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Messaggi don Orione
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Nella foto: Villa Eremo, Alboerio di Varallo Sesia (Vercelli)
Autore: Flavio Peloso

Villa Eremo, in frazione Arboerio di Varallo Sesia, fu luogo di salvezza per molti sacerdoti malati nel corpo e nello spirito. Nel 1943 divenne rifugio di salvezza per gli Ebrei perseguitati.

EBREI SALVATI DAGLI ORIONINI ALLA VILLA EREMO DI VARALLO SESIA NEL 1943

 

Viene alla luce un'altra pagina che va ad aggiungersi alle numerose altre scritte dagli Orionini a salvezza degli Ebrei perseguitati durante la seconda guerra mondiale. Riguarda la Villa Eremo di Varallo Sesia, in provincia di Vercelli.

La villa venne fatta costruire nel 1896 da una ricca famiglia locale, i De Luca. Appena lasciata Varallo, dalla strada che conduce ad Alagna, sulla sinistra, si stacca e s’inerpica una stradina che porta a Dovesio e poi ad Arboerio. Qui, a 600 metri di altezza, in mezzo al verde, sorprende incontrare la grande e bella “Villa Eremo”.

Essa divenne proprietà alla Piccola Opera della Divina Provvidenza di san Luigi Orione per interessamento di Mons. De Dionigi. La somma per l’acquisto fu donata dalla contessa Angela Solari Queirolo per farvi un "sanatorio" in memoria del figlio Luigi, morto di tisi.
Don Orione vi iniziò le attività, il 12 giugno 1932. Ne diede notizia alla contessa: “Ecco il primo foglio che adopero dell’Istituto che la Signoria vostra crea a perenne memoria del suo Luigi e che, aderendo al desiderio da lei espresso, ho intitolato al Santo: «Opera San Luigi». Ci ho aggiunto: «Assistenziale pro clero», per determinare lo scopo e farlo capire in bel modo”.[1]
Di fatto, vi si svolse un’attività di accoglienza di sacerdoti e chierici malati di tisi e comunque bisognosi di aria salubre; fu destinata anche ad accogliere sacerdoti “in difficoltà”, affidati dai Vescovi in vista di recupero. “Villa Eremo è Istituto apposito per Sacerdoti, che però non ha nulla dell’Eremo, poiché è una magnifica Villa, raccolta, soleggiata, amenissima, con giardini, orti, boschi, laghetto, etc.”.[2] Vi si tenevano anche ritiri e corsi di esercizi spirituali.

La Villa Eremo cessò le sue attività negli anni ’70 e continuò ad essere soggiorno per brevi attività di qualche parrocchia.

Durante la seconda guerra mondiale qui trovarono riparo e salvezza anche un gruppo di Ebrei, come testimoniò il Prof. Avv. Barbano Enzo, giornalista, storico e scrittore, cittadino di Varallo.  
 

“Quanto segue è, in buona parte, frutto di un colloquio che ho personalmente avuto con il Prof. Avv. Barbano Enzo, giornalista, storico e scrittore, cittadino di Varallo che è stato uno dei testimoni di quanto descritto.

La Valsesia è una piccola valle appartata, ma che durante la Seconda Guerra Mondiale pagò un duro prezzo per la sua adesione alla Resistenza; questo almeno le giovò il conferimento della medaglia d’oro al valor militare. Non c’erano ebrei stabili in Valsesia, ma attraverso le montagne molti ebrei conquistarono la salvezza; la casa orionina “Villa Eremo” di Arboerio, conosciuta anche semplicemente come Eremo, ospitò ebrei braccati, sottraendoli alla deportazione.

Nella notte dell’11 settembre del 1943 arrivarono sul lago Maggiore le prime compagnie della divisione corazzata denominata “Leibstandarte - SS Adolf Hitler” (Guardia del corpo di Adolf Hitler). In quei mesi i paesi del lago Maggiore erano affollati di milanesi che cercavano riparo dai bombardamenti, ma anche da molti ebrei, provenienti da diverse parti d’Europa, che tentavano di sottrarsi alle deportazioni di massa nei campi di sterminio.
Fu qui, tra il 15 settembre e l’11 ottobre del 1943, che si compì la strage. Sulla sponda occidentale del lago Maggiore, tra Arona, Meina, Baveno, Stresa, Intra, Mergozzo, Orta e Pian di Nava. Almeno 54 le vittime. Ebrei non solo italiani, ma anche ungheresi, polacchi, greci e bulgari, che cercavano una via per salvarsi, per raggiungere la Svizzera, in quei giorni spesso con le frontiere sbarrate.

Dopo la strage di questi ebrei un cameriere dell’Hotel Meina sentì dai discorsi di due soldati della Leibstandarte che la prossima missione sarebbe stata a Varallo dove, nell’Albergo Italia, erano rifugiati parecchi ebrei; fu subito avvisato il Parroco di Meina che, con un veloce passaparola, fece arrivare la notizia al Parroco di Varallo e quindi al personale dell’Albergo Italia.
Gli ebrei e gli altri perseguitati fuggirono e parecchi si diressero verso Arboerio (per via del suo “isolamento”) e proprio a “Villa Eremo” molti trovarono rifugio e riuscirono a salvarsi; tra questi appunto molti Ebrei, il vice Parroco di Varallo Gianni Nascimbene, alcuni elementi giovanili cattolici, renitenti alla leva, l’ex Cancelliere del Tribunale di Vercelli Luigi De Martino, l’allora ragazzino ed ex Capo della Comunità Ebraica di Vercelli Dario Colombo, diversi combattenti ed un partigiano ferito che in villa fu operato con amputazione di un braccio.

Come diceva il Prof. Barbano, al cameriere di Meina avrebbero dovuto fare un monumento.
Concludo con le parole di Barbano: ‘Mi raccomando sig. Ratti, scriva queste cose perché la strage di Meina è un fatto dimenticato e la fuga di Varallo è una storia che conoscono in pochi e andrà perduta’.
Ecco, ora l’ho scritto. Guido Ratti”.

 

[1] Scritti 9, 44;  70, 81,

[2] Scritti 58, 129; 95, 266.

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