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Messaggi don Orione
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Nella foto: Don Orione a Claypole, 1935
Autore: Flavio Peloso
Pubblicato in: “L’Osservatore Romano”, 4.3.2000, p. 3.

Lo studio più completo "Don Orione, Jacques Maritain y la Iglesia Argentina en los años treinta" fu pubblicato in “Criterio”, Noviembre 2000, p.628-632; il medesimo articolo è stato poi pubblicato anche in italiano: Don Orione, Jacques Maritain e la Chiesa argentina negli anni ’30, "Messaggi di Don Orione" 32(2000) n.101, pp. 31-40.

Jacques Maritain con Don Orione nell'Argentina degli anni '30.

di Don Flavio Peloso


Nel 1936 c’erano due uomini venuti dall’Europa che percorrevano Buenos Aires e altre principali città argentine per incontri, conferenze, dibattiti e riunioni dell’associazionismo cattolico: erano il filosofo francese Jacques Maritain e il sacerdote italiano Don Luigi Orione. Erano al centro dell’attenzione. Vescovi, clero e religiosi, uomini di pensiero e di azione del laicato cattolico chiedevano loro idee e stimoli per aiutare la Chiesa argentina a “uscire di sacrestia”.

Era avvenuto in Argentina – legata all’influsso economico e culturale dell’Inghilterra – quello che era avvenuto per altri popoli del Sud America, ma anche di Europa e della stessa Italia: in nazioni fondamentalmente cristiane, le leve sociali della politica, della cultura e della economia erano state a lungo nelle mani di esponenti di ideologie liberali, massoniche, anticlericali, che avevano relegato il fatto religioso nel privato, in chiesa o… in sacrestia. Anche lo sbandierato appoggio dato alla Chiesa, negli anni ’20, da Ypolito Yrigoyen si era ben presto rivelato solo strumentale al suo programma nazionalistico di “argentinizzazione”. Il cattolicesimo argentino, pur tessuto eroicamente con il sacrificio di tanti sacerdoti, religiosi e laici, risultava piuttosto frammentato, mancava di una vera coscienza ecclesiale d’insieme, era poco incisivo su cultura e società.
«La decade tra il ’30 e il ’40 è il periodo di transito verso la maturità religiosa del cattolicesimo argentino» secondo il giudizio dello storico J. Carlos Zuretti (Nueva historia ecclesiastica argentina, del Concilio de Trento al Vaticano II, Itinerarium, Buenos Aires, 1972,p.401).


Dopo il Congresso Eucaristico Internazionale del 1934

Il Congresso Eucaristico Internazionale di Buenos Aires, del 1934, può essere considerato quasi l'atto di nascita della Chiesa argentina moderna. Oltre che un grande evento, il Congresso Eucaristico fu sopra tutto un simbolo. Una moltitudine superiore ad ogni calcolo partecipò alle solenni celebrazioni pubbliche, attorno alla monumentale croce eretta nello scenario imponente dei Giardini di Palermo; 1.200.000 persone, il 60% degli abitanti del “fuoco laicista” che era Buenos Aires, si accostò all’Eucaristia. Fu una pubblica affermazione della identità cristiana di questo popolo; fu un trionfo e una sorpresa per il clero e la gerarchia cattolica, che ripresero coraggio; fu un avvertimento per l’anticlericalismo che si scoprì, tutto d’un tratto, anti-popolare.
Nacque, a partire da quel «contarsi davanti all’Eucarestia» un piano pastorale globale, già in precedenza parzialmente abbozzato e ora rilanciato con concretezza. In reazione alla politica laicista, che esplicitamente negava la dimensione istituzionale della fede, si determinò una opzione pastorale globale: la «istituzionalizzazione della fede». La Parola, la Liturgia e la testimonianza caritativa avrebbero dovuto essere incrementate particolarmente nelle loro dimensioni istituzionali. In tal modo, la Chiesa avrebbe potuto meglio svolgere il suo compito di educatrice di civiltà.
Gli obiettivi della opzione pastorale globale vennero precisati in tre direzioni: «sacramentalizar, enseñar y gañar la calle». Quel «gañar la calle» significava «uscire in piazza», «andare al popolo». Era chiesto a clero e laicato cristiano di farsi vedere, ascoltare, conoscere, di legarsi di più al popolo, da apostoli del dopo Pentecoste, più che da timidi rifugiati nel Cenacolo o da rassegnati intenti alla propria barca.


Don Orione nei progetti della Chiesa argentina

In questo clima, gravido di possibili e invocati sviluppi apostolici, si trovò, coscientemente immerso, quel prete venuto dall’Italia con fama di santità e che visse “dal di dentro” le emozioni e le decisioni del Congresso Eucaristico, cui era giunto viaggiando con il Legato papale, il card. Eugenio Pacelli, poi Pio XII, sulla nave “Conte Grande”. Uomo di grande intuito sociale, costruttore di rapporti e di unità ecclesiale mediante le opere della carità verso i piccoli, i poveri, le umili classi operaie, Don Orione ebbe subito una forte sintonia spirituale e apostolica con la società argentina che non esitò a chiamare sua «seconda patria».
Tante direttive ideali e pratiche del santo Fondatore tortonese erano proprio quelle più richieste dal momento storico della Chiesa d’Argentina. “Fuori di sacrestia! Non perdere d’occhio né la Chiesa, né la sacrestia, anzi il cuore è là dove c’è l’Ostia… ma, con le debite cautele, bisogna buttarsi ad un lavoro che non sia più solo quello che fate in chiesa» (Letere II, 77). «Dobbiamo promuovere una forte opera di penetrazione cristiana, specialmente tra il popolo lavoratore, e riportare alla Chiesa le classi umili, le masse di lavoratori tanto insidiate». (Scritti 94, 258). «Opere di carità ci vogliono: esse sono la migliore apologia della fede cattolica. La carità apre gli occhi alla fede e riscalda i cuori d’amore verso Dio» (Scritti 4, 278).
Numerosi vescovi argentini riconobbero presto in Don Orione un fedele realizzatore di quella terza direttiva pastorale del «gañar la calle», che più necessitava di ardimento, intraprendenza, azione e santità. Don Orione trovò tante “porte aperte” e tanti aiuti di ogni tipo, certamente per la sua santità, ma anche o proprio perché si inserì nel crogiuolo vivo dei problemi, dei progetti e delle attese della Chiesa, dei suoi Pastori e del popolo argentino.
Contemporaneamente, un altro frutto del Congresso Eucaristico Internazionale del 1934 si andava sviluppando per iniziativa dei Corsi di Cultura Cattolica, e segnatamente del suo presidente Tomás Nicolás Casares, insigne giurista, uno dei maggiori esponenti del laicato cattolico argentino. Scopo dei Corsi era la promozione di tutta una serie di iniziative formative per favorire l’emergere di mediazioni cristiane nell’ambito della cultura, della vita professionale, politica, economica.
Sia il Casares che i principali suoi collaboratori erano molto vicini a Don Orione dal quale ricevevano stima, idee e incoraggiamento. Più volte, invitarono Don Orione per conferenze su argomenti religiosi e sociali. Entusiasmava tutti nel parlare dei temi della Divina Provvidenza, della Chiesa e i poveri, della passione ed azione per il Rinnovamento cristiano della società. Vi tenne per due anni anche un corso di esercizi spirituali.
Don Orione mostrava una grande capacità di giudizio e di sintesi. Si imponeva anche “per la sua erudizione che gli permetteva di interloquire con persone di alta cultura intellettuale, così come la sua carità lo rendeva accessibile ai suoi più umili interlocutori” (Cuomo y Gallardo, Don Orione nuestro amigo, Victoria, 1967, p.76-77).


Jacques Maritain per un rilancio della cultura cristiana

Quando si pensò a qualche personaggio di spicco da invitare in Argentina per offrire dottrina e indirizzi di cultura cristiana, l’attenzione cadde sul già famoso Jacques Maritain. Con gesto che sorprese tutti, Don Orione che elemosinava la “carità” per le sue istituzioni sociali e caritative volle contribuire con una somma di denaro a finanziare il viaggio e il soggiorno dell’illustre conferenziere, considerandola ben spesa per quella iniziativa di carità culturale.

Jacques Maritain arrivò a Buenos Aires il 14 agosto 1936, accompagnato dalla sposa Raïssa e dalla cognata Vera Oumanoff. Aveva in quell’anno pubblicato il suo famoso “Umanesimo integrale”. Nelle settimane seguenti, l’illustre filosofo tenne un corso di lezioni su “La persona umana” e un altro su “Gnoseologia e critica della Conoscenza”. “La influenza più importante – osserva Mons. Octavio Nicolás Derisi – Maritain la esercitò attraverso le sue conversazioni che si prolungavano per ore, sia nella sede dei Corsi, sia nell’hotel o in altre case private”.
Tomás Casares, tra una conferenza e l’altra, accompagnò varie volte il Maritain, solo o con la consorte Raïssa, a visitare Don Orione nella casa di Calle Carlos Pellegrini 1441. I due si intrattenevano in lunghe e cordiali conversazioni. Maritain fu visto più volte servire Messa a Don Orione nella cappella. “Vederli ed ascoltare il latino “italiano” di Don Orione e quello “francesizzato” di Maritain era uno spettacolo tanto simpatico quanto edificante”, ricorda il Dr. Manuel Ordoñez.

Nei due mesi di permanenza in Argentina, Jacques Maritain svolse un intenso programma di conferenze che lo portò anche a Cordoba, Rosario, a Montevideo. Infine, il 13 ottobre durante l’atto di omaggio e di saluto, gli fu conferito il titolo di "professore onorario". Egli ringraziando, disse: “Se sapessimo comprendere convenientemente le realtà invisibili, vedremmo quale immensa importanza ha per la cultura e per il Paese una scuola di filosofia. Infatti, l’uomo è un essere che vive di verità come di pane” (Raul Rivero de Olazabal, Por una cultura católica, Buenos Aires 1986, p.93).
L’anno seguente, Maritain confidò in una lettera a M. Ordoñez la sua pena e preoccupazione perché il suo libro “Umanesimo integrale” era stato segnalato con sospetti di poca ortodossia al Sant’Offizio e stava per essere giudicato. “Sono deciso a fare quello che la Santa Sede mi ordinerà. Don Orione è ancora a Buenos Aires; ditegli che preghi per me, che Dio mi dia la forza di fare bene quello che devo fare e che illumini quelli che devono esaminare il testo”. Poi la questione a Roma si risolse bene. Lo stesso Pio XI, letto il libro, volle inviare all’autore una lettera di felicitazioni.

Ricostruendo questa pagina di vita che accomuna un grande filosofo, con un santo della carità, in una nazione diversa dalla loro, l’Argentina, verrebbe da pensare ad un evento significativo sì, ma occasionale, ristretto nel tempo. Sarebbe limitativo. Esiste, infatti, nelle relazioni una specie di metabolismo spirituale e culturale che produce nuove sintesi e integrazioni destinate a durare nel tempo.
Almeno per quanto riguarda Don Orione, sono chiaramente rintracciabili degli influssi del filosofo francese in certe pagine di ampio respiro sociale e “politico” dei suoi ultimi anni di ritorno dall’Argentina.
La profondità della comprensione mistica dell’uomo e della storia, tipica di Don Orione, e l’altezza della visione filosofica del pensatore francese fruttificarono utilmente per la Chiesa argentina. Certamente quella passione per l’uomo, quella incarnazione e progettualità ecclesiale e sociale senza soggezioni e rassegnazioni, tanto auspicate dopo il Congresso Eucaristico Internazionale di Buenos Aires, trovarono dal santo intelligente e dall’intelligente santo un valido incremento.

 

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