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Nella foto: Padre Giovanni Messina con gli Orfani, al Foro Italiaco, Palermo.
Autore: Alessandro Belano
Pubblicato in: P. Giovanni Messina. Epistolario. Con profilo biografico, a cura di Alessandro Belano, Ed. Rubbettino, 2003, p. 354.

Presentazione del libro P. Giovanni Messina. Epistolario. Con profilo biografico, a cura di Alessandro Belano, Ed. Rubbettino, 2003, p. 354. Palermo, Casa “Lavoro e preghera”, Foro Italico, Palermo, 21 novembre 2008.

MOTIVI LETTERARI, SPIRITUALI E CARISMATICI
NELLE LETTERE DI PADRE GIOVANNI MESSINA

 

«Chi muore d'amore di Gesù non muore mai, anzi comincia a vivere, perché Gesù è la Vita !» ( P. Giovanni Messina ).

Scrivendo di fretta, come era solito fare, alle sue «amatissime figlie», ossia il piccolo gruppo di suore da lui fondato, Padre Giovanni Messina si lascia andare a questa confidenza:

«Pregate per lo scrivente! Se parlo e vi scrivo non mi rimproverate perché ancora non ho la carità sacerdotale. Io mi penso quanta necessità abbia di avere quella carità che un Sacerdote Santo deve sentire nel suo cuore e mi vergogno il pensare come ancora sia così lontano dall'amore verso Gesù che sentì il mio Padre Filippo Neri» (Lettera del 28 maggio 1900).

Si tratta di una rapida pennellata letteraria in cui si fondono, da una parte, il desiderio di essere vicino alle sue collaboratrici, dall'altra la dimensione spirituale, addirittura mistica, del suo cuore di padre. Questa sensibilità paterna, ossia autenticamente evangelica, trova un piccolo, ma significativo riscontro nel modo con cui Padre Messina era solito concludere la sua corrispondenza. Riferisce una delle prime suore della sua Istituzione:

«Ricordo che, quando il Servo di Dio scriveva a noi qualche lettera, ci raccomandava di trattare con attenzioni e con affetto quelli che lui chiamava “ i picciriddi ”, e sottoscrivendosi si firmava sempre in dialetto “ u patri ”» (Testimonianza di Madre Eucaristica Titone, cf. Summarium , 1703.

Nel nostro breve contributo vorremmo sottolineare i motivi letterari, spirituali e carismatici che affiorano nelle lettere che Padre Messina indirizzò prevalentemente alle suore Orsoline della «Casa Lavoro e Preghiera», l'Istituto da lui fondato nel 1901. Da un punto di vista strettamente letterario, il Servo di Dio Giovanni Messina non fu uno scrittore nel senso tecnico del termine. I suoi scritti, quasi esclusivamente di genere epistolare, sono caratterizzati da una impronta pastorale e ascetica: sgorgano dal suo cuore di padre, desideroso di impartire consigli, ammonimenti, istruzioni e pensieri spirituali alla piccola comunità delle sue suore. In tal senso i temi dominanti riguardano la dimensione religiosa e ascetica: l'umiltà, la castità verginale, la carità, la predilezione dei poveri, le tenerezze verso i piccoli orfani, lo spirito di rinuncia e di sacrificio, la pietà eucaristica e mariana.

 

L'EPISTOLARIO: CARATTERISTICHE LETTERARIE

Allo stato attuale possediamo circa 300 lettere di Padre Messina, quasi tutte manoscritte. Non è possibile effettuare un calcolo esatto dell'intera produzione epistolare, dal momento che l'Autore non era solito utilizzare minute o bozze: per tale motivo molte lettere sono andate certamente perdute. L'epistolario in oggetto copre un arco di tempo che va dal 1898 al 1949. Le lettere, quasi tutte indirizzate alle suore dell'istituzione fondata da Padre Messina, non costituiscono un epistolario nel senso proprio del termine perché seguono un criterio didascalico, occasionale, contingente. L'estensore ha unicamente il desiderio di proporre alle sue figlie spirituali alcune norme di vita spirituale, in vista di un cammino di perfezione. Dal punto di vista letterario questi scritti non sono un modello di perfezione stilistica, né di esattezza e proprietà morfologica e sintattica. L'Autore scrive di corsa, nei pochi ritagli di tempo libero e quasi sempre di notte, dopo giornate dure e faticose, come egli stesso confessa:

«È una lettera scritta senza testa alzandomi e sedendomi e conseguentemente senza filo di idee... ma scrivo a figlie e merito compatimento» (Lettera del 9 aprile 1901).

«Ho scritto molto e vorrei ancora scrivere ma, vedete, oggi per me è un piccolo ritiro e non vorrei menomare un po' gli interessi della mia povera anima sbattuta da tante tempeste, sempre distratta nelle occupazioni a voi note» (Lettera del 6 agosto 1920).

«Scrivo mentre sono in contabilità e vi lascio considerare come si può contemporaneamente accudire a diverse cose, tutte differenti in sé...» (Lettera dell'11 novembre 1901).

«Per sommi capi posso rispondere con ritardo alle lunghe lettere... Devo scrivere alzandomi da letto alle ore 3 e 1/2 dopo due giorni di lavori di murifabbro e falegname per apparecchiare la carrettella per il frumento e per dipingere tutto il prospetto della nuova Chiesa. È un'altra professione che ho incominciato ad esercitare!» (Lettera del 18 giugno 1904).

«Scrivo di fretta la presente mentre sono in punto di recarmi a Romagnolo dopo avere procurato i Sacerdoti per tutte le nostre Chiese» (Lettera del 9 ottobre 1904).

Nonostante questa improvvisazione, molto spesso gli scritti rispecchiano fedelmente il carattere ardente e appassionato dell'Autore e offrono preziosi contributi per la ricostruzione biografica delle sue vicende. Le lettere, in particolare, come è stato giustamente osservato, rappresentano «la conoscenza migliore della sua vita e del suo pensiero, o meglio dell'ideale verso cui la sua vita si protese, la sua potente personalità ortodossa, la rivelazione dei suoi sentimenti, dei suoi affetti, della sua indole, della sua virtù sostanziata di umiltà, di zelo sacerdotale e religioso, di purezza angelica, di carità inesausta e sacrificata» (Domenico Sparpaglione).

Sul piano prettamente formale, l'italiano è, a tratti, scadente; qua e là affiora un po' di retorica, secondo lo stile del tempo; numerose sono le correzioni, le cancellature, l'uso massiccio dei puntini di sospensione, a volte anche fuori luogo. Tra le altre caratteristiche stilistiche e letterarie possiamo ricordare:
– presenza di anacoluti, periodi incompleti o non chiaramente comprensibili;
– uso di neologismi e parole dialettali;
– presenza di termini arcaici o forme obsolete;
– grafia inesatta di nomi propri di persona e di luogo;
– uso improprio della punteggiatura.

Le lettere, tuttavia, proprio per questo carattere immediato e occasionale, rispecchiano fedelmente il carattere ardente e appassionato dell'Autore, riscattandosi perciò di un po' di retorica e ripetitività.

Come da tradizione, e secondo lo stile del tempo, le fonti a cui si ispira l'Autore sono gli esempi dei santi, specialmente di San Filippo Neri, e gli insegnamenti dei grandi mistici. L'Autore si rifà costantemente a tale materiale agiografico, spesso mediante lo stile aneddotico, per stimolare le suore, i benefattori, gli stessi assistiti, a una vita autenticamente evangelica nella quale il Cristo crocifisso è il riferimento costante che trapela in ogni sua lettera.

Nell'insieme, si tratta di un patrimonio letterario, storico e spirituale costituito da pagine ricche di profondi sentimenti umani e cristiani che ci permettono di tratteggiare con più precisione l'identità umana e spirituale di Padre Messina, il quale si propone, di volta in volta, come direttore di coscienza, organizzatore della carità, sacerdote che compie la sua funzione di guida e medico delle anime. Dall'esame di tale materiale emerge la figura di un sacerdote profondamente compreso del suo ministero, vissuto in devota aderenza al Magistero e teso allo sforzo ascetico. L'attualità di queste lettere può essere vista nel grande bisogno che ha ancora oggi la Chiesa post–conciliare di attenersi ai saldi principi tradizionali che rischiano di venire sopraffatti da una contestazione superficiale, tutta operante su dimensioni orizzontali e ignara delle esperienze ascetiche che portano a Dio.

 

L'EPISTOLARIO: MOTIVI SPIRITUALI

Lo scopo primario delle lettere è sempre quello spirituale e ascetico: i temi prediletti sono la passione di Cristo, l'umiltà, la castità verginale, la carità, la predilezione dei poveri, le tenerezze verso gli orfanelli, lo spirito di rinuncia e di sacrificio. In altre occasioni l'Autore si sofferma a presentare alcuni tratti delle virtù cristiane (purezza, carità, fortezza, povertà, pazienza, prudenza, ecc.). Le fonti a cui Padre Messina si ispira sono gli autori sacri tradizionali, gli esempi dei santi e gli insegnamenti dei grandi mistici in ordine alla vita crocifissa in Cristo che forma il tessuto connettivo di tutta la sua catechesi, come del resto fu l'aspirazione genuina della sua anima. Piace, all'Autore, soffermarsi a commentare le memorie liturgiche dei santi (San Giovanni Battista, San Giuseppe, Santa Barbara, Santa Rosalia, Sant'Antonio, San Francesco, ecc.).

Una lettura attenta di questi scritti permette di sottolineare che non esistono difficoltà di carattere dogmatico; ne emerge, anzi, una spiritualità sacerdotale che, nella sua semplicità stilistica, mostra nel contempo una solida dottrina, espressa talvolta scolasticamente, altre volte in maniera radicalmente popolare, con qualche tratto di umana passionalità. Strettamente parlando non è possibile parlare di una specifica spiritualità di Padre Messina: tali scritti, nonostante la considerevole mole, sono per lo più occasionali, eterogenei, spesso dettati da motivi contingenti. Tuttavia dall'esame dell'intero corpus è possibile ricavare un preciso ritratto ascetico–spirituale dello scrittore. Tale ritratto si caratterizza per la presenza di particolari temi ricorrenti che formano come il substrato sul quale si intrecciano e si muovono altri sotto–temi ascetici e, talvolta, perfino mistici.

 

LA FEDE IN DIO

Tutta la vita di Padre Giovanni Messina fu un continuo susseguirsi di amarezze e sofferenze, di gravi umiliazioni e lotte che lo accompagnarono fino alla morte e ne furono in parte la causa. In così difficili e prolungate prove rifulse mirabilmente la sua eroica fede che egli volle trasmettere alle sue collaboratrici, esortando, consigliando, riprendendo. Riferisce una delle testimoni:

«Non mi spiegherei la carità del Servo di Dio, se egli non avesse avuto la fede soprannaturale nel Signore. Egli credeva fermamente in Dio Uno e Trino, e questa fede la trasmetteva in noi Suore frequentemente, quando ci riuniva per le sue conferenze spirituali. Anche esternamente manifestava la sua fede in Dio, perché profittava di ogni minima occasione per fare entrare Dio nei suoi discorsi anche comuni. Ho visto varie volte il Servo di Dio in un cantuccio della sua stanza, col libro aperto ed assorto in meditazione e pertanto ritengo che egli fosse solito fare la sua meditazione spirituale» (Testimonianza di suor Caterina Carollo, Summarium , 921).

Alcuni stralci tratti dal suo epistolario illustrano magnificamente la forza del suo abbandono in Dio e della sua incrollabile fiducia.

– «...Quando ogni speranza umana finisce sorge in mezzo la speranza religiosa, ossia Gesù, conforto dei mesti, e con la dolce e melliflua presenza ci fa sentire la bella espressione: gente di poca fede perché avete dubitato? E Gesù si fa sentire e mentre scrivo vicino a Gesù esposto alla pubblica adorazione, Gesù si fa sentire ed è in mezzo a noi come unica luce e vero conforto...! Quante e quante volte l'amabile Dio ci ha voluto provare e quante e quante volte Gesù ci mette la mano di sotto per non farci cadere nel baratro della disperazione e col gran Cuore, proprio d'un Dio ci solleva fino a Lui e ci dice: Ego sum... ecce ego vobiscum sum . No... non piangete, o tenere figlie del mio cuore Sacerdotale, non piangete o derelitte ed abbandonate orfanelle, sempre sempre vi farò da padre vero – vobis in patrem e vi porterò tutte e tutte a Gesù... ve lo farò gustare e vedere quant'è soave nella purità, nella castità... nell'amore!» (Lettera del 27 ottobre 1906).

– «...Si vuole da Dio il mio ed il vostro completo sacrifizio, la mia e la vostra perfetta abnegazione con la più illimitata fiducia nella Provvidenza di essere sempre di Dio, operando tutto alla di Lui maggiore gloria... Quanto e come ebbero a soffrire i Santi fondatori per le loro sante opere! Vorreste togliere a me il merito delle persecuzioni, delle lotte che sono naturali conseguenze di una fondazione, di una nuova Istituzione qual è la Pia Casa Lavoro e Preghiera? Le tribolazioni, il patire in genere ci avvicina da un lato a Dio e dall'altro ci fa ricordare che cosa noi siamo. Or posso assicurarvi che ero più contento, più vicino a Gesù, breve, avevo più fervore e più amore al mio appassionato Crocifisso quando nei primi anni del Sacerdozio ebbi quella non interrotta catena di persecuzioni e calunnie, anziché in questi ultimi anni in cui le lodi, le approvazioni del pubblico e tanti commenti favorevoli si sono fatti a mio riguardo» (Lettera del 6 novembre 1907).

– «In voi la sola parola di risposta dovrà essere, come in tutte le azioni della vostra vita, Fiat : ossia fate di noi, o Signore, ciò che vi piace, noi abbiamo perduta la nostra volontà, né vogliamo più trovarla. Il giorno in cui tutte sarete informate allo spirito della completa fiducia in Dio e della assoluta negazione della vostra volontà, allora incominceranno a fiorire dentro il vostro giardino i fiori più scelti e più graditi al vostro Sposo Gesù, il quale non vi potrà essere tolto da nessuno per qualsiasi innovazione di abito, di vitto, di casa, o di regolamento» (Lettera del 6 novembre 1907).

 

IL TEMA DELLA PASSIONE DI CRISTO

Il mistero della croce è tema dominante dell'intero epistolario: numerosissimi sono i richiami, le descrizioni, le invocazioni, tanto da costituire una vera e propria spiritualità della croce. E ciò non soltanto da un punto di vista letterario, ma soprattutto esistenziale: la vita di Padre Messina è contrassegnata dalla costante presenza del Cristo Crocifisso. Invitava ripetutamente le sue religiose a non avere altro amante che Gesù e Gesù Crocifisso. Il 1 gennaio 1900, così scrive alle sue “amatissime Figlie”:

«Non vi riconoscerò per mie figlie spirituali senza croce... anzi vi assicuro che non vi dirigerei senza croce. Non si ama Gesù coi sospiri di amore senza prima amarlo coi triboli delle tentazioni e delle persecuzioni del mondo... Pregate sempre Gesù che vi dia la scienza del patire e siate crocifisse assieme a Lui crocifisso... sempre e sempre crocifisso... una speranza dolce ci consola... il Paradiso» (Lettera del 1 gennaio 1900).

E la croce fu veramente al centro della vita di Padre Messina; da qui si spiegano i numerosi richiami a questo mistero, insieme glorioso e doloroso, e che solo l'esempio di Cristo può illuminare. Ecco un florilegio delle espressioni più significative:

– «Avvicinatevi oggi a Gesù e non vi dipartite da Lui senza che prima vi abbia caricate di croci: e croci vogliamo, o Gesù Croce» (Lettera del 1 gennaio 1900).

– «Non senza ragione portate il crocifisso al petto, vicino al cuore, quasi quasi per mostrare a tutto il mondo che voi altresì siete crocifisse» (Lettera del mercoledì Santo 1900).

– «O mio Gesù Crocifisso, da me tante volte trattato male, ma sempre lasciandomi Sacerdote, scrivi una buona volta nel mio cuore la tua Passione e le tue piaghe, perché possa leggervi due sole cose: AMORE E DOLORE; amore perché possa disprezzare per Te ogni amore – Dolore perché possa sostenere per amor tuo ogni dolore» (Lettera del mercoledì Santo 1900).

 

CARITÀ VERSO DIO, CARITÀ VERSO IL PROSSIMO

Padre Giovanni Messina esercitò eroicamente la carità verso il prossimo con zelo continuo e instancabile, dimostrato per la salvezza delle anime in tutta la sua vita. Anzi, soprattutto nell'amore del prossimo si manifestò quanto fosse mai grande l'amore per Dio. Nel suo sacrificarsi in molti modi per sottrarre i più poveri e i più piccoli alla povertà e alla miseria materiale e morale, si ispirò a san Filippo Neri e al Cottolengo. Amava i poveri e gli ammalati per i quali aveva squisite attenzioni. Era molto popolare fra i pescatori del suo quartiere di sant'Erasmo: si soffermava con tutti, interessandosi ai loro problemi familiari e di lavoro. Aveva saputo mirabilmente saldare la carità di Dio con quella del prossimo, come testimonia una delle sue prime collaboratrici:

«Tutta la vita del Servo di Dio, da quando io lo conobbi, fu incentrata in una carità veramente eroica verso il prossimo. In sostanza tutta la sua opera sacerdotale fu diretta nel servizio dei fratelli, spirituale e materiale; e per questo non esitò mai di affrontare qualunque sacrificio, sfidando anche certe critiche; però il popolo comprendeva bene lo spirito con cui egli operava e lo stimava. A me personalmente risulta che il Servo di Dio si fece tutto a tutti e cercava d'inculcare anche a noi l'amore verso il prossimo. Intendo specificare che una cura particolare egli ebbe per i bambini orfani, ai quali non faceva pesare la mancanza dei genitori, anzi manifestava verso di essi tutto il suo amore paterno. Volle pure che noi Suore ci chiamassimo “Madri” indistintamente, per esprimere il concetto di maternità nei confronti degli orfanelli» (Testimonianza di Madre Caterina Carollo, Summarium , 929).

– «Carità vuol dire Spirito Santo, la carità informò l'anima della Vergine, di carità fu investito il mio simpatico Padre Filippo Neri, la carità unisce il Padre al Figliuolo per mezzo dello Spirito Santo, Sacramento di amore è l'Eucaristia, che solennemente viene celebrata nella festa del Corpus Domini. Tutto è carità, perché essa è il centro della perfezione cristiana » (Lettera del 28 maggio 1900).

– «Che bella un'anima infuocata di amore per Gesù! Non ha prezzo, anzi da nessuno è apprezzata perché non possono né sanno apprezzarla. Quant'è bella una vita consumata per la carità e potersi dire di noi che siamo morti di amore! Chi muore di amore di mondo, muore nella disperazione, chi muore di amore per Gesù non muore mai, anzi comincia a vivere perché Gesù è la vita. Quant 'è bello fare scolpire sulle nostre lapidi sepolcrali: Qui giace un'amante di Gesù!» (Lettera del 28 maggio 1900).

– «La vostra e la mia missione, tutta ispirata alla carità, non ci fa altro osservare se non quanto si dice dall'Apostolo. Rallegrarci con chi si rallegra, ma piangiamo anche con chi piange. Se da un lato vi ho detto di essere allegre, ilari, perché come anime vergini non si addice la tristezza, dall'altro coll'Apostolo vi esorto a piangere con coloro che piangono – siate cioè in mezzo alle miserie del povero, del tapino, dell'abbandonato, dell'orfano, come gli Angeli consolatori. I poverelli quando parlano tra di loro si sentono consolati, raccontandosi scambievolmente le loro miserie, i loro debiti e noi quanto bene faremmo a loro, se interessandoci delle loro miserie, non diciamo belle parole, ma coi fatti intrecciamo l'aiuto materiale alla parola dolce, melliflua del conforto cristiano, ricordando loro che il Paradiso è pei poverelli» (Lettera del 6 gennaio 1903).

– «La carità, ossia l'amore verso Dio e copiata nel prossimo, ecco la gemma preziosa che deve rifulgere sulla fronte del Sacerdote e voi come tralci dovete essere infiammate della vera carità, ossia del santo amore di Dio. La Casa Lavoro e Preghiera è fondata sulla carità e se sarò come spero, infiammato dal buon Gesù del fuoco che Egli stesso venne a mettere sulla terra, voi tutte verrete dietro a questo fuoco che da Gesù piantato, dal povero Direttore sarà divampato» (Lettera del 29 aprile 1904).

 

DEVOZIONE EUCARISTICA

La preghiera incessante fu una delle prerogative della vita di Padre Messina. La lunga meditazione mattutina, le ore di adorazione quotidiana, la recita della liturgia delle Ore erano i momenti più cari al suo cuore. Amava il colloquio notturno con il Signore che prolungava nel giorno, soprattutto nella meditazione e nell'adorazione del SS. Sacramento. Riferisce una delle prime suore:

«Posso dire che la sua gioia preferita era la preghiera fatta davanti al Tabernacolo; ogni mattina lo trovavamo già in Chiesa a fare la sua meditazione e adorazione al Santissimo. Quando poi arrivavamo noi Suore egli celebrava la S. Messa con molta devozione e fervore tanto da infervorare anche noi. Anche davanti al Santissimo abitualmente recitava il Breviario» (Testimonianza di Madre Maria Battistina Amato, Summarium , 830).

Viva era la sua devozione all'Eucaristia. Dedicò la Chiesa del suo Istituto al «Corpus Domini» e qui volle, con il permesso del suo Arcivescovo, che venisse quotidianamente esposto il Santissimo Sacramento per l'adorazione pubblica. Ne fece il centro della propria opera e un punto d'incontro per molte anime da lui attirate all'amore dell'Eucaristia, come testimoniano i seguenti stralci tratti dal suo epistolario:

– «Orazione, val quanto dire unione intima col nostro Gesù, unione che non si spiega a parole ma col fatto che noi siamo di Gesù, in Gesù, per Gesù, con Gesù, non respiriamo altro che Gesù, non viviamo di altro che di Gesù, in brevi parole ipostaticamente uniti con Gesù, cioè la natura umana unita con la natura divina. Oh quanto è bello vivere con Gesù! Il mondo non l'ha capito, né lo capirà mai, quanto vale un momento solo con Gesù Eucaristico, è dato a poche anime gustare la felicità della vita unitiva della grazia» (Lettera del 16 ottobre 1900).

– «Che buio per un'anima lontana dalla santa Eucaristia; che luce e converso per un'anima che si ciba quotidianamente delle carni immacolate di Gesù! La vera e soda scienza per le anime si attinge dal tabernacolo; i Santi per essere riscaldati non si sono avvicinati ad altra fonte fuori di questa. È un fuoco che brucia e consuma» (Lettera del 9 aprile 1901).

– «Quanto ci dovrebbe commuovere il Crocifisso. Che delizie paradisiache dovremmo noi sperimentare quando siamo con Gesù nelle specie sacramentali! La mente ed il cuore sono troppo angusti e limitati per accogliere i sentimenti di affettuosi pensieri e di caldi affetti, di ringraziamento e di amore per i due Sacramenti dell'amore: la Passione , l'Eucaristia. Oh se potessimo con le nostre corte vedute avvicinarci appena appena alla soglia della Chiesa ed alle falde del Calvario per contemplare se non la profondità del mistero perché siamo troppo lungi, ma almeno l'introduzione di un'affetto che mai vien meno. Noi tutti ancora non siamo, né possiamo per ora entrare nelle intime alcove del Cuore amato di Gesù!» (Lettera dell'11 giugno 1904).

 

LA DIGNITÀ SACERDOTALE

Nel 1906, in occasione del decimo anniversario della sua ordinazione sacerdotale, così Padre Messina scriveva alle sue Figlie spirituali:

«Dilettissime Figlie, il giorno più bello della vita per un sacerdote è certamente quando, consacrato dal suo vescovo, si unisce al Sacerdote per eccellenza, con suo carattere indelebile del Sacerdozio... Dieci anni di celebrare Messe, ossia dieci anni di comunicazione diretta con la divinità, ossia dieci anni di ineffabili dolcezze provate sull'altare. La prima messa per un Levita è la prima visione paradisiaca che si svela attorno allo stesso, e mi ricordo con piacere che potei allora ripetere “non sono io che vivo, ma vive in me Gesù Cristo”. Che consolazione, che dolcezza si provano nella prima messa... Sono con voi per amore di Gesù che tanto ama i poveri e non temete, Dio ci aiuterà e io vi benedico nel Signore...» (Lettera del 21 marzo 1906).

Parole analoghe il Servo di Dio scrive alle sue Figlie a ogni anniversario del suo sacerdozio, segno della intensità con cui viveva il suo essere “dispensatore dei misteri di Dio”:

«Il sacerdote, ossia il rappresentante di Dio/Gesù sulla terra, il Sacerdote gioiello della Divinità, amico e segretario degli interessi del Cuore di Gesù; il sacerdote che si fa tutto a tutti per guadagnare tutti a Dio, ecco ciò che impetro dalle vostre preghiere mentre io vi procuro il pane materiale e vi conforto col cibo consacrato sull'altare, ossia con la Santa Eucarestia » (Lettera del 20 marzo 1907).

Altrove il Servo di Dio si diffonde in un apologia del sacerdozio, dove non mancano frasi ardite, suscitate da una profonda adesione al mistero che egli viveva, giorno per giorno, nel suo ministero di alter Christus , come egli stesso rileva:

«...un sacerdote che porta il fuoco della carità forse non continua la missione di Gesù ch'è fuoco e che viene per mettere il fuoco sulla terra, non volendo altro se non che sia bruciato e che sia sempre divampato? O se tutti i sacerdoti potessero avere i carboni accesi sulla testa, come sarebbero illuminati tanti che dormono nelle tenebre e nelle ombre della morte. Radunate, sì radunate quanto più ne potete carboni e svegliamoci un momento: non siamo pigri ma laboriosi, siamo fervorosi e non freddi, siano costanti e non ci scoraggiamo delle difficoltà che si frappongono per questa nostra piccola e modesta istituzione. A noi toccherà il premio se lotteremo fino al pallio, a noi la corona, se avremo combattuto per la giustizia, a noi i gigli se avremo usato la mirra della più semplice e santa mortificazione» (Lettera del 6 gennaio 1903).

 

FILIALE DEVOZIONE A MARIA

Padre Giovanni Messina ebbe per la Madre di Dio lo slancio della devozione più tenera e filiale. Ne curava molto le feste e animava le sue figlie alla costante devozione. Soprattutto inculcò la recita del Santo Rosario, tanto che la sua casa veniva chiamata « la piccola Pompei di Palermo ». Qualche testimonianza:

«Padre Messina credeva nella Vergine santa, di cui era particolarmente devoto; lo ricordo quando, durante la novena dell'Immacolata, di mattina presto girava nell'istituto e fuori esclamando: Viva Maria Immacolata! , ed invitando Suore e ricoverati ad alzarsi più presto per compiere un atto devozionale alla Madonna» (Testimonianza di Madre Bernardina Farinella, Summarium , 1313).

«Nutriva grande devozione verso l'Immacolata, ed in preparazione a questa festa liturgica premetteva i dodici sabati solenni e la novena; curava pure la pia pratica del mese mariano, alla quale partecipavano tutti i ricoverati, ed egli, dopo la recita del S. Rosario dettava un pensierino Mariano. Fra le altre pratiche di pietà a lui care, ricordo la quindicina in preparazione alla festa dell'Assunta. Anzi ricordo che in questa circostanza invitava i ragazzi a condurre processionalmente la statuina della Madonna lungo i corridoi della casa cantando inni mariani» (Testimonianza di Madre Eucaristica Titone, Summarium , 1596).

«Che dire della devozione del Padre per la Madonna? Sì, in tal caso mi viene spontaneo definirlo «pazzo», innamorato di Maria. Durante il novenario dell'Immacolata si alzava prestissimo ed incominciava a suonare le campane invitando a gran voce i pescatori ad alzarsi per venire in Chiesa ad onorare la Madonna ; quando entravamo noi, egli era già all'armonium che suonava e cantava inni popolari a Maria» (Testimonianza di suor Filomena Scibetta, Summarium , 2085).

Padre Messina desiderava che la sua Opera fosse «... guidata da Suore Figlie di Maria, da cui si lasciano guidare in tutto, abitata da piccoli orfani devoti di Maria». Questa tipica impronta mariana ritorna costantemente nelle sue lettere:

– «O sì, care figlie, a Maria andiamo per avere lo Spirito Santo. Questa cara Madre attorniata da noi c'impetrerà da Dio lo Spirito che ci cambierà e ci farà forti, a patto però che non ci distacchiamo da Lei. Siamo pazienti con la Vergine paziente, siamo umili con la Madre dell'umiltà, ma più d'ogni altro siamo casti con la Vergine pura e casta! Oh, che c'impetri la Vergine questa grazia, questa volta non dobbiamo staccarci dai di Lei piedi senza averla ottenuta!» (Lettera del 28 maggio 1900).

– «Un pensiero a Maria – O Mamma mia. Tu che così Addolorata mi apparisci nel mio studiolo, non dimenticare i tuoi fidi che tanto ti amano in questa Casa Lavoro e Preghiera – Non piangere amabile e bella Regina... no non piangere perché sei innocente ed Immacolata, lascia che piangiamo noi le nostre colpe e Tu ci aiuta a durare la vita nel dolore e negli affanni perché Ti potessimo una buona volta vedere e bearci di Te. A me... a me Sacerdote, a cui hai confidato il tuo Gesù per non farlo maltrattare dai miei e tuoi figli... sì a me... amor concedi così tenero come quello del tuo e del mio Giovanni Evangelista tanto a Te vicino. Benedici i tuoi figli... ed a rivederci in Paradiso, in Paradiso» (Lettera della domenica in Albis del 1903).

– «Volesse il cielo, come da parte mia ho sempre bramato, volesse il cielo che tutti noi fossimo innamorati e affidati alla Gran Vergine; allora sì che la nostra Casa Lavoro e Preghiera diretta da un Sacerdote Sposo di Maria per il Sacerdozio del Figlio di Maria, guidata da Suore Figlie di Maria da cui si lasciano in tutto guidare, abitata di piccoli orfani i quali non dovrebbero sapere altra cosa che amore tenero ed affettuoso a Maria; volesse il cielo, quando tutti riuniti potessimo ripetere: amiamo, stringiamoci attorno ai piedi della buona nostra Madre Maria Immacolata, figlia del Padre Eterno, Madre dell'Eterno Figlio e Sposa intemerata dello Spirito Santo. Vi benedico, venerabili e dilette Figlie di Maria e siate affettuose alla Mamma Maria, come il vostro umile Direttore e Padre» (Lettera del 13 novembre 1904).

– «Amate Maria e amatela con tutto l'affetto, come tenere figlie affettuosissime verso la più tenera e la più affettuosa Madre. Vicini a Maria non si pecca, ma si sta sereni. Beate voi, o figlie che vi siete consacrate a Maria, a Maria Regina dei Vergini e nostra affettuosissima Madre» (Lettera dell'8 dicembre 1910).

A conclusione di questa breve relazione sui motivi letterari e spirituali dell'epistolario di Padre Messina ci sembra appropriato quanto, in proposito, ha scritto sul Servo di Dio don Domenico Sparpaglione:

«La conoscenza migliore della sua vita e del suo pensiero, o meglio dell'ideale verso cui la sua vita si protese, la sua potente personalità ortodossa, la rivelazione dei suoi sentimenti, dei suoi affetti, della sua indole, della sua virtù sostanziata di umiltà, di zelo sacerdotale e religioso, di purezza angelica, di carità inesausta e sacrificata, vengono proprio confermate e illustrate da queste lettere didascaliche, che sono sangue del suo sangue, palpito vivo del suo cuore, tutto amor di Dio e delle anime, il più puro e il più sofferto» (Id., La vita e gli scritti del Padre Messina , Scuola grafica Don Orione, Palermo 1969, 34).

 

N O T A_____________________________________________

La raccolta di tali scritti, tutti autenticati dalla Curia arcivescovile di Palermo, è formata da circa 800 cartelle dattiloscritte e può essere così catalogata:

a) Epistolario . È costituito dalle circa 300 lettere, quasi tutte datate, che formano il patrimonio letterario e spirituale di maggior pregio. Le lettere sono indirizzate da Padre Messina alle suore collaboratrici; poche sono quelle riservate a familiari, sacerdoti e religiosi; rare quelle rivolte ad ambienti fuori della sua Opera.

b) Giornale della Casa . Si tratta del diario della casa, in forma di volume manoscritto, nel quale sono riportati i fatti di cronaca più importanti, le annotazioni delle offerte ricevute, il resoconto della situazione amministrativa, le firme dei visitatori, appunti circa l'operato delle suore e degli assistiti, riflessioni spirituali, piccole preghiere e perfino la bozza di alcune lettere. Il curatore è quasi sempre lo stesso Padre Messina. Il Giornale copre gli anni 1907–1920, ma è spesso frammentario, a volte vengono saltati perfino dei mesi interi.

c) Testamento olografo . Si tratta del testamento olografo di Padre Messina aperto il 6 giugno 1949, all'indomani della sua morte (24 maggio 1949). Con tale atto Padre Messina lascia i beni della sua fondazione «tutto compreso e niente escluso» a favore dei piccoli ricoverati delle sue istituzioni. Il documento, al di là dell'intrinseco valore civile ed istituzionale, rivela magnificamente lo spirito di fede, abnegazione, sacrificio e zelo che animò il cuore di Padre Messina nell'opera a favore degli orfani abbandonati.

d) Scritti vari . Discorso per l'inaugurazione del monumento al Cav. Tagliavia; Discorso inaugurale per l'apertura della Casa filiale di Misilmeri; Memorie intorno alla chiesa di Sant'Erasmo; Considerazioni sulla missione del sacerdote; Descrizione del disastro per la caduta del campanile a Buonriposo; Meditazione per la festa liturgica dell'Ascensione di Gesù; Descrizione del terremoto di Messina; Appunti circa la verginità per un ritiro spirituale; Appunti circa la santità per un ritiro spirituale; Considerazioni sulla missione del sacerdote; Riflessioni sulla castità del sacerdote; Riflessioni sulla verginità delle anime consacrate; Preghiera per i calunniatori; Preghiera per ottenere lo zelo sacerdotale; Discorso inaugurale per l'apertura della casa di Buonriposo.

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