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Messaggi don Orione
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Don Flavio Peloso a colloquio con il teologo Don Paolo Asolan.

"FRATELLI TUTTI"

ENCICLICA SOCIALE E TEOLOGICA

Don Flavio Peloso a colloquio con don Paolo Asolan

Incontro Don Paolo Asolan, veneto, da tanti anni a Roma, professore del Pontificio Istituto Pastorale dell’Università Lateranense, incaricato della formazione permanente del clero della Diocesi di Roma, devoto e ammiratore di Don Orione, Don Goggi e Frate Ave Maria.

 

Nel mondo cattolico, alcuni hanno criticato l'enciclica “Fratelli tutti” perché la ritengono poco teologica e più politica.

La dottrina sociale della Chiesa nasce e si sviluppa in forza di una preoccupazione tipicamente pastorale. Papa Leone, nella Rerum novarum , scrive che la dottrina sociale è “a bene della Chiesa e a comune salvezza” (n. 1b). Eppure, scriverà quarant’anni dopo Pio XI, quell’enciclica produsse “una certa impressione di sgomento, anzi di molestia e per taluni anche di scandalo” (Quadragesimo Anno, n. 14). Una certa sensibilità ecclesiale considera da sempre l’impegno sociale come una terra straniera rispetto a quella nella quale dovrebbe muoversi la missione della Chiesa. La questione teologica di fondo è pensare adeguatamente il rapporto tra creazione e redenzione: le realtà di questo mondo sono chiamate a partecipare o no alla salvezza di Gesù? “Fratelli tutti” è un’enciclica di dottrina sociale, soffre da parte di alcuni lo stesso sospetto e smaschera la medesima difficoltà di fede.

C’è chi la giudica poco dottrinale e molto laica, quasi secolare, un tentativo di dialogo con tutti per far uscire la fede cristiana dall’angolo della religiosità di nicchia, mostrando che la Chiesa cattolica sa dialogare con la modernità atea.

O forse sarà la modernità atea a finire in un vicolo cieco se non si allarga alle prospettive indicate dall’enciclica. La rivelazione cristiana esige che la parola del vangelo si realizzi non solo nella coscienza del singolo, ma nelle forme di vita sociale, dove viviamo non soltanto noi credenti, ma tutti gli altri esseri umani. La Chiesa, per mandato di Cristo, deve farsi carico di tutto il mondo e di tutti i popoli. Come scrive il Papa: “La vera carità è capace di includere tutto questo nella sua dedizione, e se deve esprimersi nell’incontro da persona a persona, è anche in grado di giungere a un fratello e a una sorella lontani e persino ignorati, attraverso le varie risorse che le istituzioni di una società organizzata, libera e creativa sono capaci di generare” (FT 165).

Papa Francesco con l’enciclica “Fratelli tutti” si rivolge a tutti i fratelli in umanità. Io trovo questa enciclica radicalmente evangelizzatrice: quando il Papa pone al centro i Fratelli tutti evangelizza implicitamente il Padre di tutti.

Credo proprio di sì. Ma non trascurerei l’ampio spazio dato al vangelo, e in particolare alla parabola del buon samaritano, utilizzata come esplicito paradigma di interpretazione dei tempi che stiamo vivendo, e insieme come prospettiva alla quale ispirare assai concretamente le relazioni tra di noi perché diventino sempre più fraterne. Mi sembra così attivata proprio una dinamica di annuncio esplicito del vangelo. Dopo aver letto quelle pagine, il lettore non può rimanere neutrale, in un certo senso deve rispondere o quantomeno chiarire a se stesso la sua posizione all’interno della parabola: “Con chi ti identifichi? A quale di loro assomigli?” (FT 64).

Papa Francesco, ponendo al centro dell'enciclica la questione della salvezza globale, risvegliata drammaticamente dalla pandemia, annuncia e invoca l’Instaurare omnia in Christo Salvatore.

Sì, e lo si capisce anche se identifichiamo uno dei personaggi - e cioè il buon samaritano - proprio con Gesù. Direi che la salvezza nell’enciclica assume un carattere e un nome originali, quello della cura: “Diciamolo, siamo cresciuti in tanti aspetti ma siamo analfabeti nell’accompagnare, curare e sostenere i più fragili e deboli delle nostre società sviluppate” (FT 64). Non so se intravvedi in controluce il tuo don Orione e il vostro carisma: ricentrare e risanare ogni cosa in Cristo implica un prendersi cura, specialmente di chi è più bisognoso di cure. L’enciclica vuole orientare a fare di questa cura un’attitudine sociale, e non semplicemente una buona disposizione personale. Per molti la cura è considerata perlopiù una distrazione rispetto ad altri compiti più importanti, e viene quindi affidata a chi lo fa per mestiere. Invece, perché la vita sia umana, la cura, il prendersi cura, sono necessari. Qui c’è qualcosa della vostra vita di orionini che viene interpellata: riconosciuta e interpellata.

Quando si parla di fraternità a livello sociale e politico molti sorridono come a un idealismo. È diffuso il concetto che la fraternità sia adeguata solo per i rapporti familiari e affettivi a breve raggio. Il Papa insiste invece sul valore civile universale della fraternità.

Sì, è così. Per stare ancora una volta alla parabola: il samaritano ha messo in moto un processo, ha innanzitutto coinvolto l’albergatore. Il messaggio dell’enciclica è proprio quello di “ispirare un nuovo sogno di fraternità e di amicizia sociale” (FT 6), che coinvolga e appassioni singoli, gruppi, istituzioni, popoli interi.

Per questo, ricorda il Papa, “è importante che la catechesi e la predicazione includano in modo più diretto e chiaro il senso sociale dell’esistenza, la dimensione fraterna della spiritualità, la convinzione sull’inalienabile dignità di ogni persona e le motivazioni per amare e accogliere tutti” (FT 86). L’enciclica entra anche nei campi della politica, dell’economia, e li fa reagire con il tema della fraternità. Alcuni passi sono davvero illuminanti.

Il tripode della civiltà laica –libertà uguaglianza fraternità – è sgangherato e a terra proprio perché gli manca il sostegno della fraternità. Papa Francesco cerca di rimetterlo in piedi mostrando nuove urgenze e nuove vie di fraternità.

Trovo molto importante che tra queste vie ci sia quella tracciata all’ottavo capitolo, dal titolo “Le religioni al servizio della fraternità nel mondo”. Forse l’esclusione della dimensione trascendente della persona umana e della sua relazione con il Mistero di Dio è all’origine di tanta debolezza presente nei vari progetti di emancipazione sociale e di sviluppo che poi, fatalmente, perdono fiato e forza. La reintroduzione della dimensione religiosa nel dibattito pubblico, ad opera di tutte le confessioni religiose, potrebbe essere la medicina per questa malattia dello spirito che, privato della vita e della forza dello Spirito di Dio, si ripiega su se stesso e perde di vista tutto, anche se stesso.

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