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Messaggi don Orione
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Autore: Flavio Peloso
Pubblicato in: MESSAGGI DI DON ORIONE 32(2000) n.101, 75-86

Don Orione era in Argentina (1934-1937) durante la persecuzione religiosa in Spagna. Seguì, sempre molto informato, l’evolversi della bufera che gettava ombre minacciose anche Oltreoceano. Tra i martiri anche due suoi figli: Padre Ricardo Gil Barcelón e l’aspirante Antonio Arrué Peiró. Progettò iniziative di ricostruzione civile e morale. Nel 1939 propose la istituzione di una festa per celebrare la fede e il martirio della Spagna cattolica. Per la prima volta viene documentato questo capitolo di vita di Don Orione con una antologia di testi.

DON ORIONE E LA PERSECUZIONE RELIGIOSA IN SPAGNA


Flavio Peloso

 

Guerra civile spagnola: 1931-1939. Non solo. Persecuzione religiosa: circa 7000 religiosi e decine di migliaia di laici uccisi, edifici religiosi distrutti, esercizio del culto impedito, vita religiosa costretta alla clandestinità.[1]

Don Orione conosceva bene le vicende sanguinose della Spagna, sia per le informazioni dirette avute da alte personalità ecclesiastiche e sia per la risonanza che esse avevano in Argentina, ove egli si trovò quasi ininterrottamente dal 1934 al 1937, cioè nel momento culminante della persecuzione religiosa. Dopo il Congresso Eucaristico internazionale di Buenos Aires, nel 1934, Don Orione era diventato molto popolare in Argentina. Era in confidenza con Mons. Filippo Cortesi della Nunziatura, con vescovi e autorità civili, con le famiglie e le personalità più in vista della società. Sappiamo che era coinvolto nelle iniziative del laicato cattolico che facevano capo ai “Cursos de Cultura Católica”; entrò in relazione con il filosofo Jacques Maritain nei due mesi di permanenza in Argentina, nel 1936, invitato per tenere corsi di filosofia e cultura cattolica.[2] Tema ricorrente di tutti questi contatti erano “i fatti di Spagna” e insieme “i timori per l’Argentina”.

Don Orione, poi, pensava a Padre Ricardo Gil Barcelón, un suo religioso spagnolo che aveva aperto un avamposto di carità nella città di Valencia.[3] Sapeva che con lui viveva un giovane aspirante Antonio Arrué Peiró.[4] Di entrambi non aveva notizie. Solo più tardi si seppe che furono uccisi in odio alla fede, il 3 agosto 1936.

I documenti di archivio, quasi tutti inediti, che qui vengono presentati con brevi cenni, ci permettono di ricostruire come il beato Don Orione abbia vissuto i terribili avvenimenti della Spagna.


IN ARGENTINA, TREPIDAZIONE PER LE NOTIZIE DALLA SPAGNA

La Spagna non era poi molto lontana, vista dall’Argentina. L’argomento torna sovente nelle lettere di Don Orione.

Buenos Aires, 25.7.1936[5]
Mentre scrivo, qui giungono le notizie le più dolorose della Spagna. Penso: perché il mondo è tanto sconvolto, perché è tanto infelice, e va precipitando nella barbarie? Perché? Perché non vive Dio: vive di egoismo, e non vive la carità di Gesù Cristo.
Vedete, o miei figli: coloro che sono nati su la stessa terra, che parlano la stessa lingua, che hanno lo stesso sangue, che provengono dalle stesse famiglie, coloro che dovrebbero amarsi, aiutarsi, confortarsi, si dividono, si odiano, si massacrano barbaramente. Triste verità! Tristissima realtà, sotto gli stessi nostri occhi. Perché tutto questo? Perché manca la carità, che Gesù Cristo è venuto a portare sulla terra. La carità "viene da Dio", ha detto l'Apostolo San Giovanni. E' un dono che Dio fa a coloro che osservano i suoi Comandamenti. Ma la carità si ritira dal mondo, il quale non ama Dio, che si è allontanato dalla legge di Dio. E qual meraviglia che la carità si ritiri dal mondo, come colomba che si alzi a volo per non posarsi nel fango e nel sangue?
La carità farebbe della terra un Paradiso; ma, senza carità, gli uomini diventano peggiori dei pagani, e vanno trasformando la terra in quell'aiuola insanguinata, di cui già parlava Dante, ‘l'aiuola che ci fa tanto feroci’.


Bs. Aires, 8 / 9 [19]36[6]

Rev.mo Padre, [Ab. Em. Caronti][7]
(…) E’ un momento qui di trepidazione. Se le cose di Spagna andassero male, qualche movimento comunista va a capitare anche in Argentina, che sente molto della Spagna, ed ha forti gruppi e qualche provincia (Cordoba) in mano dei comunisti. Ci sono, quindi, ragioni che consigliano di aspettare. Speriamo succeda nulla. La piccola nostra Congregazione qui gode di personalità giuridica.
Mi benedica. Suo dev.mo in X.sto Don Orione D. P.

Bs. Aires, 7 ottobre 1936[8]
Caro don Sterpi, (…)
Se le cose di Spagna fossero andate male, tutti ritenevano che anche qui sarebbe scoppiato un movimento in senso comunista, e, come fecero altre Comunità Religiose, anche noi si era pronti a vestire in borghese; ma il pericolo va scomparendo mano mano che in Ispagna vincono i nazionalisti. Qualche provincia qui è in mano dei comunisti, come Cordoba, ed Entre Rios; a Cordoba hanno fatto dei desfilé le stesse guardie civiche col pugno alzato e vi sono due Collegi con la scritta esterna «Collegio Comunista». A Bs. Aires vi sono almeno 15 tra giornali e riviste comuniste; se non si farà un forte age contra, ciò che ora non avverrà, avverrà tra non molto. Però qui si teme che la Russia, da un momento all'altro faccia cadere dalla parte comunista la bilancia spagnola.

[Claypole] Martedì, 10 nov.bre [1936] mattino[9]
Nobilissima sig.ra contessa, (…)[10]
Mi rincresce che lei se ne vada in Italia: io voglio farmi argentino, se così piace a Dio e ai miei Superiori e fratelli in X.sto. Il sig.r Nunzio si è trattenuto in Uruguay, dove, domenica, ha consacrato l’Arcivescovo coadiutore di Montevideo: non si sa quando parte. Anch’io penso tanto al santo Cardinal Segura, e prego per la Spagna.


CONDIVISIONE DI PENE E SPERANZE

Da Buenos Aires, Don Orione ha parole di grande partecipazione e tenerezza verso il Card. Segura[11], conosciuto a Roma dove si trovava in esilio.

[Buenos Aires, 14 dic.bre 1936][12]
Eminenza Rev.ma, [Card. Segura]
Bacio con profonda venerazione la sacra porpora. Mentre Umilio alla Eminenza Vostra per le Sante feste natalizie ogni mio migliore augurio, più fervido e santo quanto più sento come doloroso debb’essere al cuore di V. Eminenza questo Natale, mentre la Sua amata Patria è dilaniata da gente senza fede e senza senso di umanità.

Ho pregato la Sig.ra contessa Dolores Macchi di Cellere di far conoscere a V. Emi. tutta la parte che, pur nel mio nulla, io prendo ai dolori della Spagna cattolica, ma vorrei oggi portare all’animo di V. Emi. qualche lieve conforto assicurandola, Eminenza, che, specialmente nella S. Notte del Natale supplicherò N. Signore che, dopo tanta prova di fuoco e di sangue dia alla Spagna giorni belli di fede, di pace e di prosperità. E Iddio che fece sanabili le Nazioni, che abbatte e suscita, che affanna e che consola, non dubito che non voglia ascoltare il grido angoscioso e le suppliche che da tutta la Chiesa si [eleva].
Ho pregato la sig.ra Contessa Dolores Macchi di Cellere di esprimere alla Eminenza V. Rev.ma tutta la parte che prendo ai dolori della Spagna cattolica e alle ambascie [frase sospesa]
Quanto più presto la S. Sede potrà mandare in Ispagna questo Eccell. Nunzio,[13] , che la mente illuminata del Santo Padre ha destinato a Madrid [frase sospesa] è proprio il Prelato che Dio fece per la ricostruzione cristiana della Spagna: è immenso il bene che ha fatto nei dieci anni di sua permanenza in Argentina, dove venne quando questa gloriosa Repubblica correva uno malo cammino e i rapporti con la S. Sede erano abbastanza tesi. Dopo questa prova di sangue e di fuoco che fece sanabili le Nazioni penso che Dio prepari alla Spagna giorni di fede e di grandezza.


LA RIVINCITA DELLA CARITÀ

La visione degli avvenimenti, specie là dove era compromessa la pace e la fede del popolo semplice, si traduceva in Don Orione in intraprendenza caritativa e sociale. Progettava una pronta rivincita della carità.
Viene a sapere che Mons. Filippo Cortesi, grande amico della Piccola Opera, è stato designato quale Nunzio in Spagna. Pensa di aprire in quella terra insanguinata un Piccolo Cottolengo.

Da Buenos. Aires, il 3 giugno 1936[14]
Caro don Sterpi,[15]
La grazia del Signore e la Sua pace siano sempre con noi! Non ho potuto scrivervi da una settimana e, quantunque mi trovi con pochissimo tempo, scrivo, anche brevemente, perché stiate tranquillo sulla salute di noi tutti. Credevo che ora il lavoro diminuisse, invece aumenta: Deo gratias!
Come avrete rilevato dai giornali il Nunzio Mg.r Cortesi[16] passa a Madrid, e penso che dovremo prepararci ad andare in Ispagna, - questo sarebbe il suo vivissimo desiderio: ci entreremo con un Piccolo Cottolengo[17] spagnuolo, se a Dio piacerà.

Nel frattempo, va delineandosi una iniziativa immediata da realizzare in Argentina. Scrive, al Card. Copello, Arcivescovo di Buenos Aires, per presentare un progetto, condiviso con un gruppo di laici e benefattori argentini e discendenti di spagnoli: accogliere in Argentina e in altre nazioni sud americane ragazzi spagnoli per sottrarli alla bufera ateista che imperversava in Spagna.

Eminenza Rev.ma [Card. Copello],[18]
Bacio con profonda venerazione la sacra porpora ed umilio sentimenti di devotissima venerazione. Voglia scusarmi se vengo a togliere un po’ del suo tempo prezioso. Ricevo oggi per avion due lettere che credo bene trasmettere per norma di V. Eminenza Rev.ma. Una prima è del Presidente dei Vicentini, l’altra del Dr. Castaño.
Quando ho letto che molti orfani erano avulsi dalla Spagna e mandati in Russia, mi sono sentito una grande pena e parlandone col Dr. Bourdien, pensavo se non fosse il caso di salvarne quanti più possibile, magari portandoli in Argentina e in altre Nazioni del Sud America lati di lingua spagnuola; e così alla Madre Spagna, che diede la fede e la civiltà a tanta parte del Sud America, si sarebbe data in quest’ora così dolorosa un’altra testimonianza di gratitudine salvando la fede di tanta gioventù esposta alla estrema rovina. E parlandone al Presidente dei Vicentini dissi che, se col divino aiuto avessi potuto fare qualche cosa, solo avrei voluto fare solo quando Vostra Eminenza avesse approvato e benedetto, stando umile ai piedi di V. Eminenza e da figlio senza limite obbediente e devoto.
Mando pure una lettera del caro D.r Castaño, nel caso che portassero la cosa davanti a V. Eminenza Rev.ma. Io penso che San Vincenzo de Paoli e San Giuseppe Benedetto Cottolengo non risserebbero mai né per codeste piccolezze né per altro: il Cottolengo ha posto la Piccola Casa della Div.na Provv. sotto gli auspici di S. Vincenzo de’ Paoli. La verità è che la Casa pel Consultorio pro Obreros la offersero.
Si chiami poi di San Vincenzo o si chiami del Cottolengo, poco importa: basta che l’opera buona si faccia. Io sono felice e contentissimo dell’idea che Dio mi ha mandato: resto grato a V. Emin.za che si degnò benedirla, ora poi basta che il bene si faccia, resto lietissimo in Domino. (./.)
Vennero anche alcune signore spagnuole o di origine spagnuola, e parlai anche a loro come al Presidente dei Vicentini, dichiarandomi disposto a dare il personale occorrente per aprire un Asilo, una Casa e a dare a quei fanciulli una istruzione elementare e poi ad avviarli ad un’arte, sì da poterli restituire poi alla Spagna verso i 18 anni, educati con la fede dei padri al timore di Dio e con in mano un’arte remunerativa che desse loro un pane onorato per la vita. Però tutto stando ai piedi del Card. Arcivescovo e ai suoi ordini, senza che venisse in nessun modo, per qualunque evenienza, compromessa la sua autorità. Al D.r. Bourdien accennai anche a quei 200.000 mil. $, che mi aveva offerto la Sig.ra e che ancora non è molto ha insistito con me. Però non crederei ora sia il caso di parlarne; e in questo senso ne scrivo al D.r Bourdien.
Credo doveroso mandare a V. Eminenza la lettera di lui, perché, se egli venisse da V. Eminenza è bene che V. Eminenza già ne sia informata.

Da Rio de Janeiro, 12 de Abril 1937 a Don Giuseppe Zanocchi[19] Mi ha scritto il D.r Bourdien, e gli rispondo oggi, dicendogli che non faccia nessun conto dei 200.000 pesos che mi erano stati offerti dalla Cognata della Dolores Anchorena: - che parli pure con Sua Eminenza, e, qualora Sua Eminenza approvi e benedica, sono disposto ad aprire un Asilo per gli Orfani Spagnuoli, dar loro una istruzione elementare, e poi avviarli ad un'arte, sì da restituirli alla Spagna educati cristianamente e con in mano un'arte remunerativa che dia loro un pane onorato nella vita. Però io tutto voglio fare stando ai piedi del Card. Arcivescovo e ai suoi ordini.


ANDARE INCONTRO ALLE MASSE POPOLARI

I fatti di Spagna e il clima di tensione respirato in Argentina diedero una impronta ancor più “popolare” all’azione apostolica di Don Orione. Non perdeva occasione per parlarne ai suoi confratelli e chierici che, come già aveva più volte ripetuto, voleva “santi del popolo e della salute sociale”.

“Buona Notte” del 17.9.1937, al Paterno, Tortona[20]
Noi, attaccatissimi, per la grazia del Signore, alla Sede Apostolica, noi che abbiamo per scopo precipuo di diffondere l’amore e la venerazione al Vicario di Cristo, dobbiamo prepararci con lo studio a difendere i suoi diritti, a diffondere la sua parola e la conoscenza delle sue prerogative con lo studio continuo ed indefesso. Ora non è più l’aristocrazia che tiene in mano il mondo, ora la società si va orientando in modo democratico… Vedete in Russia, in Spagna… E noi dobbiamo andare incontro a queste masse popolari e portare Gesù Cristo al popolo ed il popolo a Gesù Cristo per il suo Vicario!

“Buona notte” del 23.4.1939, a Villa Moffa di Bra (Cuneo)[21]
“O miei cari, non devo nascondervi, che sull’orizzonte si profilano pericolose bufere, si delineano uragani e specialmente contro la Chiesa di Cristo.
La guerra di Spagna è finita, ma quante ferite ci sono ancora da guarire. Quanti popoli ci sono la cui gioventù cresce e si educa nell’odio verso Dio. Quanti e quanti Paesi in cui la Chiesa è combattuta e come gettata in una specie di catacombe morali!
Purtroppo io temo dei terribili giorni per la Chiesa, temo delle tempeste, e, Dio ci liberi, delle persecuzioni sanguinose fino a far versare il sangue.

Minuta senza data[22]
Due forze, due operosità, due lavori si dividono il mondo: il lavoro della mente e quello del braccio Il primo fu sempre in onore presso tutti i popoli; il secondo fu reso nobile e grande da Cristo, operaio divino, che scelse a padre putativo l’umile fabbro di Nazaret. Tanto l’uno come l’altro di questi due lavori possono traviare: il traviamento del primo diviene negazione del soprannaturale, delirio dell’orgoglio: il traviamento del secondo diviene socialismo e anarchia. Importa per il bene della famiglia. [Quest’opera] vada a reale e immediato beneficio del popolo cercare e medicare le piaghe del popolo, curarne le infermità: andargli incontro nel morale e nel materiale.
In questo modo la vostra azione sarà non solamente efficace, ma profondamente cristiana e salvatrice. Cristo andò al popolo.
Sollevare il popolo, mitigarne i dolori risanarlo. Deve starci a cuore il popolo. L’Opera d. Div. Provv. è pel popolo.
Andiamo al popolo. Bisogna riscuoterci. Evitate le parole: di parolai ne abbiamo piene le tasche: taumaturgo sarà il fatto di ricondurre alla fede avìta le turbe ricondurle al Padre, alla Chiesa: un lavoro popolare. Patriottico: uno dei più sacri amori: la Patria. Cristo e l’amore di Patria non bisogna mai disgiungerli. Dulce pro Patria mori. Noi la vogliamo prospera, grande, gloriosa. Noi la vogliamo cristiana e forte. Chi non è conquistatore non si difende. Lanciarci alla conquista. Via le accademie.
L’Università è la corona di quel libero insegnamento per cui lottarono Dondes, Reggio, Acquaderni, Paganuzzi, Tovini, Toniolo, Semeria. Nessuno più patriota, più italiano di me. La nuova Italia. (…)
Infochiamoci nell’amore di Cristo per salvare il mondo. A tutto arriva [la carità], non vede barriere. E le più recenti istituzioni sono degne delle antiche. Tutti gli ospedali civili sono di fondazione religiosa, furono pulpiti di cuori sulla carità e tutte le benefiche istituzioni.
Qualcuno mi dirà: ma abbiamo visto uomini lontani dalle pratiche della vita cristiana e talora fin ostili alla chiesa e al clero, compiere opere di beneficenza. La risposta o meglio la spiegazione già l’ha data l’autore della Vita dei Cesari: essi vivono e si muovono in ambiente cristiano, respirano aria cristiana, mi diceva un giorno P. Semeria: sono cristiani loro malgrado e a loro insaputa.
E quello che si dice degli individui, si dica delle stesse nazioni; le nazioni vivono per il cristianesimo vivono in esso; è aria cristiana l’aria che respirano, e quando quest’aria cristiana loro manca, quando l’ossigeno evangelico, lo spirito di Cristo scompare, allora avete il Messico, avete la Spagna rossa, avete la Russia; avete i senza Dio, ma anche i senza Patria; il Comunismo, il Nihilismo, la barbarie: Essi parlano di libertà, ma esercitano la tirannia: parlano di fratellanza, ma basta che trovino indosso una medaglia e squartano i loro stessi fratelli di sangue e di nazionalità come buoi, li impiccano alle piante, o li bruciano vivi o massacrano nel modo più barbaro.


UNA FESTA PER ONORARE I MARTIRI SPAGNOLI

Don Orione, assieme al dramma sociale e alle rovine su cui ricostruire, comprese subito anche il valore religioso e civile di tutta l’epopea dei martiri della fede in Spagna, tanto che giunse a proporre, già nel 1939, la loro glorificazione da parte della Chiesa e la istituzione di una festa dedicata a celebrarne la memoria.
Dopo il 1 aprile 1939, giorno del termine della terribile guerra civile spagnola, Don Orione scrive a un Cardinale – che tutto fa pensare sia il Card. Maglione, Segretario di Stato – una lettera sorprendente per chiaroveggenza e per tempestività. Gli propose di valorizzare la memoria dei moltissimi “Vescovi, Sacerdoti, Religiosi e Cattolici, messi a morte in odio alla fede” sia come impulso alla fede del popolo spagnolo e sia come ricostituente di unità sociale e civile.

Minuta di lettera dattiloscritta con correzioni di Don Orione, senza data, al Segretario di Stato Vaticano[23]
Eminenza Rev.ma,
Bacio con profonda venerazione la Sacra Porpora e oso umiliare a Vostra Eminenza Rev.ma un voto del mio cuore.
Durante il periodo, così anticristiano e inumano della guerra di Spagna, da ogni parte si pregava per i Vescovi, Sacerdoti, Religiosi e Cattolici che venivano barbaramente trucidati.
Moltissimi di essi, è pacifico, vennero messi a morte in odio alla Fede. E la Madre Chiesa, se piacerà al Signore, quando sia l’ora, non lascerà di glorificarne parecchi. Ma la cosa di necessità dovrà andare per le lunghe e quanti, pur essendo caduti da eroi cristiani e per la Fede, resteranno per sempre ignorati!
In questi giorni tante volte ho pensato: che bella cosa sarebbe se - ora che il calvario della Spagna, almeno sotto certo aspetto, è finito -, che bella cosa sarebbe se il Sommo Pontefice istituisse in quella ancora tanto travagliata Nazione una festa rivolta a celebrare in blocco la fede, le virtù cristiane, l’eroismo di tutte le vittime[24] massacrate in quasi tre anni di guerra, in odio a Gesù Cristo e alla Sua Chiesa.[25]
Non sarebbe questo - nell’ora in cui il popolo spagnolo esalta i suoi caduti e liberatori, con grandi festeggiamenti civili; mentre tutti auspichiamo ad una vera rinascita cattolica di quella Spagna che ha dato tanti Santi - il suggello, dirò così, al trionfo della Chiesa sul bolscevismo, della civiltà cristiana su tanta barbarie?
Ancora gioverebbe, tale festa, non solo a far scomparire le funeste divisioni e a cementare nella Fede e Carità, che sempre unificano e affratellano in Cristo; non solo a dare il debito onore a tanti prodi - ciò che la Chiesa tacitamente certo desidera nel cuore dei suoi fedeli - ma ancora varrebbe a tener deste nello spirito di quel popolo tante belle, sante e grandi memorie; a riaccendere su quella terra, passata attraverso il battesimo di tanto sangue cristiano, il fervore e lo zelo, a consolare, finalmente, i buoni che tanto hanno dolorato. (./.)
E così, mentre questa festa, solennemente istituita, chiamerebbe a raccolta intorno agli altari l’intera nobilissima Nazione spagnola per giurar fede alle sue millenarie religiose tradizioni, riaffermerebbe insieme altri sani principi di vita onesta e civile, getterebbe pur anche una grande luce sulla fausta aurora del nuovo Pontificato: luce pur alta i cui riflessi non si limiterebbero ai confini della Spagna, ma giungerebbero senza dubbio e sommamente benefici, alle nazioni ispano-americane che con essa hanno vincoli secolari.
Perdoni, Eminentissimo, se ho osato esporLe umilmente questo pensiero e voglia, nella Sua grande bontà farne quel conto che crederà in Domino; e si degni raccomandarmi al Signore.
(aggiunta nel retro del primo foglio) Una giornata istituita dal Papa a questo fine che ripercussione grande avrebbe e quanto risolleverebbe gli spiriti!


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N O T E


[1] Per una conoscenza documentata, cfr Vicente Carcel Ortí, Buio sull’altare. 1931-1939: la persecuzione religiosa in Spagna, Città Nuova, Roma, 1999 e, del medesimo autore, Martires españoles del siglo XX, Biblioteca de Autores Cristianos, Madrid, 1995.

[2] F. Peloso, Don Orione e Maritain nell’Argentina degli Anni Trenta, «L’Osservatore Romano» 4.3.2000, p.3.

[3] Ricardo Gil Barcelón nacque a Manzanera (Teruél), il 27 ottobre 1873, da una famiglia nobile e agiata. A venti anni, fu soldato nelle Filippine, poi studiò teologia e fu ordinato sacerdote nel 1904. La sua vita fu molto avventurosa per scelta e per le vicende accadute. Fu soldato, musico, uomo molto colto, pellegrino, personalità vivacissima ed inquieta. Nel 1910, incontrò Don Orione a Roma e ne divenne seguace fedele, incrollabilmente saldo nella fiducia nella Divina Provvidenza. Dopo il periodo trascorso nelle Filippine, portò sempre in cuore il desiderio d’essere missionario. E lo fu in Italia e nella propria patria, in Spagna, ove aprì le porte della Congregazione. Don Orione lo descrisse “di vita illibatissima, fra i giovani e a tutti edificante, di obbedienza pronta e ritirato in casa ancor più del necessario, penitente col digiuno e col cilicio, fervorosissimo nella preghiera e costante e semplice”. Padre Riccardo Gil sopportò croci pesanti, come quella della calunnia, in Calabria, e della persecuzione religiosa, negli anni dela persecuzione religiosa in Spagna negli anni 1931-1936. Arrestato a Valencia ed invitato a rinnegare la sua fede in cambio della vita, il 3 agosto 1936, morì gridando: “Viva Cristo Re!”.

[4] Antonio Arrué Peiró nacque il 4 aprile 1908, a Calatayud (Zaragoza). Nel 1923, gli morì la madre, nel 1926 una sorella e, il 22 agosto 1928, morì improvvisamente anche il padre. Antonio, orfano e abbandonato dai parenti, a vent’anni passò un periodo di desolazione terribile. Arrivato a Valencia, nel 1931, incontrò il Padre Riccardo Gil che lo prese con sé. Era un giovane serio, pio, di sacrificio e lavoratore, di poche parole.
Padre Gil, conoscendo il suo desiderio e ritenendolo idoneo ad entrare nella Congregazione, lo presentò a Don Orione: “Vorrei condurlo più tardi a Tortona, poiché vuol essere della Piccola Opera Divina Provvidenza. Sono persuaso della di lui vocazione, e spero che faccia una buona riuscita. E’ orfano di padre e madre, alto e forte, di buona memoria, pittore e amante di cose di religione”. Per 5 anni, Antonio perseverò come aspirante nella vita di pietà e di dedizione al prossimo, prodigandosi nella carità domestica cui schiere di poveri ricorrevano fiduciosi. Quando il 3 agosto 1936, Antonio rientrando a casa, vide che i miliziani comunisti stavano prelevando il Padre Gil, egli non esitò, gli corse incontro e volle rimanere con lui. Lo caricarono sulla medesima carretta e lo portarono a El Saler. Poi, al vedere il Padre cadere sotto la raffica dei fucili, Antonio gli balzò accanto per sorreggerlo; una guardia gli fracassò il cranio con il calcio del fucile.

[5] Don Luigi Orione. Lettere, Ed. Postulazione della Piccola Opera della Divina Provvidenza, Roma, 1969, III ed., vol. II, p.398.

[6] Scritti di Don Orione, Archivio generale “Don Orione” ,Via Etruria 6, Roma, vol.50, p.20. Sarà citato Scritti.

[7] L’abate Emanuele Caronti fu visitatore apostolico della Congregazione orionina. Inizialmente venuto anche in seguito a malevoli insinuazioni, si trasformò in un grande ammiratore e devoto di Don Orione e della Congregazione, molto facendo per la sua organizzazione e riconoscimento giuridico pontificio.

[8] Scritti 19, 124.

[9] Scritti 47, 222.

[10] Non è stato possibile identificare la destinataria di questa minuta. A Buenos Aires, Don Orione conosceva una larga cerchia di nobiltà argentina e anche spagnola là residente.
[11] Il Card. Segura era stato espulso dalla Spagna già il 15 giugno 1931 per i suoi attacchi contro la Repubblica; dovette rinunciare alla sede primaziale di Toledo. Soggiornò in esilio a Roma, fino a quando Pio XI, nel 1937, lo nominò alla sede di Siviglia. Durante il soggiorno a Roma, Don Orione ebbe contatti con lui. E’ ricordata, in particolare, una visita ed una celebrazione del Cardinale nello Studentato orionino di Via delle Sette Sale 22, a Roma.

[12] Scritti 51, 178.

[13] Nella minuta c’è “Eccellenza Mgr Cortesi”, poi cancellato.
[14] Scritti 19, 73.

[15] Il venerabile Don Carlo Sterpi è il primo collaboratore di Don Orione – e quasi co-fondatore – nella Piccola Opera della Divina Provvidenza.
[16] Mons. Cortesi era molto legato a Don Orione e l’aiutò in ogni modo nel periodo del suo servizio di Nunziatura in Argentina. Poi, fu destinato alla Nunziatura di Polonia ed anche lì diede impulso alla presenza dei Figli della Divina Provvidenza.

[17] Per “Piccolo Cottolengo” Don Orione intendeva quelle case destinate ad accogliere ogni tipo di infermità fisiche e psichiche e quegli abbandonati che non avevano trovato rifugio altrove. Volle chiamarle così per la sua devozione e ispirazione a San Giuseppe Benedetto Cottolengo.

[18] Scritti 51, 176-177. L’identificazione del destinatario nel Card. Copello, Arcivescovo di Buenos Aires, è sicura dai riferimenti interni in questa e in altre lettere che trattano del medesimo argomento. La lettera è databile tra la fine dell’anno 1936 e l’inizio del 1937; cfr. il testo seguente del 12 aprile 1937.

[19] Scritti 1, 180. Don Giuseppe Zanocchi era il Superiore degli Orionini in Argentina. Don Orione gli scrive durante il suo soggiorno in Brasile ove si recò a visitare case e confratelli.

[20] Parola di Don Orione, Archivio generale “Don Orione” ,Via Etruria 6, Roma, vol. VII, p.43; si tratta di 12 volumi di trascrizioni di conferenze, omelie e discorsi vari di Don Orione; sarà citato Parola. La “Buona notte” è un discorso fraterno fatto ai confratelli sacerdoti e chierici al chiudersi della giornata, dopo le preghiere della sera. Il Paterno era la casa dove abitualmente viveva Don Orione, cuore della Congregazione.

[21] Parola X, 157. La “Buona notte” è tenuta a Villa Moffa, alla comunità dell’Istituto Filosofico.

[22] Scritti 61, 114-115. Non ci sono elementi per identificare questa minuta senza data. Dal genere letterario dell’intera lunga minuta risultano essere degli appunti per un discorso.

[23] Scritti 81, 243-244. Questo testo è da collocare tra il 2 marzo 1939 (giorno della elezione del Papa Pio XII) e il 12 marzo 1940 (data della morte di Don Orione). Infatti, nella minuta si parla di “fausta aurora del nuovo Pontificato”, dunque dopo l’elezione di Pio XII, e si accenna alla ritrovata pace e ai “grandi festeggiamenti civili”, dunque dopo il 1 aprile 1939, conclusione della guerra civile. Il destinatario pare essere il Segretario di Stato; gli indizi che portano a tale identificazione sono: 1. il tono molto formale tenuto come in altre lettere destinate al Segretario di Stato; 2. l’oggetto specifico della lettera: e cioè la proposta diretta al Santo Padre di istituire una giornata dedicata ad onorare tutti i “martiri” di “quasi tre anni di guerra, in odio a Gesù Cristo e alla Sua Chiesa”. L’Eminenza competente cui dirigere tale proposta era il Segretario di Stato, all’epoca il Card. Maglione.

[24] Nella minuta dattiloscritta c’era “di tutti i suoi Martiri”, poi cancellato.

[25] Non è possibile non mettere in relazione questa lettera con il Messaggio radiofonico inviato da Pio XII agli spagnoli, il 16 aprile 1939, al termine della guerra civile: “Y ahora, ante el recuerdo de las ruinas acumuladas en la guerra civil más sangrienta que recuerda la historia de los tiempos modernos, Nos con piadoso impulso inclinamos ante todo nuestra frente a la santa memoria de los obispos, sacerdotes, religiosos de ambos sexos y fieles de todas edades y condiciones que en tan elevado número han sellado con sangre su fe en Jesucristo y su amor a la Religón católica: ‘maiorem hanc dilectionem nemo habet’, ‘no hay mayor prueba de amor’ (Jn 15, 13)”. In Acta Apostolicae Sedis (1939) 151.

 

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