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Messaggi don Orione
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Nella foto: Don Orione in Brasile, Mar de Espanha 1921.
Autore: Antonio Lanza - Toninho Aparecido Da Silva

Iniziative e pensiero di Don Orione. Le vocazioni afro-discendenti nella Chiesa brasiliana oggi.

PER LE VOCAZIONI
DEI FIGLI D’AFRICA IN BRASILE



Negli anni ’20 Don Orione fece un viaggio missionario in Brasile. Prese a cuore la situazione della popolazione di origine africana ancora discriminata.
Volle promuovere le vocazioni sacerdotali e religiose dei “figli d’Africa”, ma i tempi non erano allora maturi.
Negli anni successivi la Congregazione orionina fu tra le prime ad accogliere nelle sue file gli afro-brasiliani.
Un contributo storico e uno di attualità pastorale presentano questa pagina di storia ecclesiale in Brasile.

Si veda: DOM ORIONE E AS VOCAÇÕES AFRODESCENDENTES NO BRASIL

 

DON ORIONE: INIZIATIVE E PENSIERI
ANTONIO LANZA


“P er le vocazioni dei fanciulli poveri quanto camminare! Sono salito tante scale! Ho battuto a tante porte! E Iddio mi portava avanti come il suo straccio. Ho sofferto fame, sete e umiliazioni le più dolorose; e pur parevano biscottini di Dio! Mi sono anche coperto di molti debiti; ma la Divina Provvidenza non mi ha mai lasciato far fallimento. E avrei a grande grazia, se Gesù volesse concedermi, per le vocazioni, di andare mendicando il pane sino all’ultimo della vita”.(1)
Così scriveva Don Orione in una circolare per la questua delle vocazioni, ricapitolando sinteticamente quanto aveva fatto in questo particolare apostolato, fin dagli inizi dell’attività giovanile.
Seppe sacrificare il suo tempo, preparando degli aspiranti ai primi studi: “Fo scuola a 12 chiericandi” (2) scriveva all’amico Vincenzo Guido, subito dopo l’apertura del primo Oratorio Festivo. Arrivò pure, nella sua povertà, ad aiutare con denaro un seminarista povero; delle dodici lire del modesto mensile percepito quale custode del Duomo, «sei andavano a pagare in parte la pensione di un giovanetto di Tortona, che era entrato in Seminario a Stazzano». (3)
Infine, fra gli scopi per i quali fondò la Piccola Opera della Divina Provvidenza c’era quello vocazionale: «È per le vocazioni che è nata la prima Casetta di San Bernardino; fu per dare alla Chiesa dei buoni Sacerdoti». (4) Sicché con tutta ragione ci teneva gli venisse riconosciuta questa connotazione personale: «Non ho altre ambizioni, ma questa ce l’ho. Voglio essere il ‘prete delle vocazioni’». (5)

La prima barriera che si presentava per assicurare la vocazione degli aspiranti di umile estrazione, era la povertà, la quale, peraltro, era anche la più facile da superare, con la fede nell’aiuto della Provvidenza. Più problematica era la situazione nel caso gli aspiranti che avessero qualche impedimento previsto dalle disposizioni canoniche, come illegittimi natali o difetti fisici.

Don Orione, pur di salvare delle vocazioni, era riuscito a portare all’altare, con i dovuti ricorsi all’Autorità ecclesiastica, elementi con difetti che li rendevano canonicamente irregolari. Non si era, invece, ancora potuto misurare con le difficoltà provenienti non più da disposizioni canoniche al riguardo, ma da una consolidata prassi diffidente nei confronti della solidità della vocazione in elementi provenienti da popoli giunti recentemente alla fede, come nei paesi di missione, o che, anche in paesi di tradizione cattolica, erano stati tenuti a lungo in uno stato di schiavitù o, comunque, oggetto di ingiusta discriminazione razziale. Si era convinti che «la dignità e la responsabilità levitica richiedeva preparazione lunga, non soltanto nell’individuo, bensì nell’ambiente di provenienza» (6). Le maggiori riserve si facevano per le popolazioni africane o provenienti dall’Africa.

Cera un fatto, poi, che non incoraggiava la ricerca e la cura delle vocazioni fra la gente di colore: il fallimento cioè dei “molti tentativi dell’Europa – come l’opera del Padre Olivieri e del ven.le Padre Ludovico da Casoria –, di convertire cioè l’Africa con gli Africani, ma trasportando Africani a formarsi in Europa, nell’Italia Meridionale o in Roma, dove, per ragioni di clima e fors’anco per altro, le buone iniziative presto si inaridirono” (7).
Fu forse proprio il fallimento di quei tentativi che suggerì a Don Orione la necessità di attuare una tattica diversa in quel delicato apostolato, che non aveva dato frutti trapiantando subito la tenera pianticella della vocazione in un terreno che non era il suo nativo.
Un’azione efficace per un naturale sviluppo doveva svolgersi, secondo lui, solo nel paese d’origine delle possibili vocazioni. Pertanto, la messa in atto del suo piano poteva avvenire solo quando la Congregazione alzasse sue tende anche in terra di missione o in un paese dove ci fosse una significativa presenza di gente di colore.

Il sogno, cullato fin dal primo decennio del Novecento (8), iniziò a prendere i contorni di una possibile realtà nel gennaio del 1914, quando il primo gruppo di ‘missionari’ orionini giunse in Brasile. (9)
Nel Paese, solo 26 anni prima era stata abolita la schiavitù, e i discendenti di quanti erano stati strappati dall’Africa per andare a lavorare nelle piantagioni di caffè erano assai cresciuti di numero e, in certi Stati del Brasile, costituivano una buona percentuale della popolazione locale. Questa di gente di colore, che nel 1888 aveva acquistato la cittadinanza civile, faticava a vedere riconosciuto il suo diritto di avere una piena cittadinanza ecclesiale. Le Costituzioni di Baia, del 1797, che non permettevano l’ammissione dei neri e degli indigeni all’esercizio del ministero sacerdotale e il loro ingresso nella vita consacrata, erano state abolite nel 1891, con la dichiarazione dell’indipendenza del Brasile dal Portogallo.
Tuttavia, pur essendo stati abrogati ufficialmente i canoni discriminatori, praticamente le passate disposizioni continuavano ad avere il loro valore, ammantando l’ingiustizia sociale con ragioni di prudenza.
Don Orione concedeva un certo margine alle riserve nei confronti dei neri e delle nere: “Sarà anche per motivi buoni, – scriveva, concludendo però –: ma vi è certo esagerazione“ (10). Questa sua predisposizione dava a capire che, aperta ora una tenda della Congregazione anche in Brasile, non si sarebbe lasciato condizionare da tali preconcetti nella sua attività vocazionale.

 

* * *


L’invito a svolgere apostolato in terra brasiliana giunse, espresso in un ottimo latino. Quell’elegante stile, che denunciava la perfetta formazione classica e romana dell’estensore, poteva porre un certo freno all’agevole svolgimento di relazioni epistolari. Già al secondo riscontro, però, Don Orione si esprimeva a tutto suo agio nella sua lingua, notando: “Mi prendo la libertà di scriverLe in italiano, sapendo che Vostra Eccellenza Rev.ma parla anche questa lingua” (11).
La piacevole sorpresa di carteggiare con una persona di vasta cultura, lo confermò nella certezza di aver trovato un intelligente interlocutore per l’esposizione del piano che aveva in mente. Dovette attendere qualche anno per avere il desiderato incontro, ma fu la prima cosa che cercò di fare, appena giunto nella terra di Santa Croce.

Giunto a Rio de Janeiro il 20 agosto del 1921, s’informò subito se Dom Silverio fosse in sede. Gli fu risposto che in quei giorni si trovava “nell’interiore”; lo aspettava però “per i primi di ottobre, dovendo poi uscire di nuovo di sede” (12).
Don Orione si fermò allora qualche giorno nella Capitale per incontrare le Autorità ecclesiastiche, dalle quali ebbe “ampio permesso di assumere un Istituto di 260 orfani, in Rio” (13). Il 27 agosto partiva per Mar de Hespanha, dove si fermò tutto il mese di settembre e, quasi ad evidenziare il genere di apostolato che si era proposto di iniziare, si fece prendere, “a scopo di propaganda missionaria una fotografia con due mori”. (14)
Finalmente, il 2 ottobre incontrava a Mariana l’Arcivescovo Dom Silverio Pimenta Gomes, col quale si intrattenne anche il giorno successivo, per un primo approccio sul programma di lavoro per le vocazioni di colore.

Il primo incontro personale con l’Arcivescovo non deluse le sue attese. Ne riportò “l’impressione che si ha dei Santi” confessava alla Madre Michel (15); e a don Sterpi scriveva, entusiasta: «È il più santo e il più dotto di tutti i Vescovi del Brasile, e scrittore così celebrato che fu eletto – Lui unico del clero – a membro della prima Accademia di lettere del Brasile (…). (16) È un nero, un mulatto, ma ha tutta la forma spiccata dei veri neri» (17). La caratteristica somatica dell’Arcivescovo era, già di per sé, un incoraggiamento a lavorare per le vocazioni degli aspiranti di colore, anche se, tolta la prestigiosa presenza di Dom Silverio, «l’assenza (dei neri) era assoluta tra le file del clero». (18)

Dell’argomento centrale trattato nell’incontro Don Orione diede notizia, in forma molto stringata e quasi reticente, a cinque diversi destinatari (19), mentre alla Madre Michel, con una lettera “riservatissima”, espose più dettagliatamente il programma per le “Suore nere”, tornando ad essere, anche con Lei, lapidario trattando dei “Preti neri”.

“Sono stato a Mariana dall’Arcivescovo – scriveva dunque alla Michel -, e mi vi fermai quasi due giorni. Con Dom Silverio ho parlato di coltivare le vocazioni dei neri e dei mulatti, e spero che S. Giuseppe ci vorrà aiutare in questo. Abbiamo cominciato una Novena a S Giuseppe, tutti e due.
Io vorrei anche dare principio ad una famiglia di Suore nere, dove non potessero entrare che le nere e le mulatte, e si chiamerebbero le Suore della Madonna di Oropa (20), e chiederei alle Fogliano di darmi quella loro casa a Sordevolo, dove ne metterei un po’ in estate, s’intende, e per l’inverno le metterei in qualche punto caldo, sul mare; e dovrebbero essere sotto gli auspici di S. Ifigenia; anzi, in Brasile e presso del popolo, dovrebbero popolarmente chiamarsi ‘le Monache di S. Ifigenia’, che era nera. Nostro Signore Gesù Cristo non ha mica dati i Consigli Evangelici solo per i bianchi, né la vocazione è da supporsi che sia limitata al colore della gente (21). Se San Giuseppe vuole, non c’è difficoltà che tenga.
Quanto ai preti neri, l’Arcivescovo Dom Silverio mi ha detto che è un’opera di giustizia verso di essi, che furono coloro che hanno colonizzato il Brasile, quali schiavi. Lo so che avrò contro dei Vescovi, ma io mi getterò sotto i loro piedi, e li lascierò passare, in nomine Domini. Un altro Arcivescovo (22) ha già fatta con me una tirata contro di Lei, perché Lei aveva accolto delle nere o mulatte. Ma, o parto dal Brasile, o lavorerò in Domino per le vocazioni dei neri. Ci saranno delle delusioni? Le aspetto, ma non mi stancherò di cooperare per le vocazioni dei neri”
(23).

Avendo esposto l’argomento con ricchezza di particolari – con lettera “riservatissima” però! – alla sola Madre Michel, già a conoscenza della prassi nella Chiesa brasiliana, mentre con gli altri destinatari è molto riservato, specialmente circa quanto riguardava il ramo maschile del progettato Istituto per le vocazioni di colore, mostra la delicatezza dell’iniziativa e la prudenza necessaria per portarla avanti. Don Orione ne è pienamente cosciente e confida a don Sterpi: “Quando gli altri Vescovi lo sapranno, non so che diranno, ed io cadrò dal cuore di più d’uno, ma avrò Dio con me e già i piedi piantati, ben piantati nel Brasile. Prima farò nascostamente, e intanto pianto le tende del Signore”. (24)

Nonostante il desiderio di porre i primi atti per la fondazione delle due famiglie religiose, dopo il primo incontro con Dom Silverio, dovette recarsi e fermarsi qualche giorno a San Paolo per una delicata missione affidatagli da Madre Michel e per gli accordi circa l’accettazione di un’importante parrocchia, offerta alla Congregazione dall’Arcivescovo Dom Duarte.
Con Dom Silverio si doveva incontrare il 30 ottobre a Congonhas per la consacrazione di un rinomato Santuario, ma, essendo stata spostata la data della cerimonia al 6 novembre, Don Orione non poté parteciparvi, dovendo stare, “verso il 7 o il 10 novembre, in Argentina” (25).
L’8 novembre infatti s’imbarcava verso quella Nazione. Anche là gli si prospettarono possibilità di proficuo lavoro; e dopo nemmeno un mese di permanenza, il 1° dicembre scriveva a don Risi: “Aprirò qui due Case: in una vi sono 700 orfani, in parte già condannati dai tribunali. A marzo saranno 1.000”. (26)
Tre giorni dopo ripartiva per il Brasile, atteso da vari impegni a San Paolo e a Rio. Il Natale andò a passarlo in comunità, a Mar de Hespanha e, dopo le feste, è costretto a mettersi qualche giorno a letto per un serio riacutizzarsi dei noti disturbi al cuore.

I pochi giorni di stasi gli permisero di tornare sul problema delle vocazioni dei neri e stendere i punti programmatici, da proporsi a Dom Silverio, per l’approvazione delle due famiglie religiose cui intendeva dare inizio. Prima di giungere all’ultima stesura dello scritto, il 12 gennaio, accompagnato da don Mario Ghiglione, si portò a Mariana per il compleanno dell’Arcivescovo. (27)
Mentre, il giorno dopo, don Ghiglione tornava a Mar de Hespanha, lui, con biglietto in partenza dall’Episcopio di Mariana, informava i confratelli: “Io mi devo trattenere perché Sua Eccellenza Rev.ma ha insistito, ed è bene mi fermi, avendo a parlargli di più cose, che né ieri né oggi fu possibile, tanto più che non so poi quando ancora potrò rivedere, o se rivedrò più sulla terra, questo santo Vescovo”. (28) In quell’ultimo colloquio, Don Orione espose certamente, a voce, quel piano che, giorni dopo, avrebbe fatto conoscere più dettagliatamente per iscritto.

 

 

***


La lettera, con l’esposizione del programma e la richiesta di approvazione dei due rami di religiosi di colore, è, come era da attendersi, assai lunga. Ne riportiamo i passi più significativi.

”Questo povero peccatore (…), dopo avere per più di vent’anni aspettato il tempo e il momento del Signore (…), viene oggi umilmente ai piedi Vostri e chiede che Vostra Eccellenza Rev.ma si degni di permettergli, e anzi, voglia benevolmente approvare, che in qualche povero cantuccio dell’Archidiocesi di Mariana, egli dia umile inizio a due rami della Congregazione della Divina Provvidenza (…). Per le due nuove famiglie, supplichevolmente implora uno scritto da Vostra Eccellenza Rev.ma, munito del suo sigillo, che lo autorizzi. Entrambe sarebbero costituite da elementi di colore, potendo ammettervisi anche indiani”(…).
Oltre al fine principale di aspirare indefessamente alla propria santificazione, avranno quello – comune ai due rami – di mantenere viva e salda la fede cattolica nel Paese, specialmente tra quei di colore, e di alimentare e crescere in sé e negli altri un amore dolcissimo e un’obbedienza veramente piena e filiale alla Santa Sede Apostolica e al Romano Pontefice (…). Il ramo maschile dovrà poi prendersi molta e assidua cura dei giovanetti neri, che mostrassero qualche segno di celeste vocazione al sacerdozio, anche non intendano essere Religiosi, ma Presbiteri secolari e diocesani.
Entrambe le nere famiglie della Divina Provvidenza ricordino che hanno pure per iscopo l’opera delle Sacre Missioni, che saranno sia all’interno che all’estero, cioè anche fuori delle Americhe. Questi nostri Missionari per l’estero dovranno principalmente prendere di mira la conversione a Gesù Cristo dell’Africa e la civilizzazione cristiana di quel continente nero, facendosi così evangelizzatori in Cristo dei loro antichi fratelli. E questo mi pare che N. Signore Gesù Cristo voglia e chieda: che da questa terra della Sua Santa Croce i neri muovano a redimere i loro fratelli di origine (…). Là, donde questi nostri cari neri furono tratti in ischiavitù, là, essi ritornino a portare la libertà dei figli di Dio. E che quel Continente rimasto finora quasi refrattario all’opera dei Missionari Bianchi, venga conquistato alla Croce per la predicazione, i sacrifici e il sangue dei Missionari Neri.
Ecco che i neri del Brasile, già barbaramente avulsi e deportati dall’Africa, e vittima ancor oggi di pregiudizi anticristiani e anticivili, e di una ingiustizia sociale che pesa da secoli sopra di essi, andranno ad una nuova Crociata, e sarà Dio che li condurrà (…). Prima sarà un Calvario, ed il mondo ci dileggerà, e con lui ci derideranno molti di quelli che, pur non avendo la veste del mondo, vedono, vivono e sentono, purtroppo, col mondo (…). Ma quando tutto sembrerà finito agli occhi degli uomini, dove la mano dell’uomo davvero finirà, vedo cominciare la mano di Dio; poiché questa non sarà opera d’uomo, ma della generosa, longanime e materna Provvidenza del Signore (…).
E ora Vostra Eccellenza Rev.ma mi permetta ancora di pregarla che il Suo venerato scritto voglia essere datato dalla basilica di S. Pietro della città di Mariana, basilica che facilmente è stata edificata per opera degli schiavi deportati dall’Africa, e rechi la data del 12 gennaio, quale atto di nostra filiale devozione a Vostra Eccellenza. E così anche nel Suo venerato scritto il nome glorioso del Beato Apostolo Pietro dirà a Nostro Signore e alla Sua Santa Chiesa tutta la nostra fede e il nostro attaccamento e amore incorruttibile”.
(29)

 

 

***


La lettera, datata “Epifania del 1922”, giungeva a Dom Silverio il 21 gennaio successivo. Meritò un’immediata risposta, in quello stesso giorno. L’Arcivescovo volle esprimere subito il suo compiacimento per l’impresa programmata.

«Quest’opera – scriveva - realizzerà i miei desideri più di quanto io sperassi. Dato, però, che secondo il nuovo Codice di Diritto Canonico i Vescovi non possono fondare né permettere la fondazione di nuove Congregazioni senza consultare la S. Sede (c. 492), io ho già fatto la richiesta, che V. S. Rev.ma stessa potrà presentare o far presentare alla Congregazione dei Religiosi, e ottenere la risposta desiderata.
Nel frattempo si possono fare i passi preliminari per questa grande opera, che io desidero molto non tardi ad essere fondata, perché, volendo il Signore, io ne possa vedere gli inizi. Il Signore dia la sua benedizione perché si realizzi e prosperi e produca i frutti che desideriamo; e dia a V. S. Rev.ma forza per affrontare e sopportare le contrarietà che quest’opera necessariamente avrà da parte dei cattivi e anche di alcuni dei buoni. Ma l’opera è di Dio e Dio vince sempre.
Continui a pregare molto e far pregare per l’opera e anche per me, povero peccatore, che tanto abbisogno di essere aiutato»
(30).

L’iniziativa prometteva, dunque, un buon avvio; solo che una decina di giorni dopo l’entusiastico riscontro da parte di Dom Silverio, Don Orione ripartiva per l’Argentina e rimaneva lontano dal Brasile, dal 2 febbraio al 15 maggio 1922. È vero che per questi tre mesi di lontananza è stato intelligentemente detto che “Don Orione di giorno lavorava in Argentina e di notte, per corrispondenza, in Brasile” (31); gli scritti però erano riservati ai suoi religiosi per curarne la formazione e organizzarne le attività. Non si conosce scambio epistolare con Dom Silverio per l’impresa da portarsi avanti a favore delle vocazioni, mentre si diffondevano notizie preoccupanti sulla salute dell’Arcivescovo.

Dall’Argentina, il 28 febbraio 1922 Don Orione scriveva a don Casa: «Ho visto dai giornali che hanno dato per coadiutore a Dom Silverio, con diritto di successione, quel Vescovo salesiano, che era anche presidente del suo Stato» (32), e il 13 marzo pregava don Ghiglione di tenergli a disposizione Don Dondero, col quale desiderava parlare «delle cose di cui lui sa. Tanto più che ho saputo che venne nominato un Arcivescovo coadiutore con diritto di successione a Dom Silverio, e allora bisognerà bene intenderci. Era cosa da me preveduta, come dissi a lui, ma non me l’aspettavo così presto; un presentimento però ce l’avevo, e per questo amavo sollecitare quella certa pratica per cui mi fermai a Mariana» (33).

Tornato in Brasile, si immerse, nuovamente, nei problemi legati alla organizzazione delle nuove comunità a S. Paolo e a Rio, mentre prendeva accordi con le compagnie di navigazione per il viaggio di ritorno in Italia; sicché quando giunse a Mar de Hespanha gli restava poco tempo per programmare incontri con l’Arcivescovo di Mariana.
Il 14 giugno scriveva a don Casa: «Sono stato a Mar de Hespanha ed ho telegrafato per sapere se avrei trovato Dom Silverio, e il can. Nardi mi telegrafò che Monsignore tornava ieri, ma vedo che ora non ho più tempo. Scriverò a Dom Silverio, e gli dirò che presto ritorno» (34).
Gli scriveva infatti: «Fino a ieri sera era decisa la mia partenza il 21 corr., e in questi giorni io pensavo di dare una corsa a Mariana. Ma oggi, invece, mi trovo obbligato ad anticipare la mia partenza. Vengo quindi a pregare Vostra Eccellenza Rev.ma di avermi per iscusato, e La assicuro, Eccellenza, che anche per me, più che un dispiacere, è un vero dolore il non poter venire di persona a dispedirmi. Sono tornato da poco tempo dall’Argentina per riprendere il progetto, e spero Dio mi concederà di tornare in Brasile, in novembre, per cui presto avrò il piacere di ritornare a Mariana dall’Eccellenza Sua» (35).

Era ben convinto della necessità di incontrarsi con Dom Silverio, perché il suo “progetto” per “i neri e le nere” avrebbe potuto realizzarsi solo se il loro Istituto fosse stato riconosciuto ed approvato almeno in una diocesi, e questo poteva avvenire solo nell’Archidiocesi di Mariana. Altrove i pregiudizi erano ancora molto radicati e ci si doveva muovere con prudenza nella questua delle vocazioni.
Pochi giorni prima di partire, lo stesso Don Orione, deputando a tale ufficio il ch. Stanislao Bachstetz, gli dava, fra le altre norme, anche quella di badare che gli aspiranti «non siano neri né mulatti», aggiungendo per non perdere quegli eventuali di colore: «di questi se ne fa un elenco a parte» (36).
La mossa, che potrebbe sembrare anche troppo prudenziale, aveva il suo buon motivo di essere ricordata. In quei giorni, dalla Curia di San Paolo, venuta forse a conoscenza della questua per le vocazioni, erano state inviate ai nostri, le regole dell’Archidiocesi, le quali contemplavano la esplicita proibizione dell’avvio allo stato ecclesiastico per i discendenti della razza nera (37).

In quelle condizioni, era necessario un sollecito ritorno di Don Orione in Brasile, se voleva che la questua potesse iniziare “legalmente” almeno nell’achidiocesi di Mariana. Ne aveva pertanto spostata la data: invece che a novembre, come era d’accordo con Dom Silverio, dovendo prima definire alcune pratiche per le Suore della Madre Michel a San Paolo, la anticipò al mese di agosto,. Essendo poi andato, per la faccenda delle Suore, il loro Assistente ecclesiastico, mgr. Capra, egli poté tramandare la sua partenza (38).
Nell’attesa, il 1 settembre 1922 (39) veniva a mancare l’Arcivescovo Dom Silverio, patrocinatore della santa iniziativa. Con lui tramontava anche la possibilità della fondazione e del riconoscimento del tanto desiderato Istituto religioso per le vocazioni di colore.

In Don Orione però non venne meno l’interesse e lo zelo per le vocazioni di colore, che cercò e accettò in Congregazione. Iniziando dagli anni 30, andò formandosi un discreto gruppetto di tali aspiranti, e uno di essi, Aloisio Hilario De Pinho, nativo della sede episcopale di Dom Silverio, Mariana, sarà il primo religioso orionino, brasiliano, elevato alla dignità episcopale (40).


N O T E
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1. Don Luigi Orione: Lettere, III ediz. ampliata, Roma, via Etruria 6, 1969, vol. II, p. 23s.
2. Scritti di Don Luigi Orione (sigla: Scr.), 117 volumi dattiloscritti, Archivio Generale, Roma, vol. 35, p. 4.
3. Scr., 70, 3b.
4. Scr., 32, 15.
5. Giorgio Papasogli, Vita di Don Orione, IV ediz. aggiornata, Gribaudi, Milano 1994, p. 365.
6. Papasogli, cit., p. 328.
7. Scr., 51, 126.
8. Il 6 gennaio 1922, esponendo a Dom Silverio Pimenta il piano per le vocazioni di colore, Don Orione scrive: “Dopo avere per più di vent’anni aspettato il tempo e il momento del Signore…” (Scr. 51, 122). È del 22 giugno 1907, la lettera con la quale Dom Silverio invitava la Congregazione a lavorare per quei popoli “qui multoties vivunt moriunturque ut bestiae agri sine doctrina, sine sacramentis…” (Don Luigi Orione e la Piccola Opera della Divina Provvidenza, Direzione generale, Roma, 1989, vol. IV, p. 572, n.67). È quindi almeno dal 1907 che Don Orione pensava alle vocazioni di colore.
9. V. Pattarello, Gli inizi della missione di Don Orione in Brasile, “Messaggi di Don Orione” 25(1994), n. 84.
10. Scr., 14, 115.
11. Scr., 51, 120.
12. Scr., 64, 164.
13. Scr., 14, 87. Quando, il 15 ottobre, ne assumono la gestione gli orionini, vi “sono 390 orfani” (Scr., 124).
14. Scr., 14, 95.
15. Scr., 50, 112.
16. La sua opera ebbe un giusto riconoscimento ecclesiastico, perché, traslato alla sede ‘vescovile’ di Mariana nel 1896, questa, dieci anni dopo era elevata a sede ‘arcivescovile’ (Annuario Pontificio 1918, p. 158).
17. Scr., 14, 115: Con don Quadrotta alleggerisce un poco la descrizione della fisionomia fisica: “È un nero, quasi”, ma ne conferma il ritratto morale: “un santo e dotto prelato” (Scr., 26, 40). E altrove ripete: “tanto dotto quanto santo” (Scr., 61, 229).
18. Genesio Poli, Dom Orione e o Brasil, Sao Paulo, 1990, p. 69.
19. A don Sterpi: «(Sto combinando) di fare qualche cosa per le vocazioni dei neri e anche delle nere» (14, 115); a don Zanocchi: «Sto combinando una santa cosa di neri e di nere» (1, 41); a don Quadrotta: «Vorrei anche iniziare un ramo di Suore nere» (26, 40); a mgr. Cribellati: «Facilmente darò principio ad una Congregazione di Suore nere» (28, 126) e, infine, a don Mario Ghiglione: «Ho manifestato certo mio progetto di certo lavoro per le anime e le vocazioni dei neri e delle nere» (29, 200).
20. A don Quadrotta scrive: “Alle Suore darò per Patrona celeste la Madonna di Oropa o di Loreto” (26, 40s).
21. Questo concetto lo espone, con qualche sfumatura diversa, a don Sterpi “Iddio non ha potuto restringere le vocazioni al colorito della pelle”(14, 115); a don Quadrotta: “Quasi che Nostro Signore avesse i consigli evangelici solo per chi ha il colore bianco” (26, 40) e a mgr Cribellati: “Come se non fosse Dio che Ha dato quella tinta, e quasi i consigli evangelici fossero stati dati solo per i bianchi” (28, 126).
22. Era quello di San Paolo, card. Leopoldo Duarte Silva.
23. Scr. 50, 112s.
24. Scr., 14, 115. Di questo atteggiamento prudenziale fa parola anche con don Quadrotta: “Su questo lavoro di carità devo tacere per ora, perché troverei molti ostacoli anche da parte di più di un Vescovo” (26, 40s).
25. Lettera a don Francesco Casa, in data 1 novembre 1921 (Scr., 29, 123).
26. Scr., 6, 188. L’altra “casa” era la costituenda parrocchia della Madonna della Guardia, a Victoria. 27. Dom Silverio era nato in Congonhas do Campo il 12 gennaio 1840 (Cfr. Annuario Pontificio 1918, p. 158).
28. Scr., 51, 85. Don Orione inviava poi un telegramma augurale a Dom Silverio in data 16 gennaio 1922 (Scr., 29, 139), forse perché i festeggiamenti per il compleanno, che in quell’anno cadeva di mercoledì, erano stati trasferiti alla domenica successiva, 16 gennaio.
29. Scr., 51, 122-128.
30. Genesio Poli, cit. p. 75s. (Nostra traduzione).
31. Idem, p. 59.
32. Scr., 29, 139.
33. Scr., 29, 200.
34. Scr., 29, 157.
35. Scr., 64, 130.
36. Scr., 32, 129.
37. Genesio Poli, cit., p. 76.
38. Lettera a mgr. Cribellati, in data 6 agosto 1922: «Questa andata di mgr. Capra giova anche a me, perché mi dà modo di ritardare di qualche mese il mio ritorno laggiù» (65, 43).
39. Cfr. Annuario Pontificio 1923, p. 158.
40. Consacrato Vescovo di Tocantinopolis il 20 dicembre 1981, veniva ultimamente promosso alla sede di Jataì.

 

 

LE VOCAZIONI AFRO-DISCENDENTI NELLA CHIESA BRASILIANA OGGI

ANTONIO APARECIDO DA SILVA

 

 

La Chiesa Cattolica in Brasile può contare oggi su 16.000 sacerdoti sparsi nelle 250 diocesi del vasto territorio nazionale. Per stabilire una proporzione è importante tener presente che la popolazione brasiliana, in questo inizio di millennio è intorno ai 170 milioni di abitanti, dei quali il 70% è costituito da cattolici. Nonostante che una considerevole parte di battezzati non sia praticante, si può comprendere la sproporzione tra la quantità di fedeli e il numero basso di sacerdoti. Dei sacerdoti, circa dodici mila sono brasiliani e 4 mila di altre nazioni. I religiosi sono intorno agli 8 mila, tra brasiliani e di altre nazioni, e l’altra metà del clero brasiliano è costituita dal clero diocesano. Quasi la metà della popolazione brasiliana (43%) è afro-discendente (1). Questo 43% corrisponde, più o meno, a 73 milioni di persone. Pertanto, nel Brasile vive la seconda maggior popolazione nera del mondo, superata solo dalla Nigeria nel continente africano. La ragione di questo grande numero di neri in Brasile si deve al fatto della schiavitù. Tra i secoli XVI e XIX furono portati, da varie regioni dell’Africa, in tutta l’America, intorno agli 11 milioni di negri trasformati in schiavi. Di questi, più della metà vennero portati in Brasile.
In Brasile la schiavitù durò un tempo maggiore; cominciò nel 1532 e terminò solo nel 1888. Dopo l’abolizione della schiavitù – fatto al quale Papa Leone XIII partecipò attivamente, inviando una lettera alla Principessa Isabella, chiedendo la fine della schiavitù – i negri continuarono ad essere emarginati, senza diritto alle terre ed esclusi dalla società. Durante tutto il secolo XX i negri in Brasile vivevano in una condizione come di “apartheid social”.

La grande maggioranza della popolazione brasiliana afro-discendente è cattolica. Nonostante ciò, la presenza dei negri nel clero, come nella vita religiosa, è piuttosto recente e numericamente ridotta. Oggi, quando si commemorano i 500 anni di evangelizzazione del Brasile, i sacerdoti afro-discendenti arrivano quasi a mille, tra religiosi e diocesani. Fino a 30 anni fa il numero di sacerdoti negri non arrivava a cento. Il considerevole aumento di sacerdoti e di vocazioni negre nei seminari e nelle case di formazione per la vita religiosa, è un avvenimento recente ed è una realtà post conciliare.

I cambiamenti motivati dal Vaticano II, e le sue applicazioni nell’America latina, soprattutto attraverso l’Assemblea dell’Episcopato latino americano in Medellin nel 1968, segnò in modo decisivo il cammino della Chiesa in direzione al mondo dei poveri.
Molti vescovi divennero noti per la loro evangelica e radicale opzione per i poveri. Tanto per ricordare qualche nome citiamo i cardinali Elder Camara e Paulo Evaristo Arns, e i vescovi Dom Pedro Casaldaliga, Dom José Maria Pires, Dom Tomas Balduino. Fuori del Brasile, abbiamo la indimenticabile memoria di Dom Proano (Ecuador), Dom Arceo Mendes e Dom Samuel Ruiz (Messico), così come il martire dei poveri Dom Oscar Romero (El Salvador).
Qui ebbe inizio la ecclesiologia delle comunità ecclesiali di base e anche il processo di inserimento della vita religiosa negli ambienti popolari. Una pratica della vita religiosa segnata dal martirio di sacerdoti e di religiosi: Padre João Bosco, Ezechiele Ramin, Josimo, Suor Adelaide ed altri. L’opzione della Chiesa per i poveri e l’inserimento della vita religiosa nell’ambiente popolare ebbero come contropartita la nascita di vocazioni per il clero diocesano e per le congregazioni religiose. In questo ambiente sono sorte le vocazioni provenienti dalle famiglie negre.


GLI ORIONINI E LE VOCAZIONI AFRO-DISCENDENTI

Quando Don Orione arrivò in Brasile, all’inizio degli anni venti, sacerdoti, fratelli negri e suore negre erano assai rari, in tutto il Brasile potevano essere contati sulle dita delle mani. Le congregazioni religiose non accettavano vocazioni negre e, fra le diocesi, solo quella di Mariana, in Minas Gerais, faceva eccezione. In alcuni seminari e case di formazione la proibizione era esplicita; in altre la proibizione era praticata in forma implicita. Qualunque pretesto era sufficiente per non accettare vocazioni negre.

Il destino comune alle congregazioni europee, che continuavano ad arrivare abbondantemente nel Brasile dalla fine del secolo XIX, e soprattutto all’inizio del secolo XX, erano le regioni degli immigrati europei, al sud e al sud est del paese, dove vivevano italiani e tedeschi soprattutto.
Don Orione non segue questa tradizione; fu ad impiantare la congregazione in Minas Gerais (Mar de Espanha), pertanto una regione segnata fortemente dalla popolazione negra, da poche decadi uscita dalla schiavitù. Le famiglie negre del Minas Gerais sono molto cattoliche fino ai giorni d’oggi. Discendono dai popoli africani e dai “Bantu”, sparse in tutta l’Africa ma soprattutto in Angola e Mozambico, da dove vennero fin dai primi tempi della schiavitù nel secolo XVI. (2) La maggior parte del clero, dei religiosi e religiose afro-discendenti nel Brasile di oggi, sono di origine Bantu.

I Bantu, soprattutto, diedero una particolare caratteristica popolare al cattolicesimo in Brasile e in alcune altre regioni dell’America latina, per esempio a Cuba. (3) Trasformarono le fraternità e le confraternite portoghesi in organizzazioni religiose afro-brasiliane. Oltre al profondo rispetto per l’Eucaristia, sebbene molte volte fossero impediti di partecipare per ostacoli posti dai padroni e anche dai ministri della Chiesa, costruirono una solida tradizione di venerazione alla Vergine Maria, soprattutto sotto il titolo di Nostra Signora del Rosario, Nostra Signora della buona morte, e nostra Signora Aparecida.
D’altronde, la devozione alla Madonna Aparecida, patrona nazionale del Brasile, è profondamente legata alla sofferenza e alla speranza del popolo negro. All’inizio del secolo XVIII, quando la schiavitù era forte nel nord dello stato di S. Paolo, dalle profondità delle acque di Rio Paraìba emerse, nelle reti dei pescatori, una piccola immagine della Madonna: era di colore nero, lo stesso colore degli schiavi e delle schiave ed era lesionata, spezzata, come la vita del popolo schiavo. Il primo miracolo della Madonna Aparecida avvenne a beneficio del negro schiavo Zaccaria. La Madonna gli ruppe le catene e lo liberò dalla schiavitù. Questo segnale fu sufficiente perché i negri e le negre intendessero, nella loro tradizione di fede, che Nostra Signora Aparecida è la medesima Vergine Maria di Nazareth, che continua la sua presenza attraverso i popoli, soprattutto dei più sofferenti, cantando il “Magnificat”.

Certamente nell’incontro di Don Orione con Don Silverio Gomes Pimenta, vescovo di Mariana, all’inizio del secolo XX a Roma, parlarono a riguardo della dura situazione e della fede del popolo negro. Le lettere che si scambiarono in seguito, diedero al beato Fondatore ancor più desiderio di venire in Brasile, non solo per contribuire con la Chiesa alle sue necessità, come manifestava a Madre Michel, ma anche per alleviare il dolore di questa gente e aprire loro le porte della vita religiosa come scrisse proprio a Don Silverio.
Il vescovo di Mariana di allora, conosciuto per il suo zelo pastorale e per la brillante cultura, che lo portò ad essere membro dell’Accademia brasiliana di Lettere, era una presenza rara nella gerarchia ecclesiastica. Il giovane Silverio era figlio di madre negra (schiava o riscattata), protetto dal suo padrino, l’allora vescovo di Mariana, per il quale sua madre lavorava, arrivò al sacerdozio e successivamente all’Episcopato. Siccome la legge della schiavitù, basata sul Diritto Romano, prescriveva che il nato segue la madre, Silverio, essendo figlio di madre schiava, era soggetto alla schiavitù.


PADRE PATTARELLO, UN TESTIMONE CHE SORPRESE TUTTI

Possiamo immaginare come, nonostante il dolore, Dom Silverio parlò con Don Orione sulle condizioni della popolazione negra nel Brasile e circa la loro esclusione dal clero e dalla vita religiosa. Senza dubbio fu la conoscenza di queste realtà che portarono Don Orione a scrivere a Dom Silverio dicendo che sarebbe venuto in Brasile per accogliere i negri e le negre come religiosi e religiose.
Difatti nel 1961, quando durante l’Assemblea generale della Conferenza dei religiosi del Brasile si discuteva a riguardo della possibilità di ricevere negri e negre nella vita religiosa, (4) l’indimenticabile Padre Valdastico Pattarello, Provinciale orionino, presente in quella Assemblea, con meraviglia degli altri, dichiarò che aveva otto diaconi negri, che nell’anno seguente sarebbero stati ordinati sacerdoti, oltre a fratelli ed altri sacerdoti afro-discendenti, che la Congregazione già contava tra le sue fila. Più tardi, uno di questi religiosi negri, fu consacrato primo vescovo diocesano di Tocantinopolis ed attualmente è il vescovo di Jataì, nel Goias, Mons. Aloisio Ilario de Pinho.

La decisione dell’Assemblea della Conferenza dei religiosi e delle religiose del Brasile, a riguardo dell’accoglienza o no dei negri e delle negre nella vita religiosa, non fu tranquilla e ancor meno unanime. Alcuni provinciali argomentarono che, come nella Bibbia non tutte le tribù furono chiamate per il servizio dell’altare, così non tutti i popoli sono chiamati alla vocazione sacerdotale e religiosa. Altri dissero ancora che i negri erano discendenti di Cam, pertanto “razza” maledetta e non di Sem che diede origine alla “ razza” benedetta. Si arrivò a dire che, per il fatto che procedevano da culture naturaliste, i negri e le negre non sarebbero stati capaci di mantenere il celibato.
Nonostante tutti questi assurdi argomenti, conclusero che in qualche modo bisognava riformulare gli orientamenti di proibizione circa le possibilità di ingresso di negri e negre nei seminari e nelle case di formazione perché la recente legge, Legge Afonso Arinos, proibiva certe forme di razzismo e di discriminazione. Trovarono una via di uscita: “si accettano vocazioni negre però dopo attento e minuzioso esame”. In pratica, con ciò, si voleva dire che si modificava molto poco.

Alcune congregazioni, maschili e femminili, raramente accettavano negri e negre e con molta distinzione. I negri erano ricercati come “fratelli” che nel contesto significava “servitori”. Le negre, ugualmente, erano ricercate per i servizi domestici e per rendere libere le religiose bianche per il magistero, per l’insegnamento.


UNA FAMIGLIA CON MOLTE PROVENIENZE

Certamente con grande gioia di Don Orione, già negli anni 40, quando la Congregazione cominciò a svilupparsi in Brasile, tra le prime vocazioni furono presenti i negri. La prima religiosa orionina in Brasile, a metà secolo, fu una giovane negra, Suor Concezione. Io, di certo, non fui dei primi orionini negri a venire in Brasile, prima di me erano arrivati quelli che ho prima ricordati e, prima di essi, ne erano arrivati anche altri, come Padre Renato Scano, il Fratello Eugenio, Fratello Alfonso.

Io entrai nel seminario orionino di Guararapes, nella regione nord est dello stato di S. Paolo, nel 1961. Avevo già fatto domanda di entrata in due seminari, uno diocesano e l’altro religioso. Nonostante avessi tutte le condizioni oggettive per l’ingresso, non fui accettato. Quei seminari non ricevevano negri. Qualche anno più tardi, tanto la diocesi quanto la congregazione religiosa che non mi avevano ricevuto, hanno chiesto i miei servizi di insegnamento teologico. Sempre ch’io fossi disponibile.
Trascorsi alcuni anni, senza che io cercassi, fui avvicinato da uno sconosciuto, un uomo bianco, col cappello rotondo di cacciatore d’Africa, vestito alla safari, con gli occhiali rotondi alla John Lennon, portando un abbigliamento per nulla comune in quella regione, il quale mi chiese a riguardo del mio desiderio di essere sacerdote e mi promise di avviarmi al seminario. Egli fece un contatto per telefono con un seminario orionino perché il promotore vocazionale potesse venire a casa mia.
Il fratello Francesco, religioso, afro-discendente, orionino, che più tardi diventò sacerdote e che era allora promotore vocazionale, venne a visitarmi e mi accompagnò al seminario di Guararapes, dove eravamo veramente una famiglia con discendenze le più diverse. Non c’era la benché minima manifestazione di razzismo o di discriminazione. I nostri direttori, due sacerdoti italiani, Padre Fulvio Mastrangeli e Dino Barbiero e gli altri responsabili della formazione, ci trattavano tutti in modo uguale. Lo stesso atteggiamento c’era negli altri seminari orionini di Belo Horizonte, di Sideropolis e Santa Catarina.
Nel 1980, il Padre Aloisio Ilario de Pinho, sacerdote orionino afro-discendente, fu consacrato vescovo di Tocantinopolis. Era il primo sacerdote orionino brasiliano nell’Episcopato. Attualmente, è vescovo di Jataì in Goias.


GIOVANNI PAOLO II E L’IMPULSO ALLE VOCAZIONI AFRO-DISCENDENTI

Durante le sue visite in America latina Giovanni Paolo II si è rivolto con frequenza alla popolazione afro-americana denunciando la sua situazione di disuguaglianza sociale, economica e politica. In occasione dell’apertura dell’Assemblea dell’Episcopato Latino Americano in Santo Domingo, nell’ottobre del 1992, nel suo messaggio diretto agli afro-americani, il Papa accentuò la necessità di promuovere le vocazioni afro-discendenti in tutto il continente. (5)
La parola del Santo Padre ebbe una grande eco e sono fiorite sempre più le vocazioni di origine afro. Quel messaggio servì soprattutto per eliminare qualunque riserva che i seminari diocesani e religiosi, come le rispettive case di formazione per religiose, potessero ancora avere come eredità del periodo pre conciliare.
Oggi tutte le diocesi e le congregazioni maschili e femminili hanno negri e negre, compreso l’Episcopato che ha cinque vescovi negri e uno di essi è, come abbiamo detto, orionino. Si tratta di un numero simbolico, se viene paragonato al numero di fedeli afro-discendenti, e soprattutto se comparato al numero di 350 vescovi che compone la Conferenza Episcopale in Brasile, tuttavia non cessa di essere un segno importante.

Attualmente la sfida maggiore non riguarda l’accoglienza degli afro-discendenti nel clero diocesano e nella vita religiosa, ma riguarda soprattutto la promozione di una formazione che preservi la loro identità cioè come essere religioso e sacerdote senza perdere le proprie caratteristiche culturali. Evidentemente questa grande sfida richiede rispetto, non solo verso gli afro-discendenti, ma anche verso le vocazioni che provengono da ambienti popolari. Però tra le etnie negre questa sfida è ancor più forte per il fatto che costituiscono un segmento etnico da secoli emarginato e discriminato. È ugualmente una forma di impedimento e di esclusione.

La inculturazione della vita religiosa come risposta all’appello della Chiesa affinché le culture dei popoli siano rispettate e aiutino ad esprimere la fede è senza dubbio il cammino che può garantire una vita religiosa autentica e pluralista. La vita religiosa inculturata esige una metodologia formativa ed esperienziale che non sia estranea alla vita dei popoli e delle culture, dal momento che inculturarsi significa, innanzi tutto, esprimere la fede a partire dal genio proprio di ciascuna cultura. Significa anche avvicinare l’ambiente formativo e la stessa vita religiosa alla realtà dei poveri.

Questo fu il cammino e la pedagogia di Don Orione e dei suoi seguaci. Nei seminari si viveva, e certamente ancora si vive, una vita semplice di lavoro, di studio e di molta fraternità. Infine, una vera vita di famiglia ove neri, bianchi e tutte le altre provenienze etniche, ci sentiamo sempre ugualmente fratelli, accolti dallo stesso spirito universale e paterno del nostro Beato Fondatore.


NOTE
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1. Afro-brasiliani è la denominazione che si dà ai neri e ai discendenti neri anche quando abbiano subito mescolanze e abbiano la pelle chiara. I dati sono desunti da IBGE, Censimento demografico brasiliano del 1990. Rio de Janeiro, 1991.
2. Su questo tema, verificare nell’opera di Luiz Felipe de Alencastro: Il trattamento dei viventi, Società delle Lettere, San Paolo 2000.
3. Cfr. Fernando Ortiz, La religione popolare a Cuba, Habana, 1936.
4. Relazione dell’Assemblea Generale della Conferenza dei Religiosi del Brasile dell’anno 1961.
5. Giovanni Paolo II, Messaggio agli Afro-americani, Loyola, San Paolo 1992.

 

 

 

 

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