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Messaggi don Orione
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Nella foto: Don Giuseppe De Luca nel 1961.

Di origine calabrese, nato a Sasso di Castalda nel 1898, egli amò definirsi "prete romano", non solo perché a Roma si stabilì (e morì nel 1962), ma per la sua fede e cultura cattolica e romana. Fu un letterato di grande valore ed esuberanza di produzione e di iniziative volte a dare identità e dignità alla cultura cattolica, mettendola in dialogo con le differenti culture "laiche". Filologo esperto e grande conoscitore della letteratura religiosa di tutte le epoche, curò la pubblicazione di numerosi testi e antologie. Collaborò a numerose riviste e giornali. Sua particolare benemerenza fu la promozione di importanti iniziative editoriali, quali Edizioni di storia e letteratura e l'Archivio italiano per la storia della pietà. Abitando in via delle Sette Sale 19, a due passi dallo studentato teologico di Don Orione, al numero 22, ebbe numerosi contatti con il Beato del quale scrisse delle pagine tra le più belle e profonde in assoluto. “Ho l'animo pieno di lui – scrisse –. Quando penso a lui, mi sento preso da indicibile dolcezza, come quando la sua mano si poggiava sulla mia testa”.

DON GIUSEPPE DE LUCA COMMENTA UN TESTO DI DON ORIONE
 

Uno scritto di Don Orione

“Non saper vedere e amare nel mondo che le anime dei nostri fratelli:
anime di piccoli, anime di poveri, anime di peccatori, anime di giusti, anime di traviati, anime di penitenti, anime di ribelli alla volontà di Dio, anime di ribelli alla Santa Chiesa di Cristo, anime di figli degeneri, anime di sacerdoti sciagurati e perfidi, anime sottomesse al dolore, anime bianche come colombe, anime semplici pure angeliche di vergini, anime cadute nella tenebra del senso e nella bassa bestialità della carne, anime orgogliose del male, anime avide di potenza e di oro, anime piene di sé, che solo vedono sé, anime smarrite che cercano una via, anime dolenti che cercano un rifugio o una parola di pietà, anime urlanti nella disperazione della condanna o anime inebbriate dalle ebbrezze della verità vissuta:
tutte sono amate da Cristo, per tutte Cristo è morto, tutte Cristo vuole salve tra le Sue braccia e sul Suo Cuore trafitto.
La nostra vita e tutta la nostra Congregazione deve essere un cantico e insieme un olocausto di fraternità universale in Cristo.
Vedere e sentire Cristo nell'uomo. Dobbiamo avere in noi la musica profondissima e altissima della carità.
Per noi il punto centrale dell'universo è la Chiesa di Cristo e il fulcro del dramma cristiano: l'anima.
Io non sento che una infinita, divina sinfonia di spiriti, palpitanti intorno alla Croce, e la Croce stilla per noi goccia a goccia, attraverso i secoli, il sangue divino sparso per ciascuna anima umana.
Dalla Croce Cristo grida: “Sitio!”. Terribile grido di arsura, che non è della carne, ma è grido di sete di anime, ed è per questa sete delle anime nostre che Cristo muore.
Io non vedo che un Cielo; un cielo veramente divino, perché è il cielo della salvezza e della pace vera: io non vedo che un regno di Dio, il regno della carità e del perdono, dove tutta la moltitudine delle genti è eredità di Cristo e regno di Cristo.
La perfetta letizia non può essere che nella perfetta dedizione di sé a Dio e agli uomini, a tutti gli uomini, ai più miseri come ai più fisicamente e moralmente deformi, ai più lontani, ai più colpevoli, ai più avversi.
Ponimi, o Signore sulla bocca dell'inferno perché io per la misericordia Tua lo chiuda.
Che il mio segreto martirio per la salvezza delle anime, di tutte le anime, sia il mio Paradiso e la suprema mia beatitudine. Amore delle anime, anime, anime! Scriverò la mia vita con le lacrime e col sangue (25.2.1939).
L'ingiustizia degli uomini non ci affievolisca la fiducia piena nella bontà di Dio; sono alimentato e condotto dal soffio di speranze immortali e rinnovatrici. La nostra carità è un dolcissimo e folle amore di Dio e degli uomini che non è della terra. La carità di Cristo è di tanta dolcezza e sì ineffabile che il cuore non può pensare, né dire, né l'occhio vedere, né l'orecchio udire. Parole sempre affocate. Soffrire - Tacere - Pregare - Amare - Crocifiggersi - Adorare.
Lume e pace di cuore; salirò il mio Calvario come agnello mansueto. Apostolato e martirio: martirio e apostolato. Le nostre anime e le nostre parole devono essere bianche, caste, quasi infantili, devono portare a tutti un soffio di fede, di bontà, di conforto che elevi verso il Cielo. Teniamo fermo l'occhio ed il cuore nella divina bontà. Edificare Cristo! Edificare sempre! “Petra autem est Christus!”.


Il commento di Don De Luca

Parlando di Don Orione, in occasione della sua morte, si accennò cautamente, ma con intenzione, che mai non si sarebbe potuto parlare di lui a modo, fino a quando non avessimo avuto sott'occhio e tra mano qualche documento della sua vita più interiore, qualche segreto svelato della sua anima men nota. Le sue parole erano come le sue "opere", nella luce del sole e per gli altri: doveva, tuttavia, Egli pronunciarne altre in un'altra luce (nessuno parla nel buio) non per noi né per la storia, ma in quello spazio che non è più cosa geometrica.
Se un uomo c'è che non tace, quando tace, è il Santo, e i Santi che han detto a Cristo parole di fuoco, non sono come si crederebbe, i Santi della contemplazione, bensì e soprammodo i Santi dell'azione: S. Caterina da Siena, irrequieta e giramondo, S. Teresa d'Avila, riformatrice e fondatrice di molte Case, S. Francesco Saverio, che scappa dall'Europa e in pieno Cinquecento tocca il Giappone, muore solitario in un'isola di quei mari lontani, ecco i Santi, che devono aver parlato, quando parlavano a Cristo, con parole tutta luce e fuoco puro.
Chi tace, anche con Dio, è il contemplativo, il quale vede, e vedendo si sazia e posa o semplicemente palpita. È molto raro che di quelle parole segrete resti fra gli uomini una traccia. Rarissimo, singolare, non però impossibile, quasi sempre casuale. Di Pascal nessuna meraviglia che siano giunte a noi le pagine matematiche, le pagine giansenistiche, le pagine apologetiche; ma è meraviglia grande, che ci sia restata la rivelazione del fuoco interno nella notte misteriosa.
Don Orione, non era un grande scrittore, non era anzi scrittore affatto: non per vocazione, né per elezione, ma scriveva per necessità, come la comune degli uomini. E tuttavia alcune delle sue parole erano tali, scaturivano da così profondo fuoco, in una luce così nuova, che rimarranno più di molte dozzine di centinaia di volumi negli anni nostri. Alla cortesia di un amico, il quale vuol restare ignoto, dobbiamo comunicazione di un foglio in ottavo, scritto sulle quattro facciate, a piena pagina, e tumultuariamente, con molto uso di a capi, sviste evidenti, qualche cancellatura e giunte negli interlinea. Che cosa intendesse Don Orione, io non so né sa l'amico o almeno non me l'ha detto. Traccia di discorso non pare; e poi, quella data in parentesi fa pensare a notazione intima. Che sia uno scritto per altri, non pare nemmeno; tante confidenze, di sé non le avrebbe mai fatte. Noi crediamo, queste quattro pagine, residuo della carta di un'ora di preghiera, tentativo di salvare con l'inchiostro e in ombra un ricordo di affetti, un passaggio di luce, un segno di momenti carichi, esplosi nel silenzio e caduti poi quietamente, come cade una sera fra gli alberi in campagna.
Non dico di un lettor semplice, dico d'un esperto di testi spirituali e mistici, che non può non restare percosso da alcune di queste frasi, roventi e incandescenti, che in un punto, han perduto l'uso delle maiuscole, agli a capo, e ogni punteggiatura: e son rimasti in carta nel disordine d'un sangue, che fluisce e cade da una ferita improvvisa, e pigliano un vento di volo, come strofe.
Le ultime due pagine risentono d'una struttura più frettolosa e più disordinata: ma sono le più dirette e le più ricche di rivelazione interiore. La data apposta al proposito di scrivere la Sua vita con lacrime e col sangue (e cioè tesserla, farla, viverla; in questo senso Egli ("scriveva") ci dicono chiaro che si tratta degli ultimi anni di Don Orione.

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