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Messaggi don Orione
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Autore: Flavio Peloso



Mario Berri (1912-1996), nativo di Viguzzolo (AL), è una figura di laico cristiano tra le più emergenti per qualità umana, per valore professionale e per la posizione civile raggiunta. Fu uomo di fine umanità e di vasta cultura. Grande giurista e magistrato, giunse alla massima carica di Primo Presidente della Suprema Corte di Cassazione. Nel 1948, fu tra i fondatori dell’Unione Giuristi Cattolici d’Italia.

Fra i titoli di prestigio che più prediligeva, v’era senza dubbio quello di “amico di Don Orione”. Il Dott. Mario Berri aveva conosciuto il Beato tortonese da ragazzo e gli aveva servito la Messa più volte. Ma già sapeva di lui, perché in casa, ascoltò più volte di una visita fatta da Don Orione nel novembre 1913. Così poi la raccontò: “Don Orione venne da noi accompagnato dallo zio Don Raffaele, al tempo arciprete a Momperone, a visitare la mamma, gravemente ammalata di tifo. Mio padre, che era medico, seguiva con trepidazione il decorso della malattia quasi in fase terminale. Don Orione, accompagnato al capezzzale della mamma, rimase un momento con lei, poi si avvicinò al papà e, battendogli una mano sulla spalla, con quel tono caratteristico, gli disse: Stia pur tranquillo, dottore, la Signora vivrà ancora a lungo! E così fu. La mamma ci lasciò quasi mezzo secolo dopo, nel novembre 1962, a 78 anni!”.

Dopo un tale approccio, è facilmente immaginabile lo stupore e l’affetto che sempre accompagnò il valente magistrato nel “cantare di Don Orione” in ogni circostanza. Per di più, dallo zio Raffaele (+ 1952), parroco a Momperone, dove Mario e il fratello Carlo (medico 1910 – 1981) andavano a passare qualche tempo di vacanza durante il periodo estivo, aveva ascoltato tanti episodi che avevano il sapore e il fascino dei “fioretti”. Lo Zio sacerdote guidava la banda di Momperone e, quando questa andava a dare concerto a Tortona, se gli capitava di incontrare Don Orione, subito raccomandava: “Ragazzi, andate a baciargli la mano; è un grande onore!”.

Per il Dott. Mario Berri, fu un onore anche quando, nel 1934, già laureato di belle doti, fece ancora “da chierichetto” alla Messa celebrata da Don Orione nella chiesa di San Matteo, alla presenza di una assemblea formata dall’alta società genovese, in occasione delle nozze d’argento del senatore Antonio Boggiano Pico e della consorte, la baronessa Carmen de Wedel Jarlsberg. ”Fu per me quello il più importante incarico della vita e vi profusi la massima attenzione”, commenterà avanti negli anni.

Sposatosi, Mario Berri ebbe 4 figli, tutti laureati in giurisprudenza. Oltre a Don Orione, ebbe a maestro Don Giacomo Lercaro, poi cardinale e arcivescovo di Bologna, suo professore e direttore spirituale.

“Ho scelto la magistratura – ha confidato -, perché mi sono convinto che, amministrando giustizia (sia pure la povera giustizia umana legata alla prova dei fatti), avrei potuto esercitare un apostolato non molto lontano da quello sacerdotale. Sicuro: una testimonianza cristiana nell’esercizio delle funzioni giudiziarie”.

Fu uomo di grande tempra morale e per questo ebbe la fiducia di quanti l’avvicinavano. Molte persone ricorrevano a lui, anche quando, smessa la toga del foro, continuava ad essere la persona di fiducia, “super partes”, equilibrato sempre, pur tra i problemi più difficili. Nel 1979, le Brigate Rosse lo minacciarono, ma lui rimase al suo posto con serenità.

In un prezioso quanto semplice autografo, diretto alla moglie e ai figli l’8 aprile 1990, a mo’ di testamento spirituale, il Dott. Berri scrisse: “Seguite sempre la retta via. Non concedete nulla, pregando, al male. Dico “pregando”, perché occorre sempre l’aiuto di Dio. Stiamo uniti nella preghiera per sempre. Ricordatemi a coloro che vi parlano di me. Dite loro che io li ho amati, perché ho amato quanti, per qualunque ragione, hanno avuto rapporti con me”.

Appena saputo della morte dell’amico Berri, avvenuta il 15 marzo 1996, il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro accorse a rendergli omaggio. Alla moglie, nel dolore, trovò spontaneo assicurarla che il caro consorte, presentandosi al Giudice supremo, avrebbe senz’altro “trovato le porte aperte”. E non fu una frase di circostanza se, l’anno seguente, nell’anniversario del pio transito dell’amico, il presidente Scalfaro scrisse al figlio Guido: “Quanto è vivo in me il ricordo di suo Padre! Ritengo che si possa parlare di virtù in grado eroico. Dio ci ha donato un esempio eccezionale e luminosissimo: ce ne chiederà conto!”.

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