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Messaggi don Orione
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Autore: Antonio Lanza

Reggio Calabria, marzo 1989
Commemorazione dell’80° anniversario della presenza di Don Orione: 1909-1989


Porgendo il saluto a questa qualificata rappresentanza delle Sezioni Ex Allievi orionini d’Italia, qui convenuta per commemorare l’80° anniversario della presenza del nostro Padre e Maestro in questa generosa terra, piace ricordare subito uno dei più graditi e confortati incontri che Don Orione ebbe in quei lontani giorni del terremoto calabro-siculo.

È il 14 gennaio 1909 e D. O. è salito sulla nave “Sardegna”, dove ha posto il suo quartiere generale il comandante militare di Messina. Si trova lì per ottenere l’autorizzazione ad interessarsi degli orfani del terremoto. Aveva, si, delle lettere commendatizie rilasciategli dal Vescovo di Cassano allo Ionio, ma – piovuto giù da così lontano – poteva forse passare per un avventuriero che profittasse dell’immane sciagura per chissà quali suoi fini. Così, pur magnanimo e coraggioso quando si trattava di far del bene, quella fredda mattina di metà gennaio, doveva sentirsi un po’ solo e preoccupato nel presentarsi, povero e sconosciuto, ad un’autorità che s’era già mostrata restia ad affidare orfani a persone o ad enti non governativi. (Papasogli II 189) Immaginiamo quindi come gli si sarà aperto il cuore quando, ad introdurlo dal Regio Commissario, trova un suo antico allievo. Attendente infatti del Tenente Generale Francesco Antonio Mazza è il soldato Enrico Lanzavecchia, ex allievo del Collegio S. Chiara di Tortona. Quello che si prospettava come un incontro difficile, si risolse in una quasi rimpatriata: il generale era di Rivanazzano e il suo attendente, di Predosa, due piccoli centri vicini alla sua Tortona.

D. O. vide accolta la sua richiesta ed in un riconoscente pensiero alla Provvidenza l’avrà certamente ringraziata anche per avergli fatto trovare sul cammino, in un momento difficile, un suo caro ex allievo.
E veniamo ad una rapida esposizione degli avvenimenti che, 80 anni fa, trattennero D. O. in Calabria per una ventina di giorni.

Era stata una giornata veramente particolare per Messina quell’ultima Domenica del 1908! Nella mattinata erano apparse sui muri della città strisce con la scritta “Gesù Cristo non è mai esistito” e, per dimostrare l’empia affermazione, alla sera, in un pubblico teatro era seguita una blasfema rappresentazione, mentre il Circolo “Giordano Bruno” si riuniva per “decretare la distruzione della Religione in Messina” (Summarium 1092)
Sempre in quella Domenica, 27 dicembre 1908, sul giornale umoristico locale “Il Telefono”, si poteva leggere una sacrilega parodia della Novena di Natale con la delirante invocazione a Gesù Bambino, rimasta tristemente famosa: “O Bambinello mio, - vero uomo e vero Dio, - per amor della tua croce – fa sentir la nostra voce: - Tu che sai, che non sei ignoto, - manda a tutti un terremoto”.
“Con impressionante puntualità – scrive Don Sparpaglione – poche ore dopo, Messina era rasa al suolo” (Sparpaglione I 179).

Ore 5 e 20 e 27” del 28 dicembre 1908: una scossa di terremoto – di poco più di 30 secondi, ma del 10° grado della scala Mercalli – ed un maremoto – che, ritirate le acque fino ad un 200 metri dal litorale, le rigetta in tre successive ondate che raggiungono i 10 metri di altezza – travolgono Messina e l’antistante costa calabra: 80.000 morti, il 91% degli edifici rasi al suolo o resi instabili, e danni – rapportati al valore della moneta d’oggi – sui 3.000 miliardi. (Pronzato 162s).
Il direttore della società sportiva “Pro Zancla” incontrando, quella mattina, il direttore del settimanale “La Scintilla” esce in questo lapidario commento: “Gesù Cristo ha manifestato la sua esistenza” (Summarium 1092).
Era lo sfogo esacerbato di uno dei tanti messinesi che avevano sofferto per la scandalosa rappresentazione della sera precedente.
Quasi seguisse la scia di questa emotiva dichiarazione a caldo, si sviluppò in quei giorni un arroventato dibattito sui possibili significati di quel terribile flagello.
Papini, non ancora convertito, vedeva nel terremoto un richiamo agli uomini indifferenti, col pensiero già rivolto al cenone di fine d’anno; ad essi la morte offriva lo spettacolo di quel lugubre banchetto di migliaia di vittime umane. Un anonimo cronista, dando un’interpretazione ancor più moralistica, si chiedeva sgomento: “Che male avrà fatto questa città per meritare il castigo di Sodoma e Gomorra?; e, da un pulpito – con uno zelo sconsiderato, specialmente in quei tragici momenti - si arrivò a parlare del disastro come di un castigo di Dio (Pronzato 163), scatenando la reazione dei liberi pensatori che, ironizzando pesantemente su tali interpretazioni, facevano sui giornali irriverenti accenni al “dito delinquente” di Dio, che aveva provocato tale rovina.

In quel frangente, un oscuro sacerdote, che si trovava a mille e più chilometri di distanza dall’epicentro del sisma, non si interessò alle sfasate discussioni sul “dito” di Dio, ma, superando le sterili polemiche, si mosse generosamente in aiuto ai sinistrati divenendo, per molti di essi, la manifestazione viva della benefica “mano” di Dio. La notizia del terremoto D. O. l’apprese il giorno dopo dai giornali, che parlavano di edifici danneggiati anche a Noto. In quella cittadina la Congregazione dirigeva una Colonia Agricola. Per avere notizie dei religiosi e degli assistiti che in essa risiedevano, D. O. telegrafa subito, il 29 dicembre, al Vescovo di Noto: “Prego V.E. notificarmi se terremoto (ha) danneggiato personale Colonia Agricola” (Scr 60 164). Non ricevendo risposta, il giorno dopo si rivolse al Sottoprefetto della città: “Telegrafato invano ieri Vescovo Blandini, pregoLa togliermi trepidazione dandomi notizie Colonia Agricola Immacolata” (Scr 60 231b). Ma il secondo telegramma non ebbe migliore sorte del primo.
Il silenzio delle linee di comunicazione, probabilmente dovuto alla rottura dei cavi nello stretto di Messina, diedero un ulteriore conferma delle proporzioni apocalittiche della catastrofe. I giornali riferivano di decine di migliaia di periti sotto le macerie, ma, fra i superstiti quanti erano rimasti senza tetto? E quanti – e qui la domanda si faceva più angosciosa – quanti bambini erano rimasti senza genitori?
Questo pensiero sovrasta ogni altro in D. O. e decide di intervenire.

La Divina Provvidenza gli aveva aperto una pista qualche giorno prima. Il Vescovo di Cassano allo Ionio gli aveva offerto la custodia del Santuario della Madonna della catena con annessi locali e terreni adatti per avviarvi una Colonia Agricola. Per scarsità di personale disponibile, non aveva ancora osato dare risposta; la dà quello stesso 30 dicembre col seguente telegramma a Mons. Pietro La Fontaine: "“e V. E. crede Casa annessa Santuario Madonna Catena possa aprirsi Colonia Agricola per orfanelli calabresi colpiti dal recente disastro, benché povero al momento di personale, accetto in Domino pienamente fidato Provvidenza e aiuto Maria SS.ma"”(Scr 60 5).
Siccome la Congregazione allora era solo di diritto diocesano, occorreva il benestare del Vescovo di Tortona per l’avvio di nuove attività; ora poi D. O., non avendo al momento un proprio religioso a disposizione, doveva ottenere da Mons. Bandi anche un sacerdote diocesano per l’apertura della Colonia Agricola. Sicché, in attesa della risposta dal Vescovo di Cassano e del permesso da parte di quello di Tortona, dovette correre qualche giorno prima che egli potesse partire.

Finalmente il 4 gennaio, con la corsa delle 9, 18 (Papasogli II 185), lascia Tortona in compagnia di un sacerdote diocesano, don Carlo Pasquali. Nella tarda serata è a Roma, dove si ferma anche parte del giorno successivo molto probabilmente per un salto in Vaticano, onde avere indicazioni e ricevere eventualmente disposizioni, come fa supporre l’incarico che gli sarà affidato non appena incontrerà la Delegazione Pontificia. Riparte in giornata e la mattina seguente – Epifania del 1909 – raggiunge la Calabria. Mentre don Pasquali prosegue lungo la costa tirrenica per raggiungere Mons. Morabito, Vescovo di Mileto, lui passa sull’altro versante dell’appennino calabro e punta direttamente su Cassano per predisporre col Vescovo Mons. La Fontaine l’accoglienza dei primi orfani e farsi rilasciare delle lettere commendatizie per le Autorità civili ed ecclesiastiche di Reggio e di Messina.
Basati sulla corrispondenza scarna, ma sufficiente, che ci è pervenuta,, siamo in grado di seguire passo passo Don Orione negli spostamenti di quei giorni. Risulterà una cronistoria piuttosto arida, ma penso sia questo il compito a me affidato: fissare una base cronotopologica che metta in risalto il faticoso peregrinare e i sacrifici dai quali sbocceranno, in Reggio, le opere di carità, che saranno materia di trattazione nei successivi interventi.
Presi dunque gli accordi col Vescovo di Cassano, riparte alla sera col treno che ha ancora qualche sobbalzo per scosse di terremoto. La mattina del 7 è a Catanzaro Marina, dalla quale spedisce il primo scritto per Tortona: “7 gennaio 909, ore 10. Caro Sterpi, sono a Catanzaro Marina. Stanotte due scosse di terremoto. Stabilito apertura Colonia Agricola con Mons. La Fontaine. Sono diviso da don Pasquali. Vado Reggio. Pregate e fate pregare giovani” (Scr 10, 210). Oltre all’economia della carta – foglietto rimediato, scritto a matita – è evidente anche quella del tempo: testo telegrafico e quel “Caro Sterpi” nel quale vediamo ridimensionato il “carissimo” di migliaia di altre sue lettere e addirittura scomparso il “don”. Il suo pensiero, il suo interesse sono protesi nell’ansia di arrivare quanto prima sul campo di lavoro.
Purtroppo la precarietà dei mezzi di trasporto gli frenano la marcia. Mentre aveva scritto “Parto per Reggio” nell’evidente previsione di arrivare presto in quella città, dopo una sessantina di chilometri il treno ferma a Roccella Jonica.
Ne approfitta per scrivere una seconda lettera. È diretta a don Giuseppe Ravazzano, economo del Seminario di Tortona e, in certa misura, anche del Collegio di Don Orione: “Da Roccella il 7 gennaio 1909, ore 13,30. Caro sig. Economo, se sapesse quanto mi costa questa cartolina per poterla trovare! Sono a poca distanza da Reggio. Stasera dormirò coi morti. Non ho notizie dall’altro ieri di don Pasquali, egli è sull’altro versante, io sul versante del Jonio, qui presso il mare. Scrivo da una rovina. Avrò da farmi 4 ore a piedi. Stanotte due belle scosse che il treno saltava. Tengo lettere credenziali per entrare nel cordone dello stato d’assedio. Spero parlare col Tenente Generale Mazza, R. Commissario. A Cassano ho fatto tutto per gli orfani. Le raccomando la Casa di Tortona. Preghi per me” (Scr 40 66).
Ma, di nuovo, nonostante la speranza di essere presto a Reggio nel cuore della tragedia – “Stasera dormirò con i morti” aveva scritto - ; nonostante le 4 ore di cammino per raggiungere la prima stazione in cui i treni funzionassero, dopo una settantina di chilometri, il treno si ferma a Bova e il viaggio è nuovamente interrotto. Questa volta però la sosta fu provvidenziale. Per D.O. fu una breve parentesi di serenità nel concitato peregrinare di quei giorni. Cercata ospitalità presso il Seminario locale, vi trova i Salesiani e fra essi incontra – immaginiamo con quanta emozione! – un suo antico insegnante all’Oratorio di Valdocco. Per l’ex allievo Orione – piace sottolineare l’episodio in questo Convegno Ex Allievi – fu un tuffo nel passato, un bagno ristoratore nei ricordi degli anni passati all’ombra dell’Ausiliatrice e dell’indimenticato Maestro Don Bosco.

Questo squarcio di serenità si apre in mezzo alla sofferta tristezza che traspare dall’impressionante scenario descritto nella lettera che invia a Don Sterpi la mattina dell’8: “Vi scrivo dal Seminario di Bova Marina, perché ieri il treno ebbe molto ritardo che non fu possibile giungere a Reggio. Oggi così ho potuto celebrare, ciò che non potei ieri. Ho trovato qui i Salesiani e il Direttore è (don) Calvi che fu mio professore a Torino (…). Stanotte tre scosse: ieri sera una sussultoria, stanotte due ondulatorie. Scrivo queste note per sbieco, da una casa presso la piazza, dove dal popolo si canta la Messa da morto per i periti. Che tristezza! Qui si dorme fuori, in baracche, e la Messa si dice sui gradini esterni delle chiese e il popolo sta sul piazzale. Qui, danni alle cose e alle bestie nelle stalle; alle persone, poco. Riparto per Reggio, ore 8,30. (Fino) a Mèlito con cavalcature e di là a Reggio” (Scr 10, 211)
Questi ultimi 45 Km., da Bova a Reggio, dovettero presentare le maggiori difficoltà, se a coprirli occorsero un giorno e una notte. Nel capoluogo calabro infatti D.O. arrivava solo il 9 mattina.
Dalla stazione si porta immediatamente all’unico centro organizzato della città, la scuderia del palazzo arcivescovile. Il palazzo era crollato, aveva invece resistito la scuderia, e qui il Vicario Capitolare, Mons. Dattola, che reggeva l’archidiocesi dopo la morte del Card. Portanova, scomparso qualche mese prima, aveva organizzato un’infermeria per i feriti appartenenti al clero.

L’accoglienza del clero reggino non sarebbe stata delle più incoraggianti, se dovessimo accettare in blocco la cronaca che il Canonico Vilardi mandò alle stampe e don Sparpaglione inserì nella sua “Vita di Don Orione”, pur dopo averne emendate le inesattezze (Sparpaglione VIII 157s). Anche così emendata, resta poco attendibile. Ci presenta un D.O. che, al suo arrivo nel luogo dove era convocato il clero, non trova uno che gli rivolga la parola; è così stremato di forze – dopo oltre 70 ore di digiuno – da non poter nemmeno celebrare la Messa, ma – fatta la Comunione – deve adagiarsi esausto sul materasso di un seminarista, provocando l’esasperato apostrofe di “un’autorevole persona”: “Cacciatelo, cacciatelo: sono preti sfruttatori, portati qui dal terremoto!” (Sparpaglione VIII 158).
Queste disumane parole, che fanno male risentendole anche ad 80 anni di distanza, con tutta probabilità non furono mai pronunciate o, per lo meno, non furono pronunciate all’indirizzo di D. O. per la semplice ragione che non coincidono con notizie che abbiamo da altre fonti sicure.
Quando infatti D. O. arriva non è trascurato o volutamente ignorato, perché – presentate le commendatizie del Vescovo di Cassano – la persona più autorevole del momento, il Vicario Capitolare, lo accoglie con l’entusiastica esclamazione: “Lode alla Provvidenza di Dio!” (Papasogli II 182); non poteva essere digiuno da oltre 70 ore, se aveva lasciato Cassano solo da due giorni ( e le ore si dovrebbero ridurre a 48), e la mattina precedente era ancora ospite dei Salesiani, sicché in realtà poteva essere digiuno, al massimo, da 24 ore; quanto poi all’essere talmente esausto da poter fare solo la S. Comunione, sentiremo che non solo celebrò la S. Messa, ma ne servì un’altra ed amministrò pure un battesimo.

Leggiamo quanto scrive a Don Sterpi della sua prima giornata a Reggio: “Vi scrivo da Reggio, come vedete, dalla rimessa del fu Card. Portanova, dove stamattina ho celebrato e anche servito la Messa; questa fa da Cattedrale. Oggi (ho) battezzato un neonato, bambino estratto con la madre viva. Sono ospite – per terra, perché nessuno ha letto e si dorme all’aperto - del Vicario Capitolare Dattola all’Arcivescovado. Qui tutte le chiese distrutte. Il SS. Sacramento non fu ancora estratto di sotto alle macerie né della Cattedrale, né di alcuna altra chiesa. Qui non è giunto finora nessun soccorso, eccetto quello dei soldati. Finora Mons. Bonzano, Delegato Pontificio, con la Commissione, non è venuto; è a Messina. Sono tutto bagnato. Oggi pioggia dirotta. Cadono muri e tuona. Continuano scosse. Stanotte partirò per Gioia Tauro, linea Catanzaro – S.Eufemia, e sarò a Gioia Tauro alle 18 di domani 10 corr. Vado a prendere don Pasquali per dargli da condurre a Cassano orfanelli già raccolti qui. Io mi fermerò sul luogo del disastro. Lunedì in giornata sarò di nuovo a Reggio. Pregate” (Scr X 212). Ad un sacerdote che – adempiuti i doveri del sacro ministero – si mette tosto in moto alla ricerca di orfanelli e, alla sera, è zuppo di pioggia, ma ne ha già raccolto un gruppetto, non può attagliarsi l’etichetta di prete sfruttatore!

Il buon canonico che, come s’è visto, non è esatto nel riferire i particolari cui abbiamo accennato, molto facilmente s’è confuso anche nell’attribuire ad “autorevole persona” del clero quell’infelice apostrofe. Del clero reggino del tempo preferiamo mantenere il concetto che ne aveva D. O. , il quale non solo lo stimò, ma quando questi fu fatto bersaglio di critiche malevoli ed ingiuste, additò all’ammirazione – riporto le sue parole -“l’azione svolta dal clero superstite di Reggio Calabria, opera veramente degna della divina missione del sacerdozio e del plauso di quanti sono onesti e sereni nel giudicare” (Papasogli II, 197).
Possiamo dunque ritenere che anche in quella prima giornata di permanenza a Reggio, D. O. abbia seguito il suo solito ritmo di attività, prendendo una sommaria visione della situazione. La città che prima del terremoto aveva 45.000 abitanti, ora stava piangendone la scomparsa di un 15.000 ed era pressata da mille urgenti necessità. Per questo D. O. pensa di condurre a don Pasquali gli orfanelli che ha raccolto, mentre lui tornerà a prestare la sua opera “sul luogo del disastro”, come lui scrive.
Così la sera stessa del giorno in cui era arrivato (9 gennaio) riparte con gli orfanelli per Gioia Tauro. La cittadina, seguendo la costa tirrenica, dista da Reggio 51 Km., ma siccome da quella parte la linea è interrotta e i bambini che porta con sé non avrebbero potuto affrontare complicati trasbordi o fare lunghi percorsi a piedi, deve risalire la costa jonica e fare 320 km. impiegandovi una notte e un giorno. Arriva infatti a Gioia Tauro alle 18 del 10 gennaio, il tempo di affidare i ragazzi a don Pasquali ed avere un costruttivo abboccamento col Vescovo di Mileto Mons. Giuseppe Morabito, lui pure molto impegnato nell’opera di soccorso. Concertano un piano di massima e stendono una relazione da inviare a Roma.
Alle 20,30 è di nuovo in treno a rifare i 320 km. in senso inverso. Alle 18 dell’11 gennaio è a Roccella, dove in attesa della coincidenza, può scrivere a Don Sterpi – solito foglietto rimediato, scritto a matita - : “Vi scrivo da Roccella Jonica, mentre aspetto il treno per Reggio. Vengo qui da Gioia Tauro, dove ho parlato per 2 buone ore con Mons. Morabito per decidere sulla sorte infelice di tanti orfanelli di Reggio. Poi egli ha scritto in proposito al Santo Padre un espresso che io impostai a S. Eufemia questa notte. Spedite sempre fermo posta Reggio Calabria; lì non c’è distribuzione. Sto presso Vicario Capitolare. Sarò là domattina. Speditemi un po’ di francobolli espressi: lì non ce n’è. Ho ancora 30 lire. Deo gratias. Stasera cielo bello – mare brutto. Ieri qui vicino (scosse di) terremoto. Pregate” (Scr. X, 212s).

Il 12 e il 13 gennaio resta a Reggio che, come abbiamo visto, ha fissato come punto di riferimento per la corrispondenza. Il 14 è a Messina per conferire col gen. Mazza e di lì fa un salto a Noto per vedere i suoi religiosi e prendere un giovane che faccia da assistente agli orfanelli.

Il 17 gennaio è nuovamente in Calabria, come rileviamo da un bigliettino a Don Sterpi in tale data: “Sono stato a Noto e porto con me un giovane di quella Colonia, che farà da assistente a Cassano. Stasera sarò a Gioia Tauro da Monsignor Morabito. Fate pregare. Presto vengo; io sto bene; a Noto tutto bene” (Scr X 214).

Il giorno dopo – 18 gennaio 1909 - , con la partenza di don Pasquali e degli orfanelli per Cassano, è fissata la prima tenda orionina in Calabria.
Poteva seguirne subito una seconda perché Mons. Morabito trattenne quel giorno presso di sé D. O. per fargli proposte concrete circa l’apertura di un Istituto Agricolo a Polistena. Il nostro Padre è d’accordo nell’idea, e pensa di affidare la realizzazione del progetto a don Pasquali e per questo, pensiamo, la mattina dopo spedisce un espresso a Mons. Bandi. L’urgenza dello scritto – steso di prima mattina e spedito per espresso - fa infatti supporre che trattasse di quanto era stato concertato con Mons. Morabito e chiedesse l’approvazione per l’esecuzione.

Quella mattina (19 gennaio), mentre è in viaggio per Cassano, mette al corrente anche don Sterpi: “S. Eufemia, ore 12. Caro Don Sterpi, stanotte ho dormito un po’ a Gioia Tauro e stamattina, prima di celebrare e mettermi tosto in viaggio, scrissi una lettera a Mons. Vescovo nostro che viaggia con la presente, ma giungerà forse prima perché avevo un francobollo espresso e ce lo misi. A Cassano andò ieri D. Carlo con un gruppo di orfanelli e quel giovane di 19 anni che andai a prendere a Noto. Qui oggi piove, e stanotte tra il terremoto e l’aeromoto non ci fu verso di quietare. Mons. Morabito vorrebbe tenermi qui per un grande Istituto Agricolo: avrei pensato a Don Pasquali. Dio ci benedica tutti!” (Scr. X 215).
È l’ultima lettera – almeno fra quelle che ci sono pervenute – scritte in quei giorni in Calabria. Per l’Istituto di Polìstena non ci fu nulla da fare: il Vescovo di Tortona richiamerà presto Don Pasquali in Diocesi e lo stesso Don Orione sarà dirottato dalla delegazione Pontificia a svolgere la sua attività a Messina.

Tornato infatti a Reggio, incontrò Mons. Emilio Cottafavi, inviato della S. Sede, che gli affidò il compito di seguire la “Cataluna” , nave di un ricco armatore spagnolo messa a disposizione del Papa per la raccolta degli orfani.
Il giro nei vari porti terminò il 30 gennaio a Messina. Qui il gen. Mazza fece sbarcare i ragazzi messinesi già sistemati sulla “Cataluna” e ne affidò la cura a D. O., il quale pertanto deve fermarsi a Messina. Nel contempo la Delegazione Pontificia, avendo posto la sua sede in Reggio, fa affidamento su D. O. per l’assistenza agli orfani dell’isola e a D. O. si appoggerà anche il Patronato Governativo “Regina Elena”. Sicché tutto il movimento assistenza orfani di Messina finirà per gravare in buona parte sulle spalle di Don Orione.

E a Reggio Don Orione non ci penserà più?
Certo che a Messina occupazioni e preoccupazioni non gli lasciano respiro. Nella corrispondenza con Don Sterpi di tanto in tanto gli sfuggono delle espressioni fin troppo eloquenti. “Sono oppresso da un cumulo di lavoro per gli orfani” scrive il 23 marzo (Scr. X 223). E altra volta: “Voi e don Ravazzano non capite la mia situazione o credete che io scherzi, mentre affogo” (Scr X 247); e altra ancora: “Povero me! Sento di essere solo e non ce la faccio più” (Scr. X 251) e infine, per limitarci alla corrispondenza di quei primi mesi: “Caro Don Sterpi, sono stanco; ve lo dico non per complimento: sento proprio che il cuore si stanca e la testa che non ne può più” (Scr. X 253). E allora aveva solo 37 anni!
Eppure, anche in quelle condizioni, non dimentica Reggio! Pensa a distribuire in egual misura, tra Messina e Reggio, le offerte che gli pervengono, come fa con le 1.000 lire inviategli da Mons. Bandi (cfr. SCR X 219). Anzi, ad un certo momento (giugno 1910), viene addirittura accusato di aver dato ad un’associazione sportiva di Reggio più di quanto aveva concesso ad analoga società messinese, tanto da dover difendere l’equità del suo operato in una lunga lettera al Segretario di Stato di San Pio X, Card. Merry del Val (S. 1115).

Per quanto riguarda invece le istituzioni orionine a Reggio, queste – come ci verrà illustrato domani – prenderanno corpo nel 1910; ma anche nel 1909 D. O. pensava qualcosa per questa città. Il 10 ottobre di quell’anno, rispondendo a Mons. Cottafavi che lo invitava a fare qualche salto anche a Reggio, risponde: “Io vorrei venire, ma cosa vuole? Alla mattina è già sera, e alla sera è già mattina; e la mia vita è una ruota”. Però, nonostante tutto sta programmando qualcosa anche per Reggio, e continua: “Sa che metterò i miei (religiosi) a Reggio? Vorrei metterci l’Oratorio festivo e una scuola di religione con palestra” e termina con una dichiarazione, che riporto a conclusione di queste affrettate e un po’ arruffate parole, quale chiara conferma dell’amore di D. O. per questa terra e solidarietà con i suoi abitanti: “Vede – fa osservare a Mons. Cottafavi - , vede che non abbandono la Calabria e che sono anch’io calabrese” (Scr. 48 166).

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