonismi… no  metterci a fare dei paralleli. (…)   Tanta parte del risultato del mio lavoro in Argentina, dopo l’aiuto di Dio e della Madonna (…) penso che sia stata la tattica di andare avanti in punta di piedi ed in certe circostanze preferivo piuttosto un passo indietro che un passo avanti… In certi momenti sentivo di avere con me tutto il cuore degli argentini… non ho mai chiesto un soldo e non mi è mai mancato nulla; non ho chiesto protezioni e non mi sono mancate le protezioni…”. [41]

Ripete a più riprese e in tutti i toni: Noi siamo per i poveri, per i più poveri, e ve lo dico dopo che sono tornato dall’ America. Quando si va in America e si torna dall’ America, si americanizza – si allargano le idee… - ma su questo punto sono diventato più rigido. Ho visto tante cose… mi sono passati per le mani molti soldi… ho visto tante cose, ripeto, e ho veduto anche la lotta tra i … [e qui nomina due congregazioni] per carpire i figli delle famiglie più abbienti… (…) In quegli istituti non c’è posto per i poveri, come non ci fu posto per Gesucristo. (…) Il popolo, cari miei, è abbandonato, l’avvenire –ricordate- è del popolo e della classe proletaria… se non andremo ai poveri, ai più poveri, saremo tagliati fuori. (…) Se no succederà che si farà il deserto attorno alla Chiesa. (…) La società si orienta in senso popolare. (…) Siamo tutti figli del popolo, senza offendere nessuno”.[42]

Nel migliore dei sensi, nel senso orionino della carità che «sa una e tutte le lingue», dunque, si può ben dire che Don Orione “aveva fatto l’America”.

Don Orione è oggi presente più che mai, in Argentina, Brasile, Cile, Paraguay, Perù, Messico, Uruguay, paesi dove lavorano i suoi figli. Specialmente in Argentina, si usufruisce ancora oggi della sua eredità, della sua fama e santità.

 


[1] Tucumán è una piccola cittadina a 1300 chilometri a nord di Buenos Aires, verso la Bolivia.

[2] Le diocesi nell’epoca “coloniale” erano solo tre.

[3] Il Papa Pio VII, nel Breve “Etsi longissimo”, del 30 gennaio 1816, esortava “Ai Venerabili Fratelli Arcivescovi e Vescovi, e ai diletti Figli del Clero dell’America cattolica soggetta al Re di Spagna. ... a non tralasciare sforzi per sradicare e distruggere completamente la funestissima zizzania delle sommosse e delle sedizioni che un uomo nemico ha seminato costì.” E a illustrare “le virtù singolari ed egregie del carissimo Nostro figlio in Cristo Ferdinando, Re Cattolico della Spagna e vostro, per il quale nulla è più prezioso della Religione e della felicità dei suoi sudditi...”. Cfr. pure il Breve “Etsi Iamdiu”, del Papa Leone XII, del 24 settembre 1824, che ripete praticamente le stesse parole.

[4] “Al Colegio S. José forse converrà cambiare nome, (...), quasi che vorrei si chiamasse: Colegio José Manuel Estrada: è un nome che è un programma: pensaci e pregaci un po’!”; Scritti 29, 229.  E due giorni dopo, il 6 febbraio: “Chiama, senz’altro, il Collegio «Colegio José Manuel Estrada», e scrivene alla famiglia d’urgenza, dicendo anche che è Don Orione che chiede loro tale favore, di poter dare al nuovo Collegio tale nome, che è onore della Chiesa e della Nazione Argentina”; Scritti 29, 230.

[5] Collegato col fenomeno della dilagante immigrazione europea, principalmente dall’Italia e dalla Spagna, ma anche dalla mittleuropa e paesi slavi, inclusi gli ebrei; in cinquant’anni si moltiplicò la popolazione, specialmente nelle città e centri industriali.

[6] Cfr. Fortunato Mallimaci in: AAVV. Historia General de la Iglesia en América Latina. T. IX: Cono Sur (Argentina, Chile, Uruguay, Paraguay), Cedila, Ed. Sígueme, Salamanca 1994. P. 363.

[7] Córdoba, La Plata, Paraná, San Juan, Santa Fe, Salta, Tucumán, Santiago del Estero, Catamarca e Corrientes.

[8] Gli ingredienti del conflitto erano stati il “patronato”, che lo Stato pretendeva aver ereditato dalla Spagna, ma che la Chiesa non riconosceva; la legge 1420, d’insegnamento “laico”; e qualche anno dopo la legge di matrimonio non religioso.

[9] Il governo continuava a dirsi erede del diritto concesso ai Re di Spagna da Papa Giulio II nel 1503, per cui voleva presentare i candidati per la nomina a vescovi dalla Santa Sede; ma la Chiesa suggeriva prima, e accettava dopo, i nomi, senza riconoscere la validità giuridica di detto “patronato”.

[10] “Art. 1° preséntase a la Santa Sede para arzobispo de la Arquidiócesis de Buenos Aires, al Ilmo. Obispo de Temnos, Dr. Miguel de Andrea a fin de que se sirva conferirle la investidura canónica con todas las prerrogativas que corresponden a su alta investidura”.  Come si vede, il “decreto” “decretava”, e non suggeriva né chiedeva semplicemente.

[11] Don Orione scrive nel 1927: “Tutti, del resto, sanno che tu hai sostenuto fortiter i diritti della chiesa, e specialmente della sede Apostolica” [Tortona 19 aprile 1927].

[12] Benché lo stesso Don Orione così descrive la situazione: “tutto l'Istituto di Mar de Hespanha è costituito da un ragazzo che fa da servitorello, orfano di padre, di forse 13 anni, e noi altri: 6 sacerdoti con me e il ch.co José Dondero che ha 27 anni”; lettera a Don Sterpi, da Mar de Hespanha, 1° settembre 1921; Scritti 14, 89.

[13] “Sono un povero sacerdote, ancora personalmente sconosciuto a V. Eccellenza, ma l’Uditore della Nunziatura di Buenos Aires, Mg.r Maurilio Silvani, mi scrive che Vostra Eccellenza Rev.ma, nella sua paterna bontà, vuol essere il vescovo protettore mio e della mia umile Congregazione in Argentina”; 1921, dal Brasile, Scritti 64, 132.

[14] Scritti 59, 49-51.

[15] Da Mar de Espanha, 22 ottobre 1921, Scritti 26, 38.

[16] A Mons. Silvani, da Mar de Espanha, 22 settembre 1921, Scritti 4, 256.

[17] Il 20 ottobre 1921, Don Sterpi gli scrive: “Leggo nelle vostre il desiderio che avete di aprire altre case costì a Rio e che anzi volete spingervi a Buenos Aires. Per ora non pensateci manco perché non abbiamo il personale necessario”. E il 9 novembre, mentre Don Orione stava in mare andando in Argentina, Don Sterpi che ancora non lo sa, gli scrive: “Mi ha spaventato assai l’impegno che vi siete assunto coll’arcivescovo di San Paolo e mi spavento per gli altri impegni che può darsi abbiate già assunto quando questa mia vi sarà pervenuta... Mi spaventa anche la vostra frase: non ho fretta di ritornare in Italia”; 9 novembre 1921; Scritti di Don Sterpi 4, 211.

[18]  Da Mar de Espanha, 1° gennaio 1922, Scritti 45, 176.

[19] Alla Badessa benedettina di Santa Maria, in Brasile, del 24 giugno 1922, in viaggio di ritorno in Italia, dall’oceano, Scritti 51, 239.

[20] A Don Casa, 22 marzo 1922. Parole quasi testuali in altre lettere di febbraio e marzo a Don Ghiglione e a tutti i religiosi interessati, Scritti 29, 145.

[21] La corrispondenza era in genere settimanale, e a volte anche più spesso, come si può vedere negli “Scritti” di Don Orione [118 volumi!].

[22] “Ora vado in Italia a prendere la benedizione del nuovo S. Padre, per me prima di tutto, e poi per quello che Iddio ha fatto già, o vorrà fare al Cile, in Argentina e qui. Fornirò la mia lampada con un po’ di olio con i Santi Esercizî Spirituali; mi fornirò di altro personale, e poi, se Dio vuole, ritornerò”; Da Rio de Janeiro, all’rciverscovo di San Paolo, 27 maggio 1922, Scritti 51, 139. “Io ritornerò presto in Argentina, con l'ajuto. Mando avanti alcuni in Brasile; altri verranno con me”; da Tortona, il 13 settembre 1922, a Don Zanocchi, Scritti 1, 56.  “In settembre poi del 26 ritorno in America”; da Roma, il 20 agosto 1925, a Don Camillo Bruno, Scritti Scritti 23, 119, “Ho rimandato e forse rimanderò a dopo gli Esercizî la mia andata in America”; da Roma, alla Valdettaro, 16 aprile 1923, Scritti 65, 264.

[23] Da Victoria, il 4 novembre 1934, Scritti 88, 97.

[24] Scritti 108, 28.

[25] Dal 30 gennaio 1936 al 9 febbraio. Cfr. Lettera a Don Sterpi dello stesso giorno, da Santiago, e a Liporace, dell’11 febbraio 36.

[26] Infatti, da Buenos Aires scriveva a Don Sterpi: “Andrò anche al Cile e al Perù, invitati a piantarvi case da quelli Arcivescovi di Santiago e di Lima. Ho accettato una vera missione al Mato Grosso (Brasile)”;26 ottobre 1934, Scritti 18, 19. Ancora a Don Sterpi: “Il non essere andato ora al Perù - mentre avevo tutto pagato, viaggi e permanenza - porterà a prolungare di qualche mese in più la mia lontananza, ma pazienza!”; 15 maggio 1935, Scritti 27, 234.  E, ancora a Don Sterpi: “Non so se ora subito potrò andare anche al Perù, è difficile. Dovrò, certo, ritornare qui altra volta, prima di venire in Italia (se così al Signore piacerà), e allora andrò anche a Lima”; 15 gennaio 1936, Scritti19, 18.

[27] “Volevo spingermi nell'Uruguay, nel Paraguay e poi cercare di aprire qualche tenda anche nel Cile e in Bolivia, ma sarei un generale senza soldati (...). Mi piange il cuore veramente, avere qui tante proposte di aprire Case, e dover sempre rifiutare”; 13-dicembre 1921, a Don Cremaschi, Scritti 2, 210 “Ho dovuto, per mancanza di personale, sospendere l’apertura della casa al Messico; però non vi ho affatto rinunciato”; a Don Casa, da Tortona, il 28 aprile 1925, Scritti 29, 172.

[28] Cfr. Papasogli Giorgio, Vita di Don Orione, IV ed., Gribaudi, Torino,1994; in spagnolo: Ciudad Nueva, Madrid, 1989; in portoghese: Loyola, S. Paulo, 1991, Cap. XCVI.

[29] Ho ascoltato personalmente, quando ero ancora essendo giovane chierico, la testimonianza del Dottor Rómulo Garona Garbia, “fondatore” e grande animatore degli “Amici di Don Orione” in Argentina, che Don Orione aveva fatto un invito anche ad Alfredo Palacios, il primo deputato socialista latinoamericano, che aveva incominciato la sua lotta sociale essendo membro dei “Círculos Católicos de Obreros”; e Palacios nei primi anni sessanta, si rammaricava di non aver avuto il coraggio de accettare detto invito.

[30] Circa la fama di “profeta”, avviene che ogniqualvolta c’è tempo di crisi in Argentina ricominciano le domande, da più parti, sulle profezie “politiche” di Don Orione, anche da parte degli... astrologhi!

[31] Vedi l’articolo di Flavio Peloso su Don Orione e Jacques Maritain, nella rivista “Criterio” (Buenos Aires), LXXIII (noviembre 2000), n°2256, p.628-632, e in “Messaggi di Don Orione” (32)2000 n.101, pp.31-40.

[32] Positio Don Orione, p. 586.

[33] Scritti 19, 7.

[34] Scritti 52, 70.

[35] Scritti 73, 90.

[36] Scritti 18, 73.

[37] Ai benefattori del Piccolo Cottolengo Milanese, 1939, Scritti 62, 47.

[38] Scritti 74, 138.

[39] Riunioni, p. 167.

[40] Scritti 105, 151.

[41] Riunioni, p. 175-176.

[42]  Riunioni, p. 179.

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