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Messaggi don Orione
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Nella foto: Annibale Zambarbieri interviene al Convegno
Pubblicato in: «Don Orione, Papi e papato», in Don Orione e il Novecento. Atti del Convegno di Studi (Roma 1–3 marzo 2002), Rubbettino, Soveria Mannelli, 2003, 37–72.

Dtudio del prof. Annibale Zambarbieri presentato al Convegno "Don Orione e il Novecento", Roma, 2002.

DON  ORIONE,  PAPI  E  PAPATO

Annibale Zambarbieri

 

            Visione e passione del Papato

La sera dell’8 marzo 1940, a Tortona, nella sede della Congregazione da lui fondata, don Luigi Orione, sebbene molto sofferente per l’aggravarsi della malattia che di lì a quattro giorni ne avrebbe stroncato la vita, non volle privare del saluto della “buona notte” quelli che affettuosamente chiamava i suoi “figlioli”[1]. Nella commossa atmosfera della cappellina della casa, egli pronunciò parole semplici, percorse da un affetto che fondeva la premura per gli ascoltatori, concreta anche nei dettagli, con lo sguardo sui drammatici avvenimenti della guerra; la soffusa nostalgia dei ricordi con l’incoraggiamento e il richiamo verso gli ideali della comune vocazione. Egli era realisticamente conscio del suo stato di salute, né rispondevano ad artificio retorico frasi apparentemente di maniera, come “questa mia vita è attaccata ad un filo, e […] tutti i momenti possono essere gli ultimi […]; questa Buona Notte potrebbe anche, sapete, essere l’ultima”. Lo stile, disadorno ma non sciatto, e perciò spontaneo e sincero senza mai indulgere all’ovvietà, comunicava schietti sentimenti e radicati convincimenti, per sfociare infine in una toccante manifestazione dell’emotivo rapporto con l’uditorio: “dunque, addio, cari miei figlioli: pregherete per me ed io vi porterò tutti i giorni sull’altare e pregherò per voi”. Chi prese appunti del discorso, si premurò di annotare come don Luigi chinasse il capo, e, appoggiandosi alla balaustra, non riuscisse a trattenere le lacrime.

Nel breve colloquio si addensavano parecchi temi iscritti nella mente e nella coscienza del Fondatore della Piccola Opera: la preferenza per i poveri “che sono Gesù Cristo” e i sofferenti, l’abbandono alla volontà di Dio, l’importanza della pietà mariana, l’adesione allo spirito di don Bosco. Insieme risaltava insistita la segnalazione dei drammatici eventi bellici che sconvolgevano in quel periodo l’Europa. In particolare, la tragedia della Polonia, alla ribalta delle cronache, doveva angustiarlo in modo intenso, dati i rapporti della  Congregazione orionina con quel paese[2]: sicché più caldo risuonava il suo invito ad amare i “poveri fratelli” polacchi. Su tutto però sovrastava il monito a “stare e vivere sempre umili e piccoli ai piedi della Chiesa, come bambini, con piena adesione di mente, di cuore, di opere, con pieno abbandono ai piedi dei Vescovi”: tra questi, e al cuore dell’insieme dei credenti, poneva il Pontefice romano, vescovo dei vescovi  e, secondo  un  sintagma  abituale,  “ dolce Cristo in terra”.

Il papato riceveva pure un volto in quelle espressioni serali di don Orione: le fattezze, cioè, di Pio X, che definiva “nostro Papa, il Papa che ci ha dato la prima Casa in Roma, il Papa che ha ricevuto nelle sue mani i miei voti perpetui”. E proprio a Roma, il giorno dopo, 9 marzo 1940, avrebbe ricevuto l’ordinazione presbiterale un fratello iugoslavo[3], il primo di quella terra tra gli orionini a diventare sacerdote, e destinato all’opera missionaria: «bella cosa salire l’altare – continuava  don Luigi -  prendere la benedizione del Papa, e poi  […] andare, partire per le Missioni».

Come in un exemplum, sbocciato dalle tardo medievali artes moriendi, il discorso di addio di don Orione sembrava compendiarne la lezione esistenziale sull’asse di alcuni principi-guida e di attitudini basilari: la ferma professione della fede “cattolica”, la capacità di ubbidire, asceticamente affinata fino al candore dell’innocenza; l’inclinazione a contemplare il Signore nei derelitti e comunque in chi invocasse qualsiasi tipo d’aiuto; l’avvertenza ai gravi problemi dell’ora storica; e, infine, quasi in un ravvicinato primo piano, l’ancoraggio alla figura, all’insegnamento, alle direttive papali, per un’irradiazione universale del cattolicesimo mediante l’opera missionaria.

Gioverà notare una quasi coincidenza, certo ignota a don Luigi, ma non destituita di una suggestione almeno evocativa: circa due giorni dopo questo discorso di commiato, il Papa di allora, Pio XII, ricevendo in udienza l’ambasciatore tedesco voi Ribbentrop,  aveva  attirato l’attenzione sul problema polacco, lamentando che il  governo tedesco si fosse mostrato, in quella nazione, ostile alla Chiesa, e infine rivolgendo un deciso appello perché alla S. Sede fosse consentito inviare un rappresentante vaticano nei territori occupati dal Reich[4]. Il colloquio del Pontefice con il rappresentante della Germania aveva avuto luogo l’11 marzo. Il 12 don Orione, poche ore prima di morire, inviava un telegramma a Pio XII nel primo anniversario dell’incoronazione papale, proclamando “la devotissima obbedienza” al Pontefice da parte dei membri della sua Congregazione, i quali supplicavano – così la frase – “Iddio ascolterà i gemiti vostro paterno cuore come già Gregorio Magno veda Vostra Santità Angelo riporre spada et grande divina luce verità nella carità di Cristo diffondersi dalla tomba dei Beati Apostoli su universa terra».[5]

Don Luigi evocava dunque un singolare parallelismo tra il pontefice dell’ultimo periodo della sua esistenza e il vescovo di Roma che, al tornante tra il VI e il VII secolo, era assurto a simbolo della straordinaria energia etica del cristianesimo anche sul piano civile, durante una epocale transizione nella storia europea, ed aveva coronato, con originale genialità, la prospettiva dell’episcopato universale del vescovo dell’ Urbe. In particolare va ricordata la risonanza di quel Sermo 32, in cui Papa Gregorio contrappose con grande efficacia la Pax emanante dalla cattedra  di Pietro all’antica pax romana che si reggeva esclusivamente sulla forza delle armi. Da questa angolazione non è arbitrario accostare l’accenno del telegramma orionino a quanto ebbe a scrivere pochi anni più tardi lo storico Federico Chabod: “Sempre mi torna alla mente, quando penso a quei giorni a noi così vicini, ciò che accadde nel V secolo […] i Visigoti, a Roma, non osarono penetrare nei luoghi consacrati, e la popolazione fu salva […]. Presentandosi come i difensori della popolazione abbandonata dall’autorità imperiale, i papi gettarono le basi […] del potere e dell’influenza […] della Chiesa di Roma»[6].

Com’è ben noto, l’ascesa del papato, e di Roma, sul sempre più ampio teatro della catholica, con arsi e tesi fin dai primordi del movimento cristiano, aveva assunto nel corso dei secoli morfologie differenziate, approdando lungo l’Ottocento a una polarizzazione devozionale di notevole rilievo.  In particolare, dopo il Concilio Vaticano I e la definitiva caduta del potere temporale, il ruolo del Vescovo di Roma  venne compreso in termini più chiaramente spirituali e universalistici.[7]Al tramonto della sua vita, don Orione, negli accenni appena riferiti, proponeva una sintetica lettura di quel processo disteso sul lungo periodo; ma presentava anche la consapevole e compendiosa trascrizione del proprio itinerario di uomo di Chiesa, fornito di capacità cognitive e realizzative che, al di là di diversificate valutazioni, si imponevano comunque per la corposità dei risultati, ben visibili ormai su una mappa intercontinentale.[8] Le sue intraprese e le realizzazioni nascevano da impulsi molteplici, attinenti, per farne solo un elenco incompleto, alle disposizioni intellettive e volitive personali, alla  non comune resistenza a lavorare “senza soste”, postillerà Don Giuseppe Zambarbieri che ben lo conobbe, come alla straordinaria sopportazione della sofferenza; ma non si può negare che le prerogative e le opzioni personali si esplicitassero intenzionalmente in campo religioso, specificamente ascetico e per certi riguardi mistico, entro il quale don Luigi incluse senza dubbio e con straordinaria determinazione, “l’appassionata fedeltà al Papa e ai vescovi, il supremo amore della sua vita”.

Lo storico, nel suo tentativo di comprendere, dovrà esaminare tali fattori, e scoprirne magari altri. Sembra opportuno soffermarsi sull’ultima inclusione, perché ciò permette sia di illustrare, come si è già indovinato dai testi appena addotti, lati senza dubbio presenti nel prisma del personaggio, sia di seguire da vicino le varianti di un fenomeno a vasto raggio, nel cattolicesimo moderno.

 

Il contesto storico della “pietà papale”

Il giovane Orione seguì una corrente ecclesiologica robusta e nettamente distinta nella cattolicità europea, che conobbe esponenti di rilievo e decisi promotori nella regione da cui egli proveniva. Basti rapidamente menzionare, i gruppi delle Amicizie cristiane e dell’Amicizia cattolica, ispirati da Pio Brunone Lanteri, Taparelli d’Azeglio, Joseph de Maistre, che irradiarono non solo in Piemonte, ma in Francia, Svizzera, Germania, una spiritualità popolare percorsa da echi mistici, desunti da  S. Giovanni della Croce e da S. Teresa d’Avila, insieme ad un caldissimo attaccamento al papato.[9]

Giovanni Bosco assecondò ed intensificò quest’onda, ricuperando altri temi settecenteschi, quali talune tesi dell'ecclesiologia a sfondo papale  sostenute dal barnabita Gerdil. Il fondatore dei Salesiani le inseriva letteralmente nell'opera Il  Cattolico istruito, e, nell’altro suo volume, Il Cattolico provveduto, le adattava agli  schemi familistici del rapporto tra Papa (il padre) e tutti i fedeli (i figli).[10] Sono ben noti sia l’influenza che don Bosco esercitò sull’orientamento vocazionale del giovane Orione,[11] sia l’attaccamento da questi manifestatogli in varie circostanze, ad esempio durante l’estrema malattia del sacerdote torinese, quando Luigi offrì a Dio la propria vita in cambio di quella del moribondo[12]. Si avverta anche l’impatto emotivo  vibrare nella pur tarda reminiscenza orionina dei funerali di don Bosco, ricordati con una prosa dai risvolti paesaggistico-poetici: «c’era la neve… gli alberi, i platani del viale Regina Margherita coi rami da cui pendevano come grappoli umani…»[13]. Nel 1935 don Luigi ribadirà: “È proprio alla scuola di don Bosco che ho imparato a conoscere e ad amare svisceratamente il Papa”[14].

Simile attitudine va collocata in una visione ad ampio raggio, che in modalità singolari caratterizzò il cattolicesimo otto-novecentesco. A designarla, molti storici hanno usato la formula di  “movimento verso Roma”. Giova puntualizzarne taluni aspetti, per capire non solo il sustrato del pensiero di don Orione, ma per scorgervi anche qualche elemento di originalità. In un approccio complessivo, si può asserire che la devozione verso il Vescovo di Roma derivava non soltanto dalle concettualizzazioni dottrinali, formalizzate in data recente nel Concilio Vaticano I, dai contraccolpi della perdita degli Stati pontifici, da mirate strategie canonico- giuridiche, ma anche entro e pure oltre questi fattori, da un plesso di sentimenti e di esperienze  estrinsecati in preghiere, atti di culto, manifestazioni di varia indole, che oltrepassavano il riferimento al singolo Pontefice. Il punto di arrivo del «movimento verso Roma» si configurava, in parecchie sfaccettature, come captazione simbolica di talune peculiarità ecclesiali: la continuità tra Chiesa delle origini, fondata su Pietro, e l'attuale, raccolta attorno al successore del primo apostolo; la sua universalità, assorbita in un vertice superiore ai particolarismi; il suo radicamento nella realtà invisibile di Dio, di cui il «vicario di Cristo» fungeva da emblema.[15]

Volendo accostare simili convincimenti in una sintetica efficace estrinsecazione sul piano del linguaggio, si potrebbe scegliere una frase di un religioso notissimo anche al grande pubblico, il barnabita Giovanni Semeria, pur accusato più tardi di modernismo e comunque molto legato a don Orione. Nel descrivere alla madre la scena di  un’udienza generale di Leone XIII  cui aveva partecipato nel 1883, egli scriveva ancora commosso dalla vista del papa in preghiera: “Se si riflette che egli è vicario di Cristo, che prega quello stesso Dio che rappresenta, che egli è il padre di tutti i fedeli, che comunica più da vicino, più direttamente con Dio, e a Dio esprime i dolori, le angosce, i traviamenti, i peccati del popolo, oh!, quanto è bella e sublime la preghiera del Papa!».[16] Sicché non par esagerato affermare, come è stato fatto a proposito della devozione a Pio IX, che nella coscienza dei fedeli il pontefice assumeva i connotati di «un essere trascendente, a mezza strada tra il reale e l’immaginario, fra l’umano e il divino», e inoltre che le prerogative e i carismi attribuiti al vicario di Cristo superavano la sua persona e i suoi meriti, permettendo di attingere la realtà di una Chiesa « carica di mistero anche nei suoi aspetti sociali»[17]. Da quest’angolatura, pare meno estemporanea l’osservazione di un pubblicista anch’egli cattolico, il Crispolti, buon conoscitore del mondo vaticano tra Ottocento e Novecento, secondo cui Leone XIII mirava a rappresentare «il papa tipo, ed anzi il papato vivente».[18] In fondo, se è lecito accostare testi diversi ma comunque rivelatori di un ampio coinvolgimento, coglieva nel segno dell’accennata percezione il poeta romanesco Gioachino Belli quando, nel celebre sonetto Er passamano, collegava la personalità del papa, designato con qualche ammiccamento voltairiano, come «er visceddio», alla realizzazione di un valore trascendente, divino («er Padreterno»).[19] In bilico tra arguzia e venerazione, tra familiarità e percepito senso del distacco,[20] tali versi del Belli intenderebbero descrivere, secondo alcuni, la «natura misteriosa del papato e del papa stesso, una natura definita in termini assoluti, non relativa a determinate circostanze storiche».[21] E una recente indagine semiologica conferma come nessuna puntura di satira s’insinui nel sonetto, il quale vuol presentare «con pienezza il servus servorum, non già a livello morale, ma a livello metafisico»[22].

Il sustrato di molte oggettivazioni di «pietà papale» sembra appunto individuabile su tale piano, come modalità concreta per apprendere e manifestare,  quasi ipostalizzandola nel vicario di Cristo, quella «personalizzazione» della realtà ecclesiale che si accentua nel cattolicesimo moderno, specialmente durante il XIX secolo.[23] Ciò rispondeva anche allo sforzo dispiegato dalle classi dirigenti degli stati ottocenteschi per creare simboli e riti che permettessero alle masse di scoprire e di rafforzare un’identità unitaria «nazionale», ancorandola a richiami frequenti e ben distinguibili, tali da evocare un imprescindibile retroterra tradizionale. L’esaltazione delle dinastie, l’erezione dei monumenti, la celebrazione di cerimonie pubbliche, insieme ad altri segni di indole analoga, rimandavano agli «atti fondatori» dello Stato, rinnovandone a scadenze precise la memoria. Nel tentativo di attenuare le conseguenze provocate dall’ideologia liberale dell’innovazione e del cambiamento, vennero isolate  aree simboliche nelle quali l’appartenenza a gruppi e a comunità riceveva rassicuranti conferme, e le concrete forme istituzionali venivano autorevolmente legittimate. D’altra parte anche i movimenti che coagulavano forze di opposizione alle classi dominanti si avvalsero di rappresentazioni popolari per instaurare una specie di «religione civica» alternativa ai poteri costituiti e per rafforzare il senso di coesione all’interno dei gruppi di militanti: fra i molti casi, uno dei più conosciuti è quello della celebrazione  del «primo maggio», che da antico complesso rituale inaugurante la primavera venne rapidamente piegata a ricorrenza festiva, e dichiaratamente rivendicativa, del proletariato.[24]

Molti elementi della  dottrina e della liturgia cattoliche sapevano suggerire il senso dell’appartenenza ad una collettività radicata nel gesto fondatore di Cristo e nella catena degli avvenimenti di una gloriosa tradizione. Parecchi anelli di questa s’intrecciavano attorno alla continuità del papato e alle sue singolari prerogative: ciò rendeva più accessibile il valore della partecipazione ad una comunità ecclesiale che il cristiano venerava e amava, nella quale si sentiva protetto e che, paragonata alle altre istituzioni – specie, nella particolare contingenza storica, agli stati nazionali – gli appariva «incomparabilmente più nobile, più pura, più forte, più indistruttibile, proprio come la reale incarnazione di tutto il vero, il buono e di quanto si può sperare»[25].

Tale visione «mistica» del papato, in cui trovano collocazione  sia gli sviluppi e le enfatizzazioni della teologia che la «spiritualità» del movimento cattolico, veniva alimentata da varie sorgenti e variamente si esternava. Si direbbe anzi che in questo come in altri campi della sensibilità religiosa si verificasse un interscambio tra le molteplici componenti dell’organismo chiesastico, gerarchiche, clericali, laicali o configurate in gruppi particolari: quasi un «dare-avere» tra programmi e stimoli pastorali da un lato e aspirazioni per dir così spontanee dall’altro.

 

La formazione nel tempo di Pio IX e Leone XIII

Entro le sponde di simile alveo procedette con sensibilità e iniziative proprie, don Orione. È utile una breve sosta  sulle modalità con cui  il giovane Luigi aderì a siffatte visuali. Innanzitutto non si trattò dell’esito di un’acquiescenza passiva, bensì del frutto di consapevolezze personalmente acquisite, magari in interazione dialettica con l’ambiente. Infatti, mentre ribadirà di aver avuto come punto di riferimento per  questa polarizzazione il fondatore dei salesiani, non dissimulerà di aver notato idee divergenti nell’Istituto della sua formazione seminaristica.: «Da don Bosco imparai un grande amore al Papa, grande amore! Ciò che non ho imparato in Seminario, pur con il grande bene che c’era».[26]

Le sue prime composizioni seminaristiche dimostrano un piglio rivendicazionista non comune nel propugnare il ritorno del potere temporale al Papa: « Non parlatemi di moderazione in fatto di questione romana, non parlatemi di prudenza: la prudenza in questo caso è codardia, la moderazione viltà, onta, tradimento. Lasciatemi, lasciatemi. Giù la Roma massonica: abbattiamo la Roma giudaica: la Roma pagana! E splenda sul Campidoglio il vessillo del Pontefice libero ed indipendente».[27] Nel 1892 volle redigere addirittura un opuscolo sull’argomento, che non poté venir stampato, ma i cui argomenti si possono arguire dal titolo Il Martire d’Italia, riferito a Pio IX.[28]

E, su questo sfondo, non stupiscono accenti neoguelfi, del resto rintracciabili anche nel don Bosco degli anni attorno al ’48. La riflessione si prolungava sul diagramma comprensivo della società intera, la cui rigenerazione poteva prodursi solo attraverso il riconoscimento dell’autorità sovrana della Chiesa e in particolare del Papa. Il principio dell’unità di fede e di disciplina ecclesiastica quale fondamento della coesione della compagine politica avrebbe rappresentato la garanzia della stabilità del potere e del benessere dei cittadini, come era avvenuto nel medioevo.

È verosimile supporre come nel Seminario tortonese, Luigi s’imbattesse in interpretazioni più sfumate del ruolo esercitabile dalla Chiesa di fronte e all’interno delle strutture civili che parevano affondare le loro radici nella rivoluzione francese e nelle altre successive rivoluzioni.[29] Forse una conferma a questa ipotesi può essere tratta sia dalle aperture diocesane verso il “munismo” (si noti che a Tortona operò Giambattista Valente), sia da certi indizi ricavabili, quali ripercussioni successive, dalle critiche rivolte all’istituto di formazione del clero da parte di mons. Callegari, vescovo di Padova e da un visitatore apostolico nell’epoca di Pio X.[30] In ogni caso don Orione, come altri, sulla spinta del magistero di Leone XIII, volse in dinamismi inconsueti l’intenzionalità restauratrice del movimento verso Roma. Vide, in modo limpido, la necessità che nelle file cattoliche, si attivasse un’associazionismo in grado di incidere nei gangli della società.[31]

Nell’ideale scala papato – chiesa – società, la direttiva e la  polarità derivavano per don Orione, dalla realtà sottesa al primo termine, ma in quella espressa dal secondo  egli non esitava a individuare articolazioni agili per un’immaginazione operativa tesa a scendere su terreni d’azione, oppure, audacemente, a crearli. Non si trattava però di un semplice impegno pragmatico. L’azione aveva le sue esigenze, ma la ragione i suoi dettami, scaturiti anche dal confronto con una temperie politica e scientifica non sempre favorevole al cattolicesimo: l’equilibrio non si otteneva sempre facilmente, motivo in più per riguardare le direttive pontificie come la bussola di un’ardua navigazione.

La spinta e l’illuminazione  leoniane (lumen in coelo, come si designò, secondo la profezia, Papa Pecci: e Orione lo ripeté nel ’97)[32] fecondarono la predisposizione di don Luigi a rendere alacremente attive le proprie idealità coniugandole con lo spirito di obbedienza e con un’acuta capacità di comprendere eventi e di cogliere occasioni propizie.

Da Leone XIII derivò una certa nostalgia per la res publica christiana, ma anche una concezione pronta ad ammorbidirsi per sostituire alle istituzioni dell’ancien régime quelle moderne, sebbene la prospettiva finale restasse un ideale di cristianità, cioè una permeazione evangelica dell’intelaiatura sociale mediante l’affermazione dei principi cattolici, introdotti pure per via legislativo-autoritaria. Difatti, una sintonia rimarchevole si stabilì tra l’anziano pontefice e il giovane prete tortonese. Quest’ultimo nell’udienza del 10 gennaio 1902, presentò al Papa le regole dell’Opera della Divina Provvidenza; gli parlò pure del proposito di assegnare alla Congregazione lo scopo di lavorare per l’unione delle Chiese d’Oriente, ricevendone un’approvazione incondizionata:  “ è questo un altissimo mio consiglio”, furono le parole di Leone XIII. Com’è ben conosciuto, tra le preoccupazioni principali di papa Pecci si distinse quella mirante a stabilire migliori rapporti con le chiese separate, in vista del loro “ritorno” alla “madre” di Roma, tuttavia nel rispetto di tradizionali usi, e di autonomie consolidate: specie nei confronti del mondo ortodosso, egli mostrò grande stima per le consuetudini liturgiche e canoniche, all'opposto della politica di sistematica latinizzazione dei patriarcati seguita sotto Pio IX.[33]

Da questo punto d’osservazione, vale la pena rimarcare come l’enciclica Satis cognitum, illustrativa di un’ecclesiologia che tentava di mettere a fuoco, sulla base di una ricca messe di referenze patristiche, gli aspetti spirituali della compagine dei credenti, e della loro unità, venisse citata, nel 1903, dal Decreto vescovile di approvazione della Congregazione, che palesa una chiara matrice orionina.[34] Di più: in un colloquio epistolare dell’anno precedente, con un non meglio precisato “Padre”, però identificabile con buona sicurezza nel barnabita Giovanni Semeria, don Luigi asseriva che l’unificazione delle chiese separate gli sembrava “opera non solo di carità, ma anche di riparazione da parte nostra[35]. È facile avvertire la colorazione innovativa, scarsamente attestata in quegli anni, dell’ultimo inciso, in cui si ammettevano senza tentennamenti inadeguatezze e colpe da parte cattolica nel determinare le scissioni storiche della Chiesa.

In ogni caso, rientrava in un ventaglio di sollecitudini e di punti programmatici che don Luigi via via enuncerà, badando però a mantenerne il perno ben fisso nella fedeltà al papato. Questa infatti rimaneva per lui essenziale e irrinunciabile, perché radicata nella sua impostazione ecclesiologica, che si nutriva di misticismo e di teologia. A comprendere l’una e l’altra giova soffermarsi, tralasciando analisi minute di molte stesure parziali e bozze, sul testo del Piano e Programma della Piccola Opera, presentato al vescovo di Tortona l’11 febbraio 1903.[36] L’incipit appare già rimarchevole, dal  momento che don Orione non attenua la valenza del ruolo dei vescovi nella Chiesa. Chiama il suo superiore diocesano con vocativi tradizionali: “padre nel Signore e Pastore dolcissimo dell’anima mia” ( e più avanti ancora “Padre nel Signore Nostro Gesù Cristo). Il linguaggio comunica una considerazione cristallinamente teologica – e di virtù teologale -  perché non misurata su rapporti meramente di convenienza o di cordiale amicizia. Il vescovo locale rimane comunque, per don Luigi, il sicuro trait-d’union con il primate romano; la compagine ecclesiastica era stata costituita «da Nostro Signore Gesù Cristo sotto la divina potestà dei vescovi, in unione e dipendenza con la divina e suprema potestà apostolica del beato Pietro, che è il romano Pontefice, perché di tutte le umane creature e le umane istituzioni si faccia un solo ovile sotto la guida d’un solo Pastore».

Nella voluta brachilogicità, la frase addensa  una visuale comprendente non solo le opzioni religiose, ma anche, si direbbe, quelle di stampo sociale e civile. V’è come una condensazione progressiva di temi  e di proposte ermeneutiche, la cui organicità, in qualsiasi modo si vogliano valutare, risulta difficilmente contestabile. Il concatenato argomentare dello scritto parte dall’opera della divina Provvidenza che, “nei secoli avanti la nascita di Nostro Signore Gesù Cristo era coordinata a disporre l’umanità a ricevere Gesù Cristo Redentore, e, dopo la venuta di Nostro Signore, nel corso dei secoli nei quali la Santa Chiesa milita sulla terra, l’Opera della Divina Provvidenza consiste nell’Instaurare omnia in Cristo: illuminare cioè e santificare le anime nella conoscenza e nella carità di Dio, e instaurare successivamente tutte le istituzioni e tutte le cose, anche appartenenti alla società esterna degli uomini, in Nostro Signore Gesù Cristo crocifisso, facendole entrare nello spirito e nella vita del Cattolicesimo, perché abbiano a prendere in esso il loro posto, abbiano a portare un ordine perfetto nella umana società».

Di qui la transizione al fulcro del papato: Gesù Cristo designò propriamente nel Beato Apostolo Pietro chi doveva farsi servo dei servi di Dio e su cui fondò la sua Chiesa, e a lui commise l’unità del governo visibile che avvicinasse sempre più gli uomini a Dio e, per l’assistenza dello Spirito Santo, diede a Lui e ai suoi successori sino alla fine dei secoli le parole infallibili di vita eterna, onde riuscire allo scopo della Redenzione, che è rinnovare in Gesù Cristo tutto l’uomo e tutti gli uomini, e il regno sociale di Gesù Cristo».

Il passo ulteriore riguarda il progetto squisitamente orionino: «il nostro minimo istituto, che per bontà del Signore sorse sotto la denominazione di Opera della Divina Provvidenza, riconoscendo nel Romano Pontefice il cardine dell’Opera della Divina provvidenza nel mondo universo, […] mirerà precipuamente a compiere, con la divina grazia, la volontà di Dio nella volontà del Beato Pietro, il Romano Pontefice e cercare la maggior gloria di Dio con attendere alla perfezione dei suoi membri, e impiegarsi, con ogni opera di misericordia, a spargere e crescere nel popolo cristiano – e specialmente nell’evangelizzare i poveri, i piccoli e gli afflitti da qualunque male o dolore – un amore dolcissimo al vicario in terra di Nostro Signore Gesù Cristo, con l’intento di concorrere a rafforzare, nell’interno della Santa Chiesa, l’unità dei Figli col Padre e, nell’esterno, a ripristinare l’unità spezzata con il padre».

L’indugio sulle prolisse citazioni è giustificato dalla stringente consequenzialità del dettato, che quasi scoraggia, in anticipo, ogni volontà di commento. E tuttavia allo storico spetta il compito di spiegarne alcune giunture. Innanzitutto vi constata  connessioni graduali. Esaminandole a ritroso, si può partire dall’indole della Piccola Opera, sorta per facilitare la pratica dei consigli evangelici, nella fede e nella carità operosa, in stretta subordinazione obedienziale alla gerarchia ecclesiastica e in modo peculiare, qualificante, al pastore supremo, il vescovo di Roma. Ciò perché l’assoluta dipendenza dal Papa, quale guida della fede e dell’azione, sembrava a Don Orione innestata, per dir così, nel codice genetico della Chiesa, in quanto modalità espressiva dell’autentico contatto con il Cristo, capo del  corpo dei credenti: solo riconoscendo ciò, ed operando di conseguenza, viene realizzata a suo avviso, l’unità dei fedeli per la salvezza del genere umano, per il prolungamento concreto del gesto misericordioso di Dio.

Simile prospezione rappresenta il  ground bass  del programma e delle realizzazioni orionini, che risuona esplicitamente, a tratti di frequenza variabile nella intera vita di don Luigi ed emerge nitido in un suo scritto carismatico giuridico del 1936, quasi a riassumerne l'intera esperienza[37] .Vi è ben distinguibile, quale nota di sostegno, una tesi teologica caratteristica. La formulò paradigmaticamente, così da influire per un ampio arco temporale sulla  manualistica, il gesuita Giovanni Battista Franzelin, uno degli attori sul proscenio del Vaticano I, specie nella fase preparativa dell’assemblea. Basti qui, in proposito, riportare un brano cruciale delle sue Theses de Ecclesia, che innervò parecchi capitoli dei volumi di studio nelle Università e Seminari europei: «Sicut Christus est Deus Homo, Verbum caro, ita corpus  eius Ecclesia in suis membris, in sua hierarchia, in suis sacramentis ac institutis constat duplici elemento, elemento per se humano ac visibili externo atque elemento divino et invisibili interno, quo humanum informatur et elevatur atque ita formaliter constituitur ecclesiasticum […] Spiritus Sancti dona sunt in ipsa, ut ita dicamus, velut incarnata, invisibilia fiunt visibilia, non utique in se ipsis, sed in elemento visibili coniuncto, quod informant et quo manifestantur»[38].  Il celebre teologo del Collegio Romano, ricorrendo all’analogia dell’unione ipostatica, concludeva sul nesso assai stringente tra Cristo e la Chiesa, la quale principaliter (così in un’altra delle Theses) era da identificare nella gerarchia, e specificamente nel suo vertice, il Pontefice romano.

Sin d’allora, ma soprattutto in seguito, si sarebbero tentate, o richieste, precisazioni sulla precisa indole di quel legame: dinamico? causale? riguardante l’efficacia delle azioni dei pastori della Chiesa, oppure la stessa fisionomia costitutiva di questa? Ci si poneva sul piano dell’”agere” o dell’”esse”?[39] Interrogativi di notevole spessore, ma prettamente specialistici, avulsi dunque dalla cultura teologica normalmente posseduta in molti ambienti ecclesiastici. Ciò che importa qui segnalare è il diretto raggiungimento di un postulato di fede, che induceva a vedere immedesimati i carismi divini (da Franzelin  chiamati “Spiritus Sancti dona”) nell’ordito di un’esistenza comunitaria in cui Cristo capo otteneva nel successore di Pietro una trasparenza coglibile solo attraverso la prima delle virtù teologali. Questo sembra il fulcro su cui fa leva l’intera concezione orionina della centralità del papato nelle dinamiche ecclesiali. Egli resta ben conscio di come esse vengano, e non di rado, inceppate da limiti, difetti, remore: ma il principio basilare rimane del pari inconcusso e discriminante.

Per il livello della nostra analisi è indispensabile rimarcare come don Luigi non si discosti dall’idea che nella dottrina, e più precisamente nell’indirizzo di governo del Papa, comprendente anche il suo magistero, sia misteriosamente ma realmente Cristo a parlare e ad agire:  perciò essi trasmettono la forza evangelizzatrice e salvatrice a tutto il mondo. Per proclamare con i fatti, più che con le enunciazioni verbali, siffatte certezze, don Orione fondò la Piccola Opera contrassegnandola in morfologie peculiari, anche mediante il IV voto  di assoluta fedeltà al  Santo Padre. Non è il caso qui di intraprendere la discussione sui tempi e le modalità del foggiarsi di un simile “speciale legame di speciale interesse”: l’ha già fatto, e con  acribia, don Ignazio Terzi.[40] Piuttosto, in sede di ponderazione storiografica, è doveroso rilevare sia il calco ignaziano di tale nota distintiva, sia la portata che vi si annetteva. In sostanza,  l’una e l’altra ineriscono a quella “romanità” prassologicamente ed esemplarmente accentuata, che scaturiva dalla convinzione secondo cui il Papa rimane necessario riferimento per il servizio di Cristo, particolarmente nell’apostolato. La frase di Gesù «chi ascolta voi ascolta me» (Lc 10,16), tradizionale base per l’obbedienza negli ordini religiosi, viene riportata da don Luigi ai destinatari originali, cioè i successori degli Apostoli e al Pontefice romano in primo luogo. Per quest’ultimo, valgono ragioni più mirate: la prima, teologale, come s’è detto, induce a vedere nel Papa il rappresentante di Gesù, e a sentire nella sua voce quella appunto del Cristo; la seconda si situa sull’asse della considerazione circa la maggior capacità del vescovo di Roma a focalizzare i problemi ecclesiali, possedendo egli  strumenti per conoscere le complessive condizioni della Chiesa; la terza si innesta sul dogma dell’universalità e, all’occorrenza, dell’infallibilità insite nell’autorità del Pontefice: la giuntura di collegamento però, per don Orione, è soprattutto individuata nella  proiezione mondiale, cattolica, del papato e, di conseguenza, nell’universalità del lavoro apostolico della Piccola Opera.

Piuttosto, rispetto all’indirizzo della Compagnia di Gesù, si può notare da un lato la sintonia, come detto nel documento dell’11 febbraio 1903, sulla ricerca della maggior gloria di Dio, secondo uno stilema inconfondibilmente ignaziano, dall’altro l’enfatizzazione del dovere del soccorso ai più indigenti «con attendere alla perfezione, e impiegarsi con ogni opera di misericordia, e specialmente nell’evangelizzare i poveri, i piccoli e gli afflitti da ogni male e dolore». Ci si curvava sui  più deboli, si risvegliava una sensibilità vibratile all’appello, quasi sempre silenzioso, dei derelitti e degli emarginati. “Gesuiti dei poveri[41] fu spesso l’appellativo rivolto agli orionini; non che la Compagnia di Gesù trascurasse i diseredati, ma, anche per precise circostanze storiche oltre che per un indirizzo programmatico, furono soprattutto le classi dirigenti a costituire i destinatari sia dell’istruzione pedagogica come delle cure apostoliche dei seguaci di S. Ignazio: i collegia nobilium, come appunto molte ricerche hanno posto in luce, rappresentarono il focolaio formativo della classe politica e intellettuale dell’era moderna in Europa. “Chiunque apra gli occhi – afferma Don Orione con lucida visione - deve riconoscere che il tempo dei governi così detti paterni, per un po’ almeno, è finito… Finora la Chiesa trattò con le dinastie, oramai dovrà trattare con i popoli. Ora la democrazia si avanza, e la Chiesa, non temiamo, le saprà dare il battesimo”.[42]

Don Orione raccolse, pertanto, moltissime istanze dei economicamente e socialmente più fragili, avvertendo le  condizioni di bisogno e di pericolo in cui rischiavano di essere abbandonati, all’interno della società capitalistica e industrializzata, i giovani handicappati, quelli psichicamente minorati e socialmente marginalizzati; per loro egli non immaginò solo l’assistenza inerte, ma ipotizzò un ricupero che li portasse a forme di inserimento nella compagine civile[43].

Le vie concrete per l’attuazione di simili propositi nell’itinerario delle sue fondazioni, saranno molte e diversificate, come la costellazione storica via via andrà postulando. E tuttavia simile evoluzione era fin da principio posta in modo stretto sotto la guida del Pontefice. Corrispettivamente sarà la medesima immersione nell’accadere storico a configurare la modellazione della fedeltà al papato. Le sagomature che questa progressivamente assunse vanno riportate alle immagini dei singoli vescovi di Roma che don Orione incontrò nella sua traiettoria esistenziale.

 

Pio X, il “suo” Papa

Il primo tassello nel mosaico delle figure papali, e consequenzialmente dell’unica composita icona del successore di Pietro, costruita da don Luigi, è rappresentato, come s’è già  visto, da Leone XIII. Leo magnus et illuminans impresse nel giovane Luigi la tensione verso un’alacre riconquista di spazi sociali, e lato sensu, politici per il cattolicesimo. Ma una nutritissima serie di tessere verrà a comporsi nello stampo del pontificato di Pio X. Giuseppe De Luca, un intellettuale versatile e provvisto di intuito non comune, anche per penetrare nelle pieghe del tessuto ecclesiastico  specie romano e curiale,  vedrà in Don Orione “l’uomo di Dio dei tempi di Pio X”. «Si sa – continuava – quanto Don Orione e Pio X fossero amici».[44] Si sa, certo, ma converrebbe passare in rassegna ai singoli momenti di quella straordinaria familiarità. Basti, in questa sede, un rapido excursus.

Il 4 agosto del 1903, il giorno stesso dell’elezione di Giuseppe Sarto, don Luigi informa di essere stato il primo a pregare sulla tomba di S. Pietro, per il nuovo Papa [45]. Qualche mese più tardi confiderà: «Il Papa mi vuole molto molto bene e mi passa 2.500 lire l’anno. Era un povero figlio di contadini anche lui, e sarà il papa della Divina Provvidenza». Circa tre mesi  dopo ai Figli della Divina Provvidenza venne affidata dal pontefice la cappellania di S. Anna in Vaticano: una propinquità dal valore non trascurabile, se correlata con i frequenti colloqui tra Pio X e don Orione, che già incominciavano ad inanellare una lunga catena.[46] Segno di una confidenza dalle tonalità quasi familiari, è la proposta che don Luigi non esitò ad avanzare, parlando allo stesso papa  Sarto, di offrire la sepoltura alla sorella di quest’ultimo, appena defunta, nella tomba dei Figli della Divina Provvidenza al Verano.[47]

 Il rapporto sfociò in notevoli impegni richiesti dal papa a don Luigi e alla congregazione orionina. A questa, su personale decisione del pontefice, venne affidata la missione nel quartiere Appio, la “Patagonia” come pittorescamente lo definì il pontefice, durante il 1908[48] . Non molto tempo dopo don Luigi venne nominato vicario generale della diocesi di Messina, in occasione del terremoto calabro-siculo, incarico mantenuto per tre anni, durante i quali il prete tortonese si prodigò con grande spirito di abnegazione in favore dei sinistrati e degli orfani, mantenendo contatti assidui e diretti con il Papa, anche per le questioni delicate dei rapporti con organismi laici quale il Patronato Regina Elena e altri operanti in quell’area.[49] Quali nodi caratteristici di una relazione sorprendentemente diretti, vanno menzionate sia la pronuncia della  professione perpetua del fondatore della Piccola Opera, il 19 aprile 1912, davanti al pontefice;[50] sia la revisione da parte di quest’ultimo delle Costituzioni orionine.[51]

Se nel susseguirsi di incontri, scambi, slanci confidenziali  si vuol afferrare il filo di una sorprendente liaison, è proficuo riflettere su talune affinità fra Orione e papa Sarto,  che De Luca allineava in tratti caratteriali e insieme in opzioni ben individuate: «Ambedue d’umile nascita, ambedue amici degli umili, ambedue appassionati del popolo minuto, ambedue zelanti del ministero modesto, ambedue non nemici del loro tempo ma nemmeno entusiasti; ambedue magnifici preti sino all’ultimo».[52] Così don Giuseppe: ma forse non è ozioso soffermarsi su un tratto della fisionomia spirituale del pontefice veneto, per scoprirvi in controluce una più distinguibile somiglianza con il sacerdote piemontese. Ambedue furono animati da un intento apostolico imperniato sulla  cura animarum, nella formalità del ministero parrocchiale. Quantunque una larga attività dell’uno e dell’altro si sia svolta  in ambito assai più vasto e con implicazioni molto più complesse, uno stile “parrocchiale”, collaudato in parecchie zone dell’Italia settentrionale, comandò pensiero e ministero di entrambi.

 «Curato di campagna» fu  l’etichetta applicata a Pio X per presentarlo in luce sfavorevole, eppur richiamata, e con perentorietà, da Pio XII come un preciso contrassegno del predecessore e – postillava - «non a sua menomazione». [53]In realtà all’immagine e al ruolo del parroco Giuseppe Sarto si sentì sempre strettamente, e nostalgicamente, identificato. Scrisse pochi mesi prima di salire al soglio pontificio a un suo amico: «Persuaditi pure che quando avrai provate tutte le consolazioni che offre la cura delle anime, sia pure nella più infelice parrocchia, si rinuncia volentieri a tutte le altre soddisfazioni pur buone…»[54]. Sicché, accanto alle personali doti, sia di carattere, incline alla bontà e nello stesso tempo deciso, sia d’intelligenza, certo più robusta che sottile, secondo il giudizio di Baudrillart, ma comunque geniale e pronta alla penetrazione intuitiva e alla comprensione sintetica, rimanevano in lui, sorrette e affinate da tali qualità, alcune componenti distintive dell’Idealtypus   prete-parroco: la schiettezza e la semplicità del tratto, il prevalere di un senso pratico-realizzativo, la premura spesso assillante per difendere il proprio gregge dai pericoli nei campi della fede e della morale, la dedizione, percorsa da venature che si direbbero paternalistiche, verso i più umili e i più poveri; la coscienza, non priva di irrigidimenti, della propria responsabilità ed autorità.

Sono altrettanti aspetti rinvenibili in don Orione, con qualche scarto dovuto alla maggior elasticità di questi nei rapporti umani, ad una sua più sciolta disinvoltura, intrisa di francescana semplicità, nell’affrontare problemi spinosi, e all’ appassionato impegno si direbbe specialistico, verso le “opere” caritative, costantemente mantenuta da don Luigi. Su una linea precisa questi rimase, comunque, saldamente attestato insieme al pontefice. Essa marcava la direzione dell’intransigenza nei riguardi delle correnti cosiddette moderniste, nelle quali entrambi avvertirono  la minaccia del disorientamento della fede dei semplici, da tutelare con  irremovibile risoluzione.[55] Per il prete tortonese si può soggiungere che la tutela inclinava ad essere in molti casi ferma sullo spalto dei princìpi, ma pure affettuosa nel dialogo umano e sacerdotale con  coloro cui si attribuivano le tendenze ritenute pericolose: in simile iniziativa, che conobbe diramazioni originali, Pio X lo approvava, a volte incoraggiandolo, altre volte lasciandogli libertà di manovra.[56]

Una sommità, se si vuole simbolica, dell’accordo tra i due personaggi, può venir collocata nella citata udienza dedicata all’emissione dei voti perpetui, nella primavera 1912. Va almeno accennato al momento difficile che il pontificato piano attraversava in quei mesi. Uno storico della statura d’Emile Poulat ha parlato, proprio per tale fase, di una inadeguatezza funzionale tra la grande volontà del papa e la sua effettiva autorità. L’ultima battaglia da lui combattuta sulle modalità d’ingresso dei cattolici tedeschi nel sindacato, si risolse in un suo arretramento  da posizioni prima sostenute. “Il Papa non è ascoltato, il Papa non è ubbidito”, ripeteva.[57] E proprio in simile frangente don Orione protestava una fedeltà a tutta prova nei confronti del “suo” papa. La lettera confidenziale che scrisse nella pentecoste ai suoi religiosi, agli allievi e benefattori manifesta un’adesione inequivoca e totalizzante all’indirizzo piano: “Gli ho protestato che […] avremmo sempre e sempre pregato per Lui e per la Santa Chiesa; che saremo sempre con Lui […]. La sua fortezza apostolica starà singolarmente grande a terrore e confusione dei nemici della Chiesa di Roma, nemici esterni ed interni; e la sua Fede divina e incrollabile, perché Fede di Pietro, starà a conforto dei  veri Figli della Chiesa e a salvaguardia della civile società».[58] E inoltre: «Niuno, dunque, ci vinca nella sincerità dell’amore, nella devozione, nella generosità verso la Madre Chiesa e il Papa, perché si compiano i desideri della Chiesa del Papa, perché si conosca, si ami la Chiesa e il Papa. Niuno ci vinca  nel seguire le direttive pontificie, tutte, senza reticenze e senza piagnistei, senza freddezze e senza titubanze. Adesione piena e filiale e perfetta… non solo in tutto quanto  il Papa, come Papa, decide solennemente in materia di dogma o di morale, ma in ogni cosa, qualunque sia ch’egli insegna, comanda o desideri».[59]

 

Benedetto XV e l’impegno per la pace

Simile rispondenza alle direttive del papato don Luigi non allentò dopo la morte di Pio X, il cui declinare nella salute egli aveva seguito con crescente assillo. [60] Quantunque alla successione il primo impatto con il mutato clima degli ambienti vaticani gli procurasse qualche  perplessità (“Il fatto di non aver lasciato venir freddo il cadavere del Santo Padre Pio X – confiderà – e di  aver demolito tanto lavoro da lui fatto, mi ha molto rattristato”),[61] sollecitamente l’ottica di fede lo aiutò a superare l’iniziale sconcerto. Instaurò dunque buoni rapporti personali con Benedetto XV, che non esitò ad affidare a don Orione compiti delicati [62]. Ma la sintonia più significativa si instaurò, come asserì espressamente don Luigi, con “l’opera di pacificazione e di unione, proprie del Pontificato”[63]: la convergenza riguardava la “specificità ecclesiale” dell’impegno per la pace, nel superamento dei nazionalismi, nella proiezione universale del cattolicesimo. Il verbale della riunione tenuta il 15 agosto 1915 dal prete tortonese con i collaboratori, riferisce una sua frase assai trasparente: «Qualunque siano le tendenze, qualunque siano gli eventi, non lasciarsi girar la testa; tutti abbiamo il sentimento nazionale, ma la prima patria nostra è la Chiesa di Gesù Cristo; la prima autorità è l’autorità della Chiesa di Gesù Cristo”.[64] Improntato dunque a cristallina coerenza fu il sostegno dato dal fondatore della Piccola Opera agli interventi pacificatori, allora tanto discussi, di Benedetto XV, come risulta, tra le molte oggettivazioni, da un articolo  orionino pubblicato su “Il pane di S. Antonio”.[65]

Occorre infine rilevare la concreta rispondenza di don Orione al programma benedettino mirante ad un più deciso universalismo nell’opera missionaria e, in genere, nell’evolversi dell’intricata relazione chiesa – mondo. La presenza della Congregazione in Terra Santa e nell’America Latina offrono una facile tangibilità  a simile proiezione come pure altri tentativi e aspirazioni di don Luigi.[66]

Se anche  si vogliono rinvenire emblemi immediatamente espressivi, quello concernente il vescovo di Roma può venir individuato nel monumento di Benedetto XV, scolpito dal Canonica e collocato nel 1920 a Costantinopoli, immagine plastica, al crocevia di due continenti, del ruolo papale come garante della pace e dei valori in cui tutti gli uomini potevano riconoscersi,[67] mentre quello riguardante don Luigi è riscontrabile nel viaggio da lui effettuato all'inizio degli anni venti in Brasile e in Argentina a impiantarvi quelle strutture dell’evangelizzazione e della carità della Chiesa, che non conoscevano confini.[68] Proprio allora, con la Società delle Nazioni,  venne effettuato su larga scala un tentativo, non scevro di ambiguità, per coagulare interessi, propositi ed energie in modo da contribuire, oltrepassate le barriere statuali, alla riduzione delle fratture e degli attriti fra gli Stati senza ricorrere ai confronti bellici.

Alcuni testi di Benedetto XV inculcavano la necessità del rinnovamento interiore come necessario requisito per un giusto ordine mondiale, quasi che, secondo il pontefice, le vere condizioni e le forme autentiche della concordia fra le nazioni, senza dubbio per lui custodite da una cattedra di magistero supremo rappresentante l'autorità di Cristo, dovessero però fermentare attraverso un processo necessariamente laborioso nella mentalità collettiva. Reminiscenze agostiniane, cariche di suggestioni, dell’enciclica Pacem Dei munus adombravano il disegno, carico di speranza, di una fraternità da promuovere non solo mediante i dettami ecclesiastici, ma con originali apporti di tutti gli uomini[69]. Non sembra arbitrario situare le iniziative orionine a raggio mondiale, nella loro concretezza umile se si vuole e tenace nelle angustie quotidiane, sulla scia di questa percezione di un afflato universalistico che il fondatore della Piccola Opera intendeva assecondare e rendere più robusto raccogliendo le aspirazioni e gli sforzi delle persone a tutte le latitudini, con l’annuncio e la presenza discreta nei contesti più problematici e irti di sofferenze.

 

Pio XI e la promozione della cattolicità ecclesiale

Il medesimo filone ideale sorreggerà il rapporto di don Luigi con il successivo pontificato, quello di Pio XI, punteggiato anch’esso di udienze, colloqui per missioni confidenziali e delicate.[70] La cifra unificante di tanti frammentati episodi è da ricercare appunto nell’intensificazione della cattolicità ecclesiale per un sempre più deciso, e trasparente e trainante universalismo. Sono anche qui bastevoli pochi cenni, unicamente e quasi emblematicamente centrati sull’interesse di don Luigi per la soluzione della “questione romana”. Egli intervenne significativamente almeno in tre snodi importanti. Innanzitutto  partecipò alla stesura di un progetto per la regolazione della materia, abbozzato con padre Genocchi, Semeria e il sottosegretario al Ministero di Grazia e Giustizia Fulvio Milani, il 17 gennaio 1923, due giorni ( o tre) prima di quell’incontro tra Mussolini e Gasparri in casa Santucci, che, com’è noto, doveva inaugurare una serie di approcci informali in vista di trattative vere e proprie[71].

Il secondo snodo si situa nel 1926, quando, dopo il chirografo pontificio del 18 febbraio, e dopo la dichiarazione del guardiasigilli Rocco del 14 maggio, vennero intrapresi negoziati “su basi più larghe” come disse appunto il ministro, per la soluzione dell’annoso problema. Durante le discussioni private tra l’incaricato della S. Sede Francesco Pacelli e quello del governo italiano, il  consigliere di  Stato Domenico Barone, don Luigi prese l’iniziativa di scrivere una  lettera al capo del governo in cui lo esortava a intervenire, su basi ragionevoli, per risolvere l’annoso dissidio tra Chiesa e governo italiano. La lettera, forse scritta su invito di Gasparri, reca la data  del 22 settembre 1926, in coincidenza dunque con un passaggio delicato dei colloqui tra le due parti.  Il 4 ottobre parvero superati i maggiori ostacoli al prosieguo delle trattative, dal momento che queste ricevettero il crisma dell’ufficialità.[72] Le argomentazioni orionine in questo settore riguardavano l’opportunità di fuoriuscire da una problematica ormai ottocentesca, e di coniugare il lealismo verso la patria con la fedeltà alla Chiesa: ma soprattutto urgevano verso il riconoscimento dell’indipendenza, riconosciuta giuridicamente, della S. Sede sul piano internazionale, per una più alacre irradiazione nel mondo della Chiesa “romana”.

Saranno le perplessità e i dubbi sull’imperfetta realizzazione di questo scopo, da lui considerato primario, che al terzo snodo, la firma dei Patti, produsse in don Luigi, al di là dell’innegabile  appagamento, una non celata insoddisfazione. Gli parve che troppo rafforzato ne uscisse il regime fascista, che poteva così più agevolmente  ottundere nei cattolici, provocando soprassalti di nazionalismo, intensificando le misure governative di controllo sulla cultura soprattutto nel settore educativo, il senso di appartenenza ecclesiale, dilatato al di là di tutte le frontiere e alimentato dalla missione esemplare e propulsiva del papato.[73] Giova forse notare come su questo crinale le posizioni del fondatore della Piccola Opera divergessero, in maniera drastica, da quelle di esponenti dell’intransigentismo, come ad esempio, Umberto Benigni. L’antico fondatore del Sodalitium pianum vide, nella Conciliazione, «la démostration que le fascisme avait su réussir où le démo-libéralisme avait souvent échoué et, grâce à lui, par-dessus tout, infiniment plus grandiose, Rome enfin réconciliée avec elle-même. La sagesse des deux  pouvoir avait guidé la séculaire querelle des Investitures […] L’Eglise avait rencontré un nouveau Costantin. Après la Roma impériale qui avait civilisé le monde, après la Rome pontificale qui l’avait christianisé, une nouvelle Rome prenait le relais et se proposait à lui en modèle».[74]

Non è forse casuale che negli anni del maggior consenso alla dittatura, don Orione fosse ancora una volta lontano, in America Latina, mosso da quella carità senza confini che la sua fede e l’adesione al Papa gli dettavano. In un’epoca di montanti cesarismi, rappresentati da Mussolini, da Hitler, da Stalin, don Orione sapeva far germogliare, dalle sue radici intransigenti, una robusta riserva critica, onde arginare l’invadente carisma del leader, frenare l’ossequio prono al verbo politico, razziale e bellico, evitare l’appiattimento dell’omologazione, e far risuonare più chiaramente la parola del vescovo di Roma, universale e bruciante i gretti nazionalismi, in vista di una cattolicità senza confini, che camminasse con il  “passo apostolico” della papalità e della carità. Sui tanti movimenti di deriva autarchica, si levava lo sguardo lungimirante del profetismo di Don Orione “Vedo dai quattro venti venire i popoli verso Roma. Vedo l’Oriente e l’Occidente riunirsi nella verità e formare i giorni più belli della Chiesa. Sarà una mirabile ricostruzione, forse la più grande delle epoche, la pax Christi in regno Christi”.[75]

 

Pio XII: solo il tempo di un saluto

Pio XII fu eletto il 12 marzo 1939. I vent’anni del suo pontificato conobbero, nel periodo iniziale, gli orrori della II guerra mondiale, scatenatasi proprio il 1° settembre dell’anno della sua elezione, e dalla lunga fase di ricostruzione civile, morale ed economica che ne seguì.

Don Orione salutò con particolare gioia la elezione di Pio XII: “Al S. Padre ho inviato questo telegramma: I piccoli Figli della Divina Provvidenza sono tutti prostrati ai vostri augusti piedi, o dolce Cristo in terra, in veneratione et exultatione magna”.[76]

Nel 1934, il Fondatore aveva compiuto insieme al cardinale Eugenio Pacelli, poi Pio XII, il viaggio in nave dall’Italia verso l’America Latina e aveva assistito alle celebrazioni del Congresso Eucaristico internazionale di Buenos Aires. Ricordando quei giorni, scrisse: “Il Cardinale Legato mi trattò con un’amabilità indescrivibile”.[77]

Alla prima opportunità, Don Orione andò a fare visita al nuovo Papa nella residenza di Castelgandolfo. Ne diede informazione in una lettera del  21 settembre 1939: “Sua Santità mi accolse con volto aperto, pieno di singolare benevolenza e, usando espressioni di molto affetto, mi porse a baciare la mano, cercando di sottrarre il piede. Insistette che sedessi e subito, quasi non dandomi il tempo di umiliare a lui gli omaggi e la devozione mia, nonché di tutti i Figli della Divina Provvidenza e di esprimergli la gioia che sentivo di trovarmi ai piedi del Vicario di Gesù Cristo. Entrò a ricordare il viaggio fatto sullo stesso piroscafo in America e quei giorni veramente indimenticabili del Congresso Eucaristico. Verso la congregazione nostra dimostrò il più grande affetto e paterno interessamento. L’udienza durò 27 minuti; e fui io a cercare ripetutamente di abbreviare e concluderla. L’udienza non poteva essere più paterna né più consolante di così”.[78]

E’ nota una scena, quasi un’icona-testamento del commiato di Don Orione. Era il 28 ottobre del 1939. Don Orione si avvicina inginocchiandosi a lato dell’auto del Papa che sosta sulla Via Appia, di ritorno da Castelgandolfo, circondato da confratelli e dai 1200 allievi dell’Istituto “San Filippo”. Il Papa si sporge. Don Orione gli prende la mano, la bacia e se la calca sul capo chinato con gesto umile, riconoscente, credente.[79]

Don Orione fece appena in tempo ad avvertire, con dolore, le preoccupazioni di Pio XII per la pace mondiale minata dalla terribile guerra mondiale.[80] “Ho trovato il S. Padre molto accorato per quello che sta succedendo, e per quello di più che si teme – riferì Don Orione all’abate Emmanuele Caronti -. Il volto ha tracce di profonde sofferenze o di penitenze, forse recenti, rivolte, penso, ad abbreviare le prove dolorose che la Chiesa e l’Europa attraversano. Mi si disse che deve fare penitenze particolari, come dormire per terra etc., rivolte a placare il Signore. Avendo il S. Padre appreso che non ero riuscito ad avere notizie dai nostri della Polonia, mi disse di rivolgermi, pel tramite della Segreteria di Stato, al Nunzio che è a Berlino. E già di questa pratica sta interessandosi mgr. Grano, appunto della Segreteria di Stato”..[81]

La trepidazione per la pace e l’amore al Papa di Don Orione rimasero sigillati nell’auspicio contenuto nell’ultimo telegramma indirizzato a Pio XII, il 12 marzo 1940, giorno della sua morte e anche primo anniversario dell’elezione del Papa: “Come già Gregorio Magno veda Vostra Santità Angelo riporre spada et grande divina luce verità nella carità di Cristo diffondersi dalla tomba dei Beati Apostoli su universa terra”. Pio XII, venuto a conoscenza della morte di Don Orione, lo definì “padre dei poveri e insigne benefattore dell’umanità dolorante e abbandonata”.

 

Hospitalia sulla via che conduce a Roma

Forse si può concludere questa rapida carrellata con un’evocazione, che a tutta prima sembra esulare dal tema, ma può suggerire una sommessa metafora, dell’itinerario orionino condotto nel segno della papalità. Recentemente, alcune ricerche hanno posto in luce come da Pontecurone, culla di don Luigi, transitasse una via “romea”, arteria di passaggio per molti pellegrini, diretti a Roma, punteggiata di hospitalia, luoghi di sosta cioè e di riposo, di cura, di scambio sociale[82]. Anche don Orione s’incamminò, fin dalla sua prima giovinezza, e con impaziente entusiasmo, verso Roma per venerarvi la tomba e la cattedra  di  Pietro. Era consapevole di trovare, alla meta, una concentrazione di cattolicità, nella verità che si componeva con la carità, e per questo non soggetta a tramontare. Lungo la strada  avrebbe incontrato molti  viandanti, tra i quali parecchi bisognosi e poveri, un’umanità sofferente, policroma e supplicante. A tutti si accostò, con amore cristiano; e fondò hospitalia di struttura nuova  rispetto a quella medievale, e diversissimi tra di loro, in corrispondenza con le innumerevoli necessità da soddisfare. Ma il suo ideale era fisso al successore di Pietro, perché questo gli sembrava il tramite, visibilmente accessibile, per raggiungere Cristo, a contatto con quella cattedra che, come aveva detto Ignazio di Antiochia, prendeva risalto  nell’agape.   E da Roma si dipartivano molte vie, diramantesi in tutto il mondo. Parecchie ne percorse  don Luigi, costruendo luoghi di ospitalità, imprimendovi i segni ecclesiali dell’amore di Dio. Per il credente ciò possiede la forte coloritura dell’esemplarità; per lo storico, disegna un campo assai vasto, disseminato di sorprendenti orme da esplorare, e di evidenze ricche di pregnante significato.

 

N  O  T  E


[1] L’allocuzione dell’ultima “Buona notte” (discorsetto al chiudersi della giornata) di Don Orione a Tortona, l’8 marzo 1940, riportata da G. Papasogli, Vita di Don Orione, pp.560-562.

[2] La congregazione era giunta in Polonia nel 1923 e vi contava già parecchie case; numerosi religiosi polacchi avevano precocemente  infoltito le fila dei Figli della Divina Provvidenza; al momento dell’invasione della Polonia da parte delle truppe di Hitler, il 1° settembre 1939, una dozzina di chierici polacchi erano presenti al “Paterno”, la casa di Tortona ove normalmente Don Orione risiedeva. Per notizie: B. Majdak, Storia della Congregazione dei sacerdoti di Don Orione in Polonia (1923-1945), Pontificia Università Gregoriana, Roma 1985; F. Peloso – J. Borowiec,: Francesco Drzewiescki  N.22666: un prete nel lager, Borla, Roma, 1999.

[3] Si trattava del primo fratello iugoslavo Kolomanno Kisilak.

[4] Il contenuto  dell’udienza è noto da varie fonti: ci si è qui riferiti ad una relazione di Mons. Domenico Tardini, datata Vaticano, 11 marzo 1940, in Actes et documents du Saint Siège relatives à la seconde guerre mondiale, vol. I. Le Saint Siège et la guerre en Europe, mars 1939 – août 1940, Città del Vaticano 1965, pp. 384-387.

[5] Telegramma di  Don Orione a Pio XII, 12 marzo 1940, riportato in G. Papasogli, Vita di Don Orione,  cit., p.518.

[6] F. Chabod, L’Italia contemporanea (1918-1948), Torino, Piccola Biblioteca Einaudi, 1961 pp. 124-125.

[7] In proposito rinvio i miei studi: Il nuovo papato,  Sviluppi dell’universalismo della Santa Sede dal 1870 ad oggi, Cinisello Balsamo (MI) 2001; Centralismo romano e universalismo nella missione del Papato. La prospettiva di Don Orione: spunti, consonanze e accordi storici, “Messaggi di Don Orione”, 23 (2002), n.107, pp. 5-26.

[8] Statistica della Congregazione al 1940: 82 case, di cui 26 fuori d’Italia; 286 religiosi con voti perpetui; 491 religiosi con voti temporanei; era presente in Italia, Polonia, Albania, Rodi, Stati Uniti, Argentina,  Brasile, Uruguay. ADO.

[9] G. De Rosa, Il movimento cattolico in Italia. Dalla restaurazione all’età giolittiana, Bari 1970, pp.7-24.

[10] P. Stella, Don Bosco nella storia della religiosità cattolica, II. Mentalità religiosa e spiritualità, Zurich 1969, p.119-138, spec. 136-137.

[11] A. Lanza, Giovanni Bosco e il Beato Luigi Orione, “Messaggi di Don Orione” (20)1988, n. 69. Pp.54-57.

[12] P. STELLA, Don Bosco nella storia della religiosità cattolica, I Vita e opere, Zurich 1968, p. 249-250.

[13] Don Luigi Orione e la Piccola Opera della Divina Provvidenza. Documenti e testi, I (1872-1893), Roma 1958, p. 306-307.

[14] Scritti, 100, 124.

[15] Per una visione panoramica si veda A. Zambarbieri, La devozione al Papa, in La Chiesa e la società industriale (1878-1922) a cura di E. GUERRIERO e A. ZAMBARBIERI, vol. XXII/2 della Storia della Chiesa, Fliche – Martin, Cinisello Balsamo 1990, pp. 9-81, da qui desumo alcuni puntuali riferimenti per il seguito del presente saggio.

[16] Giovanni Semeria alla madre, dicembre 1883, in Carte Semeria, Genova, Archivio Barnabiti S. Bartolomeo degli Armeni.

[17] M. Lagrée, Religione e populismo religioso nel XIX secolo, in Storia vissuta dal popolo cristiano, cit., p. 740. Altre osservazioni in A. Gambasin, Italie. Epoque contemporaine, in DS, col. 2304. Dello stesso autore si può consultare anche  Gerarchia e laicato in Italia nel secondo Ottocento, Padova 1969, pp. 27-35, 143-147, 214-216.

[18] F. Crispolti, Pio IX, Leone XIII, Pio X, Benedetto XV, Milano – Roma 1932, pp. 48-49.

[19] Se ne veda il testo in G. Belli, Sonetti, a cura di P. Gibellini, commento di G. Vigolo, Milano 1984, pp. 476-477: il sonetto è datato 4 ottobre 1835.

[20] Da notare che, nella lista di frequenza dei termini usati dal Belli nei Sonetti, «papa» è il secondo vocabolo dopo il neutro «sôr» (Concordanze belliane con lista alfabetica, lista di frequenza, lista inversa e lunario, a cura di F. Albano Leoni, 3 voll., Göteborg 1970-1972).

[21] B. Garvin, La «indignità» papale nei sonetti del Belli, in Tre sondaggi sul Belli, a cura di G. Almansi, Torino 1978, p. 50-51: l’intero studio, pp. 47-105, costituisce un’analisi complessiva dell’atteggiamento del Belli nei confronti del papato.

[22] G. Pozzi, Una dozzina di analisi di testo all’indirizzo dei docenti ticinesi del settore medio, Zurigo 1975, p. 1-4, cit. a p. 4. Tra le molte puntualizzazioni sulla religiosità del Belli, cito soltanto D. Bronzi, Il messaggio cristiano nei sonetti del Belli,  in Arcadia. Accademia letteraria italiana. Atti e memorie, s. III, vol. VII, fasc. 2  (1978) pp. 239-273.

[23] K. Rahner, Considerazioni dogmatiche in margine alla pietà ecclesiale, in Sentire ecclesiam, II, Roma 1964, p. 713-723. Riflessi interessanti di questo modo di comprendere la Chiesa e il papa si possono raccogliere dai molti elementi contenuti in una enciclopedia che, pur pubblicata in un’epoca posteriore a quella considerata dal presente saggio, ne riporta l’eco: Tu es Petrus. Encyclopédie populaire sur la papauté, publié sous la direction de G. Jacquemet, Paris 1934 (trad. it. con integrazioni e ampliamenti: Enciclopedia del papato, 2 vol., Ediz. Paoline, Catania 1961).

[24] In proposito. E. J. Hobsbawm, Tradizione e genesi dell’identità di massa in Europa, 1870-1914, in E. Hobsbawm. T. Ranger, L’invenzione della tradizione, Torino1987, soprattutto pp. 253-272. Per un caso particolare ma assai indicativo, M. Agulhon, Esquisse pour une archéologie de la République. L’allegorie civique feminine, in “Annales 28(1973) pp. 5-34.

[25] K. Ranher, Considerazioni dogmatiche, cit., p. 175.

[26] Don Luigi Orione e la Piccola Opera,  cit. I, p. 435.

[27] Scritti 96, 4.

[28] Scrive all’amico don Vincenzo Guido: “Mandami, se il puoi, il libro del Margotti «Le Vittorie». Cerca documenti, fatti storici, ingiurie, insulti... che mostrino Pio IX «Martire d’Italia». Al tempo stesso cerca i documenti  per un secondo opuscolo «Il Vampiro d’Italia» (il liberalismo, il massonismo)”; Scritti 59, 196.

[29] F. Peloso,  L’ambiente di Tortona nella formazione giovanile di Luigi Orione, «Iulia Dertona»  2001, pp. 7 – 26.

[30] Su questi particolari si veda M. Guasco, Fermenti nei Seminari del primo ‘900, Bologna 1971, p. 142.

[31] Cfr. I. Terzi, La Chiesa dovrà trattare con i popoli, “Messaggi di Don Orione 6(1974) n.20; pp. 17-27,Idem, Il momento storico in cui operò Don Orione, Rivista Diocesana di Tortona, maggio-giugno 1972, 105-112; A. Del Monte, La scelta sociale di Don Orione, p. 92-100 e I. Terzi, Il messaggio di Don Orione nella sua genesi storica, pp. 147-155; contributi di studi o pubblicati in Don Orione nel Cen­tenario della nascita: 1872-1972. Roma, 1975.

[32] In una minuta di appunti, forse per una conferenza o un  articolo, Don Orione scrive: “La cometa napoleonica apportò stragi e ruine, quella di Leone XIII apporta luce fra le tenebre: quella segnò le rivoluzioni sociali che devastarono materialmente e moralmente l’Europa intera il lumen in coelo di Papa Leone segnerà il termine d'un era nefasta ed apporterà l'iride di pace annunzio del trionfo novello di Cristo. L'arbitrato del nostro Pontefice fra la Spagna e il Portogallo la Germania; per la faccenda delle isole Caroline, è una prova di quello che sarebbe se la cosa si rendesse ordinaria”; Scritti 79, 255; cfr. anche 56, 28 e 80, 181.

[33] R. Aubert, Leone XIII: tradizione e progresso, in La Chiesa e la società industriale, a cura di E. Guerriero e A. Zambarbieri, vol. XXII/1 della Storia della Chiesa. Fliche-Mutin, Cinisello Balsamo 1988, p. 86.

[34] Don Luigi Orione e la Piccola Opera della Divina Provvidenza,cit., vol. III, p.423-425.

[35] Scritti 57, 169; frase che ricorre nel contesto dell’iniziativa di “una casa per l’unione delle Chiese” a Bussana (Imperia); cfr. F. Peloso, Don Orione un vero spirito ecumenico, Dehoniane, Roma, 1997, pp.47-49.

[36] Riportato in Don Orione. Le lettere I, 11-22.

[37] Sono da mettere a confronto i due testi di Don Orione, autografi, con il Capo I delle Costituzioni della congregazione maschile (22.7.1936) e di quella femminile (12.9.1935), scritti nel momento di presentare alla Chiesa, per il riconoscimento, il suo carisma; riportati in Sui passi, p.295-298.

[38] J. B. Franzelin, Theses de Ecclesia Christi. Opus posthumum brevi praemisso de eiusdem vitae commentario, Romae 1887, pp. 323-324.

[39] Mi limito a citare, in proposito, l’intelligente sintesi di G. Canobbio, Autorità e verità, Il magistero della Chiesa organo vivente della Tradizione negli scritti di G. B. Franzelin S.J.,Brescia 1979, pp. 97-101.

[40] I. Terzi, Speciale legame di speciale interesse. Il IV voto di fedeltà assoluta al S. Padre, Piccola Opera della Divina Provvidenza, Roma 1983; J. G. Gerhartz, “Guardia Giurata” des Papstes: Don Orione und sein Werk, in "Insuper Promitto...". Die feierlichen Sondergelübde katholischer Orden (Analecta Gregoriana, 153), Roma 1966, pp. 273-279.

[41] “Non siamo per i ricchi, ma per i poveri. Molto attaccati ai Vescovi, dei quali nulla più desideriamo che d’esserne gli stracci, e molto attaccati al Papa: siamo i Gesuiti dei poveri. Gesù ci conceda di amarlo tanto nella piena dedizione alla sua Chiesa!”; Lettera a Padre Isaia, Tortona, il 14.9.1928, Scritti 43, 264.

[42] Cfr. I. Terzi, La Chiesa dovrà trattare con i popoli, “Messaggi di Don Orione” 6(1974) n.20, pp.23 ss.. La scelta di campo della congregazione fu più volte e in diversi contesti ribadita dal suo Fondatore: “Nata per i poveri, a raggiungere il suo scopo, essa pianta le sue tende nei centri operai, di preferenza nei rioni e sobborghi più poveri che sono ai margini delle grandi città industriali, e vive, piccola e povera, tra i piccoli e i poveri, fraternizzando con gli umili lavoratori”, Scritti 61, 217. “La nostra umile Congregazione è per i poveri: per la fanciullezza orfana o derelitta, per gli abbandonati di qualunque età, mirando così a portare Gesù Cristo al popolo e il popolo alla Chiesa di Gesù Cristo”, Scritti 51, 190.  “Sì, la nostra Congregazione è per i poveri, e, in particolare, per i più poveri e più abbandonati, la Piccola Opera della Divina Provvidenza est ad pauperculos et est pro pauperculis”, Scritti 32, 130.

[43] P. Stella, Don Bosco nella storia della religiosità cattolica, III, La canonizzazione (1888-1934), Roma 1988, p. 273.

[44] G. De Luca, Elogio di Don Orione, in “Nuova Antologia”, agosto 1940, 273-285, anche in G. De Luca, Elogio di Don Orione, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 1999, pp. 59-85.

[45] Scritti 74, 91.

[46] Don Orione riassunse così la catena delle relazioni con Pio X: “Pio X è il Papa che ci ha voluto tanto bene, è il Papa che ci ha donato la Colonia di Monte Mario e che ci ha dato in perpetuo la parrocchia di Ognissanti… si degnò di ricevere i miei voti perpetui e corresse di suo pugno le primitive regole della nostra Piccola Congregazione”; Parola V, 204. Si vedano le pagine dedicate a Pio X in Don Orione negli anni del modernismo, cit. pp.91-96.

[47] Scritti 72, 105.

[48] Don Orione ne parla in un discorso del 14.3.1934, in Parola V, 73-75. Cfr. G. Papasogli, Vita di Don Orione, cit., pp.162-169.

[49] Cfr. G. Papasogli, Vita di Don Orione, cit., p.189-195; A. Lanza, Don Orione e la contessa Spalletti, “Messaggi di Don Orione” 32(2000) n.100, pp.51-57.

[50] Don Orione ne parla diffusamente nella “Lettera confidenziale”, datata Pentecoste 1912; Lettere II, 77-101.

[51] Parola V, 204.

[52] G. De Luca, Elogio di Don Orione, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 1999, p.71.

[53] Così Pio XII nel discorso durante la cerimonia di canonizzazione del predecessore, in Acta Apostolicae Sedis, 43 (1951), p. 472.

[54] N. Vian, Pius Papa X Lettere, Padova 1958, p. 290.

[55]  Al riguardo si veda il  volume con contributi di M. Busi, R. De Mattei, A. Lanza, F. Peloso, Don Orione negli anni del modernismo. Introduzione di A. Zambarbieri, Jaca Book, Milano 2002.

[56]Così don Orione fu accanto a coloro che, tacciati di modernismo, chiamava sempre fratelli pur non condividendone idee e opzioni, specie quando si mostravano refrattari ai dettami "papali". Non era la sua  una dislocazione agevole, perché, quantunque fosse provvisto all'uopo di avalli e autorizzazioni, i rapporti da lui intrattenuti potevano ingenerare sospetti in un clima di aspre tensioni, come trapela dall'episodio relativo a velate accuse di modernismo rivoltegli, e dissoltesi probabilmente grazie alla fiducia di papa Sarto, che giudicò con ogni verosimiglianza in maniera assai diversa i comportamenti di don Orione rispetto a quello di p. Genocchi, cui nel 1907 aveva scritto di disapprovare le sue frequentazioni «coi cosiddetti modernisti»: si veda  la mia Introduzione a Don Orione negli anni del modernismo, cit., pp.13-28.

[57] E. Poulat, La dernière bataille du pontificat de Pie X, in  “Rivista di storia della Chiesa in Italia”, 1971,25“,  pp.83-107.

[58] Scritti 82, 99.

[59] Scritti 52, 259.

[60] Scritti 11, 215.

[61] Riunioni, p.49.

[62] Concesse a Don Orione il passaporto diplomatico per il viaggio in Brasile (Scritti 14, 84) e gli affidò l’incarico “di una delicatissima ambasciata ad un Eminentissimo neo cardinale”; Scritti 47, 15.

[63] Scritti 90, 370.

[64] Verbale del 13 agosto 1915: Riunioni p.45.

[65]Il pane di Sant’Antonio”, n. 8 del 31 agosto 1917; Scritti 86, 60 e 92, 27.

[66] Nel dicembre 1933, Don Orione manda due suoi religiosi in Polonia, “sono destinati a restare sempre là, come Superiori, perché possiamo prepararci a penetrare in Russia, come vuole il Cardinale Von Rossum, Prefetto della Congregazione di Propaganda Fide”; Parola del 20 dicembre 1933, Vb, 223.

[67] A conoscenza del desiderio del Pontefice per la soluzione della Questione Romana, stese un coraggioso “appello agli uomini di Stato” perché facessero “coraggiosamente un passo avanti”. Scrisse tra l’altro: “Sarebbe questo un passo di somma importanza come fattore di vita nazionale ed internazionale e un più  saldo vincolo  di infrangibile resistenza che noi possiamo pensare. La più grande forza morale del mondo la tavola stessa dei valori della Sede Apostolica, pure restando sopranazionale,  sarebbe posta in qualche modo a disposizione dell’Italia”, Scritti 90, 352.

[68] A. Zambarbieri, La devozione al Papa, cit., p. 59.

[69] A. Zambarbieri, Il nuovo papato, cit., p. 107.

[70] Compiuta da don Luigi una di queste delicate missioni, Pio XI, in pubblica udienza, non si trattenne dal confidare, soddisfatto per la felice soluzione del difficile problema: “Don Orione ha dovuto sudare molto in questi giorni”; Scritti 17, 104.

[71] F. Margiotta Broglio, Italia e S. Sede dalla grande guerra alla conciliazione, Bari 1966, p.107.

[72] Ampia documentazione, ibidem, pp. 103-159.

[73] E. Poulat, Catholicisme, démocratie et socialisme. Le mouvement catholique et Mgr. Benigni de la naissance du socialisme à la victoire du fascisme, Tournai 1977, pp.464-465.

[74] Ibidem.

[75] Scritti 86, 102.

[76] Scritti 19, 316.

[77] Scritti 18, 18.

[78] Scritti 19, 303.

[79] Il 27 dicembre successivo, informato dal card. Canali che cinque religiosi orionini avrebbero prestato servizio presso il Centralino telefonico vaticano, Don Orione comunica “il Santo Padre ne è rimasto molto contento”; Scritti 19, 257.

[80] Su come Don Orione visse i primi mesi del conflitto mondiale e, in particolare, sulle ansie per i suoi religiosi e case di Polonia, si veda F. Peloso – J. Borowiec, Francesco Drzewiecki. N.22666: un prete nel lager, Ed. Borla, Roma, 1999.

[81] Lettera del 22.9.1939; Scritti 93, 164; 85, 228; 107, 280

[82]  A.A. SETTIA, Strade e pellegrini nell’Oltrepò pavese: una via «romea» dimenticata, in “Annali di storia pavese”, 16-17 (1988), pp. 79-89: riferimento puntuale a Pontecurone a p. 85.

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