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Messaggi don Orione
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Autore: Pierangelo Ondei

Relazione di Don PIERANGELO ONDEI
al 3░ Convegno per le Equipes di gestione.
Buccinigo, 4 maggio 2006.


RELIGIOSI E LAICI

  Per un'esperienza comunitaria nelle opere di carità

 

Premessa

Innanzitutto bisogna dire che Don Orione ebbe una straordinaria produzione letteraria. Ancora oggi ci chiediamo come abbia potuto stendere una così vasta quantità di pagine, tra i pressanti impegni che lo oberavano quotidianamente,

E' appunto a partire da alcuni frammenti di una lettera di Don Orione, che vuole svilupparsi la presente riflessione.

Sono però necessarie a questo punto tre brevi premesse.

 

1. Occasionalità dei testi

Don Orione non ha mai avuto né il tempo né l'intenzione di scrivere “trattati”, su nessun argomento. Persino le fonti della cosiddetta pedagogia cristiano-paterna sono tratte da poche lettere che egli scrisse occasionalmente ai suoi religiosi, per risolvere qualche concreto problema educativo.

Proprio la occasionalità è la caratteristica principale degli scritti del Fondatore. Un po' come in San Paolo! Nel suo epistolario alle comunità cristiane, l'apostolo affrontava i più svariati argomenti della fede a partire da situazioni concrete e ben circostanziate. Da quelle lettere è emersa una teologia composita e profondissima.

 

2. I destinatari degli scritti

Don Orione scrive la maggior parte delle sue lettere ai propri religiosi, trattando argomenti di organizzazione apostolica e pastorale e temi relativi alla vita consacrata, sia comunitaria che personale.

Anche i passi sulla comunione e collaborazione tra le persone sono sviluppate sotto il profilo della fede e facendo appello ai valori propri della vita religiosa. L'aspetto della presenza e collaborazione laicale è marginale. I laici, in genere insegnanti delle scuole, sono visti ancora come soggetti passivi, verso i quali bisogna esercitare la vigilanza perché svolgano bene il loro compito. Vi è solo in embrione, qua e là, l'idea di un laicato propositivo e creativo (cfr Carta di comunione).

 

3. Estraneità dell'argomento

Una terza premessa, da tener ben presente, è una qual certa estraneità dell'argomento che trattiamo rispetto al “pensiero” orionino.

Mi spiego.

L'argomento della collaborazione, delle dinamiche relazionali integrate, come devono essere quelle che caratterizzano il lavoro di una Equipe di gestione , sono al di fuori del panorama culturale del tempo in cui Don Orione è vissuto. Per cui egli non ha mai trattato questo tema, né direttamente né occasionalmente.

Bisogna pensare che, all'epoca, la società – ed ancor più una Congregazione religiosa – si basava sul principio di autorità. A gestire la vita sociale, o religiosa, era l'autorità costituita e da tutti riconosciuta. E l'atteggiamento fondamentale di collaborazione in qualsiasi tipo di attività era quello fondato sulla obbedienza. La virtù tipica di colui che voleva essere protagonista positivo di un qualsiasi progetto (sociale, educativo, religioso, ecc.) era senza dubbio l'obbedienza.

In campo religioso solo dopo il Concilio Vaticano II si è cominciato a parlare di “obbedienza ragionata”, o di “obbedienza cosciente e partecipata”. Prima si parlava solo di “obbedienza cieca” ai superiori, alle regole, ai doveri. Tutto doveva essere vissuto con la piena adesione del cuore, ma non necessariamente della mente.

Insomma si trattava di un'obbedienza “acritica”. Non ci meravigliamo certo di questo! Bisogna infatti considerare situazioni e relazioni all'interno di un determinato ambiente culturale e sociale.

Queste premesse ci aiutano a capire che l'illuminazione che possiamo trarre da Don Orione sul tema del Convegno, “L'esperienza comunitaria nelle opere di carità” , è alquanto limitata e condizionata da una prospettiva che è totalmente diversa da quella odierna.

Mi pare corretto fare questa riflessione per evitare di “piegare” il pensiero del Fondatore alle nostre esigenze. In tal caso non faremmo un bel servizio a lui e neppure a noi stessi. Essere fedeli a Don Orione, richiede lo sforzo di “comprenderlo” all'interno del suo contesto storico e culturale. Solo a partire da questa precisa collocazione potremo coglierne tutta la ricchezza e percepire il valore che il suo carisma ha ancora per noi, uomini del terzo millennio.

 

MIO CARO FIGLIOLO …

Se non è possibile attingere ai testi orionini per sviluppare un pensiero articolato e compiuto riguardante il tema della collaborazione comunitaria, nel senso in cui oggi la intendiamo, possiamo però cogliere alcuni elementi cardine che sono la necessaria condizione per creare un tipo di collaborazione gratificante per le persone e fruttuosa per l'apostolato.

Andiamo a cogliere questi elementi da una lettera di Don Orione, inviata da Roma il 10 marzo del 1916, in piena guerra mondiale. Il Santo scrive a Don Dondero, direttore del collegio di Mar de Hespana, in Brasile.

Da essa traspare la sofferenza nel constatare le difficoltà di relazione tra i religiosi della comunità.

Mio caro figliolo in Gesù Cristo Crocifisso, … non posso nasconderti tutta la pena che ho sofferto e che soffro nel constatare dolorosamente che codesta povera Casa è sempre come un mare in tempesta, e nel sentire, dalla tua stessa del 19 gennaio, che nessuno va d'accordo con te, e che quindi non c'è fra voi o figlioli miei in Gesù Cristo, quella unione, quella vera concordia degli animi e carità fraterna di Gesù Cristo, che è il più dolce vincolo della vera vita secondo lo Spirito di Gesù Cristo e della vera perfezione religiosa.

Questa è una delle mie più grandi pene, che soffro da oltre un anno”. (….)

  Ma Don Orione non si limita ad esprimere la sua personale sofferenza. Da buon padre cerca di suscitare alcuni atteggiamenti utili a modificare una situazione tanto penosa.

“E intanto vedi, o caro figliolo mio, di edificare nella umiltà e di edificare ed unire nella carità tutto ciò che fu diviso, tutto ciò che fu distrutto o disperso da uno spirito umano contrario allo spirito di pace e di dolcezza e di carità in Gesù Cristo Crocefisso.

Per la unione e la carità, per la concordia e la pace dei miei figli in Gesù Cristo neanche un istante esiterei ad attraversare l'oceano e mille oceani, aiutandomi la grazia del Signore.” (…)

L'enfasi di questa affermazione finale, ancora una volta esprime l'inestimabile valore che lo scrivente attribuisce all'unità tra le persone.

Non potrà attraversare oceani Don Orione per risolvere questa situazione, ma qualche solida indicazione la fornisce.

Innanzitutto edificare nell'umiltà. Questa è una virtù assai poco di moda oggi. Prevale infatti l'idea che l'individuo per realizzarsi debba mostrare le sue capacità di prevalere. Nella giungla della odierna società competitiva, torna attuale l'antica definizione del filosofo: “Homo homini lupus” . L'uomo è un lupo per l'altro uomo!

L'umile viene deriso come colui che non ha chances. Non ha possibilità di sopravvivenza, o almeno non ha possibilità di successo. Ed oggi il successo è tutto! E' un mito che richiede di sacrificare ogni altra cosa, persino le persone che ti stanno accanto.

Nel concetto cristiano ed orionino, l'umile non è un debole, ma un forte. Uno che sa resistere alla tentazione dell'arroganza e della prevaricazione.

L'umile non è neppure colui che si sottovaluta, come spesso si crede erroneamente. E' la persona che ha la “ esatta coscienza di sé ”, con i propri limiti ma anche con le proprie capacità, delle quali però non si vanta, perché sono un dono di Dio.

L'umiltà è l'atteggiamento sano ed equilibrato che consente rapporti positivi con il prossimo e che libera tutte le potenzialità comunicative della persona.

Diventa perciò dote essenziale per chi deve vivere in comunità o deve collaborare strettamente e continuativamente con altri per perseguire obiettivi comuni.

E' ancora l'umile che, secondo la visione di Don Orione, riesce ad esprime lo spirito di pace e di dolcezza che sono condizioni imprescindibili per una integrazione armoniosa delle persone.

La lettera prosegue con accenti crescenti che identificano nella divisone la peggiore delle sofferenze che il Fondatore sperimenta, comprese quelle legate alle vicende belliche in corso.

“Mi fa più pena la vostra disunione che le privazioni e sofferenze che portiamo per la guerra. Io è da tempo che mi trovo costretto a non leggere e comunicare - per carità di padre - le vostre notizie ai fratelli delle nostre altre Case.

Che direbbero i nostri sacerdoti e chierici esposti alla morte nelle trincee o negli ospedali da campo tra i feriti, i mutilati e i malati infetti, se conoscessero mai che voi altri tre o quattro non siete uniti e non andate d'accordo? Qui siamo tutti uniti! Tutti un cuor solo e un'anima sola.

Tutti scrivono ogni settimana dal campo, dagli ospedali, e sono lettere che confortano, perché, benché lontani, sentiamo di essere uniti, molto uniti della carità forte e dolce del Signore!”. (…)

La disunione per Don Orione è una autentica “vergogna”. E' da tenere nascosta ai confratelli per non recare scandalo. Una comunità dove non si va d'accordo finisce nel “limbo” della Congregazione. Non merita neppure che le notizie relative alla sua vita e missione vadano fatte circolare.

Non ci possono essere frutti dove c'è discordia!

“E' vero che tu mi dai buone notizie dei prodotti di fagioli, di riso: mi parli di corsi d'acqua e di macchine etc., ma che m'importa, o figliolo mio, di tutto questo, se tra voi non c'è l'unione e la carità?”. 

A questo punto della lettera, Don Orione si impegna a fondare l'unione e la concordia sulla virtù centrale della fede cristiana, ossia sulla CARITA'. Si ricollega perciò, implicitamente, all'inno alla carità di San Paolo. Tutte le virtù sono frutto della carità, compresa la comunione tra le persone.

“La carità è la nota distintiva dei discepoli di Gesù Cristo: è umile e annega se stessa: si fa tutta a tutti: compatisce gli altrui difetti: è illuminata e prudente: gode del bene delle persone e desidera accertarsene essa stessa; la carità ha grande stima di tutti i prossimi: interpreta le parole e le azioni altrui nel modo più favorevole, e ripone la sua felicità nel poter fare ogni bene agli altri.” (…)

Sottolineo alcune attitudini che sono necessarie a costruire rapporti positivi.

La carità gode del bene delle persone . Il bene altrui non suscita “invidia”, ma dà soddisfazione. Dove capita di trovare l'invidioso dei successi del proprio simile, siamo di fronte ad un infelice, incapace di collaborare ad un obiettivo comune.

In una équipe che persegue il medesimo obiettivo, il successo dell'altro è anche il mio successo. Almeno per un interesse comune, se non per virtù cristiana, la buona riuscita di chi collabora con me dovrebbe rallegrarmi.

La carità interpreta le parole e le azioni nel modo più favorevole . Questa è la netta condanna delle “dietrologie” tanto nocive nel contesto della collaborazione tra le persone. Il pensare che dietro le parole altrui ci siano significati reconditi, finalità diverse da quelle espresse, è una situazione che fa inevitabilmente fallire le relazioni e impedisce una reale collaborazione per il bene comune.

E' bene, in caso di dubbio, interpretare in senso positivo anche quelle espressioni che non paiono chiare. Questo è un atteggiamento virtuoso senz'altro fecondo per Don Orione.

La lettera è proprio monotematica: insiste sull'accordo in comunità!

“Questo ti dico. I tuoi fratelli avranno ed hanno i loro difetti e chi mai è senza difetti quaggiù? Essi, i tuoi fratelli in Cristo, avranno i loro torti verso Dio e verso di te, ma vedi, in questo frattempo, di riparare anche tu ai tuoi verso di loro, perché anche tu avrai la tua parte di torto.” (…)

Non si può certo accusare Don Orione di essere un “manicheo”, che dà tutte le ragioni agli uni e tutti i torti agli altri. Il Santo dimostra una grande esperienza di vita e sa bene che, nei casi di contrasto, come questo, bisogna fare un'equa spartizione delle responsabilità.

Anche in una équipe di gestione , quando sorgono divergenze di vedute e - può anche capitare - conflitti veri e propri, nessuno immagini di avere in tasca tutte le ragioni. Se le cose non funzionano, il motivo non può essere ricercato semplicemente nel comportamento dell'altro ed il fallimento delle relazioni non è attribuibile ad una sola parte.

Vanno bene in questo caso le parole di Don Orione: “anche tu avrai la tua parte di torto”.

Parole da non interpretare in maniera penalizzante, ma come un sano richiamo all'assunzione delle proprie responsabilità. Qualche volta c'è carenza in questo senso!

Dopo aver parlato in modo chiaro e costruttivo, senza evadere dai problemi, Don Orione mostra tutta la sua paternità e la finezza del suo animo.

“Ricordati sempre che non ti scriverei così, se non avessi gran stima di te, grande affetto in Cristo per te e grande fiducia in te per l'aiuto che ti darà il Signore, Padre nostro”. (…)

Qui il Fondatore si mostra nella sua versatilità di uomo concreto e realista e, al tempo stesso, di uomo buono e fine psicologo.

Dopo essere stato costretto a scrivere parole severe, ora vuole incoraggiare il suo interlocutore, perché non si senta avvilito e frustrato piuttosto che animato e stimolato a superare le difficoltà.

Stima di te, grande affetto per te, fiducia in te . Sono le parole che usa. Sembrano sussurrate all'orecchio o, meglio, al cuore. Una vera e propria iniezione di fiducia. Quello che aveva scritto poco prima: “la carità ha grande stima per tutti i prossimi” , qui Don Orione lo mette in pratica subito e per primo. E' uno che vive quello che insegna. Anzi, insegna solo quello che vive. In questo consiste la credibilità dei santi. Tra le parole e la vita non vi è scissione; tra gli insegnamenti ed i comportamenti non c'è incoerenza. Ecco perché i santi sono sempre stati e saranno ancora in futuro i migliori educatori.

Ma vorrei qui fare un'ulteriore valutazione. Da queste parole appare anche lo spirito contemplativo di Don Orione. Egli dice: “se non avessi … grande fiducia in te per l'aiuto che ti darà il Signore” . E' una fiducia fondata sulla presenza di Dio che opera nella vita dell'uomo. Lo plasma per uniformarlo alla sua volontà e ai suoi progetti. Non è sulle capacità della persona (che finora hanno prodotto tanti danni!) che Don Orione fonda la sua fiducia, ma sulla certezza che Dio opera nella vita dell'uomo e lo trasforma.

Alla fine di questa lettera esorterà tutti i confratelli della comunità alla preghiera. Che senso ha un tale invito? E' una formalità che risponde alle esigenze del ruolo? Neanche per sogno! La preghiera è un atto di fede, un'invocazione a Dio perché operi quei cambiamenti del cuore che l'uomo da solo, prigioniero dei suoi limiti, non riuscirebbe ad operare.

Ancora qualche espressione della lettera.

“Ognuno dei miei cari figlioli consideri il bene e l'ordine di tutta la Casa.” (…)

Sembra un consiglio ovvio. Ma non lo è. Qui il bene della Casa appare come primario.

E chiaro che non si intende la struttura muraria, ma la missione che la Casa è chiamata a realizzare. Nel caso di Mar de Hespana la missione è tra i ragazzi orfani e poveri accolti in istituto. Comunque sia, è il bene della missione da mettere al primo posto. Ad esso tutti devono concorrere, per esso tutti devono sacrificarsi, in funzione di esso è necessaria la concordia dei cuori.

Mi sorprende che la parola Casa, più volte ripetuta nella lettera, appaia sempre con la iniziale maiuscola.

Anche per una équipe di gestione la parola Casa o Missione, dovrebbe avere sempre la maiuscola, ad indicare la priorità che unifica tutti i soggetti e crea le condizioni perché i diversi uffici, le varie responsabilità si integrino armoniosamente per raggiungere obiettivi comuni.

L'ultima citazione della lettera in questione tocca un aspetto particolare.

Non si tratta solo di assumere atteggiamenti interiori atti a relazionarsi positivamente con il prossimo, ma addirittura di diventare costruttori di relazioni tra il prossimo.

“Ognuno cerchi di unire fratello con fratello e i fratelli col Superiore e il Superiore col Padre. Ognuno cerchi di rimuovere qualunque anche minima cagione che possa diminuire questa unità d'anime e di cuori che dobbiamo avere in Cristo.”

Questo testo richiama direttamente il Vangelo: “Beati i costruttori di pace! ”. Non sono coloro che semplicemente vivono in pace con gli altri e usufruiscono quindi della mancanza di conflittualità.

E' qualcosa di più. I costruttori di pace si adoperano perché le condizioni della convivenza armoniosa si realizzino anche fra terzi. In altre parole: non mi devo preoccupare solo di avere buone relazioni con gli altri, ma anche che gli altri abbiano buone relazioni tra loro. Nel mio ambiente è importante non solo che io vada d'accordo con tutti, ma che tutti vadano d'accordo!

Mi pare che la sapienza e la profondità di questo insegnamento debba essere accolta da chi è chiamato a vivere il suo servizio dentro una équipe di gestione di una casa di carità orionina.

 

IN CONCLUSIONE

Mi rendo conto che lo scritto che qui abbiamo esaminato non è esauriente. Si è trattato solo di un saggio per cogliere come Don Orione oggi abbia ancora qualcosa da dire a noi sotto il profilo del un lavoro comune.

Altri approfondimenti si potranno fare anche in futuro, perché la ricchezza presente nell'eredità spirituale che il Fondatore ci ha lasciato è grande come i mille oceani che voleva attraversare per portare un po' di pace nella comunità dilaniata dalle divisioni.

Noi qui ci siamo limitati a prendere coscienza che un produttivo lavoro di équipe passa anche attraverso atteggiamenti umani e spirituali precisi.

La collaborazione tra persone ha bisogno di tecniche di comunicazione e di dinamiche partecipative adeguate. Tuttavia queste non basterebbero là dove non fossero accompagnate dalla necessaria maturità umana e cristiana.

 

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