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Messaggi don Orione
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Autore: Giovanni Casoli
Pubblicato in: «Don Orione e persone di cultura», in Don Orione e il Novecento. Atti del Convegno di Studi (Roma 1–3 marzo 2002), Rubbettino, Soveria Mannelli, 2003, 229–254.

Studio del prof. Giovanni Casoli presentato al Convegno "Don Orione e il Novecento", Roma, 1-3 marzo 2002.

DON ORIONE E PERSONE DI CULTURA

Giovanni Casoli

 

            Don Orione non era un santo intellettuale, ma era un santo molto intelligente[1], e questo è un oggettivo monito verso tanti intellettuali che, oltre a non essere santi, non usano molto bene la loro intelligenza.

            Era inoltre, perché lo è diventato umanamente, oltre che spiritualmente, un gigante: perciò le mie parole resteranno costantemente al di sotto del suo livello: lo dico per promuoverne la conoscenza, ancora troppo limitata e relativamente approfondita.

            Intendiamoci, preliminarmente, sul sostantivato intellettuale, che ha una storia recente (in Italia è attestato all’inizio dell’Ottocento). Riferendosi a persone di eminente cultura e attività di pensiero, si rapporta, nel mondo contemporaneo, soprattutto ad ambiti ideologici, come movimenti o scuole, o politici. In questo senso, meno che mai don Orione era, poteva essere un intellettuale. Ma non lo fu neppure nel senso più largo e libero: aveva scelto da sempre i poveri più poveri, per dare ad essi la dignità umana e civile negata, e quindi anche la necessaria istruzione culturale (ricordiamo le sue tante istituzioni scolastiche); ma subordinatamente e funzionalmente, sempre, all’azione della carità che vuole “instaurare omnia in Christo” (Ef 1,10).

            Ciò non toglie, d’altra parte, che chi sa leggere le sue carte e le cronache dei fatti salienti della sua esistenza, sappia anche ritrovare in Lui, nascosta e dissimulata tra le righe della più fedele obbedienza alla sua vocazione, quella disponibilità aperta e sovrana dell’intelligenza a capire e a connettere le verità, che è poi la dote fondamentale e imprescindibile di un vero uomo di cultura.

            Don Orione, lo ha detto l’eminente intellettuale, Tommaso Gallarati Scotti, 1878-1966, “viveva in una sfera che era quella del miracolo”[2], e ciò significa, anche, in una disponibilità non comune della mente a comprendere: di qui, coessenzialmente, direi, alla sua eroica disposizione di carità, si comprende la sua fitta rete di rapporti concreti, ardenti e rispettosi, con tante persone della più varia cultura; rapporti né di superiorità né di inferiorità, ma di fraternità e di paternità verso l’alto, verso una sintesi superiore di intelligenza e di amore, verso quell’intellectus caritatis che è il segreto più radicale del cristianesimo.

            Ma se la vita di don Orione si svolse tutta al di fuori di una primaria e diretta impostazione intellettuale – “Padre santo, sono un ignorante” - , disse a Pio X che lo nominava vicario generale dell’Archidiocesi di Messina[3] - , non bisogna affatto credergli sulla parola: Arturo Carlo Jemolo ha testimoniato sulla sua “eccellente istruzione classica con perfetta conoscenza della Divina Commedia”[4]su ciò ritorneremo - , e la Madre Luisa Tincani ha lasciato questo ricordo prezioso: “Nella predicazione (io l’ho udito soltanto parlare ai bambini) era attraente e volutamente popolare; ma si avvertiva subito in lui la persona intelligente e colta, pur nello stile popolarissimo, e nella materia aperta al popolo, che trattava”[5]. Ricordo che è confermato dal complementare apprezzamento tributatogli in Argentina, dove ebbe modo di parlare in molte occasioni, negli anni 1935-1936, segnalandosi “per la sua erudizione che gli permetteva di interloquire con persone di alta cultura intellettuale, così come la sua carità lo rendeva accessibile ai suoi più umili interlocutori”[6].

            Don Orione, che non cercava affermazioni intellettuali, però le trovava, pur al di fuori di un esercizio progettato o premeditato, anzi guardandosene: sfuggì in tutti i modi, con carità e furbizia, alle poste di don Giuseppe De Luca, che per suggerimento di Antonio Baldini, direttore di “Nuova Antologia”, voleva intervistarlo[7], e per simili ragioni rimase sempre sospettoso verso la passione letteraria sufficiente a se stessa, mettendo in guardia anche severamente i suoi seguaci (e gli intellettuali coi quali veniva a contatto), specialmente quando essa metteva in pericolo il sacerdozio di alcuni di loro[8] D’altra parte suscitava lui stesso l’interesse di intellettuali e letterati anche di rango, come lo stesso don D Luca, finissimo prosatore e uomo di grande cultura[9], che ripeteva, dopo la morte del santo, “Devo far conoscere don Orione agli intellettuali del nostro tempo”[10].

Di fronte alle sue parole scritte, De Luca  ha una reazione significativamente complessa: se afferma che “Don Orione non era un grande scrittore, non era anzi scrittore affatto: non per vocazione, né per elezione[11], poco dopo trova, in una famosa lettera che il santo ricercatore di vocazioni povere scrisse nel giugno 1939, “due o tre espressioni che sono d’un grande poeta”[12]; e infine premettendo con arguzia anche autocritica che “Don Orione serbò la sua innocenza letteraria”, si lascia andare a dire: “E tuttavia, per la vita fortissima che egli viveva, quando scriveva, scriveva[13] bene, e nei momenti della sua maggior felicità scriveva stupendamente”. E già nel saggio precedentemente citato[14] spiegava: “(…) alcune sue parole erano tali, scaturivano da un così profondo fuoco, in una luce così nuova, che rimarranno più di molte dozzine di centinaia di volumi negli anni nostri” e coglieva il valore poetico di frasi “roventi e incandescenti” che “pigliano un vento di volo, come strofe”[15].

            Don Orione era insomma un uomo di grande intelligenza naturale, di buoni studi e di gusto letterario alto e profondo che, pur non ulteriormente coltivato (per le prevalenti e primarie esigenze della sua Opera), si espresse più volte, anzi sempre, attraverso l’urgenza interiore della parola, sia orale che scritta, nella sapiente delicatezza dei suoi rapporti con gli intellettuali, non solo viventi e contemporanei, ma anche del passato. Non è abbastanza nota, ad esempio, accanto alla sua venerazione per Girolamo Savonarola[16], la sua ammirazione senza riserve, in un tempo in cui era persino pericoloso difendere l’autore posto all’Indice, nei confronti di Rosmini “santo e dottissimo sacerdote”[17], “veneratissimo”[18], che don Orione avrebbe voluto ad ogni costo “riabilitare”[19] affrettando, disse, “l’ora di Dio” (oggi finalmente venuta) fino alla “glorificazione”[20] di colui che considerava, oltre che un santo, “il più grande filosofo del secolo”[21]; e che, ammirandone in particolare il farsi tutto a tutti[22], prese a modello, nelle Regole per l’Istituto della Carità, per formare quelle della propria Piccola Opera della Divina Provvidenza. E si sa che don Orione aveva sempre con sé e meditava l’epistolario ascetico di Rosmini[23].Tanto lo ammirava da citarne più d’una volta il consiglio spirituale a Manzoni addolorato per la sua prossima fine: “Adorare, tacere, godere”, ritraducendolo anche nella propria esperienza: “Soffrire, tacere, godere”[24].

            Don Orione aveva l’ottimismo, oltre che del grande santo, dell’uomo di larga e superiore intelligenza delle cose e degli uomini. Se non si fidava delle passioni intellettuali chiuse in se stesse, ciò non era per una negazione o una censura ma per una comprensione più vasta e integrale dell’uomo, ideale e storico, radicato nel suo problematico tempo eppure recante i segni divini e terreni di ogni epoca. Anticipava il colpo d’ala anti-pessimistico di Giovanni XXIII dicendo vibratamente “Non siamo di quei catastrofici che credono il mondo finisca domani”[25], e lo faceva non solo per uno slancio del cuore, ma con autentica e intelligente penetrazione di qualsiasi situazione umana nella sua prospettiva spirituale. Gallarati Scotti testimonia che “c’era in lui una specie di originalità: l’originalità che è della santità come del genio letterario e artistico (…). Don Orione riusciva a penetrare nel cuore e nella mente degli altri e capiva tutto”[26]. Qui ha la radice, a mio parere, quel larghissimo, anzi totale “spirito ecumenico” che Flavio Peloso ha documentato[27], estendendolo intelligentemente a tutta l’opera di “un cuore senza confini”, aperto, come disse lo stesso don Orione, a “gli afflitti di ogni male e dolore”[28]: ecumenismo trinitario, se è vero che guardava a tutta l’oikumene, e cioè a tutto il mondo, con lo spirito di quella stessa oikonomia o dispensatio che i Padri attribuiscono all’azione trinitaria di Dio nella sua creazione. Don Orione era un grande rivoluzionario, e come tutti i grandi rivoluzionari si rivolgeva all’origine, alla fonte; per questo era così apparentemente tradizionalista. Ma la tradizione in lui non era un fatto, come per i gelidi o paurosi conservatori, era un atto, l’atto stesso di effusione e fecondazione dell’amore creativo.

            Come ammirava coraggiosamente il proscritto Rosmini, così ammoniva con carità coraggiosa e fraterna il condannato Antonio Fogazzaro (dopo la pubblicazione de “Il Santo” nel 1905): “La Chiesa Cattolica nostra Madre non è quella che voi avete rappresentata; oh essa è ben diversa, ed io sentii sempre tanto dolore nel vedere che voi la presentate ai vostri lettori così male forse perché voi stesso non l’avevate conosciuta. Riparate almeno in parte con un grande passo verso la Chiesa. Riparate le ingiuste avversioni che avete indotte in tanti vostri lettori verso la Chiesa nostra Madre: Essa non è quella che voi avete presentata né la vostra dottrina è sempre la sua. Con un atto di vera umiltà cristiana e di amore filiale, riparate quanto potete, o mio caro fratello”[29]. Ricavandone non ostilità ma “rispetto, ammirazione, devozione e amicizia”[30].

            È difficile mantenere queste note sul filo del segreto di un santo, ma è solo così che si riesce a comprenderlo un poco. Il filo sottile e alto è quello non di un sentimento di carità, ma di una visione di carità (e visione è in latino intuitus, in greco theoria e idea), quella che gli fa dire: “Vedere e sentire Cristo nell’uomo. Dobbiamo avere in noi la musica profondissima e altissima della carità. Per noi il punto centrale dell’universo è la Chiesa di Cristo, e il fulcro del dramma cristiano l’anima. Io non sento che una infinita, divina sinfonia di spiriti, palpitanti intorno alla croce”[31]. Questo è un uomo che vede, il cui intelletto, cioè, affocato (è l’aggettivo cateriniano che prediligeva) dalla carità, si illuminava ed illuminava la via anche intellettuale  intorno a sé.

            Perciò, anche nella durissima, e da più parti mal condotta, questione modernista, seppe camminare con prudenza e audacia su quel filo, non evitandosi certo persino le accuse personali di modernismo – i piccoli, tanto più i malintenzionati, non comprendono la sintesi evangelica di prudenza e audacia - , ma aiutando efficacemente molti tra i modernisti italiani in buona fede. Il modernismo era una guerra di orientamenti, di intenzioni, di idee, ma spesso anche di parole. Da parte sua don Orione, col suo aspetto di contadino sardo piuttosto che di prete piemontese – è ancora De Luca a farcene uno stupendo ritratto[32] - , aveva occhi che “facevano luce”[33] e un parlare che, “mai nel rarefatto, mai nel vuoto”, era “un fatto”[34].

            Questi “fatti” li udirono e li videro, luminosi e ardenti, soprattutto le personalità più sensibili, incerte, ma anche spiritualmente tormentate e profonde del modernismo italiano (seppure si possa raccoglierle tutte sotto questa problematica etichetta). Tommaso Gallarati Scotti, grande intellettuale cattolico-liberale di orientamento modernista, fondatore con altri della rivista «Rinnovamento» e subito scomunicato, pur ritirandosi da quella pubblicazione non poteva rinunciare a combattere “le cause di quella miseria intellettuale che soffoca e comprime nella Chiesa le attività più generose, che rende antipatica e incomprensibile la professione di fede cattolica nella società moderna, che segrega il credente dalla civiltà nella quale vive e per la quale lavora, mettendolo in una condizione di anormalità e di inferiorità evidente di fronte al mondo scientifico”[35]. Don Orione lo avvertiva che avrebbe trovato pace solo se come un bambino avesse accettato la maternità della Chiesa[36], e poi lo seguì con commovente amicizia, fino a sembrargli “il più vicino (…) a San Francesco”[37] tra i santi e i santificabili del tempo (e non fu lui solo a dirlo).

Gallarati Scotti colse inoltre il profondo tratto giovanneo – ancora un’affinità anticipatrice con Giovanni XXIII – in quella temperie di contrasti: “Sentiva questo bisogno di conciliare, ma di conciliare non nella confusione, come avrebbero voluto altri, bensì in una distinzione amorevole, in un calore di amore e di fervida coscienza che è, in fin dei conti, tutto quello che è veramente buono e tutto quello che ha un riflesso di Dio, anche se apparentemente, delle volte, è lontano da Dio. C’è qualcosa nell’anima umana che risponde al tocco del Santo, perché così profondo e così nascosto ma vibra quando sente la voce di questa carità che parla. E Don Orione parlava; parlava agli uomini di Stato come parlava agli uomini di Chiesa. Questa è la prima grande esperienza che io ho avuto e che non ho mai dimenticato. Comprensione, comprensione ed intelligenza; l’Uomo aveva una straordinaria intelligenza; ma, secondo me, quello che faceva di Lui un grande psicologo era la carità stessa. Riusciva a penetrare nel cuore e nella mente degli altri e capiva tutto: capiva le cose impure come le possono capire i purissimi non mai toccati dall’impurità; capiva i tormenti dello spirito e dell’intelligenza come può chi ha una fede assolutamente pura, tetragona ai dubbi, alle oscillazioni, ferma nella verità vissuta ed è questa, direi, certezza di dove posare il piede che ha fatto di Don Orione un tramite tra la Santa Sede e molti erranti del tempo”.[38]

 

            Un altro famoso modernista, molto amato da don Orione, fu il sacerdote Ernesto Buonaiuti, 1881-1946, grande storico del cristianesimo, duramente trattato dalla gerarchia anche nei tentativi stessi di ricuperarlo: don Orione si preoccupò subito, quando a trattare con lo scomunicato “vitandus”, estromesso dall’insegnamento universitario e con l’opera all’Indice, fu designato p. Agostino Gemelli, e scrisse: “(…) non è tanto la cultura che ottiene e apre l’animo; un uomo di cuore ci andava, che alla cultura e al cuore avesse unito umiltà di spirito (…). Non è il sillogismo che fa, ma la carità di Gesù Cristo e la grazia del Signore sopra tutto”[39].

Incaricato a sua volta di contatti caritativi, dopo i precedenti dottrinali falliti, con l’uomo ormai emarginato, don Orione gli si accostò con idee chiare e ferme (“si è buttato su tutti quei libracci che gli hanno avvelenato il sangue”)[40], ma con tanta carità e amicizia. Nell’ottobre 1928, Don Orione divenne protagonista, inviato o quanto meno autorizzato dal Card. Gasparri, di una trattativa segreta in vista della reintegrazione di Buonaiuti. Tale iniziativa, della quale Buonaiuti lasciò traccia senza mai parlarne apertamente, si concluse con una sua lettera a Pio XI di aperta adesione al magistero ecclesiastico che fu recata da don Orione al Papa. Vi si legge: “Un nuovo irresistibile impulso della coscienza mi induce a ribadire ancora una volta l’espressione della mia tenace e piena adesione all’insegnamento infallibile della Chiesa cattolica, del mio immutabile vincolo di fedeltà ai suoi eterni valori, del mio proposito inconcusso di uniformarmi ai doveri infrangibili della mia professione religiosa. (…) I miei sentimenti, Padre Santo, non sono logorati da venticinque anni di sacerdozio. Oggi come allora sottopongo alla Sede di Pietro il mio attaccamento e la mia devozione. (…) La grazia del Signore mi è parso non mancasse alla pertinace mia vocazione. E nella grazia era la certezza della riconciliazione immancabile”[41]. La lettera non ebbe risposta, perché non si configurava come vera e propria abiura; ma c’è da chiedersi se in quel caso non fu soffocato, contro l’esempio evangelico del Messia che non spegne il lucignolo fumigante (Cfr. Mt 12, 20), un sincero per quanto incompiuto atto di obbedienza. Don Orione, da grande santo quale già era, non si lasciò sfuggire un lamento, anche se certamente dovette soffrirne molto.

Don Benedetto Galbiati, un altro spirito vivace e inquieto da lui assistito e amato, alla sua morte gli rivolse una lettera di penetrante affetto: “(…) non hai saputo negare un palpito a nessun fratello che l’invocasse: quante lacrime hai inghiottito tremando? Per quanti gemiti ti sei dilaniato? Per quante disperazioni raggricciato fino allo spavento?”[42].

            L’amicizia proseguì intensa e ricca di reciproche iniziative (anche Buonaiuti raccomandò a don Orione persone in difficoltà) fino alla solenne promessa di cui Buonaiuti parlò a p. G. Valentini: “Don Orione, diceva egli, gli aveva dichiarato di credere alla sua buona fede e di essere sicuro che egli sarebbe morto in modo da salvarsi. Questo ricordo, questa assicurazione erano il più grande conforto della sua vita”[43]. E Buonaiuti conservò sempre fortissimo il ricordo di don Orione, ad esempio ringraziando caldamente De Luca di un suo articolo su ”L’Osservatore Romano” (5-6.2.1945) in cui erano pubblicati due stralci di lettere del fondatore della Piccola Opera: ringraziamento che faceva eco alle parole stesse esultanti dell’articolista: “Mai non mi accade di avvicinare don Orione senza che io ne provi, dentro il mio animo, qualcosa che assomiglia, non so come dire, ai moti dell’amore: una meraviglia, un incantamento, una trepidazione, una delicatezza, una forza, un impeto, una gioia; tutto in me si rianima e ridesta; tutto vive, tutto vibra, tutto vige”[44].

            Era la letizia energica e delicata di don Orione a muovere gli animi anche i più esacerbati o smarriti, a deviarne le inquietudini irresolubili verso la solida incarnazione della carità, come accadde nel caso del celebre padre Giovanni Semeria, (1867-1931) maltrattato dai superiori e indotto dal santo a ritrovarsi sempre di più nella fattiva assistenza ai bisognosi. “L’uomo della carità”, come egli lo definiva, affermò: “Padre Semeria s’è salvato perché si è gettato nel campo della carità”[45]. Con la stessa logica don Orione diceva del dotto padre Alessandro Ghignoni (1857-1924) da lui aiutato a reintegrarsi nella Chiesa, che “forse fin qui (…) fu prima cultore di lettere e di arti e poi sacerdote, ed in ultimo religioso, ora con il divino aiuto, dovrebbe essere sacerdote prima, e letterato e artista religioso poi, per dare luce di fede vera e di carità alle anime”[46].

            Con analoga efficacia don Orione aiutò a stare nell’ortodossia  a consolidarsi nella carità i dotti padre Giovanni Minozzi (1884-1959), facente parte del circolo di padre Giovanni Genocchi (1860-1926); don Carlo Testone (1867-1931); padre Mattia Federici (1872-1936) e altri[47].

Quelli però che resistevano o procrastinavano un mutamento profondo, li ammoniva con fraternità mitemente inflessibile. A don Romolo Murri (1870-1944), poi scomunicato, entrato in politica come deputato e sposatosi civilmente, don Orione dapprima raccomandò l’obbedienza più filiale e più umile al Santo Padre”, poi lo ammonì con ardente fermezza: “Sarai grande e caro al Signore, finché sarai piccolo e umile ai piedi della S. Chiesa nostra Madre. Guarda, mio caro don Romolo, che questo vuole Gesù da te, e te lo dico a nome suo. Alzati, e vieni pregando e umiliandoti ai piedi del dolce nostro Padre”[48]; infine promise misteriosamente: “Non ci rivedremo, ma ti aprirò la strada; sarò con te, e starò sempre con te innanzi a Dio”[49]. (Don Orione fece battezzare un figlio di Murri, il quale si riconciliò poi con la Chiesa un anno prima di morire, nel 1943).

Allo stesso aveva chiesto nel 1904, con candida astuzia, all’inizio del conflitto con la gerarchia, di scrivergli un articolo su “La Madonna e la democrazia”; era un atto di audacia un po’ temeraria e non priva di implicita sfida, ma anche una mano tesa, perché lo stesso don Orione non aveva pregiudiziali politiche sulla democrazia, sia per averlo dichiarato[50] sia per aver letteralmente incitato alla protesta, evangelica ma altrettanto sociale, gli operai e le operaie delle risaie piemontesi sfruttati dai padroni[51].

A don Brizio Casciola (1871-1957), eminente uomo di cultura e dantista famoso, don Orione scrisse nel 1905, volendo coinvolgerlo nella fondazione di un’opera per i minorenni usciti dal carcere, “Tu mi aiuterai tanto; Semeria, Murri, tutti mi dovete aiutare tanto”[52]. Al padre Giovanni Genocchi, famoso biblista, intorno al quale “palpitava armonioso il modernismo migliore, quello sano e sincero (…) che era solo, per noi, spirito schietto di rinnovamento culturale e spirituale, abbandono di posizioni sorpassate”[53], don Orione raccomandava di “difendere, con mano più forte e dolce, il deposito della fede”[54].

E qui, al di fuori della polemica modernista, si apre il capitolo della fitta rete di rapporti di don Orione con persone della più varia cultura, e per i più vari motivi. Il nostro pur breve discorso ha il dovere di uno scrutinio sobrio ma attento di questi rapporti, la cui documentazione si trova soprattutto nell’Archivio Don Orione (ADO) ed è da lì attinta.

Il padre Stefano Ignudi OFM Conv. (1865-1946), insigne dantista ed educatore, che fu amico e discepolo spirituale di don Orione (il quale da parte sua si adoperò per far stampare un suo commento a Dante) ci ha lasciato su di lui note sobrie quanto interessanti, oltre che sul suo “aspetto soavemente paterno”, che le fotografie ancor oggi ci restituiscono, e sull’“ardore da santo” con cui parlava dei santi, anche sulla predilezione dantesca, già per altre vie nota, che trovò alle sue attente orecchie accenti di amore incondizionato e veggente, dal momento che don Orione avrebbe voluto il poeta della  Commedia Dottore della Chiesa[55], e lo chiamava “Dottore Altissimo”, e diceva: “Se fosse canonizzato, sarebbe un gigante che abbatterebbe tutti”. “E dicendo così – annota p. Ignudi – era come trasfigurato”. Arrivò a baciare un’edizione del 1491 col commento del Landino “trascolorandosi ed esclamando queste precise parole: ‘Così si fa con Dante’ “. Del resto, spiegava realisticamente: “Per capire Dante ci vuole la sua fede, cioè sapere il catechismo” (osservazione tanto più amaramente valida oggi).Dante fu l’ultimo libro che don Orione ebbe in mano il 12 marzo 1940, la sera in cui morì a San Remo.

Per  “il suo vivere sempre alla presenza di Dio”, testimonia p. Ignudi, don Orione era “vero amico” a buoni e cattivi, “amico eroico” come quello della definizione arguta, appunto, del vero amico, che è colui il quale pur conoscendoci ci vuole bene. Direi che questa sua capacità di amicizia indipendente e calda, distaccata e sovrana fino a farsi “straccio”, come tante volte disse, di tutti – anzi, no: di ciascuno; che è ben diverso - , si ritrova anche nelle sue predilezioni intellettuali e letterarie: con Dante, Manzoni [56], il Carducci migliore. Ammetteva solo la grande arte, che è grande solo al servizio, in un modo o nell’altro, della verità, cioè della carità creatrice e salvatrice di Dio nel mondo; dell’amicizia, che è la verità più intima del rapporto tra Creatore e creatura, e che egli tanto condivideva e riviveva in sé; e così, dall’intelletto al cuore (al cuore biblico) il cerchio orionino universalmente aprendosi si chiudeva in abbraccio.

Un’altra vera amicizia di don Orione fu per l’anima grande e pura di Giulio Salvadori (1862-1928), cristiano eroico[57], oggi poco ricordato anche come non  trascurabile poeta post-carducciano e pre-decadente[58], docente di letteratura amato da generazioni di studenti. Per lui don Orione si prodigò in circostanze familiari difficili, e di lui apprezzò il commento del Pater e dell’Ave da utilizzare nelle proprie scuole di formazione; e alla pari don Orione stimò un altro grande docente, grecista, cristiano autentico (“un vero santo” e “anima di serafino” lo stimò con il suo giudizio non certo facile), Luigi Costantini, autore di una notevole traduzione delle lettere di S. Paolo e delle altre del Nuovo Testamento. Lo ebbe, come l’architetto Aristide Leonori e il discepolo Gaspare Goggi, carissimo collaboratori (gli ultimi due, come G. Salvadori, sono stati riconosciuti Servi di Dio).

Per il comune evangelico disinteresse personale, Don Orione si strinse di vincoli fraterni con il famoso canonista della Gregoriana e ancor più famoso "confessore di Roma" padre Felice Maria Cappello (1879-1962), che aiutò don Orione in tante circostanze delicate e talora drammatiche, e soprattutto per l’aggiornamento delle Costituzioni della Piccola Opera secondo l’allora nuovo Codice di Diritto Canonico (1917). Un rapporto tra due santi, si può dire al di là delle definizioni ufficiali: se il famoso professore e ricercatissimo confessore dichiarava, ricevendo domande e richieste di don Orione, che “se tutte le questioni fossero come le sue, e sostenute come lui le sostiene, in tutto il mondo ci sarebbe la pace più grande”[59]. Nota il p. A. Cesaro, orionino, a cui il p. Cappello fece la dichiarazione appena citata: “Intuito vivo in Don Orione ed instanza apostolica, chiarezza ed equilibrio giuridico in Padre Cappello”.. Ma in un’occasione particolarmente dolorosa (per le calunnie rivoltegli) don Orione preferì alla giusta soluzione giuridica del canonista la sofferenza dell’innocente, pur senza lasciar ledere i diritti minimi, non suoi ma della sua Opera.[60].

Interessante il “taglio” profetico dell’amicizia con Filiberto Guala (1907-2000), intellettuale torinese poliedrico, tra l’altro primo Amministratore delegato della RAI, amico di G. B. Montini e insieme di don Orione, resosi infine trappista nel 1962 alle Frattocchie (Roma). Don Orione, che ne stimava molto l’intelligenza, le capacità e l’energia di apostolato, fu da lui considerato “sua guida e artefice della sua vocazione”[61]. E Guala diceva, rammaricandosi di non averlo fatto conoscere abbastanza: “L’incontro con Don Orione è certo il più grande avvenimento della mia vita: mi ha fatto capire la vita di unione con Dio, quando alzava gli occhi… Forse soprattutto mi ha aiutato ad aver fede”[62].

Ecco qual era la logica di don Orione (estratta da se stesso) nei confronti del giovane: “Tu farai grandi cose nella vita. Io ti chiedo un impegno: quando ti diranno che devi fare una cosa molto difficile, e tutti ti dicono di non farcela, e ti dicono che non c’è nessun altro che la possa fare, in coscienza tu la devi fare”. E Guala annotava: “Di Don Orione – ma questo era comune anche con Montini – mi impressionava la sua capacità di attenzione: la persona con cui stava parlando era la più importante del mondo, in quel momento tutto il resto era niente”[63]. Con questa attenzione interiore don Orione gli profetizzò discretamente il suo futuro sacerdozio[64]. E Guala concludeva: “Si sentiva in lui un’apertura di cuore che in nessun altro ho mai sentito. Io non lo so fare; lui lo sapeva fare. (…) Sapeva comprendere il lamento di ogni uomo nella peculiarità della sua situazione umana concreta. Attraverso l’esperienza aveva raggiunto una tal finezza di sentire, che il suo sguardo penetrante arrivava alla profondità dei cuori; e spesso riusciva a scoprire ciò che ‘ancora’ un uomo non è, ma deve divenire nel piano di Dio. Risvegliava così nel suo interlocutore possibilità e speranze che in lui già riposavano, perché Dio è dentro ciascun uomo: lo ama, è presente in lui, vive in lui, abita in lui, lo chiama, lo salva, gli offre una luce. Don Orione aiutava le anime a prender coscienza di questa realtà, perché aveva fede che ‘nel più misero degli uomini brilla l’immagine di Dio’”[65].

Quanto ai letterati veri e propri e agli artisti, don Orione ha saputo sedurli da morto oltre che da vivo: ha costretto il già citato Gallarati Scotti a introdurlo nel suo romanzo “Un passo nella notte” (Garzanti, 1962), Ada Negri[66] e Fabio Tombari[67] ad essergli, anche dopo morto, caldamente amici; mentre Cesare Angelini in Acquerelli (1948) “rivive, nell’incanto del suo stile candido e fiorito, l’episodio delle campanule che vibrano di suono argentino al tocco del fanciullo predestinato”, e Piero Bargellini “in un testo scolastico per le Elementari riplasmava con finezza di arte la storia della prima confessione di Luigino a Don Bosco”[68].

Bellissima è la vicenda dello scultore Arrigo Minerbi (1881-1960), oggi sorvolato dalla critica che non sopporta chi non le appartiene, il quale, nascosto dagli Orionini romani nel 1943 per salvarlo dalle conseguenze delle leggi razziali fasciste, si imbeveva dello spirito del Fondatore tanto da dedicarsi all’opera “impossibile” (tanto più per lui che non l’aveva conosciuto) di ritrarlo morente. Ne nacque un lavoro febbrile e ispirato, il cui racconto, anche letterariamente molto bello, costituisce un vivo documento orionino.[69] “Eternando Don Orione nell’ora del trapasso, sono convinto d’aver ubbidito inconsciamente a un comandamento che mi veniva da Lui”[70]. Forse “comandamento” non è la parola giusta, ma se si contempla la statua[71] non si può, come in altri casi di “fascino senza incontro”, non optare per la già usata parola “seduzione”. Una seduzione spirituale, vivo o morto il suo soggetto, che era evidentemente tutt’uno con una carità eroica; anzi ne era l’espressione, l’irradiazione direi inevitabile al suo grado di purezza, di trasparenza e di dilatazione in ogni direzione.

Di un altro grande artista don Orione fu invece contemporaneo, concittadino e compagno di seminario, il musicista, poi Accademico d'Italia, Lorenzo Perosi (1872-1956). Compagno di canto nel coro parrocchiale di Tortona, collaboratore degli inizi del primo Oratorio con l'intera famiglia[72], fu seguito anche da lontano dal giovane Orione con un affetto e una vigilanza, priva di rispetto umano, che diedero vita a un gustoso eloquentissimo episodio: saputo che il Patriarca di Venezia (il futuro Pio X) era in amicizia con Perosi al punto da giocare qualche partita a tarocchi con lui, e che il giovane chierico fumava, Orione, anche lui giovane chierico, inviò una lettera al cardinale Sarto[73], ricevendone in dono, anonimo per il momento, un taglio di stoffa per l’abito talare. Nove anni dopo in udienza il Papa confessò a don Orione, mostrandogli la lettera conservata nel breviario, che “una lezione d’umiltà è buona anche per il Papa”[74]. Don Orione seguì poi Perosi da lontano, con  vigilante sollecitudine, quando l’amico attraversò un lungo periodo di smarrimento psicologico e spirituale, lodandolo, incoraggiandolo, promuovendone la fama con umile deferenza, ma anche ammonendolo con dolce fermezza quando si diffusero suoi giudizi aspri e ingiusti sulla Chiesa, infine ottenendone con grande fatica organizzativa il ritorno trionfale a Tortona[75]. Finalmente Perosi, quando don Orione morì, uscendo dalla sua inquieta aridità creativa, compose per l’amico un Requiem  “in memoriam reverendissimi Orione Aloisii”.

Con un altro compagno di seminario, il padre Alberto Vaccari (1875-1965), don Orione fece una scommessa (1891) per verificare poi, in paradiso, chi avrebbe salvato più anime e si sarebbe fatto più santo[76].

Questa invariabile posizione di don Orione, fedele alla Chiesa e al tempo stesso tutta spesa nel rapporto personale senza riserve di amicizia e di dedizione fino al sacrificio, gli meritava la stima di tutti, anche dei “laici”, da Sidney Sonnino a Leopoldo Franchetti, al giovanissimo Secondino Tranquilli, orfano nel terremoto della Marsica del 1915, da lui ospitato per tre anni e poi andato per la sua strada prima come importante politico comunista, poi, abbandonato il comunismo, come grande scrittore con il nome di Ignazio Silone. Il rapporto con questo non comune ragazzo è un capitolo a parte sia nella vita di lui che in quella di don Orione, sensibilissimo all’inquieta originalità del giovane ribelle[77]. Qui basti ricordare la minuta, bellissima e incompiuta, di una lettera del sacerdote al giovane giunto al bivio delle sue scelte fondamentali: “(Io faccio di tutto) per rinserrarmi a una visione più alta della vita e considerare gli avvenimenti da un punto di vista più eccelso, da dove appariranno, è vero, un po’ più piccoli di dimensioni, ma se ne scorge anche le supreme vette, oltre le terrene basi. Da’ una forma netta e precisa a quanto hai in animo di fare, attento ai malsani contatti intellettuali, leggimi col cuore e non solo con gli occhi. Tu sei per me un interrogativo, che ogni giorno diventa, per me, più grande e impressionante. Molte ragioni non mi permettono di darvi una risposta. Tu hai davanti un gran bivio – con un’idea molto eletta della vita (…)”[78].

Ma ancor più interessante è, direi, il confronto tra questa lettera di congedo e vicinanza di affetto – come sempre in don Orione -  e un episodio di quasi tre anni prima, quando aveva incontrato per la prima volta il ragazzo “difficile”, e durante un viaggio notturno in treno gli aveva confidato, cosa in sé inconcepibile, delicate questioni della Chiesa e del proprio rapporto con il Papa[79], evidentemente intuendo in lui non comuni capacità di comprensione, e, insieme, la profondità già incipiente, e in futuro cruciale, della questione sociale-evangelica che sarà alla radice dell’opera politica e letteraria di Silone.

Simpatia intellettuale e simpatetica risposta degli intellettuali al “prete dei poveri”. L’incontro con Clemente Rebora è, ancora una volta, esemplare: non tanto per il motivo dell’incontro stesso, che avvenne a Milano nel 1939 intorno al progetto di un santuario al Preziosissimo Sangue e di una Casa rosminiana nel capoluogo, progetto che Don Orione incondizionatamente appoggiò; ma perché subito dopo il colloquio a don Rebora venne in mente, sulla falsariga dei “Piccoli Cottolengo” orionini, l’idea di un Piccolo Cottolengo spirituale, un “Pronto soccorso”, scrive U. Muratore[80], “per anime e intelligenze particolarmente provate e in crisi”.

Basta questa intuizione, anche se rimase tale, a legittimare le parole di un altro grande amico di don Orione, don Primo Mazzolari, il quale, convinto che “i santi sono dei poeti e grandi poeti popolari” dice don Orione autore del “più puro e folgorante poema di pietà” dei suoi anni.[81].

La carità di don Orione, pur rivolta primariamente ai più poveri, non era orientata  preventivamente, si specificava secondo gli uomini e le circostanze; ciò spiega come si dirigesse con pari amore tanto verso i bisogni materiali quanto verso quelli spirituali, che anche l’apostolato della stampa doveva soddisfare, e non solo devozionalmente ma pure culturalmente. Don Orione promuoveva foglietti di spiegazione liturgica-scritturistica (“Il Vangelo”, 1918-1919) e di devozione mariana (“La Madonna della Guardia”, dal 1918), ma anche riviste di intonazione popolare e però di solido nutrimento spirituale.

Quando diede il via al mensile “La Madonna” (1904) così lo vide: “Vi scrivono le migliori penne d’Italia, e sarà una cosa tutta nuova in Italia per pietà e arte cristiana riguardante la Madonna. Sarà una cosa molto bella e pulita con scrittori di prima forza.[82] Vi collaborarono L. Perosi, i padri Ghignoni e Semeria, il card. Capecelatro, R. Murri. E ancor più volle coniugato “all’alto pregio tipografico un elevato e sostanzioso contenuto teologico, letterario, artistico”[83] nella rivista bimestrale “Mater Dei”, nata nel 1929 con l’esplicita intenzione di “preparare l’Italia” al XV centenario del Concilio di Efeso (431-1931), il concilio appunto della Theotokos. Vi scrissero eminenti mariologi e scrittori, e ai suoi contenuti si ispirò – per sua stessa ammissione – Pio XI per redazione dell’Enciclica “Lux Veritatis” con la quale culminarono le celebrazioni mariane del 1931.[84]

Contemporaneamente, da un foglietto “rivoluzionario” – “La scintilla” – titolo identico a quello poi scelto da Lenin per un suo giornale nato ancora nel 1895, nasceva  “La Piccola Opera della Divina Provvidenza” (1924), con il compito di fornire “formazione e informazione”.[85]

E fino all’ultimo don Orione pensò alla stampa, costituendo il 22.2.1938 un “Piccolo Ufficio Stampa”, disse, “per i piccoli, gli umili, per la massa dei contadini, degli operai; l’Opera della Buona Stampa per i lavoratori, a salvezza del popolo”.[86]

Impulso della carità, ma anche del cuore e della mente protesi al bello[87]: è nota l’insistenza del suo progetto di una pinacoteca, presso il Santuario della Madonna della Guardia a Tortona, “che educhi al bello”[88], e, accanto ad essa, di una biblioteca e di un museo missionario, nonché di una specola a Montebello[89]. Prendendo spunto da una Ordinanza Ministeriale del 1923 sulla lettura di poesie religiose nelle IV e V elementari, don Orione scriveva ai maestri delle sue scuole queste sapienti parole: “(…) molto le arti belle hanno sempre giovato e la poesia in specie, ad elevare ed educare lo spirito umano col soffio dell’ispirazione religiosa. Sono poi i canti religiosi che marcarono i passi e la vita dei popoli (…). E così l’arte religiosa, figlia e ancella della Chiesa, servì mirabilmente ad edificare Cristo nel cuore dei popoli, e con Cristo edificò la dignità umana (…). Quante anime e quanti popoli sono arrivati a Cristo o hanno sentito Cristo per le vie luminose dell’arte, nel fascino della poesia, nel canto della fede!”[90]. E incoraggiava un pittore a “dare fede” al pennello[91], mentre insisteva nelle sue lettere perché nei suoi seminari si studiasse seriamente anche la letteratura e la cultura ritenuta allora “profana” con equilibrio ma anche con coraggiosa apertura.

Con lo stesso spirito don Orione interveniva, richiesto, nel lavoro di Adele Costa Gnocchi, grande seguace di Maria Montessori, e in quello di Adelaide Coari, protagonista del movimento femminile cattolico, educatrice decisamente anti-montessoriana – i santi sanno giocare su molti tavoli – per la quale quel sacerdote, che era “molto ben quotato e godeva grande stima nell’ambiente laico serio”, e che aveva il coraggio di affermare (come Rosmini) “la nostra Chiesa è malata”, era diventato, dice la Coari, “il padre dell’anima mia”[92].

Non meraviglia che anche un grande intellettuale come Jacques Maritain beneficiasse dell’opera e della simpatia di don Orione che contribuì a finanziarne un viaggio dagli Stati Uniti in Argentina, per la “carità culturale” di conferenze organizzate dai “Corsi di Cultura Cattolica” in Argentina. Si ricorda che il grande filosofo servì più volte la Messa a don Orione, e che quando il suo Umanisme intégral affrontava pericolosamente l’esame del Sant’Offizio a Roma, scrisse, in una lettera, raccomandandosi alle preghiere (evidentemente poi esaudite) di don Orione: “(…) ditegli che preghi per me, che Dio mi dia la forza di fare bene quello che devo fare e che illumini quelli che devono esaminare il testo”[93]. “Almeno per quanto riguarda Don Orione”, nota al proposito Flavio Peloso, “sono chiaramente rintracciabili gli influssi del filosofo francese in certe pagine di ampio respiro sociale e ‘politico’ dei suoi ultimi anni di ritorno dall’Argentina”[94].

Possiamo tirare le fila verso la conclusione, senza dimenticare altri episodi in qualche modo significativi, ma lasciandoli alla ricerca storiografica[95].

Ignazio Silone suggerì nel 1956 a Douglas Hyde, comunista inglese convertitosi al cattolicesimo, di intitolare la sua biografia di don Orione God’s Bandit (Il bandito di Dio) con riferimento al famoso episodio delle auto al seguito del re “sequestrate” dal prete piemontese per caricarvi su i suoi orfani marsicani nel 1915, ma poi anche, certamente, a tutta la sua “banditesca”, irrefrenabile carità.. La quale aveva uno strettissimo rapporto con la verità (e ciò le impediva di scivolare in sentimentalismi, clericalismi e retorica), tanto da ritornargli così spesso alla mente nella formulazione paolina veritatem autem facientes in charitate (Ef 4,15): in una lettera ai suoi sacerdoti chiamati a costituire il summenzionato “Piccolo Ufficio Stampa” (22. 2.1938), don Orione ripete queste parole, questa suprema esigenza del cuore e della mente, per ben quattro volte. Dunque, primato della carità sulla verità, ma di una carità che si deve chiamare veritativa, capace di riempire cioè il cuore quanto la mente, e di realizzarli entrambi nelle opere della fede. Nella lettera del 29.6.1934 al prof. Galassi Paluzzi, direttore del Regio Istituto di Studi Romani, don Orione dice: (…) Verità e Carità  non due siete, ma un solo Bene”[96].

Che don Orione difendesse il primato di bellezza spirituale del canto gregoriano[97], o infilasse un po’ di provvidenziali soldi in tasca allo squattrinato Silone[98], era sempre la stessa “luce inaccessibile” (Cfr. 1 Tm 6,16) a guidarne la mente e il cuore: con quella carità che, dice il “molto orionino” S. Paolo,  è “l’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza” (Ef 3,19)[99]: sorpassa, non abolisce né sostituisce, ma sopraeleva, direbbe Maritain, al livello, alla quota in cui le opere della mente e del cuore costruiscono nella città terrena quella futura e definitiva (Cfr. Eb 13,14).

 


[1] Tommaso Gallarati Scotti, citato da G. Marchi in “Messaggi di Don Orione”, 29(1997) n.93, p. 78: “l’uomo aveva una straordinaria intelligenza”.

[2] G. Papàsogli, Vita di Don Orione, Gribaudi, Torino 1994, p.394.

[3] F. Peloso nel capitolo Una rete di rapporti in A. Busi, R. de Mattei, A. Lanza, F. Peloso, Don Orione negli anni del modernismo (Ed. Jaca Book, Milano 2002), p.87-122.

[4] A. C. Jemolo, “Viveva la speranza di una società riconquistata a Cristo” in «L’Osservatore Romano» 18.1.1981.

[5] Memorie di Madre Luisa Tincani, fondatrice delle Suore Domenicane Missionarie della Scuola, del 26.11.1959; cart. Tincani, Archivio Don Orione (d’ora in poi ADO).

[6] Cuomo y Gallardo, Don Orione nuestro amigo, citato in “Messaggi di Don Orione”, 32(2000) n. 101, p. 36.

[7] Don Giuseppe  De Luca, Elogio di Don Orione, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 1999, p. 11 (sarà citato Elogio)

[8] “Non voglio letterati ma religiosi: religiosi apostoli di una carità anche intellettuale, ma formati a soda pietà; non gente vuota”, cit. in “Messaggi di Don Orione”, n. 93,  p.9.

[9] Ne è stata decisa recentemente l’Edizione Nazionale delle opere.

[10] In Elogio, cit., p. 18.

[11] Idem, p. 94.

[12] Idem, p. 101.

[13] Idem, p. 116.

[14] Idem, p. 94.

[15] Idem, p. 95. Tali pagine sono state pubblicate in una raccolta di scritti con il titolo Nel nome della Divina Provvidenza. Le più belle pagine di Don Orione, Piemme, Casale Monferrato 1994. Sono pagine di autentico valore letterario, oltre che mistico.

[16] Ricordi personali del Padre Stefano Ignudi, cart. Ignudi, ADO.

[17] Il Beato Don Luigi Orione ammiratore di Rosmini di R. Bessero Belti, “Messaggi di Don Orione”, 22(1989) n.72, p. 20.

[18] Idem, p. 34.

[19] Idem, p. 39.

[20] Idem, p. 54.

[21] Idem, p. 52.

[22] Come nella raccomandazione, ai suoi inviati in Inghilterra, di “rendersi inglesi”. Cfr. Idem p. 51.

[23] Idem, p. 54.

[24] Idem, p. 50.

[25] Elogio, p. 80.

[26] “Messaggi di Don Orione”, 28(1997) n.93, pp.78-79.

[27] F. Peloso, Don Orione, un vero spirito ecumenico, Edizioni Dehoniane, Roma 1997.

[28] I sommi principi dell’Opera della Divina Provvidenza, in Lettere I, pp.11-22.

[29] Don Orione negli anni del modernismo, p.111.

[30] Idem, p.112.

[31] Nel nome, p. 174.

[32] “Anche soltanto a parlarci, traluceva da lui una miracolosa vita. Un amore, dentro, lo avvampava, che non doveva dargli sosta un attimo, se talvolta gli dava il tremito insostenibile dell’estasi, la leggerezza sovrana d’un tutto-anima, d’un tutto-Dio. I suoi silenzi, i suoi sogni, le sue ore non spiate da nessuno, i suoi solo a solo con Dio, nessuno potrà mai raccontare: ma questa innamoratezza che, dicevamo, ne fa un fratello di Francesco d’Assisi, come lui piagato addentro e cantante, come lui sempre lieto, sempre vivo, sempre travolto nel suo amore come un fuscello, sempre travolgente col suo amore come un vento, un fuoco, una fiumana. Questo povero italiano, grezzo, tozzo, rozzo, è stato, in Italia, una delle spere più affocate e splendenti del divino”, Elogio, p. 76.

[33] Idem, p. 60.

[34] Idem, p. 111.Lo diceva anche il giovane G. B. Montini: “(…) noi diciamo parole, mentre quando si ascolta Don Orione ogni parola è una semente di vita”, in “Messaggi di Don Orione”, 30(1998) n.97,  Risonanze di amici, a cura di F. Peloso, p. 49.

[35] Don Orione negli anni del modernismo, p.102.

[36] Don Orione negli anni del modernismo, p.103-104.

[37] “Messaggi di Don Orione”, (28)1997 n.93, p.76.

[38] Don Orione negli anni del modernismo, pp.121-122.

[39] Lettera del 30.1.1926 al senatore Ernesto Schiaparelli, in Don Orione negli anni del modernismo, pp.234-235.

[40] Don Orione negli anni del modernismo, p.229.

[41] Testo completo in Don Orione negli anni del modernismo, pp.333-334.

[42] “Messaggi di Don Orione”, 29(1997) n..93, pp. 27-28.

[43] “Messaggi di Don Orione”, 30(1998) n.98, p. 60.

[44] Elogio, pp. 28-29.

[45] Il rapporto Don Orione – Padre Semeria è stato studiato da A. Lanza in Don Orione negli anni del modernismo , pp. 123-222; la frase citata è a p.208.

[46] Don Orione negli anni del modernismo, p.107.

[47] Tutte queste relazioni sono presentate nel capitolo di F. Peloso “Una rete di rapporti” in Don Orione negli anni del modernismo, pp.88-122.

[48] Idem, p.101.

[49] Idem, p.101.

[50] Lettera del 10.1.1905: “(…) La democrazia avanza con nuovi bisogni e con nuovi pericoli. Non impauriamocene però, ma siamo, per carità, gente di fede larga e larga di nuovi aiuti, se vogliamo essere la gente del nostro tempo. La democrazia avanza, accogliamola amichevolmente, incanaliamola nel suo alveo, cristianizziamola nelle sue fonti, che sono la gioventù (…)”; Scritti 62, 25.

[51] “Lavoratori e lavoratrici, è suonata l’ora della vostra riscossa”, in Nel nome della Divina Provvidenza, pp. 45-47.

[52] Don Orione negli anni del modernismo, pp.99-100.

[53] Così si espresse Don G. Minozzi, in Don Orione negli anni del modernismo, p.114.

[54] Don Orione negli anni del modernismo, p.108.

[55] “Mi meraviglio come ancora non l’abbiano dichiarato Dottore della Chiesa. Ho dato ordine che nelle mie Case si formi la Libreria, e che per primi si mettano la Sacra Scrittura e Dante”. Ricordi personali del p. Stefano Ignudi, cart. Ignudi, ADO.

[56] Sulla Provvidenza in Manzoni Don Orione tenne una famosa conferenza il 22.1.1939 all’Università Cattolica del Sacro Cuore, a Milano, mettendo a fuoco con la sua esperienza di carismatico dell’azione provvidente di Dio, il “la c’è la Provvidenza” di Renzo nel cap. XVII dei Promessi Sposi.

[57] Sul Servo di Dio Giulio Salvadori vedi Bibliotheca Sanctorum, Appendice prima, Città Nuova, Roma 1992, alla voce Giulio Salvadori poeta vedi G. Cusatelli in Storia della letteratura italiana, VIII, Garzanti, Milano 1976, pp.508-510. La corrispondenza intercorsa tra Salvadori e Don Orione è conservata in cart. Salvadori, ADO.

[58]  Su Giulio Salvadori poeta vedi G. Cusatelli in Storia della letteratura italiana, VIII, Garzanti, Milano 1976, pp.508-510.

[59] Riportato da Domenico Mondrone in Don Orione e il Padre Felice Cappello in «La Civiltà Cattolica», 1963, I, pp.557-564.

[60] Il p. Albino Cesaro lo racconta in un documento conservato in cart. Cappello, ADO.

[61] I. Terzi, Filiberto Guala dalla TV alla Trappa, in “Messaggi di Don Orione” 33(2001) n. 103, p. 52. Notizie e ricordi della sua relazione con Don Orione anche in AA.VV. Filiberto Guala. L’imprenditore di Dio. Testimonianze e documenti, Ed. Piemme, Casale Monferrato, 2001.

[62] Riportato da F. Peloso in A colloquio con Padre Filiberto Guala, “Messaggi di Don Orione”, (33)2001 n.103, p.53.

[63] Idem, pp.54-55.

[64] Idem, p.56.

[65] Idem, pp.58 e 61.

[66] “Sono da anni (senza averlo, purtroppo, mai conosciuto) una fervida amica e ammiratrice di Don Orione. Il vostro libro, dunque, mi è doppiamente grato e lo vado leggendo con amore… Vi ringrazio intanto con tutta l’anima di avermi offerto questo vivo ritratto del più francescano dei Servi di Dio” (lettera a B. Griziotti del 1.10.1941); cart. Ada Negri, ADO.

[67] “Altro che figure inventate! Arrivare da tale umiltà a tale grandezza; spremere dal cuore umano tanta (e pur così poca) carità; fanno parlare di quelle verità incredibili in cui avanzano solo gli eroi”; lettera del 25.2.1942, ADO.

[68] D. Sparpaglione in “Messaggi di Don Orione” 29(1997) n..93, p.12.

[69] Vedi “Messaggi di Don Orione”, (33)2001 n.106, pp.43-52.

[70] Idem, p. 52.

[71] L’originale in marmo di Carrara è nella Cappella del Piccolo Cottolengo di Don Orione in Milano; copia in bronzo è nella cripta del Santuario-Basilica della Madonna della Guardia a Tortona.

[72] A. Lanza, Don Orione e il maestro Lorenzo Perosi in “Messaggi di Don Orione”, 34(2002) n.107, p.65.

[73] Idem, p.66.

[74] Idem, p.67.

[75] Idem, pp.75-79.

[76] F. Peloso, P. Alberto Vaccari, religioso esemplare e dotto cultore delle scienze bibliche” in «L’Osservatore Romano», 13.10.1999. Notizie bio-bibliografiche in V. M. E. Vaccari, Padre Alberto Vaccari. Religioso esemplare e dotto cultore di scienze bibliche, Pavia, 1999, pp.122.

[77] Su tutta la vicenda, vedi G. Casoli, L’incontro di due uomini liberi. Don Orione e Silone, Jaca Book, Milano 2000.

[78] Idem, p.120.

[79] Il racconto di quella notte è stato fatto stupendamente Silone stesso in Uscita di sicurezza, riportato anche in Idem, pp. 77-91.

[80] Citato da P. Montini, Clemente Rebora, Don Orione e gli Orionini, in “Messaggi di Don Orione”, 32(2000) n. 101, p.13.

[81] Cfr. “Messaggi di Don Orione”, 29(1997) n..93 , pp.46 e 48.

[82] In F. Peloso, Don Orione e l’Opera della Stampa in La devozione popolare mariana nel Beato Luigi Orione (Tesi di Licenza), Istituto di Liturgia Pastorale “Santa Giustina, Padova 1993.

[83] Idem.

[84] Idem.

[85] Idem.

[86] Lettera del 22.2.1938 in Don Orione, Lettere II, p.529.

[87] Vedi, ad es., la pagina lirica Costeggiando, scritta nel 1898 in viaggio verso la Sicilia, in Scritti 61, 15.

[88] Lettera del 13 giugno 1936, Scritti 19, 79.

[89] Scritti 27, 63-64.

[90] Scritti 53, 23.

[91] Scritti 54, 52.

[92] F. Peloso, “È dal bambino che comincia la ricostruzione del mondo”. Sempre attuale l’insegnamento di Adele Costa-Gnocchi, allieva e interprete di Maria Montessori in «L’Osservatore Romano», 22.8. 1999; F. Peloso, Adelaide Coari e il movimento femminile cattolico, inedito, ADO.

[93] F. Peloso, Don Orione, Jacques Maritain e la Chiesa argentina in “Messaggi di Don Orione” (32)2000 n.101, pp.39-40.

[94] Idem.

[95] Sulla conversione di Giosué Carducci nella testimonianza di Don Orione, vedi “Messaggi di Don Orione”, n.93 e 98.  Sull’apprezzamento di Don Orione per il Dizionario dell’omo salvatico di G. Papini (1933) vedi “Messaggi di Don Orione” n.98, cit., p.12.

[96] Don Orione, Lettere, II, p.101.

[97] Idem, pp. 81-85.

[98] A. Ruggeri, Don Orione, Ignazio Silone e Romoletto, Edizioni Don Orione, Tortona 1981, pp. 245-261 (il capitolo è di don G. Piccinini).

[99] Non bisogna dimenticare che Don Orione disse, al proposito: “Non i suoi miracoli, non la sua resurrezione mi hanno vinto, ma la sua Carità”; Lettere I, p.268).

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