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Messaggi don Orione
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Nella foto: 7 dicembre 1938, festa di Sant'Ambrogio: Don Orione legge la pergamena della prima Pietra del Piccolo Cottolengo Milanese davanti al card. Ildefonso Schuster

Cenni storici sugli inizi del Piccolo Cottolengo di Milano.

DON ORIONE A MILANO

CENNI STORICI SUGLI INIZI DEL PICCOLO COTTOLENGO DI MILANO

 

 

              VILLA RESTOCCO CULLA DEL PICCOLO COTTOLENGO

            All’inizio del mese di ottobre 1931 Don Benedetto Galbiati, che già da qualche tempo aveva stretto relazioni di cordiale amicizia con Don Orione, da Milano inviò al Fondatore della Piccola Opera della Divina Provvidenza un telegramma concepito nei seguenti termini: “Profilasi possibilità fondazione Piccola Opera Milano vieni avanti quindici”.

            Il Servo di Dio, che in quei giorni era impegnato a Tortona, per la presenza del suo amico il maestro Lorenzo Perosi, non badando al significato letterale del testo del telegramma, mandò il suo Vicario Don Sterpi a conferire con Don Galbiati – ospite del carmelitano Padre Atanasio Galletti presso la chiesa del “Corpus Domini” in Milano – prima delle “ore” quindici mentre nel telegramma si alludeva al “giorno” quindici.

            Le Suore Carmelitane, trasferitesi da poco nel nuovo monastero al Rondò, erano disposte a cedere la loro vecchia sede di Piazza Tripoli. La distinta Signora Ernestina Larrea di Alessandria anticipò a Don Orione la cospicua somma richiesta dalle Carmelitane e così si poté concludere il contratto d’acquisto della Villa Restocco, che divenne la culla del Piccolo Cottolengo di Don Orione in Milano.

            Don Galbiati, a chi gli fece notare che era stato il primo strumento di cui si servì la Divina Provvidenza per aprire le porte di Milano a Don Orione, rispose argutamente che egli contribuì alla fondazione dell’Opera di Don Orione in Milano nella medesima misura dell’artigiano che fornì l’inchiostro a Dante Alighieri per comporre la Divina Commedia.

            Prescindendo dalla geniale metafora adoperata ironicamente dal grande ed umile oratore milanese, si deve riconoscere che effettivamente Don Benedetto Galbiati fu il primo strumento provvidenziale di cui si servì Dio per realizzare il suo piano divino sull’Opera di Don Orione in Milano.

 

IL PROGRAMMA E GLI UMILI INIZI DELL’ISTITUTO

Prima di aprire il Piccolo Cottolengo al Restocco, Don Orione si recò dal Card. Ildefonso Schuster per averne l’approvazione e la benedizione. In tale circostanza il Fondatore della Piccola Opera espose all’Arcivescovo di Milano (a cui scrisse pure una lettera in data 7 aprile 1933) il programma del suo Istituto: “Il Piccolo Cottolengo terrà la porta sempre aperta a qualunque specie di miseria morale e materiale… a tutti quelli che, non potendo essere accolti negli Istituti già esistenti, hanno bisogno di assistenza, di aiuto, e che siano veramente abbandonati, veramente poverissimi: - da qualunque parte vengano, di qualunque religione siano e anche i senza religione: - Dio è Padre di tutti!”. Fece pure sapere al Card. Schuster, benedettino, che avrebbe dedicato la chiesa del suo Istituto a S. Benedetto Abate.

L’Arcivescovo di Milano, che conosceva e stimava Don Orione già da tempo, approvò il suo programma, gli diede un’ampia benedizione e, sorridendo, gli disse: “So che Lei è povero in canna, ed io non ho soldi da darLe (allora si stavano costruendo varie chiese nuove nella periferia di Milano)…”. E Don Orione: “A me basta la benedizione di Vostra Eminenza, al resto penserà la Divina Provvidenza!”.

Il 4 novembre 1933 Don Orione mandò a Milano il suo Vicario Don Sterpi ad inaugurare il Piccolo Cottolengo. Verso mezzogiorno arrivarono al Restocco le prime quattro Suore, fa cui la Superiora Suor Maria Croce, destinate ad assistere le malate che la Divina Provvidenza avrebbe affidato alle loro cure materne. Presero possesso del vecchio convento che le Carmelitane, dopo la vestizione monacale della Principessa Paternò, avevano abbandonato perché sperduto tra i prati della periferia.

Nel pomeriggio il Delegato Arcivescovile, accolto da Don Sterpi, benedisse la chiesetta e la casa e, così, sotto gli auspici di S. Carlo Borromeo, ebbe inizio il Piccolo Cottolengo di Don Orione in Milano.

La prima assistita venne accettata dallo stesso Don Orione, il quale la fece accompagnare a Milano dai propri familiari a cui consegnò la seguente lettera: “Deo gratias! Nel nome santo della Divina Provvidenza e del Beato Cottolengo, invocata Maria Santissima, Madre di Dio e Madre nostra, oggi accetto Gamella Rosa e con questa povera malata, resa muta dalla paralisi progressiva, do principio al Piccolo Cottolengo di Milano. Prego che sia subito accolta con ogni carità, appena si presenterà. Chiedo al Signore di confermare con la sua benedizione questo umile inizio. Pregate per me. Sac. Luigi Orione – Da Tortona, il 27 novembre 1933”.

Suor Maria Croce, prima Superiora dell’Istituto, narra quanto segue: “Stanotte nessuno ha dormito al Piccolo Cottolengo. Ieri sera, mentre le Suore erano in chiesa per le preghiere di comunità, la Rosa si è alzata dal letto, ha infilato il soprabito e si è messa a gridare e a ridere stranamente. Abbiamo cercato di rimetterla a letto e di calmarla, ma ad ogni tanto era in piedi a ripetere la stessa scena. Insomma è venuto giorno e le Suore erano ancora intorno al suo letto” (Dal diario della Casa, 28 novembre 1933).

Il 3 dicembre Don Orione mandò a Milano Don Dante Mogni, il quale, mentre frequentava l’Università Cattolica del Sacro Cuore, aiutava la Superiora nelle pratiche straordinarie dell’amministrazione, teneva le relazioni coi Benefattori e con le Autorità cittadine, e si interessava dell’assistenza spirituale alle ricoverate dell’Istituto e alla gente che frequentava la nostra chiesina.

In seguito Don Sterpi assegnò al Piccolo Cottolengo di Milano una dozzina di probandi che studiavano e si dedicavano ai vari servizi della chiesa e della casa.

 

UN FULMINE PROVVIDENZIALE

Al centro del cortile interno della Villa Restocco, prima sede del Piccolo Cottolengo di Milano, si ergeva un grandioso ed annoso cedro dell’Imalaia, alla cui ombra, nelle giornate calde, solevano rifugiarsi le assistite ed i bimbi dell’asilo. Nella mattina del 3 giugno 1934 si scatenò improvvisamente un temporale così violento che le Suore e tutte le persone della Casa, fortemente impressionate, corsero a ripararsi nella chiesina. Mentre pregavano con fervore, un fulmine schiantò il grosso albero e lasciò in tutti un tale spavento, che nessuno aveva il coraggio di uscire nel cortile. La Suora polacca Maria Paternoster, che lavorava in cucina, fu la prima a vedere l’albero schiantarsi e si precipitò in chiesa gridando – con allusione al cedro abbattuto – “quello non c’è più”!.

Sul tardo pomeriggio spuntò un sole luminoso e molta gente dei dintorni, che aveva sentito il fragore del fulmine, andò nel cortile del Restocco per vedere che cosa era successo: allora cominciarono a conoscere il Piccolo Cottolengo.

Le visite continuarono nei giorni successivi, perché ne avevano parlato i giornali cittadini. Il Corriere della Sera aveva pubblicato un lungo articolo dal titolo “Un fulmine contribuisce alla fortuna di un Istituto alla periferia di Milano”. E quel fulmine fu davvero provvidenziale, dimostrando la verità del noto proverbio: "Non tutto il male viene per nuocere!".

 

DON ORIONE VISITA IL PICCOLO COTTOLENGO

Il 4 novembre 1933, festa di S. Carlo Borromeo, Don Orione affidò l’incarico di aprire il nuovo Istituto di Milano al suo Vicario Don Carlo Sterpi, perché in quel giorno ricorreva il suo onomastico. Egli, invece, visitò per la prima volta il suo Piccolo Cottolengo il 15 dicembre 1933. Vi ritornò il 7 luglio 1934, due mesi prima di partire per l’America del Sud, ove si recò per consolidare le sue istituzioni di colà. Fu in quella occasione che, guardando dal terrazzo del Restocco il fusto del cedro schiantato dal fulmine, che si era lasciato intatto per farlo vedere anche a lui, disse che quel fulmine era un richiamo del cielo. Poi lanciò alcune medagliette della Madonna sui prati circostanti, quasi presago della loro futura incorporazione al nascente Istituto.

Un osservatore qualunque, profano ai sistemi degli uomini che vivono di fede in Dio, vedendo quel gesto di Don Orine, avrebbe forse potuto fare delle riserve ed esclamare: “Se sono ose fioriranno!”. Chi ha seguito da vicino i progressivi sviluppi del Piccolo Cottolengo di Milano, oggi è in grado di constatare un fatto consolante: il piccolo seme evangelico, affidato alle cure materne della Madonna della Divina Provvidenza, non smentendo la sua nota fecondità, è fiorito e si è dilatato in proporzioni quasi prodigiose.

Alla prima malata Rosa Gamella fece seguito una serie ininterrotta di accettazioni di casi pietosi, perché Don Orione voleva che nelle sue istituzioni non vi fossero posti liberi. E quando il Card. Schuster, il 29 febbraio 1936, fece la prima visita pastorale al Piccolo Cottolengo, scrisse a Don Orione – allora in Argentina – e si compiacque degli sviluppi della nascente sua opera milanese “che andava ingrandendosi con la visibile protezione della Provvidenza di Dio”

 

CONFERENZA DI DON ORIONE ALL’UNIVERSITÀ CATTOLICA

Il Fondatore del Piccolo Cottolengo di Milano, dopo circa tre anni di permanenza nel Sud America, rientrò in Italia – verso la fine di agosto – per partecipare alla solenne festa della Madonna della Guardia in Tortona.

Il 4 novembre 1937 Don Orione e Don Sterpi celebrarono la S. Messa sulla tomba di S. Carlo Borromeo, nello scurolo del duomo di Milano, poi andarono insieme ad inaugurare il nuovo Seminario di Buccinigo d’Erba (Como). Nel pomeriggio sostarono al Piccolo Cottolengo di Milano ove il Servo di Dio diede la Benedizione Eucaristica e tenne un breve discorso alle assistite e alle Suore dell’Istituto. Alla funzione era presente il Sen. Stefano Cavazzoni con alcuni suoi amici, membri dell’”Unione Milanese” (l’Avv. G. Cavazzana, l’Ing. G. Casolo, il Dr. G. Borromeo, il Rag. V. Sala, il Comm. G. Corridori, il Comm. M. Ghidoli, il Comm. F. Gogna, il Comm. E. Rainoldi…), la Contessa Antonia Caccia Dominioni, Donna Lina Cajrati Crivelli ed altre Signore, i quali tutti, al termine della funzione, si incontrarono con Don Orione. Da questo incontro scaturì il grande convegno Amici alla “Cattolica” di Milano.

Il Sen. Cavazzoni, conquiso dalla semplicità e dalla efficacia della parola del nostro Padre, lo pregò di ritornare presto a Milano e gli propose di partecipare ad una riunione di Amici, in un ambiente più accogliente e più ampio, che egli si sarebbe incaricato di cercare presso il centro della città, ritenendo che la calda e persuasiva parola del Servo di Dio sarebbe stata ascoltata volentieri e con grande frutto spirituale anche da molte persone che non erano solite frequentare la Chiesa. Don Orione acconsentì e lasciò al Senatore l’incarico di stabilire le modalità della riunione e la scelta del luogo da lui ritenuto idoneo.

Sorse così il progetto di riunirsi all’Università Cattolica del Sacro Cuore. A Don Orione non dispiacque la scelta: pensava però si trattasse di una sala piccola e secondaria. Ma allorché si accorse che i giornali di Milano avevano annunciato un suo discorso nell’Aula Magna dell’Università, rimase grandemente turbato e invitò il Sen. Cavazzoni a tenere lui il discorso: “Io prevedo che non saprò parlare, non potrò dire nulla del tema annunciato: so bene cosa mi capiterà. Presenzierò, sì, e sarò puntuale, ma parlare è altro affare, caro Eccellenza. Anche perché non sembri che io prenda in giro tutta quella buona gente, sono, quindi, a vivamente pregarLa, Eccellenza, di fare Lei la vera e propria conferenza. È una carità che Le chiedo, non mi vorrà dire di no” (dalla lettera al Sen. Cavazzoni in data 17 dicembre 1937).

Il Servo di Dio si rasserenò quando seppe che la conferenza ufficiale l’avrebbe tenuta il Sen. Cavazzoni, mentre lui avrebbe rivolto soltanto alcune parole di ringraziamento alla fine del discorso del Senatore. Ma quando si trovò davanti al numerosissimo uditorio che gremiva l’aula magna dell’Università Cattolica, trascinato dalla improvvisa commozione, che aveva suscitato fin dal suo primo apparire, Don Orione, quasi contro la sua stessa volontà, pronunciò un elevato e magnifico inno sulla carità cristiana )vedere il testo in “La c’è la Provvidenza”, a pag. 247).

Uscendo dall’aula magna, al termine di quella memorabile conferenza che rivelò ai milanesi il grande cuore di un autentico uomo di Dio, Don Orione fu assalito da una massa di gente che voleva avvicinarlo, e riuscì faticosamente a raggiungere il portone d’ingresso, grazie alla protezione di alcuni universitari che lo salvarono da un inevitabile soffocamento. Chi accompagnava il Servo di Dio, e rimase tagliato fuori dalla sua scia, ebbe l’impressione di assistere ad una delle commoventi scene evangeliche, in cui si descrive l’affannoso sforzo degli Apostoli i quali a stento riuscivano a frenare l’entusiasmo inconsulto della numerosa folla che si stringeva attorno a Gesù per potere toccare la sua veste.

 

              PAESE IN CUI VAI USANZA CHE TROVI

            Una delle caratteristiche personali di Don Orione era la sua straordinaria facilità di adattamento alle esigenze particolari di luoghi e di persone. Come S. Filippo Neri, il Servo di Dio sapeva farsi piccolo coi piccoli, ma coi signori era anche lui un signore, tanto che coloro i quali non conoscevano le sue umili origini familiari, lo ritenevano per un aristocratico.

            In un aduno di Benefattori delle sue opere in Argentina pronunciò queste parole: “Se non fossi italiano, vorrei essere  argentino”. A Milano, Don Orione si fece milanese. Il Sen. Cavazzoni, che conosceva per esperienze le abitudini di certe categorie di persone le quali – nella capitale del “mondo del lavoro” – solevano incontrarsi, per discutere sui loro problemi, nelle cosiddette “colazioni di lavoro”, organizzò anche al Piccolo Cottolengo alcune di queste “colazioni”. Vi fu chi avanzò delle riserve, non ritenendo confacenti allo spirito di povertà dell’Istituto tali periodiche colazioni nella casa dei poveri. Don Orione ne intuì l’importanza e si adattò di buon grado a questa singolare consuetudine ambrosiana, trasformandola in un prezioso strumento di bene.

            Anzi, il padre dei poveri, per amore delle anime e dei suoi protetti, non si rifiutò di partecipare pure a raduni che si tennero presso case di famiglie signorili. In tal modo poterono avvicinare ed ascoltare il Servo di Dio anche i nobili di Milano. Il 23 marzo 1938 si tenne una riunione in casa della Nobil Donna Camilla Sassi de’ Lavizzari; il 5 aprile in casa della Duchessa Marianna Visconti di Modrone; il 9 aprile in casa di Donna Antonietta Radice Fossati.

            Don Orione era stimato e molti lo ascoltavano volentieri perché le sue conversazioni, tutte a sfondo spirituale, edificavano, commuovevano e convertivano le anime a Dio. Così parlava il nostro Padre: “Nella nostra opera non vogliamo solo dare un pane, un tetto; ma vogliamo dare una fede, un conforto, una speranza. Vogliamo che tanti disperati tornino ad avere fiducia in Dio, nella vita e nei loro fratelli…”. (Dal discorso di Don Orione in casa di Donna Camilla Sassi, in data 23 marzo 1938).

            Analoga a quella del nostro Padre era l’ansia di apostolato che animava pure il Sen. Cavazzoni: “Trovate qualche amico e portatelo al Piccolo Cottolengo, là diventeranno anche amici di Don Orione… Dovete trovare degli amici che abbiano perso la fede, perso la via della Chiesa, è proprio là che ritroveranno la strada che darà loro la gioia dell’anima… Abbiamo cura dei corpi, ma sono anche le anime che ci devono interessare…” (Dal discorso del Sen. Cavazzoni, tenuto all’Università Cattolica il 30 marzo 1947).

            Il Signore premiò il sacrificio e la virtù di Don Orione suscitando autentiche conversioni spirituali. E lo stesso Sen. Cavazzoni manifestò talora la propria ammirazione nel constatare che qualche suo amico personale, non abituato alla frequenza dei Sacramenti, partecipando alla S. Messa dei “martedì” di Don Orione, divenne cristiano praticante.

 

                LA NOSTRA CARITÀ NON SERRA PORTE

            La conferenza tenuta all’Università Cattolica da Don Orione e gli altri raduni da lui presieduti, suscitarono un’ondata di simpatia e di movimento straordinario attorno al Piccolo Cottolengo. Molti visitavano l’Istituto, c’era chi desiderava parlare con il Servo di Dio, altri telefonavano per averlo al capezzale di persone care inferme. Don Orione, che era sensibilissimo ai bisogni del prossimo, per accontentare il maggior numero possibile di coloro che desideravano conferire con lui, stabilì un giorno fisso settimanale: andava a Milano ogni martedì (il giovedì si recava a Genova, la domenica a Roma…). Spesso, per i casi urgenti, accontentava pure ogni volta che veniva espressamente richiesto.

            Il 26 dicembre 1937, in seguito ad una telefonata, si recò a Milano per visitare la Sig.ra Cornelia Tanzi, consorte del Dr. Pasquale Pozzi, gravemente inferma. Così descrisse la visita lo stesso Dr. Pozzi: “… Si attendevano, se non la grazia, parole di speranza; ma che disse Don Orione? A Cornelia disse di offrire la vita al Signore per il bene della sua famiglia; ed a me di accettare dalle mani di Dio la terribile prova! Cornelia, preparatissima e interamente votata al Signore, annuì con trasporto; ma quale conforto potevano recare a me quelle parole che ormai suonavano come una deprecata sentenza? Eppure, se non lenirono il mio strazio, mi placarono il tumulto dell’anima…” (Da “Rimembranze” del Dr. Pasquale Pozzi).

            Chiunque ricorreva al Servo di Dio era sempre accolto con affabilità e carità grande, anche chi ritornava spesso e poteva essere ritenuto indiscreto. Per tutti Don Orione aveva un sorriso benevolo, una buona parola, un consiglio, un aiuto. Sembrava ad ognuno di godere le sue simpatie.

            Tipico il caso di un certo “Giovanni dei ladri”, uomo noto in Milano sotto questo nomignolo perché riuniva gli accattoni e i “senza tetto” e li conduceva in chiesa, Costui, di buoni principi cristiani, aspirava a divenire fondatore di una nuova istituzione che avrebbe dovuto accogliere ed assistere tutti i cosiddetti “barboni”. Era però poverissimo e viveva anche lui di accattonaggio, anzi qualche volta fu pure rinchiuso in prigione assieme ai suoi protetti. Finì poi la sua vita in un ricovero cittadino per vecchi.

            Don Orione, fin dal primo incontro, lo ricevette con la solita dolcezza e giovialità, ascoltò pazientemente la lunga esposizione dei suoi progetti, gli promise che lo avrebbe aiutato a realizzarli, ed infine gli diede una generosa elemosina. Giovanni aveva trovato in Don Orione un grande amico e veniva a visitarlo tutte le settimane. Preferiva essere ricevuto per ultimo, forse per avere più tempo disponibile ai suoi lunghi colloqui, e si fermava fino a tarda sera, parlando dei suoi progetti anche con le persone che attendevano di essere ricevute dal Servo di Dio. Ormai la di lui presenza settimanale in casa, stava diventando imbarazzante, ma lo si tollerava proprio per non venire meno alla carità. Eppure Don Orione lo riceveva sempre con affabilità e, nel licenziarlo, gli dava la solita  elemosina e lo invitava a ritornare.

            Il nostro Padre aveva fatto suo il motto dantesco “La nostra carità non serra porte”. Il 13 settembre 1938 vennero a bussare alla porta del Piccolo Cottolengo di Milano alcune famiglie russe scacciate dalla loro patria, perché di origine italiana. La vecchia Villa Restocco era già piena, ma per non respingere quelle povere profughe si misero dei letti nei corridoi e si accettarono delle donne e delle bambine.

            Sorse allora una difficoltà: una giovane mamma aveva con sé un piccino di pochi mesi e la Superiore fece notare a Don Orione che, essendovi in casa solo stanze con più letti, quel bimbo avrebbe disturbato le altre persone assistite. Il Servo di Dio rispose: “Avreste il coraggio di respingere la Madonna con Gesù Bambino?”. E anche quella povera mamma ebbe il suo posto.

            Quando capitavano casi molto pietosi ed era materialmente impossibile fare nuove accettazioni, perché tutti i posti  erano occupati, Don Orione suggeriva di collocare dei letti nelle camere delle Suore (allora vi era solo il reparto femminile). Qualche volta avendo saputo che anche questo si era fatto, insisteva: “Trasformate in dormitorio il locale della direzione o la saletta del parlatorio; e quando non saprete proprio come fare, ritirate il SS.mo Sacramento in sacrestia e trasformate in dormitorio anche la chiesa. Queste cose il Servo di Dio le esigeva, perché anche lui – come era notoriamente risaputo – più di una volta aveva lasciato dormire nel suo letto qualche povero o ragazzo orfano, mentre egli aveva passato la notte disteso su di una panca, o sulla predella dell’altare nella cappella della Casa Madre di Tortona.

            Il Fondatore voleva che l’ascetica della sua Congregazione religiosa fosse ispirata ad un programma suo caratteristico, denominato dei “Sette F dei Figli della Divina Provvidenza” (fede, fame, freddo, fatica, fastidi, fumo, fiat voluntas Dei). Egli infatti era solito impostare la sua attività caritativa sulla fede in Dio, sul sacrificio e sull’obbedienza cieca alla volontà del Signore.

            Per aiutare i poveri e gli orfani dei suoi Istituti, Don Orione non esitò a sperimentare personalmente e, talvolta non senza umiliazioni, ciò che descrive il divin poeta in una terzina del Paradiso:

            “Tu (provasti) sì come sa di sale
            lo pane altrui e com’è duro calle
            lo scendere e il salir per l’altrui scale”
             (Dante: Paradiso, canto XVII, n° 58).

 

             BENEDIZIONE DELLA PIETRA FONDAMENTALE DEL PRIMO PADIGLIONE

            Il 7 dicembre 1938 il Card. Ildefonso Schuster presiedette alla cerimonia per la posa della pietra fondamentale dell'erigendo primo padiglione del Piccolo Cottolengo. Erano presenti il Podestà di Milano, Conte Gian Giacomo Gallarati Scotti, il Sen. Stefano Cavazzoni e parecchie autorità cittadine, con numerosissima folla di amici e simpatizzanti, che gremivano l’ampio cortile della Villa Restocco. Dopo il discorso e la benedizione della pietra fondamentale, fatti dall’Arcivescovo di Milano, Don Orione lesse la pergamena che venne affossata con la prima pietra delle nuove costruzioni.

            Il testo della pergamena, stilato dallo stesso Servo di Dio, era così concepito: “A gloria di Dio – Il giorno 7 dicembre festa di S. Ambrogio – anno del Signore 1938 – essendo Pontefice Massimo della Chiesa Cattolica Pio Papa XI – Re d’Italia Vittorio Emanuele III – Capo del Governo Benito Mussolini – Arcivescovo di Milano l’Em.mo Card. Ildefonso Schuster – Regio Prefetto S. E. il Gr. Uff. Dr. Giuseppe Marziali – Preside della Provincia il Gr. Uff. Franco Marinotti – Animatore dell’iniziativa S. E. il Sen. Stefano Cavazzoni – Architetto Mario Bacciocchi – in Milano regione Restocco – da Sua Em.za Rev.ma il Sig. Card. Schuster veniva benedetta con la solennità del rito e collocata la pietra fondamentale del 1° padiglione del Piccolo Cottolengo Milanese auspici le Autorità tutte – presente ogni ordine di cittadini – Padrini i rappresentanti dei poveri – la Piccola Opera della Divina Provvidenza chiamata dalla bontà del Signore a servire Cristo nei poveri più derelitti invoca d’inginocchio la benedizione di Dio sull’umile nascente istituzione – Deo gratias!”.

            In quello stesso giorno la Divina Provvidenza premiò la fede di Don Orione con un segno tangibile della sua protezione. La distinta benefattrice che, cinque anni prima, aveva prestato al Servo di Dio la cospicua somma occorrente per l’acquisto della Villa Restocco, al termine del rito religioso disse al Fondatore del Piccolo Cottolengo di distruggere il “chirografo” dell’obbligazione, ritenendolo con ciò esonerato da ogni debito derivante dal medesimo.

 

             NON C’È ROSA SENZA SPINE

            Il 22 gennaio 1939 nell’aula magna dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, Don Orione parlò più di un’ora sul tema “La c’è la Provvidenza”. Con grande meraviglia di tutti, al termine di un elevato discorso definito da molti una vera lezione universitaria, il Servo di Dio raccomandò al numerosissimo uditorio le molteplici opere di beneficenza cittadine, limitandosi a dire del suo Istituto: “Il Piccolo Cottolengo ha messo le sue tende al Restocco. Noi siamo venuti qui per fare come la spigolatrice che, dopo la mietitura, dopo avere legati tanti covoni, si china a raccogliere le spighe sparse… Il Piccolo Cottolengo e Don Orione si accontentano delle briciole che cadono dalla vostra mensa” (Conclusione del discorso “La c’è la Provvidenza”; vedere volume omonimo, pag. 250 ss.).

            Cosa era successo? Il diavolo – come si suol dire – ci aveva messo le corna per ostacolare l’attuazione del piano della Divina Provvidenza sul Piccolo Cottolengo di Milano. Il Servo di Dio ci soffrì moltissimo e, constatato che si trattava di contestazioni fondate su semplici argomentazioni speciose (furono sollevate riserve sulla legittimità del nome dell’Istituto, approvato regolarmente dal Card. Schuster), si sentì in dovere di difendere la causa dei poveri. Pertanto fece coraggiosamente ricorso all’Arcivescovo di Milano per conoscere il suo pensiero in merito alle suaccennate difficoltà, e rimettersi alla sua paterna e saggia decisione.

            “… Che cosa dovrei pensare, Eminenza Rev.ma, se non avessi con me la certezza che, con la benedizione di Vostra Eminenza, nonché morire, potrà invece, questo chicco evangelico, seminato dalla Divina Provvidenza, svilupparsi sempre di più a gloria di Dio e a salvezza delle anime di tanta povera gente reietta? Le esperienze di questi anni e il momento che la società attraversa, fanno sentire tutt’altro che inutile, bensì urgentemente necessario, questo andare della Chiesa verso i più umili e sofferenti figli del popolo”. (Lettera di Don Orione al Card. Schuster: Pasqua 1939).     

            L’Arcivescovo di Milano rispose: “Caro Don Orione, ho parlato oggi con l’Abate Caronti (Visitatore Apostolico della Piccola Opera della Divina Provvidenza) intorno alla nota questione. Stia tranquillo e non se ne turbi. Nessuna opera milanese ha preso il nome di Piccolo Cottolengo né quindi alcuno può muoverne querela, che se, dietro l’innocuo nome fosse questione della cosa, bisogna rispondere che la Provvidenza è immensa. Continui pure la Sua opera…” (Lettera del Card. Schuster, 13 aprile 1939).

            Il Servo di Dio, incoraggiato dallo scritto dell’Arcivescovo di Milano, continuò con serenità la sua attività benefica a favore del Piccolo Cottolengo del Restocco. Gli ostacoli che la contrastavano, nonché scoraggiarlo, valsero a stimolare il suo zelo, riconoscendo in essi la manifestazione palese del beneplacito del Signore il quale suole contrassegnare le sue opere con il sigillo delle avversità, come l’oro si purifica con il fuoco. Per Don Orione l’approvazione del Vescovo era una garanzia dell’approvazione di Dio.

 

            PRESAGIO DI DON ORIONE CHE DIVIENE REALTÀ

            Quando il Servo di Dio visitò il Piccolo Cottolengo, prima di partire per il Sud America, aveva gettato delle medaglie della Madonna nel terreno limitrofo al cortile della Villa Restocco. Cinque anni dopo, quel terreno veniva annesso all’Istituto, che se ne servì per costruirvi il primo nuovo padiglione. Don Orione stesso ne diede comunicazione ai Benefattori con le seguente lettera:

            “… Deo gratias! Sì, Deo gratias, o miei cari amici. In nome di Dio e della Madonna è stato firmato ieri l’atto d’acquisto del terreno che era stato assicurato in questi ultimi mesi per le nuove costruzioni. E la Divina Provvidenza lo ha interamente pagato!”

            “È con gioia grande che ne partecipo l’annuncio a tutte le anime che hanno confortato con la loro benevolenza gli umili inizi di questa istituzione, nata per i più sofferenti e bisognosi nostri fratelli in Cristo. Quanto s’è fatto, s’è fatto per Voi: lo Avete fatto Voi, o miei cari Benefattori e gentili Benefattrici. Il Signore Vi benedica di una grande benedizione e Vi faccia dono della più ampia ricompensa”

            “Ed ora… non resta che dar mano alla costruzione dei padiglioni che Sua Em.za il Card. Schuster, nostro amatissimo Arcivescovo, ha già benedetto nella loro pietra fondamentale. Urge far presto, fa presto perché, credete, sono troppi gli infelici che vengono, da vicino e da lontano, a bussare alla nostra porta e ci costa troppa pena il dire loro che non c’è posto …”

            “Questi cari poveri che con tanta gratitudine Vi potano nel cuore e ricordano ogni giorno al Signore Voi, le persone e cose Vostre più care, si uniscono a me nel ringraziarVi ancora una volta di quanto avete fatto, di quello che vorrete fare, mentre Vi pregano ogni più santa consolazione nella soavità delle imminenti Feste Pasquali. Proprio oggi si è iniziato anche qui, come al Cottolengo di Torino, la “Laus perennis”: un turno quotidiano di preghiere che i nostri poveri innalzano per i Benefattori vivi, per i Benefattori defunti. È il dono che essi Vi offrono nella lieta solennità della Pasqua” (31 marzo 1939).

            Questa preghiera, che ogni giorno viene innalzata a Dio con fervore dalle varie famiglie di cui si compone il Piccolo Cottolengo di Milano, è come un parafulmine che attira le benedizioni del cielo sull’Istituto e sui suoi Benefattori.

 

              LA C’È LA PROVVIDENZA

            Don Orione, grande ammiratore del Manzoni, conosceva e traduceva in pratica la nota frase di Fra Galdino: “Noi…siam come il mare, che riceve acqua da tutte le parti, e la torna a distribuire a tutti i fiumi” (Promessi Sposi, cap. 3)

            Sarebbe troppo lungo elencare gli episodi di bontà che dimostrano gli interventi della Divina Provvidenza in favore dei poveri e dei piccoli ospiti del Piccolo Cottolengo di Milano. Per amore di brevità se ne elenca solo qualcuno fra i più significativi.

            I primi ad aiutare la nuova famiglia del Restocco furono i contadini della vicina cascina omonima, che facevano a gara a portare i prodotti del loro lavoro: verdura, uova, latte, ecc.

            Dall’Istituto Palazzolo di via Aldini, l’inferma Ambrogina Colombo mandò i suoi mobili accompagnati dalla seguente lettera: “Voglia codesta onorevole Direzione gradire la mia piccola offerta costituita dai mobili che arredavano la mia casetta, alla quale ho dovuto rinunciare in seguito a gravi infermità. Spero che questi mobili potranno essere utili a voi o a qualche famiglia bisognosa. Potevo venderli, ma preferisco fare con essi l’ultima opera buona della mia vita” (10 giugno 1937).

            La vigilia del S. Natale 1937 la sig.ra Carla Porro ved. Masini donò una cospicua somma, avvolta in un umile involucro di giornale, dicendo: “Sono i risparmi di tutta la mia vita e della unica mia figlia Irma, da poco deceduta. Tenevo questi risparmi per la vecchiaia; ma avendo pensato che ci sono altre persone più povere di me e che io posseggo ancora una piccola pensione, ho deciso di fare un’opera di bene subito e non dopo la morte, quando non servono più e quando non c’è più merito a donarli”.

            Chi ricevette il prezioso involucro, commosso, ringraziò la generosa offerente assicurandola che, in caso di bisogno, l’Istituto si sarebbe ricordato di lei. Infatti durante la guerra la sig.ra Porro venne ospitata presso la Villa Poretti di Induno Olona (Varese) – benevolmente messa a disposizione del Piccolo Cottolengo dai Conti Bassetti – assieme alle malate del nostro Istituto ivi sfollate.

            L’Avv. Angelo Querini di S. Moise mandò una oblazione con la seguente lettera: “Non potendo più offrire alla mia mamma un regalo per il suo compleanno, desidero offrire alla sua memoria le preghiere dei ricoverati nella Casa di Don Orione” (24 gennaio 1939).

            Degno di particolare menzione è il nobile gesto compiuto dalla sig.ra Giuseppina Mamoli la quale, durante il periodo dei bombardamenti aerei dell’ultima guerra, mise a disposizione i locali della sua casa colonica in Mirasole di Opera (Milano) per ospitarvi un gruppo di malate del nostro Piccolo Cottolengo. Questa buona Signora regalava periodicamente all’Istituto quintali di riso. Non aveva stipulato il contratto con l’assicurazione contro i danni della tempesta, perché aveva affidato la sua fattoria alla protezione di Don Orione.

            Il Servo di Dio, sensibilissimo agli atti di benevolenza, che si andavano moltiplicando in favore dei suoi poveri, nn si faceva vincere in generosità. Spesso ridava in elemosina, a chi ricorreva a lui per aiuto, ciò che riceveva in beneficenza. Ci fu qualcuno che, meravigliato di questo sistema, a lui quasi abituale, osò osservagli: “Ma, Don Orione, come si farà a costruire il nuovo fabbricato se Lei ridistribuisce le offerte man mano che le riceve?”. “Avete ragione – rispondeva il nostro Padre – ma come si fa a parlare di carità e poi dire di no – con una scusa qualunque – a chi ne ha bisogno? Come si fa a organizzare la carità per il domani, quando non la si pratica oggi, subito, con chi si trova in urgente necessità?”.

            Non era raro il caso in cui il Fondatore si liberava anche di somme considerevoli, per risolvere critiche situazioni in favore di enti di beneficenza o di persone private.

            Quando il Card. Schuster – dopo la visita pastorale fatta al Restocco verso la fine di febbraio 1936 – nella già summenzionata lettera scrisse: “Per carità, Don Orione, non ritorni ricco dall’America!…”, il nostro Padre gli rispose: “Tornare ricco?… Leggendo la lettera di Vostra Eminenza e, soprattutto, quella raccomandazione, ho riso tanto perché, in quel momento, neppure potevo calzare l’unico paio di scarpe che avevo mandato a riparare. Anzi Le confesso sinceramente che se non mi pagheranno il viaggio di ritorno, non so quando potrò venire in Italia” (Lettera di Don Orione in data 11 luglio 1936). Il Servo di Dio ritornò in Italia verso la fine di agosto 1939. Gli fu pagato il viaggio e ricevette pure delle offerte per le sue opere di bene. Ma prima di lasciare l’Argentina – come riferirono i nostri Confratelli di colà – consegnò tutto il denaro in suo possesso alle Conferenze di S. Vincenzo de’ Paoli di Buenos Aires.

            Anche Milano fu beneficata dalla carità di Don Orione, in una forma che ha del singolare. Don Giuseppe Del Corno, pio Sacerdote diocesano che servì la S. Messa al Fondatore la prima volta che la celebrò sulla tomba di S. Carlo Borromeo, trovandosi in gravi difficoltà, nel mese di maggio 1939 si rivolse a Don Orione per consiglio. Il Card. Schuster gli aveva affidato l’incarico di costruire una delle nuove chiese della periferia di Milano. Don Del Corno aveva fatto preparare un progetto grandioso, che la Commissione preposta alla costruzione delle nuove chiese non approvò per mancanza di fondi adeguati.

            Il Servo di Dio, che nutriva fiducia e stima in Don Del Corno, lo incoraggiò ad avere fiducia nella Divina Provvidenza e, qualche giorno dopo, gli mandò in prestito una cospicua somma in titoli che il Fondatore teneva in serbo per fare fronte ad eventuali situazioni di emergenza della sua famiglia religiosa. Questo ardito gesto del nostro Padre fece capovolgere la situazione. Infatti, allorché l’Arcivescovo di Milano seppe che il Servo di Dio, da lui tanto stimato, aveva incoraggiato ed aiutato Don Del Corno, volle che la Commissione Arcivescovile revocasse il veto che era stato espresso in precedenza, però raccomandò a Don Del Corno di restituire quanto prima quella somma anticipatagli tanto generosamente, “perché – gli fece notare il Cardinale – Don Orione deve provvedere al mantenimento di tanti poveri”.

Don Del Corno rimase sempre tanto affezionato al Piccolo Cottolengo e, in segno di gratitudine al Fondatore, scrisse il di lui nome in prima posizione nella lapide di marmo che ricorda i principali Benefattori della sua chiesa di S. Giuseppe dei Morienti, ed ottenne che la via antistante alla medesima (tra via Padova e via Palmanova) fosse intitolata a Don Orione.

 

             NOI PASSEREMO MA IL PICCOLO CTTOLENGO RESTERÀ

            Il Dr. Pozzi si era tanto affezionato a Don Orione e alla sua opera di Milano, che riteneva come sua seconda famiglia. Per dare un segno tangibile della propria benevolenza, fece studiare dall’Arch. Bacciocchi un grandioso progetto, da sottoporre al Servo di Dio.

            L’Arch. Bacciocchi, che al suo primo incontro con Don Orione ne era diventato un ammiratore devoto e sincero, sviluppò un artistico progetto unitario e lo illustrò con un appropriato opuscolo in carta patinata, che fu mandato in omaggio ai principali Benefattori del Piccolo Cottolengo, con lettera di presentazione del Fondatore.

            L’esecuzione dei lavori del primo padiglione, per desiderio espresso del nostro Padre, fu affidata all’Impresa Castelli, i cui dirigenti erano legati al Servo di Dio da vincoli di cordiale amicizia. I Castelli, da parte loro, avrebbero offerto la propria prestazione edile fidando negli aiuti della Divina Provvidenza, la quale – al dire di Don Orione – non ha fatto né farà mai bancarotta.

            L’Ing. Giuseppe Casolo, uno degli Amici milanesi più entusiasti della prima ora, venne ufficialmente incaricato da Don Orione – con lettera autografa – a rappresentare la direzione dell’Istituto nella parte tecnica dei lavori di costruzione.

            I Conti Fratelli Bassetti, che furono fin dagli inizi fra i più validi sostenitori del Piccolo Cottolengo di Milano, misero a disposizione dell’amministrazione dell’Istituto due dei loro migliori esperti, il sig. Antonio Dozzi e il rag. Secondo Campanini, che prestarono la propria opera preziosissima nella negoziazione dei contratti coi vari fornitori degli impianti ed arredamenti del costruendo padiglione. Non era raro il caso  in cui pervenivano alla direzione dell’Istituto fatture quietanziate, per conto di persone benefiche.

            Intanto i più intimi collaboratori della direzione del Piccolo Cottolengo acceleravano i tempi per riuscire a procurare a Don Orione la soddisfazione di assistere alle prime realizzazioni del grandioso progetto, ma i piani della Provvidenza erano diversi. Il Servo di Dio lo intuì e lo manifestò velatamente anche in qualche suo scritto: “Noi passeremo, ma ho fede che il Piccolo Cottolengo resterà: umile e grande opera di carità voluta dalla Provvidenza a conforto di migliaia di fratelli infelici, ad onore di questa grande Milano, sempre altamente benefica” (Lettera all’Ing. Casolo, in data 13 gennaio 1940).

            Effettivamente Don Orione non vide neppure la costruzione del primo padiglione, di cui pose la pietra fondamentale assieme a Sua Eminenza il Card. Schuster. Ebbe però, il conforto di ammirare il plastico del nuovo costruendo Istituto, che si conserva tuttora nell’atrio d’ingresso del Piccolo Cottolengo, accanto al bozzetto della vecchia Villa Restocco.

 

            ULTIMA VISITA DI DON ORIONE A MILANO

            Già da qualche tempo il Servo di Dio non stava più bene in salute: aveva avuto ripetuti attacchi di “angina pectoris”: gliene capitò uno anche in treno, mentre si recava da Milano a Pallanza per un’opera di bene. Da allora gli fu consigliato di non viaggiare più da solo.

            Fu per l’ultima volta al Piccolo Cottolengo di Milano il 6 febbraio 1940, accompagnato dal segretario Giuseppe Zambarbieri, studente di Lettere presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore. Presago della sua prossima fine, Don Orione volle licenziarsi dai più cari amici del suo Istituto.

            La prima visita di commiato la fece al Cad. Schuster. L’Arcivescovo di Milano comprese che si trattava di una visita tutta speciale: la ricorderà spesso, in seguito, con accenti di nostalgia e di ammirazione. Andò poi a confortare alcuni malati che avevano espressamente richiesto la sua benedizione. Scrisse pure lettere molto affettuose ai suoi più intimi collaboratori Milanesi. E, prima di lasciare per sempre Milano, desiderò rivedere il suo caro amico Sen. Cavazzoni. Lo invitò a pranzo, si trattenne con lui con straordinaria affabilità e tenerezza, e poi l’abbracciò dicendogli: “Le affido i miei poveri della Casa di Milano”.

            Il Card. Schuster, il Sen. Cavazzoni, e coloro che ricevettero lettere e visite personali dal Servo di Dio in quella circostanza, ebbero tutti la sensazione del suo estremo saluto. E così fu: infatti un mese dopo Don Orione moriva a Sanremo.

 

             MALATTIA E PIA MORTE DI DON ORIONE

            Il Servo di Dio ritornò dal Sud America invecchiato e malato. Gli strapazzi del continuo lavoro, i lunghi e faticosi viaggi in quelle regioni estesissime e la mancanza di riposo lo avevano prostrato fisicamente. I nostri Confratelli dell’Argentina se ne accorsero e, preoccupati, scrissero a Don Sterpi, che faceva le sue veci in Italia, di sollecitare il suo ritorno in patria, nella speranza di fagli ricuperare la sua preziosa salute che andava visibilmente logorandosi.

            Ma, rientrato in patria, Don Orione non cambiò il suo tenore di vita. I saggi ed affettuosi consigli dei suoi carissimi amici sanitari, compreso il Dr. Giuseppe Boni di Milano, non valsero a fargli diminuire la sua estenuante attività di ogni giorno. Egli era estremamente conscio della responsabilità che gli derivava dall’alta carica di Fondatore della Piccola Opera e, come tale, intendeva dare ai suoi figli spirituali esempio di osservanza religiosa fino in fondo, a scapito della salute e della stessa sua vita. Era solito dire che sarebbe morto “d’in piedi”, e che avrebbe riposato in paradiso.

            Il 16 febbraio 1940 nella Casa Madre di Tortona ebbe un attacco cardiaco così violento, che egli stesso desiderò ricevere la Estrema Unzione. Poi si riprese, ancora una volta, e continuò la sua vita ordinaria: si alzava  la mattina presto per partecipare alle preghiere di comunità, scriveva lettere, riceveva visite.

            Per obbligalo a prendersi qualche giorno di riposo, il Visitatore Apostolico Abate Emanuele Caronti gli ordinò di andare in una delle sue Case di Sanremo, ove trascorse gli ultimi tre giorni della sua esistenza terrena, dal 9 al 12 marzo.

            Alla vigilia della partenza dalla Casa Madre di Tortona, ove aveva trascorso la maggior parte della sua vita, nell’ultima “buona notte” che diede in cappella ai Sacerdoti e Religiosi di quella comunità, alludendo alla sua andata forzosa a Sanremo, disse: “Non è tra le palme che voglio vivere e morire, ma tra i poveri che sono Gesù Cristo!”.

            Alle ore 22 del giorno 12 marzo, ultimo di sua vita, ricevette una telefonata da Roma ed accettò una povera infelice per il Piccolo Cottolengo. Pochi minuti dopo – alle ore 22,45 – morì, seduto su un seggiolone, ripetendo con voce affannosa e flebile: “Gesù… Gesù … Gesù …!”.

            “È caduto un meraviglioso milite della carità cristiana… uno degli eroi più puri, uno degli esemplari più incontaminati e raggianti …” (Don Angelo Portalupi).

 

           ALCUNI GIUDIZI SUL FONDATORE DEL PICCOLO COTTOLENGO

            Il 13 marzo 1940, appena sulla stampa cittadina si diffuse la notizia della scomparsa del Servo di Dio, al Piccolo Cottolengo si susseguirono, senza sosta, telefonate, telegrammi, visite e lettere di condoglianze. Ne trascriviamo alcune fra le moltissime pervenute alla direzione dell’Istituto.

            Nella prima mattinata fu recapitata a mano la seguente lettera dell’Arcivescovo di Milano: “Miei cari figli – Mi giunge pur ora la triste notizia che il vostro buon Padre non è più! Dio se l’è preso con sé…! A noi resta l’esempio della sua vita umile e mite, prudente e zelante, piena di dedizione a Dio e alla Chiesa, austera per sé e benigna verso gli altri...  Abbiamo perduto Don Orione in terra, ma lo abbiamo guadagnato in cielo … Fatevi animo, miei cari figli. Riponete ogni vostra fiducia nel Signore, e continuate le sante tradizioni del Padre vostro, che dal cielo veglia su di voi e vi protegge. Continuate con fede l’opera sua. Dio ci benedica tutti” (Card. Schuster)

            “La scomparsa del Rev.do Don Orione che è un lutto per tutti i Cattolici e particolarmente per le folle immense che Egli ha beneficato, è un lutto anche per il Consiglio Superiore della G.F.A.C., che ha avuto l’onore di conoscere quel santo ministro di Dio, di accoglierlo nella sua sede e di averne la benedizione. L’Opera che il Signore gli ha affidato sulla terra e che Egli ha compiuta con mirabile fedeltà e con pieno abbandono alla Divina Provvidenza mentre ha perduto il suo Fondatore in terra ha acquistato il suo protettore in cielo e perciò continuerà la sua missione. Noi ci inchiniamo riverenti davanti alla volontà di Dio e chiediamo di sapere trarre dai luminosi esempi lasciatici da Don Orione, l’incitamento a compiere con fedeltà e zelo l’apostolato che il Signore ci ha affidato.” (Armida Barelli, Presidente Centrale della G.F. di A.C.).

            “Io sono una piccola giovinetta. Nella mia famiglia si aveva una gran fede in Don Orione. È indescrivibile lo strazio quando si seppe della sua morte. Quante volte la mamma nei suoi dolori era ricorsa a Lui e sempre era tornata a casa consolata. Anch’io volevo conoscerlo e confidargli tante cose… La mamma mi aveva promesso di accompagnarmi da Lui per Pasqua, ma purtroppo Don Orione è morto prima. Mi accontenterò di chiedergli, nelle mie preghiere, di continuare dal cielo a benedirci tutti” (Rita Rolando).

            “La scomparsa di Don Orione non è stata solo un lutto per voi. Grande perdita a considerare le cose secondo il modo di vedere nostro. Ma Don Orione non è tipo da riposarsi nemmeno in paradiso”. (Mons. Felice Cenci, Rettore del Collegio “Propaganda Fide” di Roma).

             “ … si rimproverava di avere ingannato il mondo, perché il mondo era persuaso che egli fosse un uomo straordinario, arrivava persino a sussurrare che era un santo – lui, lo straccio. Ma intanto egli era diventato di mezzo agli uomini quasi un Vicario divino, lo strumento palese della Provvidenza occulta, il più grande e universale benefattore, che il genere umano abbia conosciuto in questi ultimi decenni” (Don Benedetto Galbiati).

 

               TRASLAZIONE  DELLA  SALMA  DI  DON  ORIONE  A  MILANO

            Per chi ne ha seguito le complesse vicende, la traslazione della salma di Don Orione da Sanremo a Milano ha indubbiamente qualcosa di straordinario. La iniziativa infatti non venne dai Superiori della Congregazione, né da quelli del Piccolo Cottolengo di Milano i quali non solo non vi avevano neppure pensato, ma ritenevano la cosa impossibile ad effettuarsi.

            Il Servo di Dio era deceduto a Sanremo e la sua salma, che doveva essere tumulata nella cripta del santuario della Madonna della Guardia in Tortona (a metà strada tra Genova e Milano), seguendo l’itinerario normale, sarebbe transitata per Genova, ma non per Milano. Quando i giornali cittadini del 14 marzo pubblicarono che la bara, contenente le spoglie mortali di Don Orione, passando per Genova avrebbe fatto sosta al Piccolo Cottolengo di quella città, alcune Signore di Milano ( le Contesse Gina Bassetti e Antonia Caccia Dominioni, e Donna Camilla Sassi con la Superiora Suor Maria Croce) espressero il desiderio di richiedere che il corteo funebre transitasse anche per Milano. Ricevuta risposta negativa dai Superiori della Piccola Opera, ai quali si era telefonato a Sanremo, le coraggiose Signore milanesi – confidando grandemente nella intercessione di Don Orione – fecero ricorso al Card. Schuster.

            L’Arcivescovo di Milano, amico intimo e grande ammiratore del Servo di Dio, avrebbe personalmente riveduto molto volentieri il padre dei poveri ritornare tra i suoi figli spirituali al Restocco; faceva però osservare che le Autorità civili, cui esclusivamente competeva accordare o meno la richiesta autorizzazione, non avrebbero acconsentito. Pertanto il Cardinale si limitava ad esortare le richiedenti a manifestare la propria benevolenza verso Don Orione aiutando la sua opera di Milano. Le buone Signore insistettero per avere dall’Arcivescovo almeno una raccomandazione – e l’ottennero – che agevolasse il conseguimento del desiderato permesso dal Prefetto di Milano Avv. Marziali. Questi, però, proprio quel giorno era assente.

            Ormai non vi era più tempo da perdere, perché la mattina seguente – 15 marzo – a Sanremo avrebbero avuto inizio i funerali, il cui programma era già stato definitivamente stabilito, per la traslazione della venerata salma a Genova e a Tortona.

            Allora a Milano, per evitare il perdere altro tempo prezioso, si organizzò una commissione formata dalla signora Carlotta Boni, da Donna Antonietta Radice Fossati con la sig.na Agnese Bertarelli, dalla Contessina Eugenia Dal Verme e Donna Camilla Sassi de’ Lavizzari con la Superiora Suor Maria Croce. I membri della suddetta commissione si recarono immediatamente a Sanremo per fare l’ultimo tentativo. Sostarono tutta la notte in preghiera vegliando davanti alla salma del Servo di Dio e, alla mattina prestissimo, presentarono la semplice raccomandazione dell’Arcivescovo di Milano (che era stata scritta per il Prefetto Marziali) al Visitatore Apostolico Abate Emanuele Caronti (il quale aveva già risposto negativamente pe telefono) e – contro ogni umana previsione – riuscirono ad ottenere “in extremis” la sospirata autorizzazione a fare transitare il corteo funebre anche per Milano.

 

            LE ESTREME ONORANZE DI MILANO A DON ORIONE

            “I suoi funerali furono un’apoteosi e dissero a tutto il mondo la sublime carità di questo grande uomo di Dio”  (Rina Pasetti)

            Nel pomeriggio del 16 marzo 1940 a ricevere l’attesa salma di Don Orione al Piccolo Cottolengo Milanese, assieme ad uno stuolo numerosissimo di simpatizzanti e Benefattori, vi erano il Card. Schuster, il Vescovo Ausiliare Mons. Castiglioni, i due Vescovi della Congregazione orionina Mons. Paolo Albera e Mons. Felice Cribellati, il Visitatore Apostolico della Piccola Opera Abate Emanuele Caronti, Mons. Melchiorre Cavezzali, Pro Vicario Generale dell’Archidiocesi con i Canonici del Duomo, alcuni Parroci cittadini, Don Carlo Sterpi con i membri del Consiglio generale della Piccola Opera e molti Sacerdoti e Suore della Congregazione di Don Orione. Anche le principali Autorità di Milano erano presenti, con il Podestà Conte Gian Giacomo Gallarati Scotti e il Vice Prefetto Comm. Sechi.

            Si era stabilito di fare sostare la salma nella chiesina dell’Istituto, ma l’Arcivescovo di Milano fece notare che quella cappella era troppo piccola per accogliere le numerosissime persone che sarebbero affluite a Milano per rivedere le spoglie mortali di Don Orione, e pertanto mise a disposizione per i funerali una delle chiese centrali più grandi della città, la basilica di S. Stefano. Il provvedimento del Card. Schuster fu provvidenziale, infatti quando arrivò la salma del nostro Padre alla sede del Piccolo Cottolengo si dovettero collocare delle guardie al cancello dell’Istituto e nella chiesina poterono entrare soltanto le Autorità e le persone inferme che arrivarono per prime.

            Sua Eminenza il Card. Schuster suggerì personalmente il programma delle onoranze e dettò l’epigrafe che fu collocata sulla facciata della basilica di S. Stefano: “Alla venerata memoria del Sac. Don Luigi Orione umile e grande di cuore verso tutte le miserie umane. Al Fondatore del Piccolo Cottolengo di Restocco, Milano edificata dal profumo delle sue virtù”.

            L’Ufficio Diocesano dell’Azione Cattolica diramò il seguente comunicato: “L’Azione Cattolica milanese si inchina riverente dinanzi alla venerata salma di Don Luigi Orione, l’ardente apostolo della cristiana carità, che anche in Milano ha lasciato i segni tangibili del suo ardentissimo amore per le classi umili e diseredate. Mentre l’umile apostolo di Cristo passa in una chiara luce di gloria, è dovere di ogni appartenente alle file dell’Azione Cattolica di rendergli l’omaggio …”.

            Il Podestà di Milano mise a disposizione un carro funebre di prima classe, accompagnato dai Valletti del Comune in cappa nera, e ordinò che tutto si svolgesse in forma solenne.

            La descrizione dei grandiosi funerali fu riportata, con ampie e dettagliate relazioni, da tutti i quotidiani cittadini: “Il Corriere della Sera”, “Il Popolo d’Italia”, “L’Ambrosiano”, “La Sera” e “L’Italia”.

            Ecco il servizio del giornale cattolico milanese: “Già nelle prime ore del pomeriggio moltissime auto si erano recate oltre Pavia ad incontrare la venerata salma: frattanto nello spiazzo prospiciente il Piccolo Cottolengo Milanese si andava addensando una numerosa folla di popolo venuto da tutti i rioni della città ed anche dalla campagna. Il servizio d’ordine era disimpegnato da Vigili Urbani, da Agenti di Pubblica Sicurezza e da numerosi Carabinieri. Sulla porta della modesta chiesa del Piccolo Cottolengo erano schierati i Valletti municipali in cappa nera e le rappresentanze dei Corpi Armati del Comune.”

            “In silenziosa attesa vi erano col Podestà e col Sen. Cavazzoni, intimo amico di Don Orione, il Vice Prefetto Comm. Sechi, il Vice Questore, il colonnello Aimone per l’aeronautica, Ufficiali Superiori in rappresentanza delle Forze Armate, il Marchese Alberto De Capitani d’Arzago per la Provincia, il Presidente della Corte d’Appello …”.

            E qui comincia l’apoteosi di Don Orione. Dal Restocco situato ai margini della città, alla basilica di S. Stefano il corteo di 105 automobili che accompagnavano la salma di Don Orione è passato fra due ininterrotte file di popolo raccolto e commosso. Improvvisamente i balconi, le finestre si sono ornati di bandiere, di drappi. Davanti alla caserma dei vigili del fuoco di via Sardegna abbiamo visto schierati tutti i militi mentre l’edificio al passaggio del carro funebre si illuminava come nelle grandi solennità cittadine”.

            “Da molti balconi bimbi innocenti gettano fiori mentre ovunque è un intrecciarsi di preghiere. In piazzale Baracca tanta è la ressa che si deve stendere un cordone di agenti; in corso Magenta le spoglie di Don Orione ricevono l’omaggio devoto delle bambine dell’Istituto di Nazaret e delle  Stelline. Avanti al Collegio S. Carlo ove vi è una centurie di marinaretti in armi il carro funebre deve fare una breve sosta onde permettere al Rettore  del Collegio di benedire la salma. Fra continue preghiere e scene di commozione profonda le spoglie del Fondatore della Piccola Opera della Divina Provvidenza passano per piazza Cordusio, via Orefici, piazza del Duomo, via Amba Alagi e fanno il loro trionfale ingresso in piazza S. Stefano illuminata da potenti riflettori”.

            “Le torri vicine scandiscono lugubri rintocchi; il Prevosto della basilica, attorniato dal Capitolo, accoglie la venerata salma che viene collocata su un artistico catafalco eretto nel centro della chiesa, ove tutto intorno prestano servizio d’onore le studentesse dell’Università Cattolica. Avanti al tumulo viene collocata dai Valletti municipali una grande corona con nastro del Comune. E qui incomincia un pellegrinaggio ininterrotto, che è durato fino a notte inoltrata. Da tutte le strade che conducono alla piazza di S. Stefano fu un continuo affluire di gente di tutte le condizioni sociali, gente che veniva dalla periferia, operai che avevano sacrificato l’ora del pasto pur di sostare in preghiera innanzi alla salma di colui che in vita amò tanto il popolo lavoratore …”. (“L’Italia”, 17 marzo 1940).

            Anche S.A.R. il Duca di Bergamo ed il Podestà di Milano, la sera, andarono a fare atto di omaggio al Servo di Dio. Il Conte Gian Giacomo Gallarati Scotti domandò con insistenza di rivedere le sembianze mortali di Don Orione, ma non si poté accontentalo.

            La folla dei visitatori improvvisò uno spontaneo plebiscito di amore e di venerazione. Davanti a quel feretro si inginocchiavano e si raccomandavano con fede a Don Orione come ad un santo.
            Si avvicinavano per fare toccare alla bara corone, fazzoletti, cappelli, indumenti e oggetti vari che poi ritenevano come reliquie preziose.

            Il medesimo commovente spettacolo di fede si ripeté la mattina seguente: “Quando domenica seguente:“Quandodomenica– solennità delle Palme – si sono aperte le porte della basilica di S. Stefano una folla numerosissima di popolo già attendeva per potere sfilare attorno alla salma di Don Orione. Folla venuta da tutti i rioni della città, folla vaia giunta anche da paesi lontani lieta di sostare in preghiera ai piedi della salma di questo padre dei poveri …”

            “Terminato il solenne pontificale al quale hanno partecipato anche le autorità, la bara venne sollevata sulla marea di popolo e portata fuori ove, collocata su un carro funebre, fu processionalmente avviata, fra due fitte ale di popolo, all’Ospedale Maggiore … Era potata a spalle dai Sacerdoti dei Figli della Divina Provvidenza; percorse il grande cortile che era gremito di parenti dei malati e dalla folla che – rotti i cordoni delle truppe – era riuscita a penetrarvi. Su in alto, negli ampi portici invasi da un sole primaverile, vi erano gli ammalati che intensamente pregavano e che inviarono giù nel cortile una deputazione di innocenti bimbi convalescenti affinché a nome loro avessero ad infiorare la bara che conteneva le spoglie di uno dei loro grandi benefattori. La bara, sempre portata dai Sacerdoti, ha girato nuovamente attorno ai cortili quindi – ricevuto l’omaggio del Consiglio Ospitaliero – venne collocata su un furgone e fra la commozione di tutti, lasciò l’Ospedale diretta verso Tortona”. (“L’Italia”, 18 marzo 1940).

            S. E. Mons. Bartolomasi, Vescovo Castrense, nel discorso che tenne all’Università Cattolica di Milano il 9 marzo 1941, in occasione del primo anniversario della morte di Don Orione, così sintetizzò i solenni funerali del Servo di Dio da Sanremo a Genova, Milano, Tortona: “Prima di parlare di Lui, la massa orante di ogni classe sociale che si affollò attorno alla sua bara a Sanremo, a Genova, a Milano, a Tortona, commossa e riverente lo disse santo. I giornali d’Italia, d’Europa, delle due Americhe, lo esaltarono come benefattore dell’umanità; le alte personalità della Chiesa e dello Stato lo riconobbero come uomo della Provvidenza, della carità, della bontà, e soprattutto il S. Padre lo proclamò grande apostolo della carità, padre dei poveri, insigne benefattore dell’umanità afflitta”.                            

 

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