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Messaggi don Orione
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Autore: CONCETTA GIALLONGO
Pubblicato in: Messaggi di Don Orione, n. 109, 2002, p.45-76.

Nel 1942 scrisse a Don Sterpi: “Raccomandatemi a Don Orione e ottenetemi la grazia di diventare un giorno uno dei suoi figli”. Tornato dal fronte della II guerra mondiale, Don Gnocchi si dedicò agli orfani e divenne il “padre dei mutilatini”. Fu fondamentale la iniziale ispirazione e collaborazione con la congregazione orionina prima del decollo delle sue istituzioni.

DON CARLO GNOCCHI

SULLA SCIA DI DON ORIONE


CONCETTA GIALLONGO*

 

“Poche volte in verità, ho avuto la fortuna di incontrarmi con Lui, e ora ne provo un pungente rammarico, che è quasi dispetto contro la mia pigrizia. Avere un santo a portata di mano e non approfittarne”. (1)Così Don Carlo Gnocchi esprimeva il suo rimpianto per la scomparsa di Don Luigi Orione, il prete tortonese, avvenuta il 12 marzo 1940. Due anni dopo, il 25 giugno 1942, scriveva a Don Carlo Sterpi, primo collaboratore e successore di Don Orione: “Non Vi nascondo che da quando conobbi Don Orione ho sempre pensato che il campo del mio lavoro e della salvezza dell’anima mia potrebbe essere il Piccolo Cottolengo e la Congregazione Vostra”. (2)

Come l’articolo documenterà, (3) la svolta caritativa della vita sacerdotale di Don Gnocchi fu determinata, innanzitutto dall’ispirazione superiore di Dio, ma poi anche da due cause seconde concomitanti: l’esperienza degli orrori della II guerra mondiale e la frequentazione di Don Orione e del suo Piccolo Cottolengo di Milano. Sulla scia di quei santi esempi trasse slancio, idee ed esperienze, per poi decollare con una attività in favore dei “piccoli”, sorprendente per qualità e per quantità.
È sempre bello scoprire le “parentele spirituali” tra i santi. Quella fra Don Gnocchi e Don Orione è di certo strettissima. Ciò non toglie evidentemente che i Due siano differenti per indole interiore, carismi e attività apostoliche. Come nel firmamento, stella a stella differt, pur avendo ognuna in comune con l’altra l’allegro scintillìo, così nel firmamento della Chiesa, i santi splendono tutti della medesima intensa luce di carità che attingono da Cristo irradiandone i benefici raggi su tutta l’umanità.


CENNI BIOGRAFICI

La stella di Don Orione era già da tempo sorta, illuminando di santità e carità tanti poveri e diseredati, quando in una casetta modesta, a S. Colombano al Lambro (Milano), apre gli occhi alla luce il piccolo Carlo, per la gioia dei genitori Enrico Gnocchi e Clementina Pasta e con l’esultanza dei fratellini Andrea e Mario: era il 25 ottobre 1902. Famiglia serena, modestamente agiata: Enrico amava il suo mestiere di marmista, e Clementina, la madre, bella e di notevole finezza, era sarta di buon gusto.
In Via della Vittoria, dove sorgeva la casa, circondata da un piccolo giardino e da un cortiletto con statue di angeli, croci, stele (4), oggi non c’è più né il giardino né il cortiletto con le statue di angeli. Sulla facciata della casa campeggia una lapide sulla quale il Comune ha fatto incidere le parole: «In questa casa il 25 ottobre 1902 ebbe i natali il sac. Don Carlo Gnocchi. Alle eroiche benemerenze di guerra nel ministero sacerdotale fece seguire in pace costante e feconda attività di bene. Agli orfani e ai suoi alpini caduti, ai mutilatini, ai poliomielitici, volse il palpito generoso del suo nobile cuore dando asili ospitali. Il mondo ammirato lo chiamò Padre dell’infanzia mutilata. E la terra che gli fu culla orgogliosa e grata ne tramanda ai posteri la sacra memoria». (5)
La vita di Carlo Gnocchi fu segnata dal dolore vissuto e alleviato. Aveva appena due anni quando la morte visitò la sua famiglia felice: Enrico, il babbo, moriva di silicosi.(6) La Mamma, per affrontare la dura realtà in cui improvvisamente veniva a trovarsi, affidava ad una zia, residente a Montesiro, in Brianza, Andrea, il figlio maggiore, dalla salute assai cagionevole. Poi, venduta la casetta con quanto rimaneva del mestiere di Enrico, si trasferì con gli altri due figlioletti, a Milano, in Via Gozzadini. Qui, pochi anni dopo, anche il fratellino Mario, appena decenne, raggiunse il babbo nell’eternità. È in questo periodo che Carlo cominciò a dire: “Quando sarò grande mi farò prete”. Infatti, appena l’età lo consente, viene iscritto al Seminario arcivescovile di Milano,(7) e la mamma, per mantenerlo, lavora come guardarobiera presso una buona signora.
Carlo è ancora chierico quando deve seguire un’altra bara: anche Andrea, il fratello maggiore, ventenne, se n’è andato in silenzio, dopo aver tanto sofferto. “Ci sono io, Mamma!” dice in quell’occasione alla povera madre, stringendola al cuore. Capisce, fin d’allora, quanti dolori riservi la vita e come non ci sia migliore missione di quella di consolare, aiutare, alleviare le sofferenze altrui.
Il 6 giugno 1925, il cardinale arcivescovo Eugenio Tosi lo consacra sacerdote e lo invia in aiuto del parroco di Cernusco sul Naviglio, vasto centro rurale. Svolge un intenso lavoro specialmente per i giovani delle cascine, i quali non potendo andare alla parrocchia di Cernusco, vengono raggiunti sul posto da Don Carlo.
L’anno successivo gli viene affidato un ben più impegnativo incarico: la parrocchia di S. Pietro in Sala, in piazza Wagner.(8) L’instancabile e zelante Don Carlo dedica tutte le sue energie soprattutto all’Oratorio. Egli conduce, nel pomeriggio delle domeniche, i suoi ragazzi al Piccolo Cottolengo di Don Orione, al Restocco,(9) per una visita edificante, oppure all’Istituto dei grandi Invalidi, perché i ragazzi avessero a imparare che c’è gente che soffre e che pietà carità solidarietà sono parole importanti per la vita. La lezione di quelle visite fa bene ai ragazzi e infiamma il cuore sacerdotale del loro giovane parroco. È in quest’epoca che Don Carlo conosce personalmente Don Orione, molto noto nella diocesi milanese, lo ammira e lo ama.
“La carità, e solo la carità salverà il mondo!” (10), lo slogan di Don Orione - scritto a grandi lettere e vissuto nell’umiltà al Piccolo Cottolengo di Don Orione di Milano -, diventa un’eco costante e profonda nell’anima di Don Carlo.

A soli 33 anni, Don Gnocchi viene chiamato dall’Arcivescovo di Milano ad assumere la direzione spirituale dell’Istituto Gonzaga, (11) il più prestigioso Istituto di Milano, in Via Vitruvio 35, con oltre millecinquecento allievi. Il giovane Don Carlo, con le sue doti, si mostra un encomiabile educatore: del padre ha la sollecitudine e la pacatezza, del fratello l’entusiasmo, dell’educatore la penetrazione psicologica e l’immediata comprensione.
Don Carlo ritiene che lo spirito di carità sia indispensabile strumento anche nell’educazione. Direttore spirituale del grande Istituto Gonzaga, fonda le “Dame di Carità” tra le mamme che frequentavano numerosissime le sue “Tre giorni” e le “Settimane”. “La carità è una cambiale in bianco – era solito dire - che Dio rilascia all’uomo in tempi così difficili per l’educazione cristiana; abbiamo più che mai bisogno d’aver credito, tanto credito presso il Signore”.(12) La celebrazione della “Settimana della Carità” era la più frequentata: si realizzava un’abbondante raccolta di fondi in denaro, abiti, giocattoli, medicinali; venivano raggiunte famiglie povere della periferia, ospizi, ricoveri per anziani, ospizi per orfani e ammalati. Don Carlo portava la sua parola ai mutilati civili di piazza Giovanni delle Bande Nere, ai grandi invalidi di Arosio (CO), ai ciechi di guerra di Mirabello (AL). È in questo periodo che Don Carlo pubblica la sua prima opera “L’educazione del cuore”.(13)


L’INCONTRO CON DON ORIONE

Don Gnocchi stesso raccontò come avvenne la sua conoscenza di Don Orione.
“Ho avuto con Don Orione – ed è questo uno dei miei grandi rimpianti – radi e fuggevoli incontri. Ho fatto colazione con lui una volta al nascente Piccolo Cottolengo Milanese, gli fui molto vicino nel primo convegno degli amici milanesi tenuto all’Università Cattolica e lo andai a prendere un giorno in arrivo alla Stazione Centrale per accompagnarlo al tram.
Ebbi da lui una sola lettera in morte della mia mamma. In questi brevi contatti ebbi chiara e soggiogante l’impressione di una profonda vita interiore e una potenza non comune di santità, nascente da un continuo contatto con Dio ed esprimentesi soprattutto in un calore materno e ardente di carità.
Durante la colazione consumata con lui e nella sua casa mi colpì la sua profonda umiltà nel prendere la parola, nel parlare di sé, nell’esporre il suo punto di vista. Non interveniva se non richiesto direttamente, e come venendo da pensieri ed occupazioni interiori assidue e da una conversazione con Dio…”(14)


. In un articolo pubblicato su «Parva favilla» dà forma ai suoi ricordi di Don Orione.
“La sua figura si è profondamente incisa nel mio ricordo – afferma in -. Alcuni tratti della sua persona fisica avevano un rilievo luminoso e rivelatore di una potente interiorità. Lo sguardo anzitutto. Gli occhi di Don Orione! Averli visti significa non dimenticarli più. Se il suo abito dimesso, l’atteggiamento raccolto, il volto dai tratti comuni potevano farlo passare a prima vista come un buon prete di campagna, bastava che alzasse gli occhi dall’abituale raccoglimento, perché ci si trovasse di colpo in presenza di una personalità d’eccezione…Aveva due occhi grandi, neri, caldi, ma fermi e profondi, di una dolcezza viva e fiammeggiante.(15)
Mentre però gli occhi degli uomini grandi conturbano e impongono la loro superiorità, quelli di Don Orione facevano bene, un bene dolce, calmo e profondo. Quando egli ti guardava, ti sentivi avvolgere e penetrare da un alone di calore intimo, di interesse amoroso e di bontà compassionevole. Pur sentendotene penetrato fino all'anima, non ne pativi pudore, anzi sentivi bisogno di mostrargli le tue pene e le tue miserie, sicuro di averne compassione e conforto. Il suo era uno sguardo d’amore.
Anche la sua voce, aveva un’emergenza non comune. Aveva il timbro inconfondibile delle profondità spirituali ed un costante carattere d’anima. Ecco perché anche le parole e le cose più comuni acquistavano sulle sue labbra un potere misterioso di commozione, di novità e di indelebilità. Forse poteva colpire in un uomo contemplativo e di orazione come lui, la facilità della parola nella conversazione. Ne fui a tutta prima sorpreso anch’io. Notai però che parlava solo se interrogato; allora, dal suo silenzio umile e meditativo, erompeva pronta e generosa una parlata calda, affettuosa e spesso abbondante. Certo la parola era per lui un altro dei “servizi” per il prossimo.
Anche le sue mani facevano pensare; quelle mani che avevano la compostezza naturale della preghiera e si muovevano così parcamente, direi timidamente, nella conversazione. Erano mani solide e rudi di lavoratore, di costruttore anzi, che parevano atte a trattare ed a piegare la materia concreta e inerte. Quante case infatti ed istituzioni, in breve volgere di anni, erano sorte miracolosamente per opera di quelle mani di operaio instancabile della carità di Cristo!
Di tutte queste tre cose sue insieme ricordo l’eloquenza irresistibile e commovente, nel suo primo discorso agli amici milanesi dell’opera sua, nell’Aula Magna dell’Università Cattolica”.
(16)
Don Carlo rimane colpito soprattutto dalla grande umiltà e semplicità di Don Orione. Un particolare lo impressionò profondamente. Si era nell’Aula Magna dell’Università Cattolica di Milano, dove Don Orione era stato invitato a parlare delle sue Case e della sua attività.
“Il Senatore Cavazzoni l’aveva preceduto parlando di lui e dello sviluppo prodigioso dell’opera sua in Italia e nel Mondo. Intanto, dal suo scranno, l’interessato dava segni visibili d’impazienza e di disappunto. Appena disceso l’oratore, Don Orione montò di scatto sul podio.
«Non gli credete – disse con impeto quasi audace – tutto quello che il Senatore ha detto è una bugia! Io non ho fatto niente, è la Provvidenza che ha fatto tutto. Io sono un sacco di stracci, nient’altro che un sacco di stracci; un sacco di stracci, capite?»
La sua voce in quel momento si era fatta alta, sdegnata, quasi dolorante; le mani tremanti malmenavano convulsamente la povera talare sul petto ansante; e gli occhi accesi erravano sull’assemblea sorpresa e commossa ad implorare credenza. Poi si tacque un poco, spossato ed umiliato.
I nostri occhi erano velati di pianto
– conclude Don Carlo - ed il cuore si era fatto piccino e spaurito; forse era la prima volta che s’era affacciato sull’abisso dell’umiltà convinta e sofferta dei santi”.

Questo ricordo di Don Orione si fissò nella memoria di Don Carlo Gnocchi come una sequenza-chiave, dal sapore di un fioretto, vista e rivista tante volte, fotogramma dopo fotogramma.
Gli incontri personali con Don Orione continuarono. Dovettero diventare di grande confidenza e fiducia se Don Orione gli scrive una lettera in occasione della morte della madre e se Don Gnocchi a lui ricorre per affidare alcuni suoi momenti di incertezza e di disorientamento. Gli scrive, in data 30 ottobre 1939.
“Rev. e caro Don Orione, la Sua lettera mi ha fatto tanto bene. Gesù ne La ricompensi. Certo ho bisogno ancora di tanta grazia, non vedo ancora nulla, non sento il Signore.
Pensi Don Orione; ero solo con la Mamma e sono restato solo perché non ho che parenti lontani. Ed era una Mamma d’eccezione. Certo le mie mancanze verso di lei, non mi hanno meritato più a lungo il dono della sua compagnia.
Preghi ancora e faccia pregare ancora per me, Don Orione. Devo organizzare una vita nuova poggiandola solo sul Signore Gesù.
Sono qui ora in un paesino presso un amico. Ho avuto anche la debolezza di fuggire. Non posso mandarLe l'offerta che desidero destinare per Sante Messe a suffragio della Mamma: abbia la bontà di farne iniziare ugualmente la celebrazione. La Mamma temeva tanto il purgatorio; ed io ho fretta di vederla in cielo protettrice mia e del mio lavoro.
Appena a Milano, col giorno 3 novembre, Le farò avere £.1000 (mille) per la celebrazione di 50 Sante Messe. Grazie. Mi benedica. Don Carlo Gnocchi”.(17)


Possiamo ben comprendere perché, venutogli a mancare questo approdo d’anima per la repentina morte di Don Orione il 12 marzo 1940, Don Gnocchi abbia parlato di “pungente rammarico” per “avere un santo a portata di mano e non approfittarne”.
Ma i santi continuano a parlare e ad agire anche dopo morti. Don Gnocchi si familiarizzò sempre più con il Piccolo Cottolengo e con i Figli di Don Orione di Milano. L’ammirazione si trasformò impercettibilmente e dolcemente in imitazione. A Don Orione egli si rifarà sempre come a una fonte di luce, di ispirazione e di ideali. Ne ripropose con le parole e ancor più con la propria vita, la carità di consolatore degli afflitti, sempre curvo sulle necessità del prossimo.
“Quattro anni or sono, in questi giorni, mentre la primavera rinasceva, in una delle più belle zone d’Italia e del mondo, il cuore di Don Orione si spezzava. Sotto l’imminente tragedia che già dava i suoi primi accenni nel mondo (la seconda guerra mondiale) e che doveva assumere proporzioni così vaste e così tragiche come noi vediamo, il Signore ha permesso che il cuore di Don Orione si spezzasse. […] Si è salvata una cosa sola in tutto questo sfacelo: la carità; anzi la nostalgia della carità è diventata più profonda, ché soltanto la carità può salvarci e può darci anche la prosperità umana; abbiamo raccolto tanti beni terreni ma non sono rimasti, sono andati infranti tutti, le nostre superbe costruzioni sono andate distrutte […]
Noi non abbiamo voluto cercare il Regno di Dio, abbiamo cercato il sovrappiù; ebbene, anche il sovrappiù ci è stato tolto.
Quante lezioni ci sta dando la Divina Provvidenza col dolore ed il sangue che si versa: la più dolce e la più cara è la parola di Don Orione: la carità. Tutto questo ci predica: la gioia della carità.
Don Orione ci ha insegnato la strada della carità, ci ha fatto vedere come si compie la carità, tutte le strade sono passate nel suo grande cuore, tutti i mezzi umani per sollevare i più grandi dolori, tutte le più grandi cure materne. Noi non vogliamo parlare della sua vita perché lui non lo voleva, ma parliamo della sua opera, del significato dell’opera stessa, della missione che Dio l’aveva mandato a compiere sulla terra. […]
La sua rivelazione più aperta a se stesso e al mondo è stata fatta in quel terremoto calabro siculo che l’ha visto paterno e fraterno portare instancabile il conforto ai bambini, ai morenti, darsi senza limite ad ogni carità. (18) Non c’è oggi terremoto più grave che non abbia colpito case, città, nazioni e cuori; quello è stato soltanto un piccolo episodio in confronto di quello che sta avvenendo in questi tempi: quanti soffrono, quanti cuori infranti, quanti crolli spirituali; ebbene come allora noi vogliamo pregare Don Orione che accorra dove tanti cuori soffrono, dove tante miserie si abbattono, ma che corra con mezzo nostro e che abbiamo ad essere investiti della sua grande carità, che ci faccia mediatori per soccorrere tante miserie e tanti dolori, che abbiamo a suscitare in tanti cuori l’esercizio della carità cristiana, in tanti cuori dove ancora non si è sollevato questo desiderio, dove non si è ancora accesa questa voce di carità”. (19)



NEL CROGIUOLO DELLA II GUERRA MONDIALE

La guerra mondiale, che per l’Italia cominciò nel 1940, era esplosa quando da poco tempo la mamma di Don Carlo, Clementina, era morta. Egli, pur nella morsa del dolore, continua zelante e creativo nel suo lavoro apostolico. L’entrata in guerra dell’Italia fa partire per il fronte tanti allievi del Gonzaga e specialmente quelli della II Legione Universitaria, dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di cui era assistente spirituale. Essi vengono assegnati al battaglione “Val Tagliamento”, primo gruppo “Alpini Valle”, destinati all’Albania.
Don Carlo tiene la “Settimana del soldato” e le Dame di Carità si danno da fare per confezionare indumenti, raccogliere ogni ben di Dio per i soldati al fronte. Il parlatorio del Gonzaga è stracolmo di pacchi da mandare alla Croce Rossa: veniva definito “la centrale delle nuove forze caritative innestate nell’attività irradiante dell’esuberante sacerdote”. (20) Ma aiutare gli pareva ancora poco, vuol condividere.
Si arruola anche lui, volontario, cappellano dei ragazzi che gli erano cresciuti attorno: in Montenegro, in Croazia, in Grecia, con le Divisioni degli Alpini «Julia» e «Tridentina». Quante Messe celebra sull’altarino portatile, sempre più consunto e scricchiolante, ma dal quale si irradia forza, speranza, coraggio e amore tra le sue “Penne nere”!
Don Gnocchi, dalla Grecia, a nome di un gruppo di alpini, il 24 settembre 1941, scrive al Direttore del Piccolo Cottolengo di Don Orione: «Caro Don Capelli, un gruppo dei miei alpini, cui avevo parlato di Don Orione, per uno scampato grave pericolo vuol offrire una piccola somma al Piccolo Cottolengo. Sarei grato se volesse scrivere loro ringraziando e inviando parole di incoraggiamento». (21) È un segno del suo legame con Don Orione e con gli Orionini di Milano.
Al ritorno dal fronte, dopo una sosta a Milano, Don Gnocchi riparte ancora. Questa volta va in Russia, sempre per accompagnare i soldati. Qui vede tante giovani vite della «Tridentina» spegnersi. Egli assiste i feriti e i moribondi, e a chi piange per i bimbi lasciati a casa e destinati alla sofferenza e alla precarietà, fa la promessa che raccoglierà lui gli orfanelli dei suoi alpini caduti. Manterrà la “promessa”, come ben sappiamo.
Tornato in Italia, e trovandosi a Milano, Don Carlo va a passare qualche tempo al Piccolo Cottolengo di Don Orione, nel cui Diario leggiamo: “2 Dicembre 1941. È con noi Don Carlo Gnocchi, reduce del fronte. Gli orrori della guerra hanno acceso in lui più viva la fiamma della carità, perché ha potuto constatare di persona a quali atrocità porti l’odio tra i popoli. Alla Messa egli parla di Don Orione come maestro della fratellanza umana, così necessaria per il bene di tutti. Al raduno, il Senatore Cavazzoni insiste sull’urgenza del reparto maschile per raccogliere i tanti invalidi che la guerra va moltiplicando”. (22)

La conoscenza e il ricordo di Don Orione gli sono stati provvidenziali.. Gli orrori della guerra, le sue contraddizioni e squallori, il bisogno di fare qualcosa per ripararne i tanti guasti umani, spingono Don Gnocchi a ripensare il proprio piano apostolico di vita. Scrive infatti a Don Carlo Sterpi, in data 25 giugno 1942.
“Da tempo io vado cercando la mia strada e tra le voci che si alternano alla mia coscienza c’è quella che mi vorrebbe dedicato per tutta la vita ad una missione di carità.
Non Vi nascondo che da quando conobbi Don Orione ho sempre pensato che il campo del mio lavoro e della salvezza dell’anima mia potrebbe essere il Piccolo Cottolengo e la Congregazione Vostra.
Nulla però ancora di preciso e di definitivo mi è apparso come precisa volontà del Signore. Spero che questa nuova e dolorosa parentesi della guerra, la maturazione degli anni e la preghiera dei buoni possa aiutare la chiarificazione della mia vocazione”. (23)


Sull’annuncio di una svolta di vita, egli ritorna in una lettera, ancora a Don Sterpi, del 26 marzo 1943. “Caro e reverendo Don Sterpi, il Signore mi ha tratto prodigiosamente incolume da una tragica se pur gloriosa vicenda. Sono in Italia sano e salvo. Ringrazi Don Orione anche Lei Don Orione per me. A Lui mi sono raccomandato sempre. Da lui spero la grazia di spendere completamente questa vita “prorogata” solo per la Carità. Come non si può sentirne la passione, dopo tutto quello che ho veduto e sofferto?”. (24)
Nel 1943 Don Carlo inizia il pietoso pellegrinaggio, alla ricerca dei familiari dei caduti per portare loro notizie, fede e conforto, annota i nomi dei bimbi rimasti orfani e di quanti soffrivano le conseguenze della guerra con l’invalidità.
Così, quando gli viene affidata la direzione della Casa per Invalidi di Guerra di Arosio (Como) egli prese subito a ospitare i primi figli della sua “promessa”. Don Carlo alla prima visita era rimasto sbigottito per l’esiguo numero di ospiti. “E gli altri?”, pensa con dolore, sapendo quante sofferenze e solitudini aveva lasciato la guerra. Si adopera con ogni mezzo per avere aiuti, fondi in denaro ed ampliare, ristrutturare, creare quanti posti possibili per i tanti bambini orfani e mutilati che giungono da tutta Italia.
Allo stesso tempo, egli sta attraversando un periodo di forte debilitazione fisica e di inquietudine vocazionale. Scrive a Don Sterpi, successore di Don Orione e superiore generale della Congregazione, (25) chiedendo di essere ospitato in un luogo di assoluto riposo (26) e confidandogli alcuni desideri.
“Se ho pensato di rivolgermi a Lei – glielo dico per la prima volta e in tutta riservatezza – è perché da tempo ho bisogno di conoscere da vicino e sempre più intimamente i figli di Don Orione.
Io ho consacrato per voto, in un’ora di estremo pericolo in Russia, la mia vita al servizio dei poveri; ma mi vado accorgendo che l’esercizio della Carità è assai difficile compierlo isolatamente, soprattutto quando non si è santi.
Inoltre la vita sommamente dispersiva dell’apostolato sacerdotale in mezzo al mondo, mi fa sempre più desiderare, mano mano che maturo, una regola di vita comune, che tuteli la vita interiore e l’esercizio della pietà.
Per questo, da tanto tempo, vado pensando se il Signore non mi chiami a lasciare il mondo e ad entrare in una Congregazione che si proponga la pratica della Carità di Nostro Signore.
Tra queste Congregazioni, soprattutto per la predilezione che ebbe per me Don Orione e che Lei continua tanto benevolmente, nessuna per ora mi parrebbe più adatta di quella dei Figli della Divina Provvidenza”.

Dopo avere aperto il cuore a Don Sterpi, Don Gnocchi conclude: “Sono certamente a un bivio decisivo della mia vita: forse mi manca il coraggio delle decisioni supreme: eppure comprendo che oggi solo la Carità può salvare il mondo e che ad essa bisogna assolutamente consacrarsi”. (27)


DON GNOCCHI, DON CASATI E GLI ORIONINI AD AROSIO

Ad Arosio, Don Carlo Gnocchi realizza il suo primo vero Istituto per i bambini mutilati. Nel vociare dei ragazzi sente rivivere i padri rimasti tra i ghiacci, le nevi e le steppe dei campi di guerra.
Egli però non può dedicarsi a loro direttamente, dovendo assentarsi assai spesso e per lunghi tempi per procurare i fondi necessari e per sbrigare le pratiche relative all’Istituto stesso.
Stava pensando a come risolvere il problema, quando inaspettatamente, passa a visitarlo ad Arosio Don Carlo Pensa, Vicario generale degli Orionini. (28) Dopo quell’incontro, scrive a Don Sterpi con lettera datata 8 agosto 1946.
“Reverendo e caro don Sterpi, don Pensa Le avrà detto come don Orione l’abbia inviato da me ad Arosio proprio nel momento in cui stavo scrivendo ai Padri Missionari del P.I.M.E. per avere un giovane Sacerdote nella Casa di Arosio in qualità di prodirettore e come si sia finito per combinare che invece verrà un figlio della Piccola Opera della Divina Provvidenza.
Ho segnato il giorno 6 agosto 1946 come una pietra fondamentale nella storia della Casa di Arosio; così almeno mi dice il cuore profondo. Sento che la venuta di un figlio di don Orione segna l’inizio di un nuovo periodo nella mia vita e in quello dell'Istituto di Arosio e forse è il primo passo di una via, non facile né breve, che può condurre nelle grandi braccia della carità della Congregazione sua e di don Orione una delle più belle opere di carità e di pietà verso le vittime innocenti di questa recente guerra, e stabilire un ponte di affetto e di collaborazione mia personale con i figli della Divina Provvidenza che potrebbe forse un giorno meritarmi il privilegio di lavorare per loro e accanto a loro.
Ad ogni modo Arosio è ora un centro di carità sempre più vivo per aperta volontà e indicazione della Divina Provvidenza. Ci sono 40 poveri relitti umani: i Grandi Invalidi di guerra; 50 Orfani di guerra e alcuni Bambini Mutilati di guerra che sono la parte più dolorosa e più preziosa. Immagini quale campo di lavoro e di apostolato della carità per un Sacerdote!
Mi dia dunque un giovane Sacerdote aperto e ricco di iniziative e soprattutto di vita interiore, quae ad omnia utilis est. Io ho bisogno per ora di stare a Milano e di girare per trovare i mezzi di vita. Egli potrebbe esser tutto per i grandi e per i piccoli, per i malati e per i sani, per l’assistenza religiosa come per il gioco e per il lavoro. Potrebbe portare nella casa lo spirito grande della carità di Don Orione. Per la consolazione di questi infelici”. (29)


Per l’assistenza ai Mutilatini della Casa di Arosio viene scelto Don Giovanni Casati. (30)Egli stesso ricorda: “Nel settembre del 1946 mi trovavo al nostro Istituto Ludovico Manin di Venezia, quando ricevetti un telegramma del Superiore generale Don Carlo Pensa col quale mi destinava a collaborare nella casa di Arosio (Milano), con Don Carlo Gnocchi nell'assistenza dei minori mutilati di guerra. Accettai volentieri l’ubbidienza e il 17 settembre 1946 raggiunsi subito la mia destinazione […] Per quel senso di grande responsabilità che penso di sentire nel vivere in mezzo ai giovani, in buoni modi ho rifiutato fin dal primo giorno una stanzetta messa a mia disposizione direttamente da Don Carlo, per dormire nella camera coi mutilatini; così ho lasciato il giorno appresso la sala da pranzo… per consumare i pasti alla stessa tavola dei ragazzi, che ho sempre seguiti dal dormitorio alla chiesa, dal refettorio alla ricreazione, dal passeggio alle gite, studiandomi di dare a questi piccoli, così tanto provati dalla guerra, un’educazione civile, intellettuale, spirituale e morale”. (31)
Don Giovanni Casati si dedica totalmente e generosamente ai ragazzi che al suo arrivo erano solo 3. (32) Con la sua presenza il numero va rapidamente crescendo; a novembre sono 17, a Natale 20. Di lui Don Gnocchi è proprio contento e ne scrive a Don Carlo Pensa, in una lettera datata 8.11.1946.
“Ho tardato assai a scriverLe per essere in grado di darLe notizie conclusive a proposito di don Giovanni Casati e del suo lavoro ad Arosio. Oggi, dopo un mese e mezzo Le posso dire che sono veramente soddisfatto di lui e infinitamente riconoscente alla Congregazione che ha voluto farne il sacrificio per Arosio. È un giovane pio, umile, sacrificato, instancabile, sottomesso e caro a tutti. La sua presenza ad Arosio e il suo lavoro tra i Mutilatini mi dà la perfetta tranquillità.
Di una cosa solo sono angustiato: che da solo non può più reggere alla fatica. È vero che i bambini sono ora soltanto 17, ma sono impegnativi quanto mai. Ve ne sono di quelli che bisogna imboccare, vestire, aiutare nel gioco. Non si può mai abbandonarli neppure un istante della giornata. Ammazzano una persona. […] Posso avanzare una domanda? Non potrebbe Ella concedermi ancora un assistente… potrebbe fare con lui una piccola ed embrionale Comunità orionina […] e l’aumento dei figli di don Orione in questa Casa potrebbe rendere sempre più attuabile il mio disegno di dare un giorno questa Casa e soprattutto l’attività dei Bambini Mutilati, che sorge per la prima volta con queste proporzioni in Italia, nelle mani della Sua Congregazione… Mi dica dunque di sì, caro don Pensa, per il bene che don Orione così immeritatamente mi volle. […] Don Carlo. (33)


Anche un’altra lettera del 22 dicembre dello stesso anno conferma: “Don Giovanni fa sempre bene, sempre meglio, con spirito ammirevole di sacrificio e di carità, ma i mutilatini crescono e domandano sempre maggior lavoro…”. Il 30 dicembre scrive all’orionino Don Gaetano Piccinini, anch’egli occupato dei Mutilatini della guerra a Roma, Napoli e altrove: “L’Opera di Arosio va bene, soprattutto per merito della Congregazione di Don Orione. Ogni giorno che passa si infittiscono i legami tra di essa e la Congregazione. Speriamo che un giorno si possano identificare”. (34)
Ad un certo punto, Don Gnocchi pensa di affidare la casa di Arosio alla completa gestione degli Orionini: “Don Casati e due chierici, potrebbe costituirsi una piccola comunità orionina ad Arosio ed io potrei con tutta tranquillità rimanere a Milano a trovare i mezzi di vita per la Casa. Don Casati è sacerdote al quale mi sento di dare pienamente in mano la responsabilità della casa, per il suo zelo, spirito di sacrificio e buon senso”. (35)
A riscontro della petizione di Don Gnocchi, il 12 gennaio 1947 giungeva ad Arosio il chierico Alberto Gamberini e Giuseppe Baldocchi, e poi Cirillo Longo. Nella lettera a Don Pensa, del 6.5.1947, Don Giovanni Casati dice tra l’altro: “si aggiungono difficoltà che solo con l’aiuto di Dio si sono eliminate tanto che sempre per iniziativa di Baldocchi e del sottoscritto abbiamo avviati tutti i mutilatini ad una occupazione per fare loro comprendere che si aprirà anche per loro un radioso avvenire […] Si può dire che il peso di tutta la casa grava sulle spalle di Baldocchi e mie, perché Don Carlo viene di sfuggita una volta la settimana”. (36)
La sintonia ideale e la collaborazione con la Congregazione orionina sono talmente buoni che Don Gnocchi, dando forma al suo nuovo sogno vocazionale, lascia intravedere la possibilità di una fusione della sua opera con la Piccola Opera della Divina Provvidenza di Don Orione. Voleva unirsi alla Congregazione di Don Orione. Ne scrive a Don Carlo Pensa, nel frattempo divenuto superiore generale, in data 9 marzo 1947.
“Reverendo e caro don Pensa, il mio lungo silenzio non Le sembri strano. Stavo maturando quanto oggi ho finalmente il coraggio di scriverLe e che da tempo, da qualche anno, vado più o meno apertamente considerando in me stesso e davanti al Signore. […]
Da che il Signore mi ha miracolosamente salvato dai pericoli della guerra in Albania, Grecia, Montenegro e Russia, e da quelli della vita clandestina e dell’arresto(37), io ho sentito il dovere, che è diventato un voto, di dedicare la mia vita al servizio dei poveri di Nostro Signore. Per questo ho voluto la direzione della Casa di Arosio. […]
L’ideale sarebbe che io entrassi in una Congregazione avente per scopo la carità; ma finora questo coraggio e questo spirito di sacrificio, soprattutto dopo 23 anni di vita secolare, non l’ho ancora trovato in me stesso e nella Grazia del Signore.
Non rimarrebbe che provare una via di mezzo ed una tappa di accostamento. Che per esempio io potessi affiancarmi ad una Congregazione del genere, così come Galbiati ed altri sono per la Sua Congregazione. È possibile tutto questo e a quali condizioni? Ecco quello che domando a Lei.
Io potrei dare alla Congregazione il piccolo ma fervoroso aiuto dell’opera mia: la predicazione, gli scritti, la propaganda, le amicizie e le conoscenze, specialmente nello sviluppo della “Casa di Carità Don Orione” a Milano. In cambio non chiederei che l’ospitalità presso la Congregazione e di poter partecipare alla Sua vita di pietà, contribuendo anche con le mie risorse finanziarie.
Questa unione ad personam potrebbe certamente favorire il raggiungimento di quel disegno che mi sono prefisso (e che si rivela sempre abbastanza arduo, forse proprio perché è un disegno di bene) cioè la consegna di tutte le attività di Arosio, Orfani, Mutilatini, Grandi Invalidi, alle cure della carità di Don Orione. Intanto, avendo il loro direttore della Congregazione, esse già sarebbero spiritualmente della Sua famiglia. E poi il tempo e la Grazia fanno anche i miracoli…
Tutto questo però è possibile? […] Ho bisogno di un ambiente e di una famiglia che aiuti la mia vita spirituale e il mio lavoro perché questa vita dispersiva e solitaria non serve alla mia santificazione e la rende molto difficile. Ora è tempo, perché la vita se ne va, che io pensi alla vita eterna.
Attendo di conoscere il Suo pensiero ed intanto prego per Lei. Con ossequio. Don Carlo Gnocchi – P.S. Tanto don Giovanni Casati quanto il Sig. Giuseppe Baldocchi (38) fanno ad Arosio egregiamente; con spirito di pietà, di carità e di sacrificio. Non saprò mai come renderLe grazie del dono fatto a me ed ai Grandi e Piccoli Invalidi di Arosio! Don Orione La ricompensi!” (39)


Nel maggio 1947, nella casa di Arosio gli Invalidi adulti erano 45, i Mutilatini 30. Si era costituiti dei laboratori allo scopo di occupare e preparare alla vita i Mutilatini e anche un teatrino per le loro recite. Don Gnocchi - impegnato in relazioni, questue e domande varie per ottenere benefici e offerte - vi faceva una breve visita una volta alla settimana. Nel frattempo, crescevano anche i problemi. Uno, in particolare, chiedeva urgente soluzione. “Nella stessa Casa di Arosio – scrive con pena Don Casati a Don Pensa, nei primi mesi del 1948 -, senza nessuna separazione vivevano e vivono i grandi invalidi di guerra del 1915-18, i quali con la loro vita infrollita e spesso viziata, erano un cattivo spettacolo per quei teneri fanciulli che si affacciavano alla vita” (40).


LA CASA DEI MUTILATINI DI MILANO

Occorreva trasferire i mutilatini in un altro posto. Si presentò l’occasione quando la contessa di Cassano Magnago donò alla Congregazione di Don Orione una villa per i mutilatini. Il Superiore generale Don Carlo Pensa l’offrì a Don Gnocchi, ma Don Gnocchi vi collocò gli orfani degli alpini, anche se fece applicare al cancello un cartello indicatore “Casa del Piccolo Mutilato”.
Così si giunse alla decisione di trasferire i Mutilatini di Arosio al Piccolo Cottolengo di Milano, in Viale Caterina da Forlì 19. (41)
La Congregazione orionina li assunse in carico totalmente.
Il 19 marzo 1948 viene inaugurata la Casa dei Mutilatini, modernamente concepita e attrezzata, con una capienza di circa 200 posti, inserita nel complesso del Piccolo Cottolengo orionino di Milano. (42) I Mutilatini di Arosio, circa una settantina, vengono trasferiti a Milano; ad essi se ne uniscono altri e quella che fu la prima Casa italiana del Piccolo Mutilato di guerra, giunge ben presto al pieno della sua capienza. Don Giovanni Casati ne è il direttore e Don Gnocchi il soprintendente. (43) La tenerezza di cui furono circondati era generale. Ne è prova, nella sua semplicità, quanto scriveva Don Carlo Sterpi il 9 Aprile 1948 a Don Gnocchi, che si trovava a Milano: “Ho sempre voluto tanto bene ai piccoli, immaginarsi quando li so bisognevoli di cure e cure speciali.. Mi hanno donato un cesto di mandarini e mi pare che siano più adatti per loro che per me. Li mando quindi a voi perché li diate loro, e che stiano un momento allegri”. (44)

L’avvio è promettente con soddisfazione di tutti. L’11 luglio i Mutilatini di Milano, con rappresentanze degli Istituti di Roma e di Erba, in numero di 200, sono ricevuti dal Papa Pio XII in una udienza commovente e, il giorno dopo, dal Presidente della Repubblica Einaudi che offre loro un banchetto al Quirinale, (45)presente De Gasperis, presidente del Consiglio e l’onorevole Pacciardi, Ministro della Difesa. (46)
A distanza di sei mesi, Don Gnocchi, scrivendo a Don Pensa, il 30 ottobre 1948, fa un bilancio della situazione e indica alcune prospettive di sviluppo. Si dichiara “sempre più riconoscente alla Divina Provvidenza e a Lei, che ne fu il solerte esecutore, per avermi consentito di innestare solidamente la mia piccola opera a favore dei Piccoli mutilati di guerra sul grande e rigoglioso albero della Congregazione di Don Orione”. Poi, dopo avere affermato che “nella Casa del Piccolo Mutilato tutto quanto è sostanziale (vale a dire quanto riguarda la pratica religiosa, la vita morale, l’istruzione scolastica, l’educazione) va bene; anzi (posso dire perché io non ne ho alcun merito) va molto bene, grazie allo spirito di sacrificio dei Sacerdoti e dei Chierici preposti”, fa osservare che “manca alla Casa un centro coordinatore e propulsore, quale può essere unicamente costituito da un direttore di primo ordine”. E spiega come egli veda la necessità del passaggio da una conduzione di tipo familiare a una più “specializzata, sia dal punto di vista pedagogico che da quello chirurgico e professionale; non bastano le competenze sufficienti a dirigere o a far prosperare un collegio di orfani, di artigiani o anche di minorati comuni”. (47)
Il 3 novembre successivo, si tiene una riunione cui sono presenti Don Pensa, Don Gnocchi, il senatore Cavazzoni, il dottor Boni, l’ingegner Casolo; viene deciso di preporre alla Casa del Piccolo Mutilato un direttore più preparato, (48) mentre Don Gnocchi continuerebbe ad esserne solo “soprintendente”, preoccupandosi soprattutto delle relazioni pubbliche e del reperimento di mezzi di vita e di sviluppo. Il 6 novembre, Don Pensa sceglie come nuovo direttore dei Mutilatini Don Remo Ciccioli. (49)


NASCE LA FEDERAZIONE PRO INFANZIA MUTILATA

Don Gnocchi, senza l’impegno della conduzione diretta dell’attività coi Mutilatini, è così libero di compiere opera di sensibilizzazione culturale e di raccolta di fondi, a lui molto congeniali. Comincia a sviluppare attività proprie e del tutto autonome rispetto alla Congregazione, in una dimensione più ampia.
Nell’aprile 1948, egli provvede alla costituzione di una Federazione Pro Infanzia Mutilata, cui il Governo italiano poi conferisce il riconoscimento in Ente Morale. Alla Federazione aderisce, pur con qualche richiamo alla chiarezza e autonomia, anche la Casa dei Mutilatini di Milano. (50) Nella visione di Don Gnocchi, la Federazione avrebbe coordinato, stimolato e promosso le iniziative dei vari Centri per Mutilatini e ne avrebbe proposto di nuove; avrebbe esercitato la rappresentanza giuridica dei bambini mutilati; avrebbe riunito in uno tutte le forze sparse che si occupavano dei mutilatini, fissando il numero che ogni Centro avrebbe dovuto accogliere. Questo rispondeva anche al desiderio del Governo italiano di trattare possibilmente con un solo Ente.

Nell’ottobre 1948, Don Gnocchi scioglie anche l’associazione “Amici di Arosio” e dà origine all’Associazione Amici del Piccolo Mutilato, (51) suddivisa in tre sezioni: “Grandi Invalidi”, “Orfani”, “Mutilatini”.
Nel frattempo, mobilita stampa, radio e tutte le forme di comunicazione per far conoscere il problema dei Mutilatini. Nell’ottobre 1948, fa eseguire un film-documentario nella Casa dei Mutilatini di Milano che poi diffonde ampiamente. Lancia in grande stile fortunate campagne pubbliche di solidarietà per raccogliere fondi, quali la “Catena della fratellanza”.(52)Restò famosa la trasvolata oceanica in America del Sud con l’operazione di solidarietà “Angelo dei bimbi”. Anche col nome di Don Orione, che in Brasile e soprattutto in Argentina era molto conosciuto e reclamizzato per l’attività già svolta coi Mutilatini a Milano, Don Gnocchi poté raccogliere offerte cospicue. (53) Egli ne scrive a Don Pensa da Buenos Aires in data 13.2.1949: “Sono già sulle mosse per ritornare e sarò a Roma, a Dio piacendo, il primo di marzo. La causa dei mutilatini, già così ben avviata dalla Divina Provvidenza, si risolve in Italia. Qui le cose sono andate al di là di ogni più rosea previsione. In Brasile abbiamo raccolto almeno 100 milioni e in Argentina vedremo… Don Carlo Gnocchi”. (54)
A dire il vero, gli Orionini, convinti che “il bene non fa rumore e il rumore non fa bene”, non guardavano con troppo entusiasmo a queste iniziative che, tra l’altro, si servivano della loro Casa e dei mutilatini ospitativi. (55)

Lo sviluppo di nuove Case e l’incarico di «Consulente della Presidenza del Consiglio» a favore dei Piccoli Mutilati conferito a Don Gnocchi dal Governo, con lettera del Presidente del Consiglio dell’11 marzo 1949, proietta Don Gnocchi in una vasta rete di opere assistenziali. Egli ne diventa l’animatore, il responsabile e il coordinatore, il simbolo nazionale. Vi sono coinvolte parecchie Famiglie Religiose, quali i Fratelli delle Scuole Cristiane, le Suore di Carità, le Adoratrici del Preziosissimo Sangue, le Suore del Patrocinio di San Giuseppe e le Minime Oblate. (56) Se sull’idea di un coordinamento nazionale dei Centri che si occupavano dei Mutilatini si generò un largo consenso, nacquero invece problemi sulla natura, gli obiettivi e le competenze della neo-costituita Federazione Pro Infanzia Mutilata. Nata come collegamento tra Enti diversi, stava diventando un Ente giuridico autonomo con attribuzioni specifiche.

Con la Congregazione orionina – che aveva già varie istituzioni per Mutilatini (Milano, Gallio di Vicenza, Roma, Napoli, Messina, Palermo) i problemi vennero a galla quando, il 16 settembre 1949, la Direzione Generale della Federazione Pro Infanzia Mutilata presentò delle direttive riguardanti i mutilatini bisognosi di cure protetiche e chirurgiche che si sarebbero dovuti inviare nell’Istituto di Parma, assunto da poco da Don Gnocchi.
Di fronte alle perplessità manifestate dalla Piccola Opera sulla direttiva,(57) con lettera del 30 novembre a Don Pensa, Don Gnocchi insisteva per la unificazione di tutte le Case suscitate dalla iniziativa privata per i Mutilatini di guerra. In sintesi, venivano proposte: unità di direzione (esercitata da Don Gnocchi stesso coadiuvato da un prodirettore); unità di amministrazione (le Convenzioni verrebbero fatte dalla Federazione e le rette versate dallo Stato alla stessa); unità di indirizzo (i Mutilatini vengono affidati tutti alla Federazione che li smista e li muove secondo le esigenze e secondo un piano nazionale).
La Congregazione, pur apprezzando l’opera svolta da Don Gnocchi e i suoi alti meriti nel campo dell’assistenza ai Mutilatini, memore degli stretti vincoli di affetto e di collaborazione, dichiarandosi disposta a collaborare, non accettò il nuovo stato di cose che diminuiva l’autonomia direttiva, disciplinare e amministrativa della Congregazione a riguardo dei propri 6 Istituti per Mutilatini in Italia. E non accettò di far parte della Federazione Pro Infanzia Mutilata. Fu questo l’inizio della effettiva separazione del cammino tra le due istituzioni. Don Gnocchi comprese le ragioni della mancata adesione (“una separazione esclusivamente burocratica”) riconobbe, non senza rammarico, essendo la Casa orionina di Milano la prima cui egli aveva dedicato le sue cure e che aveva costituito il suo trampolino di lancio. (58)
Evidentemente, il distacco fu esclusivamente di carattere legale, e questo non costituì pregiudizio per le relazioni personali e la collaborazione che rimasero buone.


SVILUPPO DELLE OPERE

Nel triennio 1949-51, vengono istituiti da Don Gnocchi ben sei collegi: a Pessano (Milano) per le fanciulle mutilate; a Roma (il grande Centro al Foro Italico); a Genova, Torino ed Inverigo (Como) per mutilatini; a Cassano per orfani di guerra e mutilatini. Successivamente il Governo affida alla «Pro Infanzia» la gestione del Centro chirurgico-protetico di Parma, del Collegio per fanciulle mutilate a Firenze e di quelli per fanciulli mutilati a Salerno e a Bologna. Gli aiuti provengono in parte dal Governo, ma contribuiscono notevolmente le iniziative di larga risonanza mondiale quali «L’Angelo dei bimbi» e la «Catena della fratellanza».
Da Superiori e Confratelli orionini riceve appoggio, affetto e collaborazione e ringrazia soddisfatto: “ Sento il dovere di ringraziarLa per la grande carità veramente orionina di cui Ella mi ha dato prova nell’ultimo incontro – scrive a Don Pensa in data 20.8.1949. (59) . La carità è veramente paziente e comprensiva; quindi in essa possiamo trovarci e rimanere, pur con le naturali differenze di metodo e di natura, per il bene supremo delle anime e per la gloria di Nostro Signore” (60).
In data 5.3.1951, scriveva a Don Sterpi che gli aveva inviato gli auguri per il suo giubileo sacerdotale: “Tra le parole di bontà e di consenso cristiano che mi sono state rivolte in occasione del mio XXV° Sacerdotale, le sue sono state tra le più gradite, soprattutto perché so, per la conoscenza che ho di Lei, di quali sentimenti sacerdotali sono accompagnati e come Ella ben comprenda i sensi di umiliazione, di compunzione e di sconfinata riconoscenza che accompagnano questa paurosa e grandiosa ricorrenza. Mi aiuti Don Sterpi sempre con la sua benedizione sacerdotale nella quale io ritrovo e risento quella taumaturgica di Don Orione. Le bacio la mano. Don Carlo Gnocchi. (61)

Il 5 Giugno 1951, a Milano, al raduno degli “Amici di Don Orione”, Don Gnocchi è presente, celebra e parla di Don Orione. Ancora una volta afferma che egli deve esclusivamente a lui se la sua vita si è indirizzata all’esercizio della carità. (62)
Nel 1953, “attuando quella collaborazione che ci siamo promessa nell’interesse superiore dei nostri Mutilatini”, (63) combatte con gli Orionini la battaglia contro una disposizione governativa che vorrebbe imporre la separazione dei Mutilatini aventi rette dallo Stato da quelli non aventi retta né pensione. (64)
A sua volta, nel 1954, chiede e ottiene l’appoggio degli Orionini in un’altra controversia con le Autorità pubbliche affinché venisse riservata all’ONIG (organismo statale) l’assistenza ai Mutilati adulti, mentre quella ai Minori, che ha esigenze del tutto particolari, fosse seguita da un Commissario specificatamente deputato al collegamento con Enti privati, assicurando loro che non fossero tolti i necessari finanziamenti pubblici.

L’iniziativa di Don Gnocchi per orfani e mutilati di guerra, dopo gli inizi precari, è ormai decollata e viene ad assumere grandi dimensioni. La sua figura assume notorietà e rilevanza sociale: lo si indica tra il popolo come “padre dei Mutilatini”. (65) Se all’inizio l’ispirazione e l’attività di Don Gnocchi avevano preso le mosse sulla scia di Don Orione, ormai la sua Opera ha assunto una fisionomia educativa e anche giuridica del tutto autonoma.
Nel 1951, la Federazione Pro Infanzia Mutilata viene sciolta e tutti i beni e le attività vengono attribuiti al nuovo soggetto giuridico creato da don Gnocchi, la Fondazione Pro Juventute, con sede presso il Foro Italico di Roma, riconosciuta con Decreto del Presidente della repubblica l’11 febbraio 1952. La nuova Fondazione si sarebbe occupata non più solo dei Mutilatini ma di tutti i Motulesi, allora assai numerosi a causa della poliomielite.


L’EPILOGO DELLA VITA

Don Carlo si spendeva tra fatiche, incontri, viaggi, riunioni. Cominciò a dimagrire, a indebolirsi; le sue guance si incavavano; gli rimaneva costante e dolce il suo sorriso.
Il 12 settembre 1955, Giovanni Gronchi, presidente della Repubblica Italiana, va a Milano per porre la prima pietra del centro pilota per i fanciulli poliomielitici, presso lo stadio San Siro. Il centro sarebbe costato un miliardo, ma Don Carlo ha fiducia nell’aiuto dei buoni italiani e soprattutto dei suoi Milanesi. Amici, collaboratori, insegnanti e medici lo pregano di concedersi un po’ di riposo, ma egli dice sorridendo: “Proprio adesso? Speriamo almeno che vedendomi soffrire, certi cuori e certe mani si allarghino di più per le creature dell’anima mia” (66). Pellegrina ancora di collegio in collegio per preparare la visita del Presidente. In occasione di quella visita il Presidente gli conferisce la medaglia d’oro riservata ai benemeriti della scuola, della cultura e dell’arte.
Nel pomeriggio accompagna il Presidente Gronchi ad Arosio: si chiude lì il ciclo decennale di attività a favore dei mutilatini di guerra, mentre si apre, con la prima pietra del centro pilota milanese, quello a favore dei poliomielitici.
Don Carlo è febbricitante ma resiste. Durante la notte aveva avuto una crisi. Al Dott. Pozzi, presidente dell’Istituto dei ciechi, confida quella mattina: “Ci sono riuscito, finalmente […] sento che se anche non arriverò a completare questa immane opera, qualcuno lo farà per me: i miei amici non mi tradiranno. […] Sai? Sento che presto farò un trasloco. E lascerò in eredità due gioielli; sono quelli che mi hanno guidato sui campi di Russia. Li lascerò a due dei tuoi piccoli ciechi”. Alludeva ai suoi occhi.
Da quel giorno, però, comincia a lottare con la malattia che lo porterà al rapido declino: un tumore che interessa stomaco e spina dorsale. Don Carlo non ha tregua: lo assalgono lancinanti dolori allo stomaco; è sovente in preda a forti accessi febbrili. Viene ricoverato prima nella clinica “Città di Milano” per accertamenti, poi alla “Columbus” di Via Buonarroti: (67). Qui, dopo sofisticati esami ,viene operato. Spera ancora, ma l’alternativa di angoscia e di speranza avrebbe avuto presto il suo epilogo. (68)
Il 28 febbraio 1956, ore 18,40, a soli 54 anni, l’instancabile Don Carlo Gnocchi chiude la sua giornata terrena, tanto laboriosa e segnata dal dolore. Le sue spoglie sono composte nella bara: ha la corona tra le mani e un crocifisso di ceramica, dono dei mutilatini; ha gli occhi chiusi ma pochi sanno che sotto le palpebre abbassate ci sono due occhiaie vuote. “Quando sarò morto – aveva raccomandato agli amici – toglierete i miei occhi. Desidero che servano a ridare la vista a due piccoli ciechi” (69). Il dott. Mario Celotti aveva eseguito, due ore dopo la morte, la pietosa operazione. (70)

La notizia della morte di Don Carlo suscitò il pianto di quanti l’avevano conosciuto. I funerali furono un’apoteosi; i giornali ne riportarono la notizia a grandi testate. (71) Il cordoglio fu unanime, ma specialmente nei Mutilatini che, numerosi, provenienti dalle varie case d’Italia seguirono, in due ale, il feretro da S. Bernardino alle Ossa, presso il Duomo, fino al cimitero Monumentale: i Mutilatini della “Pro Juventute” e i Mutilatini delle case di Don Orione.
La dipartita di Don Carlo Gnocchi, lacrimata da cittadini di ogni condizione, fu motivo di particolare rimpianto tra gli Orionini. Già durante i giorni della sua malattia si era pregato in tutte le Case. Il Superiore generale, Don Pensa, recatosi al capezzale, lo aveva assicurato che la Piccola Opera tutta seguiva con trepidazione e speranza il corso della malattia. Da Roma, era venuto a visitarlo anche il direttore del Centro Mutilatini di Roma Monte Mario.
“Vieni, vieni, sorella morte!” furono le ultime parole di Don Gnocchi. Circa 16 anni prima, un altro grande astro di carità, Don Orione, si era spento sussurrando: ”Gesù, Gesù, Gesù!”. Così si spengono le stelle, senza fare rumore, perdendosi nella luce infinita di Dio, da cui erano sorte, dopo aver inondato di luce e di calore le sue creature. (72)


N O T E
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* Concetta Giallongo vive a Torino; è responsabile generale dell’Istituto Secolare Orionino.

1. Testo dattiloscritto inviato a Don Giuseppe Zambarbieri; recentemente è stato pubblicato in “Messaggi di Don Orione” 30(1998) n.97, p.54.
2. Archivio Don Orione (ADO), cart. Carlo Gnocchi.
3. Ringrazio della collaborazione datami per la ricostruzione storica – la prima con tanta dovizie di documenti - da Giuseppe Lo Bianco, dell’Archivio Don Orione, e da Don Flavio Peloso, segretario generale della Piccola Opera.
4. Enrico Gnocchi lavorava il marmo e ne ricavava statue, stele con iscrizioni e simboli cimiteriali.
5..Le parole della lapide furono dettate da Mons. Gilardi, successore di don Carlo Gnocchi.
6. Nella lavorazione del marmo si sprigionava una polverina bianca, sottile che, respirata, aveva lesionato i polmoni di Enrico Gnocchi.
7..Il Seminario arcivescovile era a Gorla Minore, nella periferia di Milano.
8. L’arcivescovo Giovanni Colombo, già compagno di seminario di Don Gnocchi, aveva detto: «i superiori non tardarono ad accorgersi che la sua parola penetrante, la sua finezza di intuizione e di comportamento avrebbero avuto incidenza e corrispondenza migliore e più vasta in una parrocchia cittadina».
9. Restocco era il nome della zona di estrema periferia con estesi prati, oggi Viale Caterina da Forlì che fa parte della zona Magenta e in parte della zona Bande Nere e De Angelis. “Piccolo Cottolengo” è il nome dato da Don Orione alle sue case di carità che ospitano infermi e malati mentali di ogni tipo e che non trovavano accoglienza altrove.
10. Don Orione, Le lettere I, p.282.
11. Tenuto dai Fratelli delle Scuole Cristiane, era stato fondato nel 1906; si erano avvicendati nella direzione spirituale dei giovani mons. Egidio Bignamini (poi arcivescovo di Ancona) fino al 1927, e mons. Enrico Montalberti, (vescovo coadiutore di Trento e poi vescovo di Reggio Calabria) dal 1927 al 1935.
12. Dalla Rivista Incontri edita dallo stesso Istituto Gonzaga di Milano.
13. Carlo Gnocchi, L’educazione del cuore, Ed. La Scuola, Brescia, 1937. Prima di consegnarlo all’editore vi appose una dedica toccante: «Alla santa memoria di mia madre offro queste pagine veloci, scritte nei giorni imminenti (troppo dolci e tanto ignari) della sua improvvisa partenza per il cielo». Dopo la guerra, pubblicherà «Cristo con gli Alpini»; poi «La restaurazione della persona umana» e, come opera postuma, gli venne presentata dall’Ed. La Scuola, alcune ore prima di morire: «Pedagogia del dolore innocente».
14. Dalla relazione sulla fama di santità di Don Orione da lui scritta in data 15.2.1944; ADO, cart. Don Gnocchi. Postulazione generale della Piccola Opera della Divina Provvidenza.
15. In un biglietto a Don Carlo Sterpi datato “L’Assunta 1941. Montenegro”, Don Gnocchi ritorna sul particolare degli occhi: “Rileggendo Dante, in una pausa della nostra marcia, m’incontro con un’espressione che mi ricorda Don Orione: … e sorridendo, ardea negli occhi santi (Par. III 24)). Non le pare?”; ADO, cart. Don Gnocchi.
16. Due volte Don Orione viene invitato a parlare nella sede dell’Università Cattolica del S. Cuore in Milano. Il 19 dicembre 1937, il sen. Cavazzoni presenta l’Opera di Don Orione e invita questi a parlare della sua attività. Ma egli, dopo una prima reazione agli elogi del senatore Cavazzoni, parla solo della carità, ma in maniera tale da commuovere tutti. Il ricordo di quell’evento rimane indelebile nella mente e nel cuore di Don Carlo Gnocchi presente alla conferenza. Il 22 gennaio 1939, Don Orione tiene una seconda conferenza dal tema “La c’è la Provvidenza”; cfr. D. Sparpaglione, “La c’è la Provvidenza!”, “Messaggi di Don Orione” 34(2002) n.108, p.45-53.
17. ADO, cart. Don Gnocchi.
18. Nel dicembre 1908 la tremenda catastrofe di Reggio Calabria e Messina sconvolge l’Italia. Don Orione è tra i primi ad accorrere sulle macerie delle due Città distrutte. La sciagura è di proporzioni inaudite: vi sono oltre 80.000 morti, il numero dei feriti resta incalcolato. Don Orione fu tra i primi ad accorrere e si occupò soprattutto dei bambini orfani, scampati al devastante terremoto che lasciò decine di migliaia di morti a Reggio Calabria e Messina. Vi rimase tre anni. Dopo il lavoro tra le macerie, venne nominato dal Papa Pio X Vicario generale della diocesi di Messina. Cfr. D. Sparpaglione, Il Beato Luigi Orione, Ed. S. Paolo, 1998, p.151 ss.; G. Papasogli, Vita di Don Orione, o.c., p.180-228; Ignazio Terzi, Don Luigi Orione e l'opera svolta a Reggio dopo il terremoto del 1908, Rivista Storica Calabrese, 15(1994), 25-38; Pietro Borzomati, L'esperienza calabro-sicula e il terremoto del 1908 in AA.VV. La figura e l'opera di Don Luigi Orione (1872-1940), o.c., p. 169-180.
19. Conferenza tenuta al Piccolo Cottolengo di Milano, in data 4 marzo 1944; ADO, cart. Don Gnocchi.
20. Cfr. Armando Riccardi, Don Carlo Gnocchi, Ed. Ponte Nuovo, Bologna.
21. ADO, cart. Don Gnocchi.
22. ADO, Diario del Piccolo Cottolengo di Milano.
23. ADO, cart. Don Gnocchi.
24. “Cartolina postale per le Forze Armate” scritta dal “Campo Contumaciale di Udine; ADO, cart. Don Gnocchi.
25. Don Gnocchi l’aveva conosciuto nel nuovo Probandato da poco aperto a Buccinigo d’Erba (Como). Don Carlo Sterpi, “fedelissimo di Don Orione” e suo primo successore (1874-1951), Ed. Piccola Opera della Divina Provvidenza, Roma, 1961; Ignazio Terzi, Don Carlo Sterpi. Profilo biografico, Ed. Don Orione, Tortona, 1991.
26. Di fatto, poi fu ospitato per un periodo di riposo nell’amena casa di Sassello (Savona). Di ritorno, il 29 giugno 1944, Don Gnocchi scrive a Don Sterpi una bella lettera di ringraziamento, ammirato della comunità orionina e di come erano trattati “i piccoli sfollati” ivi ospitati: “Don Orione opera nei suoi figli e mi è stato soprattutto caro riprendere contatto con lo spirito suo”; ADO, cart. Don Gnocchi.
27. La lettera non riporta data, ma presumibilmente è della primavera 1944; ADO, cart. Don Gnocchi.
28. Fu Vicario generale della Congregazione, e poi, dal 1946 al 1962, superiore generale; Don Carlo Pensa. “Sarà lampada ardente”, Ed. Don Orione, Tortona, 1987.
29. ADO, cartella Don Gnocchi.
30. Nato a Besana Brianza (MI) e morto il 20 novembre 1988, nel Piccolo Cottolengo Don Orione di Seregno, a 73 anni di età. Ordinato Sacerdote il 25.3.1944, dopo un primo anno all’Istituto Manin di Venezia, fu inviato ad Arosio per coadiuvare Don Gnocchi a bene dei Mutilatini di guerra. Passò poi a Milano coi Mutilatini ivi trasferiti da Arosio. In seguito diresse l’Istituto per Mutilatini di Roma, Monte Mario, dal 1949 al 1958, e quello degli Orfani, dal 1958 al 1960. Dal 1960 in poi, svolse il suo apostolato a Boston (USA).
31. La condivisione diretta della vita dei ragazzi era uno dei canoni del metodo cristiano-paterno inculcato da Don Orione. Da un “Pro memoria” redatto dallo stesso Don Casati all’inizio del 1948 ADO, cart. Casati.
32. Gli altri ospiti di Arosio erano Invalidi adulti e piccoli orfani, figli di soldati, raccolti da Don Gnocchi.
33. ADO, cart. Don Gnocchi.
34. Ibidem.
35. In un primo tempo era stato destinato, come aiutante di Don Casati, Don Giuseppe Martini, ma non stabilmente. Lettera del 3.1.1947; ADO, cart. Don Gnocchi.
36. ADO, cart. Don Gnocchi.
37. Il 17 ottobre 1944 fu arrestato con il duca Visconti; fu tolto dalle carceri di S. Vittore il 4 novembre dal Cardinale Schuster che lo ebbe caro come un figliolo. Riparò per alcun tempo in Svizzera. In questo periodo scrive il libro Cristo fra gli Alpini. Cfr. Ines Belski Lagazzi, Don Carlo Gnocchi, pag. 85 ss.
38. Ne parla in una lettera dell’11.6.1947, Don Giovanni Casati : “Ho con me un confratello Baldocchi che è una vera eccezione e se si è fatto qualche cosa lo devo in grande parte a lui” ADO, cart. Casati.
39. ADO, cart. Don Gnocchi.
40. Da “Pro memoria” di Don Casati, ADO, cart.Don Gnocchi.
41. La decisione dovette essere presa più di un paio d’anni prima se, nel Diario del Piccolo Cottolengo di Milano, alla data del 18 febbraio 1946, troviamo la seguente nota: “La bandiera sventola sul tetto del padiglione maschile che ospiterà i mutilatini di guerra. Dobbiamo questa così importante risoluzione al Senatore ed a Don Gnocchi, i quali hanno convogliato la generosità della Famiglia Invernizzi, che già in passato aveva aiutato parecchio il nostro Istituto. Il Piccolo Cottolengo, potrà ora, mediante tale provvidenziale munificenza, provvedere a tutti gli impianti, le rifiniture, i serramenti e l'arredamento di uno stabile che ospiterà 200 innocenti vittime della guerra. Don Gnocchi passerà qui i mutilatini che ha raccolto provvisoriamente ad Arosio, accanto ai grandi invalidi, e sono assistiti dal nostro Don Casati”; ADO.
42. Il nuovo grande edificio, fu costruito grazie soprattutto alla consistente beneficenza di Achille Invernizzi, indirizzato a Don Orione da Don Gnocchi, e Achille Malcovati. Aveva attrezzature per la rieducazione scolastica e professionale, per le cure chirurgiche e protetiche; insigni medici e istituti di sanità si onoravano di dare prestazioni gratuite. Viene costituita l’Associazione Amici della Casa del Piccolo Mutilato di Milano, con presidente onorario Arturo Toscanini ed effettivo Don Carlo Gnocchi, vice-presidente il senatore Stefano Cavazzoni, membri del direttivo l’onorevole Luigi Meda, Wally Toscanini, Giovanni Falk, Raffaele Cadorna. Ibidem.
43. Nel Diario del Piccolo Cottolengo di Milano, leggiamo: “19 marzo 1948. Entrano nel padiglione maschile 73 mutilatini provenienti dall'0pera di Don Gnocchi in Arosio. Vi sono tra loro ragazzi dai 7 ai 16 anni alcuni senza braccia, altri privi di gambe, portati a spalle dai compagni. Per i loro servizi si aiutano a vicenda: quelli che sono senza gambe lavano la faccia a quelli privi di mani. Ci si presenta ora, con questi carissimi figliuoli, una serie infinita di nuovi problemi: ognuno è un caso a sé, ed ha le sue particolari sofferenze ed esigenze. La Provvidenza ci aiuterà a compiere bene anche questa difficile e delicata missione!”. Per conoscere il Piccolo Cottolengo orionino di Milano, cfr. La c'è la Provvidenza. Nove discorsi del Card. Montini agli Amici di Don Orione. Con pagine di Diario del Piccolo Cottolengo Milanese, Ed. Piccolo Cottolengo Don Orione, Milano 1964.
44. ADO, cart. Casa Mutilatini di Milano.
45. A servirli ci sono le signore Einaudi, Pacciardi, la figlia di Toscanini, Wally.
46. Il 17.7.1948, Don Gnocchi scrive a Don Piccinini: “Caro Don Piccinini, lascio stasera Roma, con una grande consolazione in cuore: quella soprannaturale della Benedizione del Papa e quella di aver constatato di quanto queste manifestazioni romane abbiano contribuito a far camminare il problema dei Mutilatini. Deo Gratias!”. Accenna poi ai contatti avuti per la costituzione di una federazione di tutte le Case per Mutilatini e conclude: “Ho visto Pella, Andreotti, Marazza. Sento che la causa dei Mutilatini fa grandi passi e ne potrebbe nascere un grosso movimento nazionale del quale in questi giorni abbiamo gettato le fondamenta. Occorre che sia tutto e soltanto nostro: per la gloria di N. Signore”; ADO, cart. Don Gnocchi.
47. Da parte loro, i religiosi di Don Orione cominciarono a trovare difficoltà nel “conciliare la libertà che Don Gnocchi si riservava, e la libertà che le persone a lui unitesi a scopo caritatevole si prendevano nei riguardi della Casa e dei ragazzi mutilati in essa ospitati”; ADO, “Pro-memoria “Don Orione e Don Gnocchi”. Erano stili diversi e Don Gnocchi, se ne rese conto.
48. Lettera a Don Pensa del 5.11.1948, ADO, cart. Don Gnocchi.
49. Don Pensa nel presentare a Don Gnocchi il nuovo direttore, scrive: “L’ho mandato subito da Lei che, prima di andare in America, gli potrà dare tutte quelle istruzioni, indicazioni ed anche ordini che riterrà necessari e opportuni. (…) Lei per le sue importanti e preziose attività esteriori, non potendo fare da Direttore, farà da Soprintendente. Comunque La prego a non dimenticare che Lei è apprezzato, venerato e amato come uno dei nostri. E questo Le dice tutto e che il santo legame che ormai, in causa dei Suoi Mutilatini, si è fatto fra noi, più non può né deve né affievolirsi, né sciogliersi”; ADO, Cart. Don Gnocchi.
50. Cfr. Lettera di Don Giuseppe Zanocchi a Don Gnocchi del 23.8.1948; questi ringrazia il Vicario generale degli Orionini dell’adesione, con lettera del 2.9.1948, assicurando “Stia certo che mai e sotto nessun aspetto verrà confusa l’azione della Federazione e quella della Congregazione. Di questo mi rendo garante fintanto che potrò essere io alla guida della Federazione stessa”; ADO, Cart. Don Gnocchi.
51. Tentativo di raggruppare la beneficenza di tutte le Case che ospitavano i Mutilatini perché gli interventi degli Amici fossero per tutti e non solo per quelli di Arosio.
52. Gli aiuti economici provenienti da queste mobilitazioni pubbliche e dalle relazioni che Don Gnocchi seppe instaurare con le autorità e istituzioni civili furono notevoli.
53. Due aviatori milanesi, Bonzi e Lualdi, battezzarono “Angelo dei bimbi” il loro piccolo aereo da turismo con il quale fecero una tournée in America del Sud. Al loro arrivo nelle città, si univa Don Gnocchi il quale teneva conferenze per raccogliere fondi in favore dei Mutilatini. Fu un’operazione molto reclamizzata, finita nella polemica, altrettanto reclamizzata, con gli aviatori cui spettava una percentuale e che accusarono Don Gnocchi di avere denunciato in introito inferiore al reale.
54. ADO, cart. Don Gnocchi. In una successiva lettera a Don Casati, del 1.4.1949, Don Gnocchi si sfoga: “Non mi parli del mio viaggio e della mia impresa in America. Ne ho avuto, ne ho e ne avrò tali noie da ritenere veramente meritato il piccolo gruzzolo… da raccogliere. Poiché i cento milioni offerti dal Sud America sono sempre laggiù e verranno in Italia quando Dio vorrà”.
55. L’operazione “Angelo dei bimbi” e altre simili campagne pubblicitarie crearono qualche difficoltà all’Opera orionina, perché Don Gnocchi, nei suoi discorsi, foto e documentari, sempre si appoggiava sull’attività dell’Istituto dei Mutilatini di Milano – l’unico - con la conseguenza che i Benefattori , piccoli e grandi, al sentir parlare delle somme ingenti raccolte con l’”Angelo dei bimbi”, cessarono quasi del tutto di dare le loro offerte, indispensabili per la sopravvivenza dell’istituzione e, nel contempo, Don Gnocchi non ripartiva all’Istituto qualche parte della sua opera di propaganda. Furono convocati i Benefattori al Piccolo Cottolengo milanese, l’istituzione che ospitava anche i Mutilatini, e – per la prima volta – i superiori dovettero dichiarare che quella istituzione non aveva niente in comune con l’Opera di Don Gnocchi e con quanto da lui raccolto; ADO, Pro-memoria “Don Orione e Don Gnocchi”.
56. Si moltiplicano e sono fiorenti i suoi istituti per cui, forse anche mal consigliato dai suoi collaboratori, giunge persino a non volere nemmeno che l’Opera di Don Orione in Milano portasse il nome di “Piccolo Cottolengo”. Risolta la questione ad opera del Cardinale Schuster, l’ammirazione e il rispetto vicendevole rimangono, ma le vie cominciano a separarsi sempre più.
57. Si vedevano più disturbi (necessità di accompagnamento, separazione dalla comunità dei piccoli, spezzettamento delle rette, ecc.) che vantaggi e una certa ingerenza della Federazione.
58. La lettera di Don Gnocchi a Don Pensa del 4 febbraio 1950, conclude: “Quello che, ad ogni modo, è fuori discussione è la nostra cristiana amicizia, il comune affetto per Don Orione e per i suoi poveri, e la riconoscenza che io devo a Lei ed ai Suoi figli per quanto hanno fatto per i miei Mutilatini”; cfr. Cronaca della “Casa del Piccolo Mutilato”, ADO.
59. ADO, cart. Don Gnocchi.
60. Ibidem.
61. Ibidem.
62. In tale data Don Gnocchi festeggia il suo XXV di sacerdozio. Termina il suo discorso dicendo: «Mentre la politica e le idee dividono, la carità riaffratelli gli uomini: gli uomini dilaniati da una guerra tremenda han soprattutto bisogno di unirsi, per riparare le ferite profonde e per ricostruire»; Diario del Piccolo Cottolengo di Milano, ADO.
63. Lettera a Don Pensa del 30.7.1953; ADO, cart. Don Gnocchi.
64. Forse decisiva, oltre alla determinatezza degli Orionini espressa da Don Pensa, fu una sua lettera del 30.7.1953 al Sen. Gaetano Cantaluppi, presidente dell’Opera Nazionale degli Invalidi di Guerra, nella quale chiedeva la modifica della legge.
65. Nel 1950, i Mutilatini di don Gnocchi, in numero di 120 erano stati accompagnati dal Papa. Pio XII commosso li saluta, ne riceve espressioni di devozione e di affetto, ma si commuove quando due di essi si accostano al Pontefice per offrire un dono. È il loro stemma. Il monogramma di Cristo = X ma i due bracci sono due piccole stampelle legate e sormontate da una corona. Dicono al Santo Padre che nel calice da Lui regalato alla loro chiesa, ogni mattina, nella S. Messa, depongono le loro sofferenze per il Papa.
66. Don Carlo Gnocchi, o.c., p.147-148.
67. La Columbus era diretta dalle Suore del Sacro Cuore di madre Cabrini, era una clinica di lusso ma l’amministrazione aveva sempre riservato un posto gratuito alla Curia arcivescovile, per un sacerdote indigente.
68. Mons. Pignedoli, arcivescovo ausiliare di Milano, gli amministrò gli ultimi Sacramenti; l’Arcivescovo Card. Schuster andò a confortarlo, anche il cardinale Montini sostò presso di lui.
69. Don Carlo Gnocchi, o.c., p. 159.
70. I bimbi che riebbero la vista con la cornea di Don Gnocchi si chiamavano Silvio Colagrande e Amabile Battistello.
71. Fra tutte le testate giornalistiche, bellissima quella che annuncia : “È morto l’apostolo del dolore innocente”, significativa espressione per lui che ha inculcato agli educatori e formatori un dovere imprescindibile nei riguardi dei piccoli infortunati: “insegnare ai nostri figli che il dolore ha un grande potere sul cuore di Dio, di cui bisogna avvalersi a vantaggio di molti”.
72. Di Don Carlo Gnocchi è stata introdotta la causa di beatificazione, a Milano: la fase diocesana, avviata nell’87, si è conclusa nel ’91, e ora prosegue presso la Congregazione per la causa dei Santi.

 

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Buonanotte del 18 agosto 2019