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Messaggi don Orione
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Autore: Giovanni Sale, Alberto Cova, Giuseppe Tuninetti

La pubblicazione del libro di Michele Busi, Roberto De Mattei, Antonio Lanza e Flavio Peloso, Don Orione negli anni del modernismo [Ed. Jaca Book, Milano 2002, p.376, 23 euro] è stato senza dubbio un importante evento culturale riguardante la conoscenza di Don Orione e delle vicende che hanno coinvolto numerosi protagonisti del periodo modernistico in Italia.

DON ORIONE NEGLI ANNI DEL MODERNISMO

La struttura e i contenuti dell’importante volume di studi storici.

Note di lettura di Giovanni Sale, Alberto Cova e Giuseppe Tuninetti.

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UN IMPORTANTE CONTRIBUTO DI STUDIO
Giovanni Sale


Don Luigi Orione appartiene al novero di quelle figure storiche di inesauribile profondità, che rivelano nel tempo aspetti nuovi ed inediti perché hanno avuto una vita relazionale di altissima intensità e valore, anche se spesso discreta.

Don Orione negli anni del modernismo(1) tratta solo un aspetto e un momento della vita e dell’opera di Don Orione, eppure, malgrado le 376 pagine del volume, frutto della approfondita indagine di quattro specialisti, il tema lascia intendere ulteriori sviluppi. Viene offerto un importante contributo allo studio del pensiero e dell’azione di Don Orione sullo sfondo di una delle pagine più controverse della storia della Chiesa italiana del Novecento. Il libro, di scrittura scientifica ma di agevole lettura, edito dalla Jaca Book di Milano, aiuta a ricostruire il quadro complesso delle tensioni modernistiche dell’inizio del Novecento sulla base di documenti di prima mano, tratti per lo più dall’Archivio Don Orione di Roma.

Ma vediamo più da vicino i contributi. Il volume è introdotto da una corposa Introduzione (pp. 13-28) di Annibale Zambarbieri che delinea l’orizzonte storiografico che interessa la tematica del modernismo. Il primo studio, Modernismo e antimodernismo nell’epoca di Pio X (p.29-86) di Roberto de Mattei, ha lo scopo di tracciare le grandi linee del dibatttito tra modernismo ed antimodernismo che aprì il Novecento e nel cui contesto si colloca, in particolare, l’attività di don Orione a Messina negli anni tra il 1909 e il 1912. De Mattei utilizza la più recente bibliografia italiana e straniera, senza limitarsi tuttavia a ripeterne le conclusioni: attraverso la figura di don Orione, il suo saggio vuole ridefinire storicamente e concettualmente le stesse categorie di modernismo e di antimodernismo.

Flavio Peloso interviene nel volume con due saggi. Nel primo, Una rete di rapporti (pp.87-122), illustra le relazioni di don Orione con importanti personalità ecclesiastiche e laiche coinvolte nei problemi del modernismo: figure “istituzionali” come Pio X , il cardinale segretario di Stato Merry del Val, mons. Francesco Faberi, accanto a noti e meno noti esponenti del movimento modernista, o comunque ad esso vicini, quali Romolo Murri, Tommaso Gallarati Scotti, padre Alessandro Ghignoni, padre Giovanni Genocchi, Antonio Aiace Alfieri, Antonio Fogazzaro, padre Mattia Federici, padre Giovanni Minozzi, don Carlo Testone.

Alla relazione di Don Orione con tre importanti personaggi sono dedicati tre capitoli di approfondimento. Antonio Lanza studia Don Orione e Padre Semeria. Una lunga e fraterna amicizia (pp. 124-222) che vide, nei momenti turbolenti, il barnabita stringersi al prete tortonese “come ad una zattera”. Su Don Orione e Buonaiuti (pp. 223-265) si sofferma Flavio Peloso portando alla luce soprattutto l’aspetto umano e spirituale della vicenda, con molti documenti inediti; particolarmente rilevante è la ricostruzione del tentativo di reintegrazione ecclesiastica del “Pellegrino di Roma” attuato nei mesi di ottobre-dicembre 1928, con protagonisti Don Orione e il gesuita Padre Felice Capello. L’ultimo saggio, di Michele Busi, disegna la relazione tra Don Luigi Orione e Don Brizio Casciola (pp. 267-317), mettendo a fuoco in particolare quella fase cruciale del loro rapporto (dal 1914 al 1917) interessata dai problemi del modernismo.

Il volume è completato da una raccolta di Documenti (pp. 319-348), la maggior parte dei quali inediti. Tra questi, merita attenzione la Nota di Lorenzo Bedeschi. Le corrispondenze calabro-messinesi di don Orione all’Unità Cattolica (n. 24, pp. 349-352) che mette sull’avviso di alcune inesattezze di ricostruzione storica e di giudizio interpretativo sull’operato di Don Orione, in cui egli stesso era incorso in un suo studio del 1970, non avendo allora a disposizione documenti solo successivamente venuti alla luce. Il libro è corredato infine da un’ampia Bibliografia (pp. 353-359) e da un ricco Indice dei nomi (pp. 361-373) che costituiscono preziosi strumenti per chi voglia approfondire lo studio.
Ad uno sguardo d’insieme pare di poter dire che il volume è attento nella contestualizzazione ed equilibrato nelle valutazioni. Gli Autori, per la loro diversa formazione e competenza, assicurano tanto la sicurezza dei dati storici complessivi sul modernismo che la conoscenza specifica di Don Orione. È un libro di utile lettura. Molti sono i documenti e i tratti biografici inediti riguardanti non solo il santo prete tortonese ma anche i personaggi con cui entrò in contatto. Inoltre, ed è forse il risultato complessivo più interessante, nella figura di Don Orione si riflette, come in un prisma, quella della Chiesa stessa che, come ha scritto don Flavio Peloso, “nella sua manifestazione di uomini e di azioni è magistra inflessibile fino alla durezza nella custodia della verità consegnatale e, insieme, mater fiduciosa che non abbandona i propri figli attraverso l’azione di altri suoi figli” (p.265).



 

Il 19 maggio 2002, alla Fiera internazionale del libro di Torino, nello stand della Conferenza Episcopale Italiana – Progetto culturale, è stato presentato il libro di M. Busi, R. De Mattei, A. Lanza, F. Peloso, Don Orione negli anni del modernismo (Ed. Jaca Book, Milano, 2002). L’incontro ha avuto per tema “Unità e dissenso nella Chiesa” e sono intervenuti Alberto Cova (Università Cattolica di Milano), Giuseppe Tuninetti (Facoltà teologica di Torino), Flavio Peloso (Segretario generale degli Orionini). Riportiamo un passaggio della relazione del prof. Cova e ampi stralci di quella del prof. Tuninetti .

PROPRIO PERCHÉ ATTACCATO ALLA ROCCIA,
POTÉ SPORGERSI TANTO
Alberto Cova


Nella storia, a volte, gli argomenti sembrano esauriti perché si sono scritti montagne di libri, di studi e biografie e si ha la sensazione che non ci sia più altro da dire su un tema che ha interessato una molteplicità di studiosi. Il Modernismo pareva uno di questi: che cosa c’è da dire ancora sul Modernismo? In realtà, chi legge «Don Orione negli anni del Modernismo» scopre che di cose da dire ce ne sono ancora molte.
Questo libro contribuisce ad approfondire alcune questioni che in parte consentono di rivisitare non solo la valutazione sul comportamento della Chiesa gerarchica, del Pontefice, ma anche, a partire da Pio X, da Benedetto XV e da Pio XI, altre questioni e persone del periodo modernistico. Ci sono dei documenti che fondano un’altra interpretazione che rovescia, a volte, alcune interpretazioni non solo su Don Luigi Orione, ma anche su personaggi quali Padre Giovanni Semeria, Ernesto Buonaiuti, Don Brizio Casciola.
Io dico la mia sorpresa venendo a conoscere come un sacerdote come Orione abbia tenuto contatti con tanti modernisti, conoscendoli personalmente, operando nei riguardi delle loro posizioni, assumendosi a carico le loro posizioni personali.
Forse sul Modernismo, come corrente, di cose ne sono state dette già molte. Sui modernisti, si doveva scavare di più su questi materiali riguardanti i rapporti personali, le situazioni e i problemi vitali, per giungere a delle biografie più complete.
È con grandissimo interesse che ho letto questo libro che mi induce ad immaginare che nell’archivio di Don Orione ci sia ancora una montagna di documenti e di notizie, anche per quanto riguarda le mie competenze più specifiche.
La spinta della carità e della misericordia espressa da Don Orione nei riguardi di questi esponenti del movimento modernista in tanto è robusta, e la si capisce, in quanto Don Orione è in atteggiamento di fedeltà al Pontefice. Per tale fedeltà gli riesce più facile entrare in collegamento con questi fratelli ai limiti o fuori della “soglia di Pietro”, e può contribuire alla loro consolazione o alla soluzione della loro situazione problematica proprio perché ancorato alla roccia di saldi principi e vincoli ecclesiali. Per esempio, quando Semeria si sente isolato ed è vicino al suicidio, Don Orione va da lui e riesce a portarlo fuori da quella situazione tremenda. Questa è la convinzione che ho tratto: in quanto Don Orione è interiormente sicuro, tranquillo delle proprie posizioni, tanto più riesce a venire incontro ai problemi degli altri col massimo di efficacia.


Nel libro ci sono contributi molto importanti. Una delle novità più rilevanti, e anche biograficamente più completa, è quanto riguarda Buonaiuti. Per alcuni interessamenti chiave, per esempio per Buonaiuti o per Brizio Casciola, Don Orione ha avuto un mandato esplicito da parte dell’autorità della Chiesa. Sorprende però venire a sapere che, poi, questi rapporti si sono consolidati e ramificati proprio perché furono i vari Don Brizio Casciola o Buonaiuti o Padre Semeria ad indicare ad altri in difficoltà “rivolgiti a Don Orione”, oppure a dire a Don Orione “vada ad incontrare quella persona”.
Questi sono aspetti di una storia che, credo, per essere compresa anche nei suoi aspetti più visibili e, in questo caso, dottrinali, ha bisogno di essere conosciuta, perché la storia non la si fa solo con la mente e con le idee, ma la si fa anche con il cuore e con le relazioni. Certamente Don Orione è un esponente eminente di questa seconda storia, fatta con il cuore e con le relazioni. Per tale motivo, penso che questo libro costituisca un apporto utile, per la storia sia delle vicende che delle idee.

 

NUOVE LUCI SU DISSENSO E UNITÀ NELLA CHIESA
Don Giuseppe Tuninetti


Quello della crisi modernista di inizio Novecento è stato certamente un periodo di dissenso nei confronti della dottrina e della disciplina della Chiesa cattolica, concernenti ora il dogma, ora posizioni oggettivamente opinabili, ma tradizionali, quindi con l’apparenza di verità o di prassi irrinunciabili, soprattutto per menti poco aperte al cambiamento e alle sollecitazioni della storia e della cultura.
Ora, si sa, il dissenso, specialmente in un organismo così apparentemente monolitico come la Chiesa cattolica, metteva in gioco l’unità della Chiesa stessa, almeno come veniva concepita. Tanto più che sull’onda dell’ultramontanesimo intransigente, potenziato dalla dottrina del Vaticano I sul primato e sull’infallibilità del Papa, si tendeva a concepire l’unità della Chiesa come uniformità. Due esempi a supporto di questa situazione: il movimento liturgico avviato da dom Guéranger, movimento peraltro benemerito, tendeva ad affermare il monopolio del rito latino, a danno di altri riti, altrettanto antichi e di pari dignità all’interno della Chiesa; l’enciclica Aeterni Patris di Leone XIII del 1879, che rilanciava lo studio di San Tommaso d’Aquino, fu interpretata in termini esclusivistici nei confronti dell’agostinismo e del rosminianesimo, penalizzando il pluralismo filosofico e teologico tradizionalmente sempre esistiti nella Chiesa cattolica.
In questa visione dell’unità appiattita sull’uniformità, tendente ad escludere il pluralismo, ogni posizione diversa o nuova poteva apparire come dissenso quindi come ferita dell’unità: quindi dissenso e compromissione dell’unità tendenzialmente enfatizzate in modo indebito. L’enciclica Pascendi del 1907 fu espressione autorevole di questa visione.
A questo mondo – come risulta in modo inequivocabile del libro in questione- apparteneva per formazione e per convinzione don Luigi Orione, che però, venne a trovarsi, suo malgrado, in forza sia dell’obbedienza alla Santa Sede e sia soprattutto della sua smisurata carità pastorale, sulla linea di confine, anzi sulla linea del fuoco tra modernismo e antimodernismo, in una scomoda duplice appartenenza, su piani diversi, a quei due mondi contrapposti, in un difficile equilibrio tra due fedeltà per lui irrinunciabili: alla dottrina della Chiesa (vera o presunta tale) e alla carità soprattutto verso confratelli in profonda difficoltà e sofferenza, i cosiddetti modernisti. Non stupisce che trovandosi su questa linea di confine don Orione sia stato accusato ora di modernismo (perché amico dei modernisti) ora di antimodernismo per la sua indiscussa e incrollabile adesione al magistero della Chiesa, specie del Papa e della Santa Sede.

In che senso don Orione fu antimodernista o modernista?
Il volume in questione, che illumina l’intreccio di rapporti che don Orione seppe intessere per obbedienza alla Santa Sede e per intensa carità sacerdotale con i più significativi modernisti italiani, contribuisce in misura notevole, direi determinante, a dissipare gli equivoci del passato, portando alla luce la limpida posizione di don Orione, sintesi di indiscussa fedeltà dottrinale e disciplinare alla Chiesa e di carità verso i modernisti, veri o presunti tali. Aspetto, questo, colto molto bene nel 1957 da uno dei protagonisti della crisi modernista, Tommaso Gallarati Scotti: «Sentiva questo bisogno di conciliare, ma di conciliare non nella confusione, come avrebbero voluto altri, bensì in una distinzione amorevole, in un calore d’amore e di fervida coscienza (…). Comprensione, comprensione ed intelligenza; ma, secondo me, quello che faceva di Lui un grande psicologo era la carità stessa (…)» (p. 121).
A questo proposito don Peloso commenta che i comportamenti di don Orione «univano stretta ortodossia papale e autentica amicizia con persone erranti, lealtà verso le autorità ecclesiastiche e partecipazione sincera e fattivamente solidale ai problemi delle persone in difficoltà con l’autorità stessa» (p. 122).
Convinto antimodernista sul piano dottrinale e disciplinare, don Orione fu, per obbedienza e per carità, altrettanto convinto e generoso amico dei modernisti sul piano concreto. La carità appunto lo premunì dall’acredine e dall’astio antievangelico di molti antimodernisti, che non esitavano a sacrificare sull’altare della loro ortodossia (che non necessariamente coincideva con l’ortodossia della Chiesa) le persone concrete, che anche e soprattutto per questo vissero drammi esistenziali terribili: emblematica è a questo proposito la vicenda del grande padre barnabita, Giovanni Semeria, qui molto ben documentata dal contributo di don Antonio Lanza. Da una clinica di Vevey in Svizzera padre Semeria, colpito da grave depressione psicologica, scriveva a don Orione nel marzo 1916: «Io ho bisogno di essere occupato, altrimenti faccio qualche sproposito…morale o fisico. Avete cominciato l’opera del mio salvataggio…Il Signore vi aiuti a compierla. Una vostra parola, quando avrete buone notizie da darmi, mi consolerà». In un'altra lettera: «Sentendomi talora provocato al suicidio, in momenti di grande tristezza, voglio qui protestare che, se cedessi all’orribile tentazione, chiedo perdono a Dio e agli uomini» (p. 184).

Stando alla documentazione offerta da questo volume, don Orione non entrava nel merito dei singoli punti dottrinali, eventualmente contestati. Non era questo il terreno del suo dialogo con i modernisti, in primis i preti: a lui stava a cuore la fedeltà alla Chiesa, l’unità della Chiesa minata dal dissenso, per questo si adoperava perché le persone de quibus non lasciassero la Chiesa o, se estromessi, ritornassero: davvero quello della comunione con la Chiesa, in un’umile obbedienza al Papa, era il leitmotiv dei suoi interventi personali.

A don Murri scriveva nel 1907: «Sarai grande e caro al Signore, finché sarai piccolo e umile ai piedi della S. Chiesa nostra Madre. Guarda, mio caro don Romolo, che questo vuole Gesù da te, e te lo dico a nome suo. Alzati, e vieni pregando e umiliandoti ai piedi del dolce nostro Padre» (p. 101).
E ancora nel 1907, dopo la sospensione a divinis del prete marchigiano: «Io ti abbraccio i piedi e le mani sante e benedette e te le bacio; dà amore alla Chiesa! Lascia dietro i tuoi passi, non la tenebra; lascia luce di carità e amore di santa e umile vita di figlio e di sacerdote. Non ci rivedremo, ma ti aprirò la strada; sarò con te, e sarò sempre con te innazi a Dio» (p.101)
Infine nel 1908: «Devi morire a te stesso per amore di Dio e della S. Chiesa aderendo alla dottrina celeste da essa insegnata con le intime tue viscere di figlio devoto (…). Non mi parlare più dei tempi: i tempi, caro te, obbediscono a Dio e Dio all’umile che lo prega». (p. 101)

Al conte Tommaso Gallarati Scotti, dopo la condanna della rivista “Rinnovamento” di Milano , nel 1910 rivolse questo ammonimento: «La vostra anima avrà la sua pace quando voi, come un bambino, vi abbandonerete sul cuore della Chiesa come su quello della madre della nostra fede». (p. 104)

Dopo la condanna del romanzo “Il Santo” comminata nel 1906, don Orione esortava Antonio Fogazzaro in questi termini, tra il rimprovero e l’esortazione: «Così non dovete morire: altro è scrivere romanzi, altro è presentarsi al Tribunale di Dio. La Chiesa Cattolica nostra Madre non è quella che voi avete rappresentata; oh essa è ben diversa, ed io sentii sempre tanto dolore nel vedere che voi la presentate ai vostri lettori così male forse perché voi stesso non l’avete conosciuta. Riparate almeno in parte con un grande passo verso la Chiesa. Riparate le ingiuste avversioni che avete indotte in tanti vostri lettori verso la Chiesa nostra Madre: Essa non è quella che voi avete presentata né la vostra dottrina è sempre la sua. Con un atto di vera umiltà cristiana e di amore filiale, riparate per quanto potete o mio caro fratello». (p. 111)

Tuttavia fu soprattutto nella vicenda del prete romano don Ernesto Buonaiuti che si manifestò la capacità di don Orione di costruire ponti. Infatti fu Pio XI, quindi ormai all’indomani del periodo burrascoso della crisi modernista, a chiedergli – scrive nel suo saggio don Peloso - «di interessarsi di Buonaiuti, non tanto del “caso Buonaiuti”, ma della sua persona. Gli fu chiesto di fare da ponte di comunione fraterna, dal momento che quello della comunione ecclesiastica sembrava irrimediabilmente crollato».
Infatti il Buonaiuti il 14 gennaio del 1921 era stato colpito dalla scomunica e nel 1926 fu dichiarato scomunicato vitando, che quindi i cattolici non dovevano avvicinare. Invece don Orione, per volontà di Pio XI, lo poteva e lo doveva fare e lo fece fino alla propria morte avvenuta nel 1940.
Ciò che colpisce tra l’altro nel comportamento di Buonaiuti è il suo attaccamento alla Chiesa, per cui sentì sempre, anche quando le si scagliava contro, nostalgia e amore. Infatti in occasione della scomunica del 1921 scrisse all’allievo Carlo Arturo Jemolo definendola «provvedimento amarissimo che così bruscamente mi ha reciso dalle carni vive della società cristiana» (p. 228, n.).
Ed è appunto il tema della Chiesa che ricorre sovente nella corrispondenza di don Orione con il Buonaiuti, che cercò con tutte le sue forze di recuperare alla piena comunione ecclesiastica.
Per questo gli scriveva: «Ah! Se il fratello separato, che ieri mi scriveva, pregasse solo un po’, come ritroverebbe la via diritta del ritorno a questa gran Madre a cui il Signore dedit latitudinem cordis: come nell’amore dolcissimo Essa attingerebbe balsamo e conforto alla sua vita e splendore di fede purissima ai suoi passi, né più oserebbe dividere Paolo da Pietro» (p. 230).
Ritroviamo la mediazione di don Orione nel tentativo compiuto nel 1928 dal Segretario di Stato, Cardinal Gasparri, che si avvalse soprattutto della mediazione del gesuita padre Capello. Del coinvolgimento di don Orione è prova la presenza nell’archivio di don Orione di una copia dattiloscritta della lettera che Buonaiuti inviò al papa il 23 ottobre 1928, in cui il prete romano non abiurava formalmente, ma esprimeva un’aperta adesione all’insegnamento della Chiesa cattolica.
Purtroppo la riconciliazione con la Chiesa non avvenne nel 1928 e neppure in seguito. Anzi quello che egli aveva chiamato l’ostracismo dalla Chiesa si aggravò con l’ingiunzione, il 15 febbraio 1929, da parte dell’autorità civile, di deporre l’abito ecclesiastico. Il 20 maggio confidava all’amico Jemolo: “Questa divisa è strettamente legata a tutti i fremiti della mia vita spirituale. Lo spogliarmene è uno strapparmi le carni vive di dosso” (p. 253).
Chi non abbandonò mai Buonaiuti fu don Orione, che continuò a seguire e ad aiutare e ad accogliere l’amico in difficoltà, in particolare a Roma, in via delle Sette Sale 22, casa degli orionini, dove lo scomunicato vitando si presentava alla porta, in abito borghese, annunciandosi semplicemente come “don Ernesto”. Una volta don Orione chiamò i suoi chierici e li invitò a baciare le mani sacerdotali di Buonaiuti: entrambi infatti credevano fermamente nel sacerdozio cattolico indelebile. A volte era don Orione a rendere visita a Buonaiuti nella sua casa, dove la più bella poltrona era quella di don Orione.(p. 256).
Buonaiuti apprezzava con commozione la perseverante amicizia di don Orione; belle ad esempio le parole indirizzate il 20 giugno 1932 a don Orione in occasione del suo sessantesimo compleanno, celebrato a Tortona: «Anche il lebbroso spirituale- quegli che è nell’ostracismo- sapendo quale carità primeggi il cuore del festeggiato, vuole essere, ultimo tra gli ultimi, presente, sulla soglia della casa benedetta, a dire tutto l’impeto della sua riconoscenza e del suo ardente voto bene augurante» (p. 257).

In conclusione, questo libro, per merito dei vari autori, oltre a confermare ulteriormente don Orione come uomo di eminente carità, davvero “uomo per gli altri”, dà un contributo determinante al chiarimento della sua posizione nella crisi modernista, dissipando equivoci: don Orione fu senza dubbio antimodernista, ma sui generis, nel senso che egli non fu innazitutto “contro” - tanto meno “contro le persone” (come invece furono molti antimodernisti)- ma “per” la dottrina cattolica, in una indiscussa fedeltà al magistero e in una docile obbedienza alla gerarchia cattolica, in specie al papa. Ciò che gli impedì di assumere il peggio dell’antimodernismo fu la sua smisurata carità, che se gli faceva respingere l’errore gli faceva amare l’errante (anticipando nella prassi la distinzione di Giovanni XXIII); quella stessa carità che lo fece amico dei modernisti (in particolare di padre Semeria, don Ernesto Buonaiuti e don Brizio Casciola), delle cui terribili situazioni esistenziali si fece letteralmente carico: li aiutò non solo per obbedienza , ma soprattutto per amore.
Un secondo contributo, grazie all’inedita documentazione tratta dagli archivi orionini, è una migliore conoscenza del dramma umano, sacerdotale e spirituale, in una parola esistenziale, dei modernisti, soprattutto dei preti. Quante sofferenze! dovute anche ad una prassi preoccupata giustamente dell’ortodossia, ma a volte gravemente insufficiente sul piano della carità evangelica, da cui mai nessuno, a nessun livello, può ritenersi esonerato.
Di qui un terzo contributo come invito sommesso ma perentorio, non esplicito, ma attraverso i fatti esposti nel volume, sul modo dell’esercizio dell’autorità nella Chiesa: allora ci si preoccupò molto degli errori (non raramente presunti), molto di meno degli erranti. Ci vorrà Giovanni XXIII e il Vaticano II per ribaltare, giustamente e finalmente la prospettiva: non esistono gli errori in astratto, ma le persone che sbagliano, al cui bene – non soltanto a quello della comunità cristiana, la cui unità nel pluralismo va certamente difesa e promossa- vanno orientati anche gli eventuali provvedimenti disciplinari.
 

 

 

 

 

 

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