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Messaggi don Orione
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Nella foto: Antica immagine di Frate Ave Maria al pozzo di Sant'Alberto.
Autore: Padre Mariano da Torino
Pubblicato in: Rubrica televisiva La Posta di Padre Mariano del 29 febbraio 1972.

Il famoso Frate cappuccino dedicò a Frate Ave Maria un puntata della sua trasmissione televisiva "La posta di Padre Mariano".

Vedi il VIDEO CON FRATE AVE MARIA

PADRE MARIANO PARLA DI FRATE AVE MARIA

PADRE MARIANO PARLA DI DON ORIONE

LA POSTA DI PADRE MARIANO

 

Chi non conosce la rubrica televisiva “ La Posta di Padre Mariano” che intorno agli anni ‘50-'60 fu seguita da migliaia di spettatori?

Paolo Roasenda nacque a Torino il 22 maggio 1906 da Giovanni e Angela Rustichelli. Studiò nella sua città e dopo il liceo si scrisse all'Università dove conseguì, nel 1927, la laurea in lettere e filosofia. Fu valente insegnante a Tolmino (Gorizia); a Pinerolo (Torino); ad Alatri e poi a Roma dove militò nell'Azione Cattolica e nel 1939 ne divenne il Presidente.

Appena laureato sortì con delle pubblicazioni sugli scritti di autori pagani (Epistole di Orazio, Lelio di Cicerone ecc.) allo scopo di rilevarne i valori cristiani e curò altresì biografie di laici vissuti in coerenza al Vangelo per proporli a modelli di vita cristiana.

Nel 1941, vestì l'abito religioso nel noviziato dei Cappuccini francescani di Fiuggi (Frosinone) e nel 1945, il 20 luglio, veniva ordinato sacerdote, cambiando il nome civile di Paolo Roasenda in quello religioso di “ Frate Mariano da Torino ”.

Svolse attività di apostolato e di sacro ministero presso il carcere romano di Regina Coeli e il nosocomio di S. Maria della pietà. Soprattutto si diede alla predicazione in varie parti d'Italia. I suoi temi preferiti: la Via Crucis e il santo Rosario. Si servì di tutti i mezzi, viaggi, stampa, microfoni audiovisivi, per comunicare, attraverso la parola, il fuoco di amore a Dio e alle anime che gli ardeva in cuore.

Nel 1951 fu chiamato alla Radio Vaticana e, nel 1953, alla RAI, dove curò la rubrica “ La Posta di Padre Mariano ”. A questa aggiunse nel 1958 “ In famiglia ” e, nel 1960, “ Chi è il Cristo?”.

Fu grande ammiratore dei santi, con particolare predilezione verso quelli torinesi e piemontesi. Tra questi annoverava Don Orione. In una puntata televisiva de “ La Posta di Padre Mariano ” del 29 febbraio 1972 ne tracciò le caratteristiche di bontà, di carità senza confini e di predicatore instancabile della divina misericordia. Il 30 maggio 1967, dedicò una stupenda puntata del suo programma televisivo presentando le vicende del giovane Cesare Pisano, rimasto cieco e divenuto poi Frate Ave Maria, eremita nella Congregazione orionina. Aveva già pronto una ulteriore rievocazione di Don Orione, ma il 27 marzo 1972 serenamente si spense.

Fu sepolto nel cimitero romano del Verano. Ne fu poi traslata la salma per tumularla nella Chiesa dell'Immacolata Concezione, retta dai Padri Cappuccini, a Roma in via Veneto. Il 19 gennaio 1988, la Santa Sede concedeva il nulla osta per l'introduzione del processo di canonizzazione. La sua Causa e in fase di avanzato studio presso la competente Congregazione vaticana. ( Concetta Giallongo )

 

PADRE MARIANO PARLA DI FRATE AVE MARIA

 

Trasmissione televisiva “ La Posta di Padre Mariano” del 30 maggio 1967

Pace e bene a tutti!

In una lettera scritta non a me, ma ad una nonna, e più di 30 anni fa, ho letto queste curiose parole: “Vedete, cara nonna, io sono il più ignorante di tutti gli uomini della terra; tutti sanno mille cose, ed io so una cosa sola: so soltanto essere felice. Tutti posseggono più oggetti, io invece non posseggo che una cosa; la vera felicità”.

Ed allora è il caso di domandarci: Chi è che scriveva, più di 30 anni fa ad una nonna queste parole così rare nel vocabolario delle lettere umane? Era un eremita cieco, che è morto nel 1964, la cui storia è più bella che un bel romanzo. Per questo ve la voglio raccontare. Ascoltatemi.

Dunque, era il primo di cinque fratelli di una modesta famiglia di contadini liguri: CESARE PISANO era un giovane buono, generoso, ma vivacissimo. Ecco, troppo vivace, che si esponeva continuamente a rischi e pericoli. Ed un brutto giorno (un bel giorno per lui, ma noi umanamente diciamp: un brutto giorno), scherzando con un suo coetaneo che teneva in mano un fucile (il solito maledetto fucile, che si crede scarico e che invece era carico), gli dice così con un tono di sfida: “Spara! Spara! Su spara!” E l'amico spara. Il colpo parte e gli occhi se ne vanno per sempre.

Cesare è cieco! Tragedia indescrivibile per i familiari e soprattutto per lui. Pensate: a 12 anni non vederci più! E nel suo cuore di adolescente si alternano crisi di profonda disperazione, di ribellione, di bestemmia, mentre lo ricoverano in un Istituto per ciechi a Genova, dove rimarrà per 7 anni, per ricevervi un'assistenza adeguata ed una educazione ed istruzione adeguata alla sua dolorosa menomazione.

Proprio in quell'Istituto c'è una buona suora, suor Teresa, la quale, con materno affetto, sta vicino a questo adolescente drammaticamente sconvolto per questa tragedia nei primi anni della vita e riesce, dolcemente, lentamente, gradatamente a smorzare quell'astio, quel rancore contro la disgrazia, non solo, ma riesce un giorno anche a vedere di nuovo il sorriso sul volto di quel ragazzo e si sente chiedere con grande sorpresa: “Sorella, posso io aspirare a consacrarmi un giorno al Signore?”.

Ecco, in quel cuore erano subentrate due realtà, due certezze: una, la rassegnazione cristiana, non soltanto il far di necessità virtù, ma vera, piena rassegnazione cristiana, per quella che era stata la volontà di Dio, che aveva permesso questa sua cecità; e contemporaneamente e superiore a questa rassegnazione, una gioia calda, sincera, piena; gioia per aver scoperto in questa stessa disgrazia, una occasione per lui provvidenziale per consacrarsi al Signore.

Questa gioia che si trasformerà poi in letizia, in felicità – come diceva lui – non tramonterà più per lui, lo accompagnerà fino al letto di morte, nonostante che egli abbia dovuto passare attraverso prove innumerevoli, dolori inenarrabili. La sua stessa salute, sempre cagionevole, è stata un cilicio terribile per tutta la sua vita, oltre la cecità, s'intende. Ma nonostante questo, quella felicità non lo ha mai abbandonato.

Ecco, decisivo per il suo spirito è stato l'incontro con Don Orione. Questo grande apostolo della carità, illuminato da Dio, illuminò lo spirito di Cesare, facendogli capire quello che la provvidenza aveva preparato per lui. Don Orione è il santo della provvidenza; e vide benissimo che in quel giovane di ormai vent'anni, i segni erano certi di una vocazione religiosa e lo accolse benevolmente nella sua fiorente famiglia religiosa, tutta dedita ad opere di carità; erano i primi anni proprio della attività di Don Orione.

E stando vicino a questo giovane, si accorse lentamente che egli aveva una propensione accentuata alla ritiratezza (forse dovuto anche al suo male, alla cecità), al raccoglimento, al silenzio, alla preghiera, alla contemplazione; ed allora gli propose, ed egli accettò, e lo aiutò a realizzare una idea nuova

In poche parole, dopo qualche tempo, il nostro Cesare diventa Eremita con il nome di FRATE AVE MARIA, fra' Ave Maria.

Questo nome potrà sorprendere qualcuno, ma non chi conosce la pietà mariana di Don orione, che faceva tutto nel nome della Madonna e diceva ai suoi: ”Dite tante Ave Maria, perché ogni volta che dite una Ave Maria, si accende una nuova stella in cielo!”. Caro Don Orione! Quanto amava la Madonna !

E l'amava altrettanto anche il giovane Cesare. Eremita!… Una parola! E dove stanno gli eremi? Oggi purtroppo stanno scomparendo gli eremi, perché sono luoghi (è vero, sono e potrebbero essere, devono essere) fortilizzi dello spirito, se non altro richiamo ai valori spirituali. Oggi stanno scomparendo perché sono soffocati da quella che è la tumultuante invadenza dei motori delle macchine; non c'è più un luogo solitario, oggi, grazie alla macchina.

Don Orione aveva però ben tre eremi a disposizione e in tutti e tre (soggiornò?); in due meno a lungo (meno a lungo in Sicilia e meno a lungo nel Soratte qui nel Lazio), ma più a lungo in quello di S. Alberto di Butrio in Val di Staffora, in provincia di Pavia. Era un eremo abbandonato da tanto tempo. Don Orione l'aveva preso, l'aveva fatto restaurare e lo, non dico riempì, ma lo popolò di alcuni eremiti, tutti quanti ciechi, come il nostro Frate Ave Maria.

Ed era bello vedere i turisti.. I turisti amano in modo eccezionale questi luoghi, queste tappe dello spirito, questi silenzi improvvisi nel tumulto della loro vita settimanale.

I turisti si arrampicavano, andavano sovente a cercare di Frate Ave Maria nell'eremo e, sempre che andavano, lo trovavano immerso in preghiera, in qualunque ora del giorno; o in qualche angolo buio della chiesa, oppure vicino all' urna di S. Alberto Eremita, che è appunto il patrono di quella piccola Chiesa.

Il più interessante era quando i visitatori, dopo qualche preghiera (perché non si può non pregare, quando si vede qualcuno che prega sul serio e che gode di pregare), dopo qualche istante si facevano coraggio, rompevano il silenzio, si avvicinavano a lui e lo interrogavano. Ed egli, come se gli avessero fatto il regalo più grande (che anima bella!), sapeva lasciare la dolcezza della sua contemplazione per far del bene a qualcuno e rispondeva, e li accoglieva con tanta benevolenxa e spiegava la storia dell'eremo.

Lì prendeva una boccata d'aria, di sole ed anche dell'acqua del pozzo (di cui raccontavano tanti prodigi fatti da lui per l'acqua di quel pozzo) e potevano finalmente vedere alla luce del sole il volto profetico, segnato dai dolori, dalle sofferenze, dalla cecità, dai digiuni, dalle penitenze, ma coperto da un nuovo splendore di felicità inenarrabile.

È testimonianza universale, di tutti quelli che lo hanno visitato nei quasi quarant'anni di eremitaggio; tutti quanti concludevano così: “Finalmente abbiamo veduto un uomo felice sulla terra”!. Tutti dicevano così.

Ma che cos'è che rendeva così felice un uomo sempre infermo e che, umanamente parlando, nulla possedeva? La risposta la dava a tutti il suo sguardo cieco, eppur profetico; sempre rivolto verso l'alto, verso il cielo.

Non che Frate Ave Maria trascurasse le cose della terra o i dolori degli uomini; anche lui, uomo, doveva pensare alle cose della terra e la sua preghiera continua era soprattutto per gli uomini che soffrono. Ma le cose della terra e le sofferenze degli uomini, le vedeva con le pupille della sua anima, tutte nella luce del cielo e perciò l'anima sua esultava ed egli era veramente felice di essere così, privo della sua vista materiale, ma più disposto a vedere le cose spirituali.

Era genuina e profonda la sua felicità e, scendendo dall'eremo, i visitatori portavano con sé nel cuore il ricordo e la certezza di avere avvicinato un santo, ma un santo felice.

E questa testimonianza diventò, direi così, esultante e trionfante nel giorno della sua morte, il 21 gennaio 1964. Allora, da tutte le parti, con tutti i mezzi, accorsero per baciare quella salma, per venerarla e ringraziare quell'uomo così singolare, che non aveva fatto nessuna predica, non aveva regalato nessun buono del tesoro a quelli che erano andati a trovarlo, ma che aveva ottenuto dal Signore, con le sue preghiere, tante grazie, tanti prodigi.

Anche per questa riconoscenza andavano, ma soprattutto perché avevano ricevuto da lui, che era un uomo come loro e più sofferente di molti di loro, il dono di una testimonianza impressionante di felicità.

Insomma, era stato un infelice che era, invece, felice.

E quindi egli non raccontava delle menzogne quando, scrivendo alla nonna, continuava così: “Io altro desiderio non ho, se non di adempiere sempre e ovunque la santissima volontà di Dio!”.

Questo era stato il fulcro della sua conversione: adagiarsi, come una foglia nel letto di un torrente impetuoso, nella volontà di Dio. “Questo è il desiderio che mi rende felice ed io credo che è infelice colui che non ha questo desiderio di far la volontà di Dio!

Che meraviglia sanno fare il Signore e la Santa Madonna ! (sentite qui la terminologia abituale di Don Orione). Vi sono delle persone che non credono nei miracoli: ecco uno stupendo miracolo che compie la santissima Madonna ai giorni nostri, un miracolo stragrande e continuo: un cieco, grande peccatore, perdonato da Dio, in abito da penitente, chiuso tra le quattro mura di un eremo, che è felice, tanto felice, da avere compassione dei più ricchi, dei più potenti, dei più sapienti di questo mondo, ma che non hanno fede, ma che non hanno amor di Dio.

Questo cieco, questo ammalato, questo solitario, è felice; di una felicità non egoista, perché piange per l'infelicità altrui e prega il suo Dio e la sua Madre celeste affinché il numero degli infelici sia ridotto a più pochi che è possibile.

 

Caro Frate Ave Maria! Quanto è bella questa conclusione! È il programma di ogni apostolo cristiano: fare sì che “il numero degli infelici sia ridotto a più pochi che possibile” !

Pace e bene a tutti!

 

PADRE MARIANO PARLA DI DON ORIONE

 

Trasmissione televisiva “ La Posta di Padre Mariano” del 29 febbraio 1972

Pace e Bene a tutti!

Sovente là dove non giunge il ragionamento dell'uomo comune, direi, e neppure la scienza del teologo, giunge l'intuizione del santo. (…)

Chi ha una certa familiarità con i problemi di anime – mi riferisco soprattutto ai sacerdoti – sa che quando ci si trova di fronte ad un'anima disastrata, forse un rottame della vita, è molto più importante, anziché parlare della giustizia di Dio, parlare a quell'anima dell'amore misericordioso che Dio ha per i peccatori.

Perché? Perché quell'uomo, che forse ha infranto tutte le leggi, che ha vergogna di se stesso, che non sa vedere un barlume di luce, forse quando prende coscienza del suo stato d'animo, può essere preso dalla tentazione della sfiducia e della disperazione.

Vedete, quando io ho un mal di testa, posso farlo passare con un cachet e se sono nervoso posso prendere un tranquillante; posso anche leggere per distrarmi Cervantes, Dante, quello che volete. Sentire un bel disco di Mozart, di Beethoven, sì, mi distrae un istante, mezz'ora, un'ora dal ricordo del mio peccato, ma non me lo cancella. Nessuna forza, nessuna magia può cancellarmi il peccato, perché il peccato è offesa a Dio e soltanto Iddio può perdonarlo.

E Iddio perdona e ce ne dà la prova in Gesù, che è morto in croce proprio per cancellare il peccato e per non farci dubitare un istante; ricordate la risposta che ha dato al buon ladrone che lo invocava: “Oggi sarai con me in paradiso?”

Gesù è l'agnello di Dio che porta e cancella i peccati del mondo.

Se l'offesa può essere limitata in riferimento al peccato, non lo è però in riferimento alla persona offesa, Dio, che è infinito.

Quando un'anima prende coscienza di questo, di aver commesso un'offesa infinita, può essere presa dalla disperazione, può non farcela da sola. A questo punto Gesù si interpone – egli che è uomo e Dio – volontariamente fra Dio, l'offeso e l'umanità che offende, unico mediatore fra Dio e gli uomini. E questa sua mediazione è accetta al Padre ed egli ci ridà l'abbraccio del Padre, proprio grazie alla sua passione, morte e resurrezione.

Penso in quest'istante a tanti buoni sacerdoti ignoti e ad alcuni più noti, che hanno consumato la loro vita nell'ascoltare peccati – cosa tutt'altro che simpatica! – trenta, quaranta anni di questa vita!

Per fare qualche nome più noto, pensate a P. Leopoldo a Padova, a P. Cappello a Roma, a P. Pio a San Giovanni Rotondo, che hanno speso anche 50 anni, con una media di 12/15 ore al giorno ad ascoltare peccati.

Ebbene, questi uomini – cosa curiosa! – man mano che invecchiavano, diventavano più miti, più accoglienti, più indulgenti, più sorridenti, non al peccato, ma al povero peccatore e lo attendevano con ansia.

Che cosa curiosa! Ma perché questa passione di sentire dei peccati? Era la meraviglia di gustare ogni giorno qualche cosa della misericordia, dell'amore misericordioso di Dio. Oh! Quante cose non potrebbero raccontarci e non ci hanno raccontato e non ci racconteranno mai questi uomini!

Vorrei ricordarvi una testimonianza sola, tanto bella , che ci è fornita da Don Orione. Chi non conosce questa figura sorridente di prete, povero e caritatevole con tutti, che con le sue sofferenze, con la sua preghiera, con la sua opera ha creato istituzioni innumerevoli in tutto il mondo di una grande attualità e di una grande carità? Presto forse, ve ne parlerò a lungo, anche perché molti mi hanno chiesto di farlo, ma questa sera vorrei parlarvi non di lui, ma di questa sua testimonianza che è veramente stupenda, eccezionale.

Don Orione era stato ordinato sacerdote da poche settimane e non aveva, forse, mai predicato. Una sera viene mandato dai superiori in un paesino vicino a Tortona dove si trovava, perché era giunta notizia che il predicatore di un certo corso di esercizi al popolo si era ammalato improvvisamente e bisognava in qualche modo sostituirlo.

Mandarono lui, che non aveva preparazione alcuna ed egli, obbediente, si muove nella serata e fa a piedi quei cinque o sei chilometri. Mentre cammina verso il paesino, prega la Madonna che lo illumini e che gli suggerisca di cosa deve parlare a quella buona gente. Si ricorda che in Seminario avevano insistito: “Parlate molto più spesso della misericordia di Dio che della giustizia; perché così toccherete il cuore dei peccatori”.

Ed egli va su, prepara mentre cammina qualche idea, qualche concetto, entra nella chiesa arcigremita di quei buoni fedeli. La maggior parte sono contadini, gente semplice, modesta, umile e parla, parla così come gli ispira il cuore.

Ad un certo punto, poiché anche lui sapeva che l'esempio vale più di mille ragionamenti, volle portarne uno sulla misericordia di Dio, sulla bontà di Dio, sull'amore misericordioso di Dio per i peccatori e disse: “Dio perdona tutto quando il peccatore è pentito e umilmente gli chiede perdono. Dio perdona qualunque peccato, anche il più nero, anche il più orribile, anche…”.

E gli venne così un esempio goffo, direi inadatto per quel pubblico di gente buona, onesta tradizionalmente, che certamente non aveva mai compiuto quel peccato: “…anche se un uomo mettesse – disse – del veleno nel bicchiere dove beve sua madre e poi desse da bere quel veleno a sua madre… - capite che peccato? Forse il più brutto: il matricidio; togliere la vita a colei che te l'ha donata con tanti sacrifici - ebbene, anche questo peccato, se il cuore è contrito e pentito, Iddio lo perdona”.

Disse ancora qualche cosa e, finita la predica, si avviò a piedi a rifar la stessa strada per tornare a Tortona nella notte. Questo fatto, che egli stesso ha più volte raccontato, è presente in tutte le sue biografie ed io stesso ho voluto accertarne la veridicità interrogando i suoi religiosi: è autentico al cento per cento.

Ecco il suo racconto: “Non avevo fatto dieci passi fuori dal paese quando ho veduto seduto a cavalcioni sopra le spallette di un ponticello – c'era un torrente che scorreva – un uomo che ho subito capito che mi aspettava; una figura poco rassicurante, una figura da bandito, la barba incolta, un cappello, un mantellaccio e io ho affrettato il passo; se non che, quando gli sono di fronte, mi ferma e mi dice:”Scusi , reverendo, devo parlarle”.

- Mi dica.

- È lei che questa sera ha parlato qui in parrocchia?

- Si.

- È lei che ha detto che Dio è tanto buono e misericordioso che perdona tutti i peccati?

•  Certamente, Signore.

•  È lei che ha detto che se un figlio mettesse del veleno nel bicchiere dove beve sua madre e poi desse questo bicchiere da bere a sua madre… Mi dica, reverendo: ma può essere perdonato questo peccato?

•  Certamente. Dio è infinitamente misericordioso.

Allora quell'uomo, puntandomi l'indice sulla faccia, mi disse:

- Reverendo, Lei mi conosce!

Quell'uomo, venticinque anni prima aveva messo del veleno nella tazza dove beveva sua madre, l'aveva uccisa per carpirle una vistosa eredità, che aveva poi consumata nel pianto e nella disperazione.

Oh! La giustizia umana nemmeno aveva sospettato in lui l'autore di quell'assassinio ed egli, vagolando per l'Italia, portava da 25 anni quel veleno nel suo cuore. Quella sera, per caso, era capitato dalle parti di quel paese per la prima volta dopo 25 anni era entrato in una chiesa nella quale era stato mandato per caso un Don Orione alle prime armi; il quale, inesperto di predicazione, aveva portato un esempio inadatto per il pubblico, ma così adatto per quel cuore.

Don Orione racconta che dopo quel bruciante: “Lei mi conosce”, si guardarono un istante e poi “ci buttammo nelle braccia l'uno dell'altro e nuotavamo nella misericordia di Dio. Questa è stata una delle prime confessioni che ho sentito così, lungo una strada provinciale”.

Voi direte che è un caso limite; certo, è un caso eccezionale e io direi che è invece uno spiraglio che si apre sull'immenso braciere della misericordia di Dio.

Vedete, Dio perdona giorno e notte; mentre noi parliamo, Dio perdona qualunque peccato, quando il peccatore sia veramente pentito, perché noi non siamo che un po' di polvere.

Tutti i peccati del mondo, cadendo in quel braciere – disse bene Teresa di Lisieux – sono come una goccia d'acqua che viene assorbita immediatamente.

Ecco, c'è davvero da dubitare della nostra capacità di credere in questa misericordia, non nella misericordia di Dio. Perché Dio è sempre colui che volentieri perdona.

Pace e bene a tutti!

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