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Messaggi don Orione
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Autore: Flavio Peloso
Pubblicato in: Messaggi di Don Orione, n.34, 2002, p.27-45. Anche Don Orione & la Conciliazione, “Studi Cattolici”, Giugno 2001, p. 426-431.

Un nuovo tassello di storia nella lettera di Don Orione a Mussolini. La fedeltà alla Chiesa e alla Patria furono messe a prova con la Questione Romana.

DON ORIONE E LA CONCILIAZIONE DEL 1929

Fedeltà alla Chiesa e alla Patria alla prova

Don Flavio Peloso

 

A Sua Eccell. l’Onor.le Benito Mussolini
Capo del Governo Italiano
Roma

Tortona, il 22 Settembre 1926

Eccellenza,
È da tempo che non mi posso liberare da un pensiero;
e più prego, più mi torna, sì che mi sembra la voce del dovere.
Sono sacerdote, umile figlio della chiesa,
disciplinato e obbediente ai Vescovi e al Papa senza reticenze.
E sento di essere italiano e cittadino non vile.
Scrivo sentendo di non volere, di non cercare altro
che il bene delle anime, della religione e della mia Patria.
Perdoni quindi, Eccellenza, la libertà.
Iddio le ha messo in mano un potere che, forse, nessuno ebbe l’uguale in Italia.
E vostra Eccellenza ha fatto molto.
Il cielo la conservi a compiere la provvidenziale missione che Le ha dato.
Penso che v. Eccellenza, se vuole, può, col divino aiuto,
finire l’amaro e funesto dissidio che è tra la chiesa e lo Stato.
E umilmente la prego, e come sacerdote e come italiano.
Trovi una base ragionevole, e proponga una soluzione.
Spetta al Governo italiano stendere nobilmente la mano al vinto.
Il santo Padre, che ama di sviscerato amore la nostra, la sua stessa Patria,
assicurata la piena e manifesta libertà e indipendenza della S. Sede,
sarà certo ben lieto che gli si offra di potere addivenire ad un componimento.
E quale forza, quali vantaggi ritrarrebbe l’Italia da una conciliazione!
Lo faccia, Eccellenza, e la seguiranno tutte le benedizioni di Dio
e le benedizioni e il plauso del mondo cristiano e civile.
E avrà scritto una delle pagine più belle della storia.
Con profondo ossequio
di Vostra Eccellenza dev.mo servitore
Sac. Luigi Orione

 

            Don Orione fu un uomo dallo zelo pastorale altissimo, intelligente, intraprendente, duttile nell’indirizzarsi su ogni sentiero percorribile. Aveva le idee chiare sulla distinzione e sulla connessione tra missione apostolica e impegno politico e si comportò di conseguenza. “La nostra politica deve essere quella del Pater noster”,[1] affermava senza intendere la frase come una scorciatoia al disimpegno politico, ma come il fondamento e la sostanza dell’impegno politico. Per “politica del Pater noster” Don Orione intendeva l’atteggiamento di chi, a partire dalla Paternità universale di Dio, concepisce la vita sociale come fraternità e le relazioni civili e politiche come espressioni della carità.

 

            Cinque orientamenti per una fedeltà dinamica

            Il pensiero di Don Orione sul rapporto tra amore alla Patria e amore alla Chiesa e al Papa ritorna in molti suoi scritti e conversazioni. L’amor di Patria (scriveva “Patria” sempre con lettera maiuscola) lo considerava un “sacro amore” e non per una retorica sentimentale e ormai fuori di moda, ma per una visione di fede radicata sulla sacralità della vita che viene da Dio trasmessa e coltivata attraverso i Padri: genitori, famiglia, popolo di appartenenza.  Sarebbe interessante raccogliere in uno studio organico le principali indicazioni di Don Orione su come debba essere “l'amor di Patria” e la "nostra politica". Mi limito qui ad accennare a cinque principali orientamenti.

            Il primo orientamento riguarda il valore civile e politico della fede cristiana. Don Orione ne era talmente convinto da affermare che “la prima opera di giustizia è dare Cristo al popolo”.

“Che guadagnerebbe l'umanità rinnegando la carità di Cristo? Con Cristo tutto si eleva, tutto si nobilita: famiglia, amore di patria, ingegno, arti, scienze, industria, progresso, organizzazione sociale: senza Cristo tutto si abbassa, tutto si offusca, tutto si spezza: il lavoro, la civiltà, la libertà, la grandezza, la gloria del passato, tutto va distrutto, tutto muore.  Vogliamo portare Cristo al cuore degli umili e dei piccoli, del popolo e portare il popolo ad amare ognora più Cristo, la famiglia e la patria. Instaurare omnia in Christo: è necessario fare cristiano l'uomo e il popolo, è necessaria una restaurazione cristiana e sociale della umanità”.[2]

            “Quanto più al popolo manca la fede tanto gli si accresce una sete ardente di ricchezze e di piaceri, che talvolta diventa furore selvaggio. Il mondo civile è governato principalmente dal pensiero e dall'amore, e nessuna cosa ha tanta efficacia nel pensier e nell'amore buono, quanto il Cristianesimo. Se c'è stato di cose che spaventa, più di quello del dominio di un tiranno, è ancora quello di un domani in cui le masse popolari camminassero prive di Dio”.[3]

            Il secondo orientamento riguarda il primato della universale cittadinanza celeste rispetto a quella particolare terrena, la superiorità dell’appartenenza alla Chiesa rispetto a quella delle Patrie terrene nella cittadinanza universale.

          “E' sempre bello e gradito cantare le lodi della propria terra, della bella nostra Italia che tenne per tanti secoli il primato nelle arti e nelle lettere, il primato soprattutto nel diritto, la nostra patria tanto bella, il paese del sole! Però quando voi, cari miei chierici, nelle vostre accademie, nelle feste che si faranno nelle nostre Case, nelle accademie dei nostri Collegi, se vi accadrà di dover parlare - e dovrete parlare perché il sangue non è acqua e l'amor di patria è uno dei più sacri amori degli uomini -, quando vi accadrà di dover parlare delle grandezze, delle glorie della nostra cara patria, fate sempre emergere che la più grande gloria e grandezza della nostra Italia è quella di essere il centro della Fede che ha sparso la civiltà, la vera civiltà, nel mondo. Sempre si deve mettere, prima di tutto, in grande rilievo perché la maggior gloria è quella di essere al centro del Cristianesimo e di accogliere la sede della Cattedra del Vicario di Cristo.

          Solamente per questo si può ancora oggi chiamare l'Italia nostra caput mundi! A ragione anche oggi si può chiamare caput mundi perché in Italia sta la Sede di Pietro, il centro della fede cattolica![4]

          E poi spiegava:  La più grande e prima potenza è la potenza morale che vale più di ogni altra potenza. E la più grande potenza morale è la Chiesa! E la più grande bellezza è la bellezza dello spirito![5]

          Terzo orientamento. Distinzione, reciprocità e primato del servire la Patria, cioè il popolo, rispetto al servire lo Stato e le sue forme politiche: “Altro è lo Stato, altro è la Patria. Alcune volte questa differenza si fa tanto palese, che è necessario contrariare lo Stato appunto perché si ama la Patria”.[6]

In altra occasione ritorna sul medesimo concetto: “Altro è amare la Patria, e altro è far politica. La Patria è qualche cosa di più alto della politica!”.[7] E commentando con i suoi religiosi un famoso detto evangelico, così argomentava: “Rendete a Cesare ciò che è di Cesare, e a Dio ciò che è di Dio” (Lc 20,25): vuol dire che Gesù Cristo ha insegnato a riconoscere i poteri della società. Date alle autorità di questa terra l’onore, il rispetto, l’ubbidienza, il riconoscimento, il tributo che loro spetta. Il tributo non è solo la moneta, ma tutto ciò a cui il potere civile ha diritto. Ma attenti bene! Non si è sempre obbligati ad obbedire a chi tiene in mano il potere politico. C’è qualche eccezione. Si deve obbedire in tutto fino a che non comanda cose contro coscienza. “Date a Dio quel che è di Dio”. Ciò significa che noi dobbiamo, con piena e razionale adesione di mente, di cuore, di sentimento, di disciplina e vita, riconoscere, ricevere questa autorità religiosa”.[8]

          Quarto orientamento. Distinzione, reciprocità e primato del servire la persona, i cittadini, rispetto al servire la collettività, le strutture; in altre parole, primato dell’educazione e promozione dell’uomo, in quanto singolo e in quanto società, specialmente se svantaggiato, rispetto alle politiche di governo da ritenersi strumentali, relative al bene delle persone e del popolo. “Altro è parlare, lodare, servire la patria educando i giovani e noi stessi all'amor di patria, - perché è la terra dove siamo nati, dove riposano le ossa dei nostri cari morti… - altro è fare politica. Diceva Don Bosco: la mia politica è quella del Pater noster. La nostra più grande politica è dare la vita nostra, fare olocausto di noi stessi, nelle opere di fede e della carità, a vantaggio e salvezza dei più piccoli, poveri, bisognosi, sventurati nostri fratelli”.[9]

            Infine, quinto orientamento, Don Orione, riferendosi alla missione specifica di religiosi e sacerdoti, dice esplicitamente che essi “non devono fare della politica: la politica non è da religiosi”,[10] nel senso di parteggiare e militare per l’una o l’altra visione o forma di gestione della cosa pubblica. La via di azione politica da privilegiare da parte dei suoi religiosi voleva fosse quella della carità;  le opere politiche più consone ed efficaci sono le opere della carità. “Come ameremo noi la patria? Nessuno più di noi amerà la patria perché più grande amore di patria non c'è che abbracciando i poveri, ricoverando i poveri, evangelizzando i poveri, i piccoli! La patria si ama compiendo opere di carità, di misericordia![11]  La nostra politica è la carità grande e divina, che fa del bene a tutti”.[12]

            Queste parole non sono un invito all’intimismo religioso o all’assistenzialismo privo di orizzonte e di progetto sociale. Per rendersi conto di quanto le parole di Don Orione siano piene di verità e di concretezza anche “politica” occorre conoscere la sua vita, le sue tante azioni e relazioni che influirono sulla società, determinarono nuove mentalità, provocarono cambiamenti anche politici in favore del popolo. Tra le iniziative di Don Orione vi fu anche una lettera, diretta al ministro delle Finanze Guido Young, ben argomentata, per sostenere e incoraggiare una politica economica che può “offrire una soluzione alla crisi sempre incalzante” e “una parola di conforto e di pace all’umanità, oggi tanto dolorante e sfiduciata”.[13]
 

            Don Orione pensava ed agiva da sacerdote, da apostolo. E proprio a motivo della sua grande passione apostolica, egli fu anche assai concreto nell’impegno sociale, nella costruzione della “città”. Vogliamo ora approfondire un capitolo di vita di Don Orione nel quale vediamo messo alla prova il suo amore alla Patria e alla Chiesa, entrambi autentici, distinti e reciprocamente implicati. Nei due primi decenni del ‘900, mise alla prova la sua fedeltà alla Chiesa e alla Patria, occupandosi fattivamente di una delle questioni che più dilaniarono la società italiana per quasi cinquanta anni, dalla presa di Roma (1870) fino alla Conciliazione (1929): la “questione romana”.

            Recentemente, l’Archivio generale “Don Orione” ha messo in luce alcuni documenti che ricostruiscono un inedito tassello delle vicende che hanno portato alla Conciliazione tra Chiesa e Stato in Italia con il Concordato e i Patti Lateranensi del 1929. Questa pagina di storia ha per protagonista il beato Don Luigi Orione.

 

            La posta in gioco nella “questione romana”

            Il dissidio tra Stato e Chiesa si era creato con l’annessione unilaterale dei territori dello Stato Pontificio da parte dello Stato italiano. Pio IX,[14] salutato alla sua elezione come Papa “liberale” essendo egli fautore dell’unità d’Italia, resistette all’idea della cancellazione dello Stato pontificio perché, pur minimo territorialmente, lo riteneva essenziale all’indipendenza della Chiesa e alla libertà della sua missione di “madre e maestra dei popoli”.

            E’ nota la valutazione di Pio IX espressa in una confidenza informale al comandante dell’esercito pontificio Karl Kanzler: “Il potere temporale è una cosa sacra, lo difenderò fino alla morte, ma è una grande seccatura”. Pio IX non era attaccato al potere temporale in quanto tale, secondo il falso cliché ormai fissato dalla divulgazione storica popolare, ma quale Capo della Chiesa universale intendeva salvaguardarne la libertà e l’indipendenza in funzione della missione religiosa propria. Nell’Enciclica Ubi nos del 15.5.1871, affermò chiaramente: “Ad ognuno deve risultare chiaro che necessariamente, qualora il Romano Pontefice fosse soggetto al potere di un altro Principe, né fosse dotato di più ampio e supremo potere nell’ordine politico, non potrebbe per ciò che riguarda la sua persona e gli atti del ministero apostolico, sottrarsi all’arbitrio del Principe dominante. (…) Il potere temporale della Santa Sede è necessario affinché lo stesso Pontefice Romano, mai soggetto a nessun Principe o a potere civile, possa esercitare la suprema potestà di pascere e governare in piena libertà tutto il gregge del Signore con l’autorità conferitagli dallo stesso Cristo Signore su tutta la Chiesa”.

            Sovranità uguale a libertà: questo era in gioco e questo alla fine prevalse.[15] Se ne riconoscono a tutt’oggi la verità e i benefici risultati anche con uno Stato di 0,44 chilometri quadrati. La Santa Sede non è Italia, non è Europa. E’ di tutti. Questo era in gioco nella “questione romana”. L’aver equivocato per 100 anni il senso della “questione romana” – equivoco ampiamente rilanciato in occasione della beatificazione di Pio IX – corrisponde a una vera e propria incomprensione e, peggio se così fosse, negazione dei fatti e dei documenti.

            Certamente, la questione romana costituì una ferita nella coscienza dei cattolici italiani e rischiò di dividerne anche la compattezza tra transigenti – che accettavano i ‘fatti compiuti’ e giudicavano che un Papato senza il peso del potere temporale avrebbe svolto con più libertà il ruolo di guida della Chiesa – e gli intransigenti che oltre al fatto giuridico dell’usurpazione ritenevano che l’autonomia politica del Papato fosse strettamente correlata all’autonomia del suo ruolo spirituale e temporale. Vescovi ed ecclesiastici, uomini di cultura, politici e i più bei nomi del laicato cattolico si trovavano tanto da una parte quanto dall’altra degli schieramenti.

            La linea della Santa Sede fu coerente nel respingere l’accettazione dei ‘fatti compiuti’, mentre ebbe una evoluzione nell’ipotizzare la soluzione pratica. Impazienze, intemperanze, incomprensioni, rigidità degli uomini di pensiero e di politica dominante in Italia a fine ‘800 si orientarono verso un aperto anticlericalismo che, a sua volta, favorì l’affermarsi delle posizioni del più duro intransigentismo cattolico.

            Premessa questa sommaria contestualizzazione, veniamo a parlare di un tassello di storia rimasto pressoché nascosto facente parte della lungo processo di resistenza, di speranze e di iniziative che nel mondo cattolico si mobilitarono a favore di una soluzione positiva del conflitto tra Chiesa e Stato italiano.

 

            La consegna di Pio X a Don Orione

Per il beato Don Luigi Orione la soluzione della “questione romana” era proprio un problema di coscienza, tanto più che Pio X gli aveva aggiunto di suo pugno, nelle Costituzioni, che la Congregazione si sarebbe impegnata a vivere e morire “per la effettiva libertà della Chiesa e per ogni diritto spirituale o temporale reclamato dal Papa”.[16] Da notare che l’aspetto “temporale” dei diritti da difendere affidati all’impegno della giovane Congregazione faceva riferimento alla “questione romana”. Questo fece sì, che soprattutto dopo l’avvento del regime di Mussolini, le Costituzioni fossero tenute molto riservate. “Le nostre Costituzioni, data un aggiunta fatta di suo pugno da Pio X, non si potevano dare più – spiegò Don Orione -. Se capitavano in mano dell’autorità legislativa ci avrebbero chiuso le case perché erano talmente forti le frasi sull’attaccamento alla S. Chiesa che si è dovuto fare una seconda seduta per levare una frase”.[17]

Era noto, perché già ampiamente documentato, l’interessamento di Don Orione alla questione romana espresso in parole, scritti, iniziative di attaccamento alla Santa Sede e al Papa. Si sapeva anche che durante le trattative sfociate nella Conciliazione del 1929 egli era sempre aggiornato degli sviluppi, faceva giungere puntuali i suoi commenti. Poco si sapeva invece della parte diretta e personale da lui svolta nei preliminari e nell’avvio delle trattative stesse.[18]

Veniamo ai fatti. Siamo negli anni ‘20. Nonostante alcune parziali aperture, il mondo cattolico viveva ancora ai margini dalla vita politica, perché il parteciparvi appariva come una legittimazione dell’usurpazione fatta dallo Stato italiano nei confronti della Santa Sede, il 20 settembre 1870, violenta ben oltre i simbolici colpi d’arma da fuoco sparati presso Porta Pia, a Roma.

 Pio X, divenuto Papa nel 1903, aveva acceso le speranze dei cattolici più impazienti di poter uscire dall’isolamento politico. Furono delusi, ma non del tutto. Se da una parte Papa Sarto ribadì il Non expedit dall’altra permise che alcuni scendessero attivamente nell’agone politico. E’ in quest’epoca che vengono eletti in parlamento tre militanti cattolici come Cornaggia Medici, Camerini e Piccinelli di Bergamo, appoggiati dal loro vescovo.

“Pio X, aprendo prudentemente ai cattolici italiani il terreno politico per la difesa sociale - riconosceva Don Orione -, ha preparato quella Conciliazione che era nei voti ardenti del suo cuore e che l’undecimo Pio, coi nuovi tempi e i nuovi indirizzi, poteva realizzare, restituendo Dio all’Italia e l’Italia a Dio”.[19]

A cinquant’anni di distanza, però, era nel desiderio di tutti trovare una intesa onorevole, giusta, rispettosa dei diritti della Santa Sede.

Nel 1922, si ebbe la elezione del nuovo Papa, Pio XI, il 16 febbraio, mentre nuovo Capo del Governo italiano divenne Benito Mussolini, il 28 ottobre. Il fatto che il Papa si affacciasse per la Benedizione apostolica dalla loggia esterna di San Pietro, che era rimasta chiusa, per protesta, dal 1870, fu interpretato come un segnale di pacificazione. Da parte sua, anche Mussolini cominciò a dare subito segni di benevolenza verso la Chiesa; infatti, riteneva importante per il prestigio personale il buon rapporto con la Chiesa, e la soluzione della “questione romana” ne era condizione determinante.

Questi fatti avevano fatto sperare anche Don Orione. In quel medesimo 1922, egli era tornato da un viaggio missionario di due anni in Sud America. Commentò: “Sono stato all’estero: quale forza, quali vantaggi grandissimi ritrarrebbe l’Italia da una conciliazione con la S. Sede!”.[20]

 

In un gruppo di studio per proporre una soluzione (1926)

Il decisionismo subito palesato da Mussolini, aveva fatto sperare a Don Orione che si sarebbe passati dal disgelo ad una rapida maturazione dei frutti di conciliazione. Ma i mesi trascorrevano senza significative iniziative. Don Orione non si dava pace. “Non si può essere indifferenti o estranei a quanto riguarda il Papa e la nostra Santa Chiesa. Io ho sperato che l’onor.le Mussolini avrebbe affrontato il grave ed annoso problema, e dato fine al funesto dissidio. E’ un grande dolore per noi cattolici e italiani, che questa benedetta questione della libertà della Santa Sede non venga finalmente risolta. Bisogna che la Santa Sede sia libera, e tale appaia agli occhi del mondo cristiano, in modo evidente e indiscutibile. Io spero nella Provvidenza, e ho fede nel trionfo della giustizia e della verità; ho fede nella indipendenza e libertà effettiva, reale e tangibile del Vicario di Cristo, come ho fede nella libertà e verace indipendenza d’Italia”.[21]

Non era il solo, Don Orione, a scrivere di queste cose nell’Italia di quel tempo. Le sue preoccupazioni e speranze si incontrarono con quelle di altri ecclesiastici.[22] La sua passione si tradusse in intraprendenza. In particolare, si originò una consonanza di intenti con Padre Giovanni Genocchi, dei Missionari del S. Cuore, Padre Giovanni Semeria, Barnabita, e con Don Giovanni Minozzi, fondatore con Padre Semeria dell’Opera Nazionale del Mezzogiorno d’Italia. Quest’ultimo riferì che, proprio in casa di suoi parenti – i Santarelli, rinomati produttori di vino -, riunì gli altri amici ecclesiastici per discutere e studiare le possibilità di un eventuale accordo tra il potere temporale e quello spirituale.

Dell’incontro riferisce il Padre Minozzi stesso in una preziosa memoria: “Io convitai il grande Missionario (Padre Genocchi) a una riunione intima, riservata, la sera del 17 gennaio 1923, in casa dei miei cugini Santarelli, in Roma, a Via Cavour 325. Insieme avevo invitato il mio D. Orione, P. Semeria, e S.E. l’On. Fulvio Milani[23] allora Sottosegretario al Ministero di Grazia e Giustizia, a me legato da vecchia amicizia nell’assiduo fervore di comuni ideali. Padre Semeria, per un disguido di viaggio, non arrivò. Milani, stimatissimo da Mussolini, era latore di particolari intese avute col suo Ministro S.E. Oviglio, miranti a interpretare concretamente la schietta e ferma volontà del Capo del Governo. (…) In sostanza Mussolini era pronto ad aprire immediatamente franche e leali trattative per arrivare alla soluzione definitiva della Questione Romana, fattasi decisamente anacronistica specie dopo la guerra combattuta da tutti gli italiani in perfetta comunanza di fede e di onore per la Patria, e a mezzo del suo Ministero più all’uopo qualificato desiderava conoscere senza indugio il pensiero esplicito del Papa in proposito. Discutemmo fra noi ore e ore, accesi d’una speranza che lievitava l’anima, incantandola”. [24]

La mattina seguente fu Padre Genocchi a recarsi in Vaticano per riferire al card. Gasparri degli esiti dell’incontro. Il Cardinale, antico e appassionato conciliatorista, restò sorpreso al vedere quella bozza di studio consegnata così presto. Sulle prime, si mostrò titubante. Gli rimanevano delle perplessità sull’opportunità di avviare un contatto ufficiale: era l’anno del delitto Matteotti e della crisi del Governo. Due giorni dopo, però, come testimonia ancora Padre Minozzi, “Il 19 gennaio 1923 Mussolini in persona s’incontrava segretamente in Roma col Gasparri a casa del Conte Santucci. La storia camminava”, come conclude Padre Minozzi la memoria di quell’evento che sbloccò definitivamente le trattative.[25]

Dopo quel primo incontro del card. Gasparri con Mussolini, l’on. Fulvio Milani, sottosegretario alla Giustizia, “per incarico direttamente da Mussolini… prese contatto con gli ambienti della Chiesa per iniziare le trattative della Conciliazione. (…) Alla prima riunione preparatoria erano presenti Padre Genocchi, Don Orione e Padre Minozzi. La mattina successiva, Padre Genocchi riferì del colloquio al Card. Gasparri”.[26] La Commissione, che non aveva mandato ufficiale, continuò il suo studio fino al 1926, giungendo anche ad una ipotesi di soluzione. Una Dichiarazione della Santa Sede, del 18 febbraio di quell’anno, ne relativizzò il valore ricordando che non era legittimata dalle rispettive Autorità.

Dopo alcuni mesi di silenzio sull’argomento, le trattative furono riprese il 26 agosto successivo, “privatamente”, ma tra due incaricati designati uno dalla Santa Sede, l’avvocato Francesco Pacelli, e l’altro dal Governo italiano, l’avvocato Domenico Barone. Don Orione ebbe contatti con Francesco Pacelli, come egli stessò ricordò: "Ebbi relazioni con lui: andavo in Casa Pacelli a trovare suo fratello, il fratello Francesco, che trattò con Mussolini la Conciliazione".[27]

A questo punto, si colloca un documento sorprendente del quale copia autografa è conservata nell’Archivio Don Orione di Roma. Don Orione scrive personalmente a Benito Mussolini. La lettera è datata 22 settembre 1926. La riportiamo per intero.

 

          La lettera a Benito Mussolini

A Sua Eccell. l’Onor.le Benito Mussolini
Capo del Governo Italiano  - Roma

Tortona, il 22 Settembre 1926

         Eccellenza,
         È da tempo che non mi posso liberare da un pensiero; e più prego, più mi torna, sì che mi sembra la voce del dovere.
         Sono sacerdote, umile figlio della chiesa, disciplinato e obbediente ai Vescovi e al Papa senza reticenze. E sento di essere italiano e cittadino non vile.
         Scrivo sentendo di non volere, di non cercare altro che il bene delle anime, della religione e della mia Patria.
         Perdoni quindi, Eccellenza, la libertà.
         Iddio le ha messo in mano un potere che, forse, nessuno ebbe l’uguale in Italia.
         E vostra Eccellenza ha fatto molto.
         Il cielo la conservi a compiere la provvidenziale missione che Le ha dato.
         Penso che v. Eccellenza, se vuole, può, col divino aiuto, finire l’amaro e funesto dissidio che è tra la chiesa e lo Stato.
         E umilmente la prego, e come sacerdote e come italiano.
         Trovi una base ragionevole, e proponga una soluzione.
         Spetta al Governo italiano stendere nobilmente la mano al vinto.
         Il santo Padre, che ama di sviscerato amore la nostra, la sua stessa Patria, assicurata la piena e manifesta libertà e indipendenza della S. Sede, sarà certo ben lieto che gli si offra di potere addivenire ad un componimento.
         E quale forza, quali vantaggi ritrarrebbe l’Italia da una conciliazione!
         Lo faccia, Eccellenza, e la seguiranno tutte le benedizioni di Dio e le benedizioni e il plauso del mondo cristiano e civile.
         E avrà scritto una delle pagine più belle della storia.
         Con profondo ossequio

        di Vostra Eccellenza dev.mo servitore                                                                                                                   Sac. Luigi Orione

L’iniziativa di Don Orione di scrivere a Mussolini non è un atto isolato di zelo personale, sincero ma ingenuo. Attorno a questa lettera, sorprendente in se stessa, le ricerche nell’Archivio Orionino hanno portato a scoprire la rete di rapporti del Beato tortonese con personalità ecclesiastiche e laiche del tempo impegnate a favorire una soluzione al dissidio tra Stato e Chiesa in Italia. Insomma, questa lettera è solo un tassello, eminente certo, di un quadro più ampio di pensieri, di relazioni e di progetti.

Perché scrisse quella lettera? Era dettata solo da uno slancio di fervore o dal timore che le trattative si arenassero nuovamente, oppure sollecitava un salto di qualità delle medesime?

Don Luigi Orlandi, un confratello fidato di Don Orione che aveva battuto a macchina quella lettera, qualche anno dopo lasciò la seguente dichiarazione scritta: “Don Orione mi spiegò che era stato in Vaticano, che aveva parlato con il card. Pietro Gasparri e, non ricordo bene, ma mi pare che mi abbia detto che era stato anche in udienza da Papa Ratti. Certo è che mi disse le testuali parole: Il Papa vuole addivenire ad un trattato con il Governo di Mussolini per sciogliere la cosiddetta Questione Romana, ed il Santo Padre desidera che io scriva a Mussolini sull’argomento”.[28]

Un attento esame della lettera di Don Orione a Mussolini evidenzia precisi e autorevoli messaggi: 1) la chiara volontà della Santa Sede di dare ufficialità e bilateralità alle trattative in vista della Conciliazione (“Il Santo Padre sarà certo ben lieto di poter addivenire ad un componimento”); 2) la indicazione di una fondamentale condizione (“assicurata la piena e manifesta libertà e indipendenza della S. Sede”); 3) la richiesta di un decisivo elemento di “forma” procedurale (“Spetta al Governo italiano stendere nobilmente la mano al Vinto”). Sono tutti elementi molto pertinenti e risolutori. Potevano anche venire da conoscenza personale ma – con più certezza dopo la conferma di Don Orlandi – risultano essere espressione di una iniziativa della Santa Sede che volle affidare ad un sacerdote di fiducia e di riconosciuto valore morale nell’opinione pubblica un chiaro messaggio al Governo italiano senza impegnare la propria autorità.

 

L’avvio delle trattative

Di fatto – se post hoc o propter hoc è difficile determinare – ma a pochi giorni da quella lettera di Don Orione, le trattative tra gli avvocati Barone e Pacelli vennero dichiarate “ufficiali” ed iniziarono i lavori veri e propri. La lettera di Mussolini di conferimento dell’incarico a Domenico Baronio è del 4 ottobre e quella del card. Gasparri con il mandato a Francesco Pacelli, dopo aver ottenuto il consenso dei cardinali stranieri, è del 24 ottobre.[29]

In un Appunto a matita, scritto da Pio XI per l’avv. Pacelli, sono posti tre chiari punti vincolanti le trattative: “Tre premesse: 1) Non si tratta di questione puramente interna italiana. 2) la Santa Sede deve esigere una condizione di fatto e di diritto che le assicuri vera e manifesta indipendenza. 3) alla convenzione costituzionale (politica) deve abbinarsi una convenzione concordataria per tutta la condizione ecclesiastica in Italia”. [30]  Ciò rispecchiava esattamente quanto il Papa pose, fin dalla succitata lettera del 24 ottobre 1926, come conditio sine qua non nelle trattative: l’effettivo rispetto della sovranità piena ed esclusiva sul territorio (che proponeva di denominare “Stato della Santa Sede”), anche disposto a dichiarare di non avere mire temporali e di volere lo stato temporale come strumento necessario all’esercizio del potere spirituale.

Su queste premesse essenziali si svilupparono le trattative che non furono né facili né lineari. Ma l’orizzonte della soluzione dell’“amaro e funesto dissidio” andava definitivamente schiarendosi.

Molte polemiche sorsero, da una parte e dall’altra delle parti in causa, sulle singole determinazioni concordate. In ambito ecclesiastico, ad esempio, suscitò vive reazioni e apprensioni la progressiva riduzione al minimo simbolico di territorialità dello Stato della Città del Vaticano avvenuta in fase di negoziato e culminata poi, il 10 febbraio 1929, con la rinuncia da parte di Pio XI anche alla striscia comprendente il palazzo del Sant’Uffizio e adiacenze per la quale si accontentò del riconoscimento della extraterritorialità. Di fatto però, nel documento conclusivo del 1929, come si legge all’art. 26, venne rispettata la condizione essenziale richiesta fin dall’inizio: “l’Italia riconosce lo Stato della Città del Vaticano sotto la sovranità del Sommo Pontefice”.

Don Orione, dopo gli attivi e discreti movimenti nelle fasi di avvio, continuò a informarsi, a scrutare gli orientamenti e a valutare i passi delle trattative. “Nei passati giorni – scrive a Mons. Boncompagni Ludovisi, il 5.1.1927 - fui assai confortato dall’aver appreso da personaggio, che dovrei ritenere bene informato, che, oramai, il piano di conciliazione tra la Chiesa e lo Stato sarebbe stato elaborato, con la effettiva libertà della S. Sede; e a tanto si sarebbe giunti per la sapienza ed amor patrio del S. Padre, e per il coraggio di Sua Eccellenza Mussolini di affrontare e risolvere la formidabile questione. Deo gratias! Deo gratias! Questa sarà, certo, la maggior gioia della vita di Sua Santità e la pagina più bella che il Duce possa scrivere”.[31]

            A Don Biagio Marabotto, un confratello che si trova in Polonia, Don Orione scrive il 18.1.1929: “Qui in Italia, siamo alla vigilia della conciliazione dello Stato con la Chiesa: è già tutto fatto ed imbastito il Concordato: la notizia ufficiale sarà data al mondo cristiano a Pasqua o a Pentecoste”.[32]

 

11 febbraio 1929: Don Orione contento ma non esultante

Il resto è storia nota. Si giunse all’11 febbraio del 1929, data della storica firma dei Patti Lateranensi. L’Osservatore Romano, che dal 1870 usciva listato a nero, quel giorno uscì finalmente senza il segno del lutto. Due giorni dopo, Pio XI commentò: “E’ con profonda compiacenza che crediamo di avere con esso ridato Dio all’Italia e l’Italia a Dio”.

Questa pagina di storia pare finire così in gloria, con soddisfazione di tutti. Eppure, Don Orione che tanto ebbe a cuore la soluzione della questione non esultò più di tanto.[33] Quando seppe della firma dei Patti Lateranensi, baciando la foto di Pio XI, riprodotta sul giornale che portava la notizia, esclamò: “Povero Papa! Quanti dolori ne avrà”.[34] Perché Don Orione non gioì di quell’evento? “La Conciliazione si doveva fare – spiegò egli stesso – ma non in questo modo. (…) Non mi pare una saldatura che tenga. Io vorrei sbagliarmi, ma vedrete brutti giorni”.[35]

            Pur manifestando la propria opinione diversa, “da figlio amatissimo della Chiesa”, Don Orione commentando la Conciliazione con i suoi Confratelli ribadiva: “Noi siamo sempre col Papa, e nella gioia e nell’esilio. Non pretendiamo far prevalere la nostra opinione”.[36] “Noi siamo tutti del Papa, dalla testa ai piedi; siamo del Papa di dentro e di fuori, con totale adesione - di mente e di cuore, di azione, di opere, di vita – a quelli che possono essere i desideri del Papa”.[37]

            I punti deboli della Conciliazione, secondo Don Orione, riguardavano il tema della territorialità e quello della salvaguardia dell’autonomia dell’educazione religiosa nelle scuole e nelle associazioni.[38] Temeva, in particolare, che Mussolini approfittasse del nuovo prestigio ottenuto per nuovi e ingiusti interventi a danno della Chiesa in Italia. In una riunione di Congregazione, qualche mese dopo la firma dei Patti, Don Orione aveva detto ai suoi sacerdoti: “Quando (i fascisti) entreranno negli Istituti per prenderci i giovani, il Signore ci ispirerà quello che si dovrà fare”.[39] Cosa che puntualmente accadde.

Non erano ancora cessati gli “evviva” della Conciliazione, quando Mussolini riprese la politica vessatoria nei confronti delle organizzazioni cattoliche. Ci furono momenti veramente tragici che portarono, dopo gli attentati all’Azione Cattolica, all’enciclica “Non abbiamo bisogno” nella quale Pio XI volle difendere non solo la libertà dell’Azione Cattolica – anzi, la sua sopravvivenza -, ma anche contestare ancora una volta la concezione del nazionalismo esagerato.[40]

            “Voglio sperare che le proteste del Santo Padre abbiano ottenuto il loro scopo – commentò Don Orione nell’agosto 1929 -, che era di impedire il progetto di chiusura di tutte le istituzioni facenti capo all’Azione Cattolica”.[41] La preoccupazione di Don Orione era fondata su considerazioni generali e su conoscenze dirette riguardanti l’affidabilità del rispetto dei Patti firmati da parte del regime di Mussolini. Nella medesima conferenza, osserva: “I Concordati ed i Trattati durano fino a tanto che dura la buona intenzione dei contraenti. Il prete è pedinato; ho avuto in mano delle circolari riservate. (…) E’ uscita una invenzione, con la quale si scrive tutto quello che si dice. Alcune conferenze del Santo Padre ai Cardinali, venivano riprodotte in un certo studio, di un certo Ministero. La crisi non finirà così presto…”.[42]

            Poi la storia ebbe il suo corso. Don Orione non cesserà mai di riconoscere il valore non contingente della Conciliazione, perché con essa ”fu tolto il funesto dissidio che teneva separati gli animi degli italiani”,[43] e i meriti di Pio XI, il quale “pur di togliere il funesto dissidio e unificare gli animi degli italiani, si ridusse e si accontentò, direi, che solo fosse salvo il principio della libertà e indipendenza della Santa Sede”. [44] 

E’ quest’ultimo punto quello più importante e duraturo e non solo per le relazioni con l’Italia. Di fatto, da allora fino ad oggi, i compiti religiosi e pastorali del Papato furono posti decisamente e praticamente al primo posto rispetto agli interessi secolari e politici locali. La Santa Sede acquisì un prestigio morale e anche civile universale e maggiore che in ogni altra epoca.

L’Italia si è giovata del grande contributo ideale e politico proveniente da mondo cattolico che l’ha preservata sia da involuzioni nazionalistiche esasperate che da sudditanze ideologiche e politiche verso altre nazioni o blocchi. Proprio per la presenza della Santa Sede all’interno del suo territorio, l’Italia è diventata e continua ad essere un soggetto internazionalmente interessante, con importanti effetti a cascata dall’ambito prettamente religioso a quello politico, a quello culturale e – non secondario – a quello economico.

Finalmente, dopo la Conciliazione del 1929, l’amore alla Chiesa e l’amore alla Patria hanno trovato non solo conciliazione ma anche nuovi stimoli e contenuti, certo in una dialettica sempre vivace perché, come ricordava Don Orione “Altro è lo Stato, altro è la Patria. Alcune volte questa differenza si fa tanto palese, che è necessario contrariare lo Stato appunto perché si ama la Patria”. Ma questo atteggiamento critico e propositivo non venga mai confuso, né dentro né fuori il mondo cattolico italiano, come dualistico o insensibile o addirittura ostile all’amore di Patria.

 

 


[1] Parola di Don Orione, Archivio Don Orione (Via Etruria 6, Roma), vol. XI, p.6-7.

[2] Nel nome della Divina Provvidenza, p.101-102.

[3] Sui passi di Don Orione, p.237-238.

[4] Parola XI, p.6-7. Si tratta di un discorso tenuto da Don Orione il 4 luglio 1939, a due mesi dallo scoppio della seconda guerra mondiale. Don Orione parla a cuore aperto ai suoi chierici e sacerdoti del “Paterno”, a Tortona. In un momento storico inquieto, animato da passioni politiche e nazionaliste che stavano per esplodere in violenza devastante.

[5] Ibidem. Il 14 Ottobre 1931, Don Orione commentò: “L’Onorevole Boggiano Pico, deputato, Mussolini voleva fare ministro. – Io accetto, disse, ma chiedo se posso entrare col mio bagaglio…  -  cioè con le sue idee religiose e altro. Mussolini rispose: - No, il bagaglio deve lasciarlo fuori della porta. Boggiano disse:  - Se il bagaglio deve restare fuori la porta, resto fuori anch’io -  e non accettò”; Parola IV, 471.

[6] Parola V, 354.

[7] A Tortona, il 5 marzo 1939 in Parola X, 111. Per illustrare come si possa amare la Patria autenticamente, senza necessariamente entrare nella politica dello Stato, esortava i suoi religiosi: “noi non dobbiamo imbarazzarci e buttarci nella politica; dobbiamo lasciarla a chi tocca e stare nel puro campo religioso. Con ciò non vuol dire che non ci siano dei punti di contatto tra i due campi. Ma in genere tutti i preti politicanti finiscono col rompersi la testa e abbassare il loro alto, divino ministero; finiscono per darsi a passioni di partito, abbassarsi  al livello comune e più in giù. La politica, i partiti, cambiano spesso: ora è su uno, ora un altro; sta su 10, 20, 50 anni e poi la ruota gira e chi era sopra sta sotto e chi era sotto sta sopra. La politica troppo spesso fa in modo che quello che 10, 20 anni fa era no, ora diventa si. La carità è superiore a qualsiasi partito e non è di nessun colore”.

[8] Parola X, 110.

[9] Parola XI, 6.

[10]Vedete questi capelli bianchi? In tanti anni vidi tanti cambiamenti, di cose e di uomini, anche tra i membri dell'ele­mento ecclesiastico, e capii che questo non è il mezzo migliore per attirare le anime!”, Parola XI.6.

[11] Parola di Don Orione XI, p.6-7. Don Orione aggiunge: “Leggete Silvio Pellico! Egli dice veramente quale è il vero amor di patria. E si trova nei doveri degli uomini. Sembra che quelle parole siano state scritte per i nostri tempi! Egli dice che bisogna guardarsi da chi grida: "Patria! Patria!" e poi non la onora la Patria con la vita cristiana e onesta e, domani, sarebbe magari pronto  a darla in mano a gente disonesta!”.

[12] Sui passi, p.266.

[13] Lettera del 26 settembre 1933 al ministro delle finanze Guido Young, in Scritti 50, 70.

[14] Si veda R. AUBERT, Il Pontificato di Pio IX (1846-1878), 2a ed., voll. 2, trad. italiana di G. Martina, Torino, S.A.I.E., 1970; G. MARTINA, Pio IX Chiesa e mondo moderno, Roma, Edizioni Studium, 1976; G. MARTINA, Pio IX , (3 voll.), Università Gregoriana, Roma, 1990; R. DE MATTEI, Pio IX, Piemme, Casale Monferrato, 2000; F. PELOSO, Il beato Luigi Orione vice-postulatore della causa di beatificazione di Pio IX, “L’Osservatore Romano”, 10.9.2000, p.11.

[15] Non potevano bastare, per quanto generose e liberali, le “Guarentigie” concesse dallo Stato italiano alla Santa Sede divenuta non più soggetto di autonoma sovranità. E libertà.

[16] Così era scritto anche nelle Costituzioni a stampa del 1912, art.8, della sua Piccola Opera della Divina Provvidenza.

[17] Verbali delle Riunioni, Archivio Don Orione, p. 70.

[18] A studiare per primo questo capitolo della vita di Don Orione è stato A. LANZA nel suo Don Orione, la Questione romana e la Conciliazione, Messaggi di Don Orione 24(1993), n.81.

[19] In una conferenza del 22.6.1936 a Buenos Aires; Scritti di Don Orione, Archivio Don Orione vol. 61, p.145.

[20] Scritti 114, 7.

[21] Scritti 66, 250.

[22] Riferisce la Rivista Romana: “Don Luigi Orione, anima di patriota verace e di santo, fu tra i primi ad intuire, nel 1923, che il rinnovato clima politico nazionale avrebbe potuto, così come aveva ricondotto il popolo all’Italia, ricondurre l’Italia alla Chiesa. Sempre affogato di lavoro dedicato alle cure e alle assistenze dell’infanzia, rubò le ore al sonno e ritagliò nella sua operosa giornata il tempo necessario per gettare la semente di una fruttuosa collaborazione tra anime, come la sua, elette che intendevano risolvere la cosiddetta questione romana”; Rivista Romana VI(1959), n.2, p.13.

[23] Deputato cattolico, eletto a Bologna nel Partito Popolare, entrato nel primo governo “di unità nazionale” di Mussolini.

[24] Memorie di Padre Minozzi pubblicate con il titolo Padre Genocchi e la Conciliazione in  La Sveglia (Organo bimestrale dell’Associazione Ex alunni dell’Opera Nazionale per il Mezzogiorno d’Italia), agosto 1959. Cfr. anche E. FONZI, I Patti Lateranensi in Historia, febbraio 1977, p.9.

[25] Padre Genocchi e la Conciliazione, o.c.

[26] Ne riferisce la Rivista Romana, 1959, n.2, p.15; R. DANIELI, Patti Lateranensi in Enciclopedia Cattolica, IX, c.990.

[27] Ne parlò, dopo la elezione a Papa del fratello Eugenio in un discorso del 5.10.1939, aggiungendo ”Quando andai in America e viaggiavo sul Conte Grande con il Cardinal Pacelli – Legato Pontificio alla città di Buenos Aires – si parlava del fratello (Francesco), allora ancora vivo e ammalato”; Parola XI, 132.

[28] Archivio Don Orione, cartella Orlandi 8.I, Varie 7,2.

[29] F. PACELLI, Il Diario della Conciliazione con Verbali e Appendice di Documenti, a cura di mons. Michele Maccarrone, Roma, Libreria Vaticana, 1959, p. 209.

[30] Pio IX e la conciliazione nei documenti Pacelli, Civiltà Cattolica 1959/1, quad. 2609, p.449-466.

[31] Scritti 70, 42.

[32] Scritti 32, 75.

[33] Annunciando l’esecuzione della celebre “Passione di Cristo” del Maestro Lorenzo Perosi, per l’erigendo Santuario della Madonna della alla Guardia, a Tortona, l’8 maggio 1929, dice che questo (il nuovo Santuario), “non sarà solo fonte di grazie e benedizioni, ma monumento che ricorderà ai posteri la Conciliazione tra la Chiesa e lo Stato, felice auspicio della nuova Italia più credente, più grande, più gloriosa”; Scritti 52, 246.

[34] Testimonianza del senatore A. Boggiano Pico, in Summarium, p.166.

[35] G. SCOCCIA, Diario, Archivio Don Orione, p.15 e 25.

[36] Verbale del 15 agosto 1929, Riunioni, p.92.

[37] Parola VI, 192.

[38] Mussolini era giunto, ancora in fase di trattative, alla soppressione delle istituzioni giovanili non facenti capo all’Opera Nazionale Balilla. Il fatto provocò la reazione di Pio XI che per la gioventù, nell’aprile 1928, giunse a stendere la comunicazione di rottura delle trattative.

[39] Riunioni (15.8.1929) p.92.

[40] A. P. FRUTAZ, Pio XI, Enciclopedia Cattolica, IX, 1537; A. RIMOLDI, Pio XI, p.500.

[41] Riunioni, 27.8.1931, p.108.

[42] Ibidem.

[43] Parola (11.2.1938) VIII, 89.

[44] Scritti 269.

 

 

 

 

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Buonanotte del 14 novembre 2019