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Messaggi don Orione
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Nella foto: Ignazio Silone con Don Giuseppe Zambarbieri nel 1972.
Autore: Liliana Biondi

Nelle lettere giovanili a Don Orione, si ritrovano i sentieri interrotti dell’umanità e della religiosità di Silone. Appunti di lettura e osservazioni spirituali Liliana Biondi, dell’Università de L’Aquila, esperta di Silone.

LE LETTERE DI SILONE A DON ORIONE

Liliana Biondi

 

In una mia nota del ’98, stilata per la giornata di studi sulla religiosità in Silone, scrissi che a voler racchiudere in un simbolo il credo religioso dello scrittore marsicano, è indicativo leggere fedelmente il breve passo del suo testamento, che in forma indelebile è ora stampato sulla sua tomba. Scrive Silone: Mi piacerebbe di esser sepolto così, ai piedi del vecchio campanile di S. Berardo, a Pescina, con una croce di ferro appoggiata al muro e la vista del Fucino in lontananza.
La croce, simbolo cristiano del dolore e della sofferenza; di ferro, vale a dire forte e resistente; appoggiata al muro, aderente, in altre parole, alla materia; ai piedi del vecchio campanile di S. Berardo, luogo mitico di culto della sua infanzia; (1) a Pescina, suo paese dell’anima: questi elementi poveri, designati da Silone per lo spazio da lui desiderato per il riposo eterno, sono il simbolo più autentico della sua religiosità: un cristianesimo sui generis, semplice e spiritualmente terreno, sorretto, in pratica da solidi valori d’umanità, e teso verso una timida e vaga speranza di mistero. Ad esso egli è giunto non per semplice “sentire”; la scintilla morale e religiosa giovanile, «spenta da una gelida ventata» – scrive in Uscita di sicurezza (2) – quando entra nel Partito comunista, si riaccende, dopo il 1931, più urgente e viva, grazie ad attente letture e a studi specifici, biblici, patristici, teologici, narrativi, di cui Silone non fa sfoggio, sebbene gli echi risuonino nella sua opera.

Sulla problematica religiosa in Silone esistono già vari contributi critici. da quelli di Luce D’Eramo – sua prima e imprescindibile studiosa –, sparsi qua e là nella sua Opera di Ignazio Silone (3)a quelli di Giulio Masciarelli, (4) di Ugo Maria Palanza, (5)di Patrizio Mercuri, (6) di Silvano Scalabrella, (7) per finire, in termini cronologici, con quello dell’arcivescovo metropolitano della città dell’Aquila, Giuseppe Molinari. (8)

Silone non ha fatto mai mistero del suo singolare sentimento religioso; esso traspare con voci diverse, ma mai contraddittorie, in tutta l’opera: basti pensare che i protagonisti dei suoi ultimi “parti” creativi sono, rispettivamente, un papa medievale storicamente esistito, Celestino V, e una suora contemporanea, Suor Severina; l’autenticità religiosa dei quali si esplica, annullando il tempo generazionale che li divide, soltanto quando l’uno si libera del potere papale e l’altra si spoglia dell’abito monacale. Un cristianesimo, quindi, quello di Silone, da respirare e vivere in libertà, e realizzabile soltanto fuori dell’istituzione.

Ma quando, e in che modo Silone conquista il suo cristianesimo? Quali sono i suoi modelli? Qui, s’innesta bene, il nuovo libro di Giovanni Casoli, L’incontro di due uomini liberi. Don Orione e Silone (Milano, Jaca Book, 2000).

Infatti, sebbene Silone, nel terzo allegato che accompagna il testamento autografo, abbia dichiarato la propria contrarietà alla pubblicazione, fra le altre cose, delle lettere aventi carattere puramente personale, da diversi anni proprio le sue lettere private, presenti ora in stralci in articoli e saggi, ora pubblicate in maniera organica, chiariscono (ma anche, talvolta, confondono) alcuni percorsi interiori, stati d’animo, rapporti amicali e no dell’uomo Silone; percorsi utili, se non sempre necessari, per comprendere anche la sua opera, nata come «testimonianza di vita», come espressione diretta della parte più nobile della sua anima di fronte alle avversità e alle contraddizioni del vivere.
In un momento in cui l’attenzione degli studiosi e dei lettori nei confronti di Ignazio Silone si è spostata dal campo letterario e civile a quello politico e partitico che non esime, purtroppo, dal risvolto umano e personale, il libro di Giovanni Casoli è illuminante per più motivi che gradualmente verrò definendo: esso esprime, in primo luogo, una partecipata esaltazione della persona e soprattutto dell’opera del beato don Luigi Orione; di cui Casoli ripercorre, arricchisce ed illumina il già ricco itinerario religioso, spirituale ed umano, illuminato più a fondo nei suoi rapporti amichevoli e educativi nei confronti dei fratelli Secondino e Romolo Tranquilli.
Dal saggio, esce confermata una figura pregevole e carismatica, autentico ed instancabile pastore cristiano dei «figli di nessuno» ai quali, nel nome di Dio universale, è vicino anche nella lontananza, e che è sempre pronto a soccorrere, a difendere, a giustificare di fronte a tutti, quando a loro si oppongono gli ostacoli del vivere e le difficoltà del momento.
In secondo luogo, il libro integra e finora completa, con gli scritti di Douglas Hyde, God’s Bandid, (London, Peter Davies, 1957) [Il bandito di Dio, Bari, Ediz. Paoline, 1960], di don Antonio Ruggeri, Don Orione, Ignazio Silone e Romoletto (Tortona, edizioni Don Orione, 1981), e con il volume curato da don Venturelli, Don Luigi Orione e la Piccola opera della Divina Provvidenza.VI: corrispondenza, documenti e testimonianze (1912-1918) (Roma, Ediz. Don Orione, 1998), il difficile, sofferto e contorto percorso adolescenziale del giovane Secondino Tranquilli, sconvolto dagli esiti esiziali, per la famiglia e per il paese, del disastroso terremoto della Marsica.

Parallelamente a quanto detto per Don Orione, Casoli, prima di presentare e, accuratamente, commentate 15 lettere di Secondino: 13 a Don Orione, 2 a Don Ferretti, scritte tra il 1916 e il 1918, ripercorre – mediando biografia reale e trasfigurazione saggistico-narrativa d’eventi autobiografici operata dallo scrittore – i tratti salienti della vita di Silone, in modo particolare di quelli concernenti l’età puberale, quando, com’è noto, si scolpisce in maniera indelebile il carattere dell’uomo.
Casoli ricorda a tal proposito, l’influenza del modello paterno, uomo dalla personalità coerente e coriacea, modellata sulla legge umanitaria e chiusa della montagna; la corrispondenza epistolare che Secondino a otto anni, a nome di una madre analfabeta ha con un ergastolano del paese; la professione di una forma di cristianesimo ingenuo legato più ad ataviche tradizioni popolari che ad una fede consapevole; il devastante terremoto con i drammi e i traumi familiari e personali, che se rendono adulto di colpo il giovane nelle reazioni esteriori, pure infrangono l’instabilità emotiva, che già di per sé traumatica in un adolescente, si fa disperata in «un ragazzo non comune» – come lo definisce Casoli –, qual è Secondino a 15 anni, buona promessa scolastica malgrado i bui ostacoli contro di cui cozza non per sua volontà.

Ben vengano, quindi, le lettere o missive, se illuminano con la loro evidenza reale e drammatica, vincente su qualsiasi trasfigurazione narrativa nata dal «senno di poi», la verità dei fatti, e traspirano insieme un futuro da scrittore. Eccolo, lo scrittore, in nuce, prima ancora che in alcune lettere di Secondino a Don Orione trascritte da Casoli, come quella del 1.10.1916 indicata dal critico, in un’altra drammatica missiva, edita anch’essa di recente da Diocleziano Giardini nell’appendice del suo Ignazio Silone. Cronologia della vita e delle opere (Cerchio, Adelmo Polla Editore, 1999); missiva, scritta al fratello Romolo da «Pescina 25 maggio 1915», dove il giovane Secondino, quindicenne, è tornato perché il seminario di Chieti, che lo ospitava, è stato requisito dal governo per uso ospedaliero.

Carissimo fratello,
ogni disgrazia è seguita da disgrazie! E il terremoto ha voluto dietro di sé la guerra, e la guerra vorrà ancora!… chi sa cosa vorrà? Ed io per la guerra sono dovuto tornare a Pescina, che il seminario di Chieti l’ha requisito il governo come Ospedale Militare.
Ahimè! son tornato a Pescina. Ho rivisto con le lagrime agli occhi le orride macerie, sono ripassato tra le misere capanne, coperte alcune da pochi cenci come i primi giorni, dove vive con una indistinzione orribile di sesso, età e condizione la gente povera.
Ho rivisto anche la nostra casa dove vidi con gli occhi esausti di piangere, estrarre la nostra madre cerea, disfatta. Ora il suo cadavere è seppellito eppure anche là mi pare uscisse una voce. Forse l’ombra di nostra madre ora abita quelle macerie incoscia [sic] della nostra sorte pare che ci chiami a stringerci nel suo seno.
Ho rivisto il luogo dove tu fortunatamente fosti scavato.
Ho rivisto tutto… Ed ora?… Ora cosa farò?
Gli esami non li potrò fare perché dovrei andare in qualche città e bisognerebbe del denaro che non si trova. Ma poi, ma poi dove andrò? Come è incerto e forse terribile il mio avvenire. Mi veggo con gli studi interrotti, privo di ogni aiuto materiale e morale, si anche morale!
Già un barlume di speranza mi era apparso: mentre ero a Chieti (venne) a trovarmi una Dama di Corte di S.M. Regina Elena che mi promise di incaricarsi di me. La dama faceva parte del Patronato della Regina Elena per gli orfani e mi disse di essere già venuta a visitare te nel S. Cuore. Il nome della Dama non lo so, che le scriverei; se tu lo potessi sapere scrivimelo subito.
Io non so come fare, cerco di sperare ancora, poi… venga quel che venga l’accetterò. Se tu sapessi qua cosa si patisce!… Se tu puoi fare qualcosa per me ti prego di farlo. Raccomandami a qualche Signora che ti visitasse; consigliati col superiore al quale darai i miei umilissimi ossequi. Baci affettuosissimi Secondo.
P.S. Rispondi subito, subito. Ora sto alla baracca con zio Peppino, la nonna, Zia Maria Luigia, Domenico, Zia Agata è tornata dal manicomio senza che Zio Peppino la venisse a riprendere, se fosse venuto ti sarebbe venuto a trovare. Tutti ti salutano».


Nella lettera, si susseguono smarrimento dell’oggi, fatalismo iniziale per il domani incerto, sgomento per la situazione orrida in cui giace il paese, dolore per ricordo struggente della madre ancora tanto viva negli atteggiamenti d’amore, attenuato solo dalla salvezza in estremis del fratello Romolo, profonda amarezza per i suoi studi interrotti, buio per il futuro. Ma, proprio da tanto buio affiora in lui un immediato spirito risolutivo; la speranza tenace è già in lui; e non modesta e di piccola levatura. La dama di corte della Regina, conosciuta anche dal fratellino durante le visite di beneficenza diventa un obiettivo raggiungibile. Secondino chiede a lui di fungere da intermediario per porle il suo problema; a tal punto che viene il dubbio che la lettera indirizzata alla «Magnanima Regina» e scritta dall’undicenne Romolo se non è stata dettata dal «superiore» ossequiato da Secondino, sia stata stilata da Secondino medesimo (data ravvicinata: «Roma 27 5 1915», due soli giorni dopo la lettera citata di Secondino, lo stile reverenziale, impossibile da attribuire ad un undicenne, Secondino è unico protagonista beneficiario).

Non dubitando dell’assoluta sincerità delle sue parole nella lettera al fratello, pur tuttavia non possiamo esimerci dal cogliere, malgrado alcuni solecismi, una sicura capacità scrittoria: l’incisività e la pregnanza della parola, lo spirito acuto d’osservazione, la precisione descrittiva che saranno anche dello scrittore futuro; ma anche alcuni forti echi letterari dei nostri grandi, dall’Ortis foscoliano, a certe descrizioni ambientali manzoniane, alla Voce del Pascoli, che lo evidenziano attento e accorto lettore della letteratura italiana. Insieme, emerge anche il carattere: una profonda e sentita partecipazione al dolore che attanaglia il paese, un bisogno disperato d’amore, l’angoscia per l’interruzione degli studi, e la forza di volontà di cercare già «uscite di sicurezza» che lo allontanino dal dramma che l’opprime.

Non sappiamo per intercessione di chi egli entra di lì a poco nel collegio di Roma da cui senza un apparente motivo un giorno fugge; ciò che il libro di Casoli attesta e ben documenta è che la conoscenza e l’amicizia di Don Orione per il giovane ribelle sorretto da ottime intenzioni non hanno costituito per Secondino soltanto una speranza, ma sono state luce pura ed eroica, sebbene ad intermittenza, per il suo spirito disperatamente indomito.

Attraverso le lettere Casoli, dopo aver tracciato, da un preciso punto di vista, che se non è il solo neanche si può escludere, uno spaccato cronachistico e storico dell’Italia del primissimo ‘900, ricostruisce alcune fasi dei due anni di permanenza di Secondino negli istituti orionini di S. Remo, Cuneo, Reggio Calabria, fino all’ultima lettera scritta da Pescina il 29 luglio del 1918, l’ultima e drammatica lettera dove, scrive Casoli «Due parti dell’anima si fronteggiano e contrastano. La sola connessione […]è la sincerità più nuda» (p.119). Non sappiamo se siano soltanto queste le lettere scritte da Secondino a Don Orione; e per una più obiettiva completezza d’esame sarebbe indispensabile leggere anche quelle di Don Orione a Secondino.

Per quanto ci è dato nel testo di Casoli, si evince una forte differenza di stile e di toni se per esempio si paragonano la lettera del 1915 prima citata e indirizzata al fratello, con quelle indirizzate a Don Orione; toni e stile che sono ancora più dissonanti se si confrontano queste ultime con le due lettere indirizzate a Don Ferretti, direttore dell’Istituto di Reggio Calabria, con il quale doveva aver instaurato un ottimo rapporto se scrive a Don Orione, il 1.6.1917: Del resto qui sto benissimo e contentissimo anche perché sto con Don Ferretti, per cui fin d’ora Le dico che ho in animo di continuare qui le scuole. Se Lei vuole mandarmi altrove faccia pure (p.111); una lettera delle quali porta la data «Pescina, 18 luglio 1918», la stessa con cui si chiude il gruppo di lettere indirizzate a Don Orione, edite da Casoli.

Una profonda, per lo più sincera reverenza si respira nelle lettere, non lunghe, indirizzate a don Orione, padre spirituale da cui si sente conquistato, vuoi per il privilegiato rapporto diretto che lo lega a lui, vuoi per la stima profonda verso le «eccellenti facoltà» per cui, scriverà tanto tempo dopo, «egli appariva uomo di rara semplicità e naturalezza». Una reverenza che non esclude, da parte del giovane, un continuo senso di colpa, di paura, e un altrettanto iterato sofferto desiderio di redimere i suoi peccati operando il bene: Io ho molto paura di me stesso, e vorrei essere in un ambiente isolato, ma ho in me un fuoco irresistibile che mi spinge a far del bene e vorrei essere in mezzo al mondo. […]La prego di non dirmi più che morirò ora con tanti peccati! Dove andrei? Sarebbe troppo brutto. Ed io debbo ancora tanto soffrire, tanto riparare! Io debbo vivere la mia seconda vita! E Gesù me la farà vivere. Se Lei lo vorrà pregare, solo un po’, per me. (p. 103)

Quella stessa reverenza non si attenua, tuttavia, neanche quando con fiducia ed estrema naturalezza gli esprime i suoi desideri religiosi (che «io possa andare da Gesù e riceverlo e singhiozzare sul suo cuore», p.99), e affettivi («Lei mi scriva spesso», p.103), o gli palesa i suoi successi scolastici, o gli fa presente i suoi continui bisogni: vestiario, trasferimenti, necessità di raggiungere il fratello, isolamento da certe compagnie. Ma a Don Orione indirizza anche dettagliate relazioni concernenti la vita o alcuni personaggi dell’istituto, contro i pregiudizi, il disprezzo e le rudezze dei quali, come scrive molto acutamente Casoli, «reagisce con fermezza anche dura, e precocemente ironica (l’ironia precisa e tagliente, non un gusto caricaturale qualsiasi, è già nell’adolescente come poi sarà nel politico e nello scrittore)» (p.95).

Diversi sono il tono e lo stile delle due lettere a Don Ferretti. Tra i due deve regnare una grande familiarità: le lettere sono più lunghe, dettagliate, confidenziali fin troppo. Secondino gli rammenta i soldi lasciati a credito, vanta con lui alcune furberie: «Del resto con la furbizia si riesce a tutto» gli scrive due volte nella lettera, come una frase ricorrente frutto di una necessitata filosofia popolare di stampo meridionalistico. Secondino che scrive da Pescina nel marzo del ‘18 sembra altra persona da quella remissiva, profondamente religiosa che scriveva a Don Orione nel maggio del ’17: spensierata, goliardica, affarista, opportunista in fatto di matrimonio. Ma altra persona è ancora quella che il 29 luglio dello stesso anno, come in un bollettino telegrafico elenca il suo annientamento fisico, morale, esistenziale, e chiede, implora aiuto. Poi, il silenzio.
Anche a Don Orione, quello stesso giorno aveva scritto: «Tronco qui che vi annoio. un’ultima grazia: credetemi. Saluto come una volta. Vostro Secondo Tranquilli».

Un distacco ufficiale di più di dieci anni da ogni barlume di fede o di religiosità, ma non da Don Orione. Lo sguardo del santo uomo, la semplicità e naturalezza, la chiaroveggenza, la fede, quando non il suo aiuto materiale sono rimasti impressi nell’anima dell’uomo Tranquilli-Silone, che ha riversato poi, trasfigurate, quelle stesse qualità, nei preti eccellenti della sua narrativa.


N O T E
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Liliana Biondi, dell’università dell’Aquila, esperta di Silone.

1. In Fontamara il campanile del paese è paragonato ad un pastore e l’abitato intorno al gregge.

2. I.Silone, Uscita di sicurezza, Milano, Longanesi, 1971, p. 82. I edizione Firenze, Vallecchi, 1965.

3. L. D’Eramo, Opera di Ignazio Silone, Milano, Mondadori, 1971. Si veda, inoltre, Ignazio Silone, Rimini, Ed. Riminesi Associati, 1994.

4. G. Masciarelli, L’utopia di Ignazio Silone, Chieti, Marchionne, 1978.

5. U.M. Palanza, Il Cristianesimo di Ignazio Silone, «Quaderni dalla parte dell’uomo», II, 1983, n° 3, Roma.

6. P. Mercuri, Il rifiuto di Ignazio Silone, Roma, Ediz. La Roccia, 1982.

7. S. Scalabrella, Il paradosso Silone, Roma, Studium, 1998. Il lavoro è una rielaborazione del saggio Ignazio Silone. La riscoperta dell’eredità cristiana, «Aquinas», XXIX, 1986 (magg.-agost.), pp. 255-315.

8. G. Molinari, Il cristianesimo di Silone nei romanzi dell’esilio. Il testo costituisce la prima «lettura » del VI ciclo delle «Letture siloniane» per il 1998, dal titolo Silone: i romanzi dell’esilio. Le «Letture siloniane» sono dirette, per conto del centro Studi “Ignazio Silone”, da Liliana Biondi.

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