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Messaggi don Orione
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Nella foto: Don Pensa con card. Roncalli (Giovanni XXIII) a Venezia.
Autore: Flavio Peloso

Nato il 27 luglio 1886, morì il 5 ottobre del 1962. Don Carlo Mario Pensa fu il 2° successore di Don Orione, uno dei Padri fondatori della Congregazione, santo ed esemplare non solo nella sua collocazione storica ma per quanti vogliano comprendere e vivere il carisma orionino.

“SARÀ LAMPADA ARDENTE” DI SPIRITO ORIONINO

Don Flavio Peloso

 

Mi è venuto da pensare a quel famoso anagramma latino delle parole di Pilato a Gesù: “Quid est veritas?” (Cos’è la verità?), anagrammando, si trasforma in Est vir qui adest. Gesù che sta davanti (qui adest) è la verità. [1]  Similmente, Don Carlo Pensa ci sta davanti come una personificazione della verità carismatica orionina.

 

L’incontro con Don Orione

Carlo Pensa nacque il 27 luglio 1886 a Scaldasole, in provincia di Pavia. Qui, incontrò Don Orione perché vi veniva, di tanto in tanto, per predicazione e per ministero sacerdotale. Gli affidò la sua vita e i suoi desideri santi. Don Orione lo accolse il 14 ottobre 1903, all’Istituto Santa Chiara in Tortona. Carlo Pensa aveva già 17 anni e una certa esperienza di vita e di sacrificio.

Molti anni dopo, raccontò come egli si decise nella vocazione.

Già nel 1902 in Scaldasole (PV), mio paese, sentivo parlare  di don Orione come di un santo. Da tempo meditavo di consacrarmi tutto alla vita religiosa. Sentii di esservi chiamato, in seguito  ad un fatto che sempre ritenni provvidenziale. Recatomi a Pavia per acquisti, vidi su una bancarella di libri usati, una copia dell’Apparecchio alla morte.[2] L’acquistai: mi costò, ricordo, una lira. Giunto a casa, lo posi sul camino della nostra cucina, dove ci radunavamo nelle serate d’inverno. E andavo leggendolo… Fu quella lettura che mi fece comprendere con grande intensità che “porro unum est necessarium” (una cosa sola è necessaria) (cfr. Lc 10,41).
Conobbi don Orione nell’ottobre del 1902 quando, dietro invito del mio parroco, egli venne a Scaldasole, il mio paese. Andammo la sera in canonica a visitarlo, io e quattro miei compaesani, che avevamo tutti intenzione di darci a Dio.

Il mattino seguente mi confessai da Don Orione. Feci la mia confessione generale. Ascoltò la mia accusa con gli occhi bassi senza interrompermi. Poi mi mostrò il Crocifisso che teneva sull’inginocchiatoio: era di ottone, ricordo, ed aveva alle estremità delle borchie lucide.  “Vedi – mi disse -  questo è il Crocifisso che Don Bosco teneva dinanzi ai penitenti quando confessava. Quanti hanno pianto i loro peccati dinanzi a questo Crocifisso!”. Aggiunse alcune parole per esortarmi ad un dolore vivo, accennando alla morte, al giudizio, all’inferno, alla passione di nostro Signore. Poi ascoltai la sua santa Messa. Ricordo che fece poi una spiegazione del Vangelo che è restata memorabile nel paese. L’impressione dell’incontro fu sì forte che l’anno seguente, e precisamente il 14 ottobre 1903, entravo nella Piccola Opera della Divina Provvidenza”.[3]

 

Formato da Don Orione

Il giovane Carlo Pensa entrò subito in sintonia con Don Orione: “La prima percezione che ho avuto nel conoscerlo e poi nello stargli vicino è che, in fondo a tutto, era l’amor di Dio il suo primo movente”.[4]

Carlo aspirava a divenire eremita, semplice fratello contemplativo e lavoratore. Fu accolto alla Colonia “Santa Maria” di Roma, dove era direttore Don Orione stesso. Qui vestì l’abito degli eremiti della Divina Provvidenza e assunse il nome di Fra Pio per devozione al Papa Pio X. L’8 dicembre 1904, ad un anno dall’approvazione canonica della Congregazione, emise i voti religiosi nelle mani di Don Orione. Nel 1906 fu chiamato al servizio militare.

 

Quando tornai dal servizio militare (1909) io, che partendo (1906) indossavo l’abito di Eremita col nome di Fra Pio, pensavo di riprenderlo… ma il mio Parroco scrisse a Don Orione chiedendogli di avviarmi al Sacerdozio”.[5]

Il giovane Fra Pio espose il desiderio di diventare sacerdote a Don Orione, il quale gli rispose: “Don Sterpi mi ha scritto di voi e non ho alcuna difficoltà di accondiscendere ai vostri santi desideri. Il Signore vi dia grazia di diventare un santo sacerdote, da fare un grande bene alle anime e da servire la santa Chiesa nostra Madre da figlio umile e fedele e forte in Domino”.[6]

Così Fra Pio ritornò Carlo e, il 4 novembre 1909, ricevette da don Sterpi l’abito clericale “e il soprabito che era appartenuto a Gaspare Goggi”.

Per un anno fu chierico assistente alla Colonia “Sant’Antonio” di Cuneo. Nel gennaio del 1911 passò al “Probandato” di Tortona e poi, come assistente, alla Colonia “Santa Maria” di Roma, “tra necessità, difficoltà e dolori”; nel frattempo frequentava gli studi alla Gregoriana.

Don Orione andò formando personalmente quel suo giovane chierico. Di fronte a problemi esterni (situazione della comunità) e a scoraggiamenti interni (debolezze proprie) gli suggerisce precisi orientamenti.

“Capisco bene, o figliolo mio, che le necessità e le difficoltà e dolori che attraversa la piccola Congregazione possono, insieme colla delicatissima nostra posizione costà[7] e al contatto con qualcuno dei nostri che è mancante, mettere in voi tentazioni di tristezza e di sfiducia, ed io prego per voi, come forse non prego per alcun altro.

Ma, se voi starete piccolo e umile ai piedi della Madonna SS. e vi metterete tutto, anche colla testa, nelle sue materne braccia, e vi lascerete condurre dai superiori che la Div. Provvidenza vi ha dato, come un bambino, voi certo arriverete avanti nel S. Amore di Gesù Crocifisso e assicurerete la vostra eterna salute. -

Un altro aiuto, che in Domino vi suggerisco è questo:

  • di non esagerare a voi stesso la vostra malizia (perché il nemico vuole avvilirci);
  • ma procurare di conoscere la vostra debolezza e la vostra ignoranza.

Queste due cose noi non le conosciamo mai abbastanza, e producono la diffidenza di noi stessi, ma senza l'avvilimento.

Poi non occupate la mente e il cuore in teorie o in idee dell'ottimo, ma vivete volentieri da fanciullo e pascetevi il cuore di semplicità in Domino da fanciullo;  amate Gesù Crocifisso e la vostra Madre la Madonna e la vostra Congregazione, che vi ha fatto e vi fa da madre, piuttosto che ragionare; e nel resto dite di frequente: in Te, Domine, speravi, non confundar in Aeternum.

E tirate avanti con la vostra croce dietro a Gesù Signor Nostro: qui seminant in lacrimis in exultatione metent”.[8]

 

Figlio e fratello in Cristo di mia piena fiducia”.

Il 15 febbraio 1913, Carlo Pensa fu ordinato sacerdote ad Alessandria.

Nel 1915, allo scoppio della guerra mondiale fu nuovamente chiamato al servizio come cappellano militare, dal maggio 1915 fino al febbraio 1919.

Ritornato pienamente disponibile nella Congregazione, Don Pensa fu nominato da Don Orione direttore dell’Istituto “Daniele Manin” di Venezia e membro del Consiglio generale della Congregazione.

Sotto la direzione di Don Pensa, le scuole e i laboratori degli Istituti “Manin” e “Artigianelli” s’incrementarono e furono assunte nuove istituzioni a Venezia: la Tipografia Emiliana, l’Orfanotrofio La Fontaine del Lido, l’Istituto Camerini Rossi di Padova, l’Istituto Berna con scuole professionali di Mestre e l’Istituto Marco Soranzo di Campocroce. Egli manifestò sempre più le sue doti di padre, di educatore e guida in situazioni tanto precarie e difficili. Don Orione confidava in lui e lo accompagnava con consigli, visite e alcune lettere di grande valore formativo.[9]

È dell’8 giugno 1927 la bellissima lettera con cui Don Orione designò Don Carlo Pensa quale suo rappresentante e superiore di tutte le case del Veneto.

“Don Pensa è figlio e fratello in Cristo di mia piena fiducia, degno, per molti titoli, di tutta la mia e vostra stima. Don Pensa non mi ha dato, in tanti anni, un dispiacere, ma moltissime consolazioni; in lui umiltà di spirito, pietà sentita e prudenza di governo; dottrina cattolica soda e sicura; attaccamento al Papa, ai vescovi, alla santa romana Chiesa senza limite – senza di cui non si è Figli della Divina Provvidenza -; devozione tenerissima alla santissima Vergine, proprio da figlio: vita esemplare; mortificazione e sacrificio di vita; fedeltà ed amore grande alla Congregazione, specialmente nel Veneto, al bene della Congregazione e di tutti i suoi membri; conoscenza dei nostri bisogni.[10]

Ecco il fratello che vi do interinalmente, per ispettore, sicuro di farvi cosa gradita e di fare il vero bene della nostra Congregazione, specialmente nel Veneto, dove, grazie a Dio, essa è abbastanza diffusa… Egli santificherà così se stesso e voi, e sarà lampada ardente, che illuminerà i passi dei nostri giovani e di molti altri”.[11]

 

A Venezia, Don Pensa fu fatto anche Cavaliere.

“Se non erro verso il 1933, non so perché, né ad opera di chi, mi fecero cavaliere della Corona d’Italia, forse per i lunghi faticati anni di Venezia. Ne rimasi sorpreso e anche un po’, lo confesso, mortificato. Con quel che Don Orione ci aveva sempre inculcato circa il conto da tenersi dei titoli ed onorificenze, mi pareva che Don Orione non ne avrebbe avuto piacere. Gliene parlai con tutta semplicità, dicendogli il mio disappunto. Egli mi guardò e con dolcezza.
L’hai cercata tu? – mi domandò.
No davvero – risposi.
E allora lascia fare e non ci pensare più”.[12]

Nel 1934, dal 10 ottobre al 13 novembre, Don Pensa fu inviato da Don Orione come visitatore delle case della Polonia. Fu una visita molto fruttuosa per la comunione della Congregazione. Di essa egli fece dettagliata relazione.[13]

Del rapporto confidente e santo di Don Pensa con Don Orione è documento prezioso una lettera che il Fondatore scrisse il 12 giugno 1937 da Rio de Janeiro. Don Pensa era ricorso a lui perché amareggiato per faccende accadute tanto dolorose.

Scrive Don Orione:
Le tribolazioni dobbiamo sostenerle con pari rassegnazione, forza e costanza: non scoraggiarci, non turbarci, molto meno avvilirci o cadere in accasciamenti e languidezza: la fiducia in Dio è il balsamo di tutti i mali, e la nostra fede è la nostra vita e la nostra vittoria. Facciamo tutto quello che si può, e poi avanti in Domino!

Ricordiamo che il Signore patisce egli stesso con noi, ci trarrà fuori da ogni fossa di leoni, da ogni patimento, e ci glorificherà. Non ha don Pensa la corona del Rosario? Non ha il Tabernacolo? Non ha il Breviario ed i Santi Evangeli? Non ha Gesù, e Gesù Crocifisso? Oh bella, adesso, che proprio un Don Pensa non pensi che colle tribolazioni Dio ci fa prendere sperimento di noi stessi, della nostra miseria e nullità, perché persuasi di ciò, ci rivolgiamo a Lui e in Lui interamente ci abbandoniamo? Confortatemelo, ditegli che prego per lui sempre, Gesù ci ama e vuole farci più suoi e della S. Chiesa, perciò Gesù ci prova”.[14]

 

 

Alla guida della Congregazione

Alla morte di Don Orione, nel Capitolo dell’agosto 1940, Don Carlo Pensa fu nominato vicario generale della Congregazione e, nel 1946, superiore generale, carica che egli ricoprì fino alla morte. Da questo momento la sua vita diventò sempre più pubblica e determinante nel cammino della Congregazione. Si avverò quanto Don Orione aveva detto di lui: “sarà lampada ardente”. La sua figura, anche esteriore, di asceta, il suo modo di fare, il suo parlare pacato e convinto davano alla sua persona quel particolare carattere che fu da molti definito “patriarcale”, pieno di luminosità spirituale e di immediata autorevolezza.

All’indomani della morte del Fondatore, Don Sterpi e Don Pensa presero in mano la Congregazione con il motto programmatico: “Continueremo l’opera sua”. Entrambi avevano lucida coscienza che la Piccola Opera della Divina Provvidenza era opera di Dio, non solo per l’ammirazione verso Don Orione, ma per una percezione e sintonia spirituale profonda.

Durante il drammatico periodo della guerra mondiale (1940-1945), Don Pensa si prodigò per risolvere tante situazioni di bisogno e sostenne l’animo e l’attività di Don Carlo Sterpi, sempre più accasciato dal dolore e dai sacrifici, pressato interiormente dalla sua carità di padre della Congregazione. Don Pensa subentrò, di fatto, alla guida della Congregazione già dal 21 maggio 1944, quando Don Sterpi fu colpito da paresi e andò sempre più declinando nella salute.

Don Carlo Pensa, pur essendo una personalità forte e con caratteristiche proprie, non volle aggiungere nulla all’insegnamento di Don Orione; non integrò aspetti nuovi del carisma ma li esplicitò e li vivificò nell’attualità del mondo che andava cambiando. “Indubbiamente – ha osservato don Ignazio Terzi – egli intuì assai chiaramente la sua missione nella Congregazione: esser un fedele esecutore e poi un diligente e preoccupato trasmettitore di un prezioso messaggio profetico nato non in terra, ma ben più in Alto”.[15]

Il lungo governo della Congregazione di Don Carlo Pensa fu caratterizzato da due principali linee di azione: promuovere la fedeltà allo spirito del Fondatore in tutti i suoi aspetti spirituali e pratici; dare consistenza e organizzazione istituzionale alla Congregazione da poco orfana del Fondatore, passata per lo sconvolgimento della seconda guerra mondiale e giunta al riconoscimento pontificio (1944). Scrisse un grande numero di lettere circolari, di piccoli trattati su temi religiosi, formativi e disciplinari. Come Don Orione, curò molto anche la corrispondenza personale.

 

Compì tre lunghi viaggi in America Latina nel 1947, 1951, 1957.

Dopo il primo viaggio scrisse: “Nei dieci mesi che sono rimasto oltre oceano, ho potuto col divino aiuto, visitare a una a una le istituzioni della Piccola Opera in Argentina, Uruguay, Cile e, da ultimo, in Brasile. Ho visto opere veramente fiorenti, e, ovunque tanta benevolenza verso i nostri Religiosi che si prodigano – sacerdoti, chierici, eremiti, fratelli coadiutori e buone suore – nell’esercizio della carità verso i più bisognosi, nel ministero, nell’educazione dei fanciulli poveri e derelitti… Ho trovato, in ogni città e centro dove c’è un’opera nostra, una memoria devotissima per il venerato Padre Fondatore. Tutti avevano qualche episodio da raccontarmi, qualche intimo ricordo da riferirmi... È don Orione che lavora con noi e per noi, propiziando sulle nostre povere fatiche e le benedizioni di Dio e il favore degli uomini”.[16]

Ma Don Pensa non si fermava alla soddisfazione per le belle realizzazioni e per la fioritura delle opere.

È mio desiderio grande ed inesprimibile… che in ogni casa si abbia ad instaurare con maggiore perfezione la vita e lo spirito proprio della nostra Congregazione, la vita e lo spirito di una famiglia religiosa, di una casa religiosa…  una vita di spiriti più umili, più di povertà, di più pietà; vita più di fraterna carità, sia in casa che fuori casa, specialmente con i nostri poveretti, che la Divina Provvidenza ha accolto nei nostri istituti e nelle nostre case di carità, e che devono essere considerati, perché tali, come i nostri padroni e signori”.[17]

Nel 1950, con scelta coraggiosa, in dialogo con la Santa Sede, accettò la missione nel Goiàs, una delle regioni più povere e isolate del Brasile. Intendeva così realizzare un orientamento, che fu già di Don Orione, di lavoro specificatamente missionario.[18]

Organizzò varie spedizioni missionarie dall’Italia verso l’America Latina per consolidare lo sviluppo della Congregazione in Argentina, Brasile, Cile e Uruguay.

Riprese il progetto di Don Orione di apertura al mondo inglese con l’invio, nel 1949, di Don Paolo Bidone. Nel 1951 diede avvio alla presenza orionina in Spagna, riprendendo un’iniziativa del Fondatore che inviò a Valencia P. Ricardo Gil Barcelón nel 1930, poi ucciso durante la persecuzione nel 1936.[19] 

 

 

“Se amate la Congregazione, osservate le sante Regole”

Ebbe la soddisfazione di ricevere l’approvazione pontificia definitiva della Congregazione con “Decretum laudis” delle Costituzioni, datato 20 novembre 1954. “Proprio quel giorno, essendo il terzo sabato del mese, ricorreva la festa liturgica della Mater Divinae Providentiae, Patrona principale della Piccola Opera della Divina Provvidenza”.[20]

Fu subito preparata la pubblicazione delle nuove Costituzioni e Don Pensa ne fece una “paterna presentazione perché non vi dirò altro che ciò che sente, in questa circostanza, il cuore del Superiore generale”.

“Fratelli e figlioli dilettissimi, ascoltatemi e seguitemi: ascolterete e seguirete don Orione, e ne avrete la paterna benedizione ! Quante volte egli ci ha detto che la vera prova del verace filiale amore, di cui egli tanto bramava essere riamato, è l'osservanza delle Costituzioni![21] «O cari e tanto amati miei figli in Gesù Cristo, vogliate continuare ad amarmi nel Signore sempre più in avvenire, appunto col far risplendere in voi ed in ogni casa la perfetta osservanza!» «Oh, sì, siate tanto più benedetti voi tutti, o cari fratelli religiosi, quanto più osserverete la santa Regola!».

E quale dei Figli della Divina Provvidenza vorrà vivere nella Congregazione senza meritarsi questa benedizione?

Ma certo non la meritano coloro dei quali egli stesso ha scritto: «La vocazione non la vivono i tiepidi, i trascurati, i lontani dallo spirito e dalla vita mortificata, umile, attiva della Congregazione; non la vivono i divagati da idee e sentimenti secolareschi, non degni di buoni religiosi; i rilassati e quelli che rifuggono dall'osservanza delle Regole».

Cari, amati fratelli e figlioli, nutro ancora una grande fiducia che tutti vi farete un dovere, un sacro dovere, di corrispondere a questo appello facendo del vostro meglio, non risparmiando né fatica, né sacrificio. Non voglio escludere nessuno da questa mia grande fiducia, che fondo sulla salda base dei non pochi nostri religiosi che amano la Congregazione proprio nel senso voluto da don Orione: «Se amate la Congregazione, se mi amate, osservate le sante Regole».[22]

La gioia di Don Pensa fu al massimo quando chiese ed ottenne che fosse lo stesso Papa, Pio XII, il “Protettore” della Congregazione.[23] Come sempre concreto, Don Pensa ne scrisse ai suoi Confratelli ricordando loro che “probatio dilectionis, exhibio est operis”: “Noi ci gettiamo in ginocchio e deponiamo ai piedi del Santo Padre tutti i nostri cuori e la nostra vita, quale espressione del nostro grande e sviscerato amore, e della nostra imperitura riconoscenza”.[24]

 

I temi cardine e più costantemente insistiti nel magistero di Don Pensa sono quelli più caratteristici di Don Orione. A distanza di tempo, i Confratelli anziani ricordano in particolare temi quali l’amore al Papa, la povertà, l’umiltà, la fiducia nella Divina Provvidenza, lo zelo per le Anime e per i più poveri, la precisa osservanza delle Regole, il lavoro manuale, la pietà, la devozione alla Madonna, la preghiera. Riporto un passaggio di Don Pensa sull’importanza insostituibile della meditazione quotidiana.

“La mezz'ora di tempo deve passarsi nell'assoluto silenzio e raccoglimento onde impedire dall'esterno qualsiasi disturbo e occasione di distrazione. Cosicché nell'interno della sua anima il religioso possa tenersi disposto ad avvertire ed accogliere i lumi e le mozioni dello Spirito Santo.

La mezz'ora sia poi veramente di trenta minuti e ben contati; non accorciarla mai. Nelle nostre Costituzioni è detto che essendo poche le ore che i Figli della Divina Provvidenza possono dare alla preghiera propriamente detta, devono impiegare con la massima diligenza il tempo destinato agli esercizi di pietà. Orbene questo lo devono applicare in primis alla meditazione che è l'esercizio di pietà principe, la cui influenza si riverbera su tutti gli altri. «E' nella meditazione - rileva don Orione - ossia nella riflessione sopra le grandi verità morali e dogmatiche che si schiudono le sorgenti dell'anima. Anzi la preghiera mattutina e primieramente la meditazione è il gran mezzo di dare alla nostra giornata e alla vita tutta, la loro spirituale fecondità ... Ricordiamoci che non potremo venire a perfezione né acquistare in noi nessuna virtù senza il mezzo dell'orazione umile fervorosa e continua»”.[25]

Don Carlo Pensa espresse con semplicità e fervore la devozione mariana. “La devozione di Don Orione ebbe sempre carattere essenzialmente pratico. Dal cielo, con la piena di quel suo cuore innamorato che volle essere tutto di Maria, egli ci invita a filiale fiducia, a fedeltà illimitata”.[26]

Volle e riuscì a compiere il voto del Fondatore innalzando la torre del santuario di Tortona con la statua della Madonna della Guardia che sarà fatta con le pentole rotte e il rame raccolto personalmente dal nostro Fondatore don Orione”. Lanciò l’appello “Compiamo il voto del Padre[27] nel 1956 e, già nel 1958, la statua della Madonna alta 14 metri, opera dello scultore Narciso Cassino, fu benedetta dal patriarca di Venezia, Angelo Roncalli, il quale, dopo solo un mese, sarebbe stato eletto Papa con il nome di Giovanni XXIII. Ad un anno di distanza, il 28 agosto 1959, lo stesso Papa illuminò la statua con impulso radio.[28]

 

Il 1957 fu anno di visite canoniche: in Polonia dal 28 giugno al 16 luglio, in Brasile, Argentina, Uruguay e Chile, dal 4 agosto fino al gennaio successivo; a Londra, dal 14 al 18 gennaio 1958, di ritorno dall’America Latina.

Il 27 luglio del 1958, durante il 4° Capitolo generale, Don Carlo Pensa fu rieletto superiore generale per la terza volta. Quasi contemporaneamente, iniziarono i segni di un indebolimento fisico che non risparmiava la sua forte fibra di ultrasettantenne. Ma egli continuò con vivacità spirituale la sua attività intensa.

Diede l’avvio a quello che diverrà l’Istituto Secolare Orionino. Con Lettera dell'8 luglio 1959, in attuazione di una direttiva del Capitolo generale del 1958,  diede incarico a Don Gaetano Piccinini per l’opera "necessaria e, direi, urgente" di organizzare i gruppi di consacrazione secolare. "In seguito si preparerà una specie di regolamento che servirà di base alla costituzione regolare di una Congregazione Secolare femminile e di una maschile da fare approvare dalla S. Sede".

 

Il 5 ottobre 1962, la conclusione della sua vita

Don Pensa godette della stima di Papa Giovanni XXIII che gli espresse tratti di personale affetto. Accolse con fede ed entusiasmo l’indizione del Concilio Ecumenico Vaticano II e coinvolse i Confratelli con una lunga Lettera circolare dal titolo “Il nostro dono al santo Padre per il Concilio ecumenico”,[29] dove per “dono” egli intendeva “il rinnovamento di tutta la nostra vita religiosa” per offrire al Papa e alla Chiesa una Congregazione viva, fervorosa, fedele allo spirito di Don Orione.

Fu invitato dal Papa a partecipare al Concilio, che sarebbe iniziato ufficialmente l’11 ottobre 1962, come padre conciliare con diritto di voto. Ma la Provvidenza dispose diversamente.

           

La domenica 30 settembre di quel 1962, volle andare al nostro Istituto di Anzio per trovare posto a un ragazzo rifiutato altrove. Lo accompagnavano Don Roberto Risi e fratel Adelmo Masi che guidava l’auto. Quasi all’entrata di Anzio, avvenne un brusco tamponamento. Solo Don Pensa ne soffrì conseguenze: lesione di una vertebra cervicale con principio di grave paresi agli arti inferiori e superiori. Venne subito portato all’ospedale locale e successivamente al policlinico Umberto I di Roma. In un primo tempo, parve riprendersi bene. Ebbe così ancora il tempo per un ultimo atto di amore alla Chiesa: offrì le sue sofferenze, la sua vita per il Papa e per il Concilio Ecumenico. Verso le 23 del 5 ottobre spirò.

Solenni e commossi funerali furono celebrati nella parrocchia di Ognissanti a Roma e nel Santuario della Madonna della Guardia di Tortona, nella cui cripta fu tumulato.

 

Camminare alla testa dei tempi, fedeli alla vita religiosa

Per lo scopo di questa lettera circolare biografica non serve aggiungere altro. Quid est veritas orionina? Est vir qui adest, Don Pensa. Solo ancora mi unisco ad un altro predecessore, Don Giuseppe Masiero, che scelse come scritto di Don Pensa particolarmente rappresentativo e attuale un brano tratto da una sua Lettera circolare del 18 gennaio 1953.[30]

«A chi fosse tentato di pensare (e forse anche di insinuare tra i confratelli) che si chiede troppo, che ci si immiserisce su piccole cose, risponderei che sono proprio le piccole cose quelle che tengono in piedi la vita religiosa sì che — quando queste siano trascurate — tutto finisce con l'andare alla deriva.
A chi rilevasse infine che dobbiamo aggiornarci, correre coi tempi, lasciando da parte certe prescrizioni e mentalità forse adatte a secoli lontani ma non più opportune oggi, obietterei che non solo dobbiamo camminare coi tempi, ma alla testa dei tempi, come Don Orione voleva, accettando dal progresso, dalla tecnica tutto quello che può rendere più aderente, attuale ed efficace il nostro apostolato. Una bene intesa modernità sarà sempre accetta, dove rappresenti per noi maggiori sacrifici, più gravi rinunce. Mai, quando imponesse un qualunque compromesso con lo spirito del mondo.
Ripensiamo a quello che Don Orione voleva da noi, a quello che ci ha ripetuto Don Sterpi; teniamo dinanzi agli occhi i loro esempi e mettiamoci tutti d'impegno, o carissimi. Dio ci benedirà.
Se ci accontentassimo solo di ammirare Don Orione o Don Sterpi, di onorarne la memoria, di desiderarne la glorificazione, sarebbe ben poca cosa: il contributo più prezioso verrà dalla nostra fedele osservanza, dalla perfetta nostra vita religiosa. Questa è la testimonianza che aspettano da noi Don Orione, Don Sterpi, la santa Chiesa.
Non soltanto è nelle nostre mani la Causa del Fondatore, cari miei fratelli e figlioli, ma la vita e l'avvenire stesso della Congregazione che sarà domani come noi la consegneremo ai più giovani nostri religiosi, i quali guardano a noi e tutto aspettano dal nostro esempio. Nessuno di voi, certo, può nascondersi quale e quanta sia oggi la nostra responsabilità, mentre da ogni parte si circondano i Figli di Don Orione di una stima che, se ci commuove e conforta, ci deve essere motivo di grave trepidazione. Guai se deludessimo la fiducia che Don Orione ci ha guadagnato!».[31]

Prendiamo il messaggio di Don Carlo Pensa come suo dono attuale.

 

 

[1] Furono i medievali, meno frettolosi che immaginarono che nella domanda di Pilato fosse divinamente già contenuta la risposta, semplice anagramma della prima, e che suona: « Est vir qui adest ». A Pilato che chiede che cosa sia la verità, Gesù fa intendere che è egli stesso. Quid est veritas ?: Est vir qui adest “;Vittorio Possenti, Verità in Dizionario Interdisciplinare di Scienza e Fede, scrive: “Pilato chiede: « Quid est veritas? ».

[2]Apparecchio alla morte” è un’opera assai diffusa di S. Alfonso Maria de’ Liguori. Don Orione lo scelse come testo di meditazione e spesso ne fece argomento di discorsi e meditazioni formative.

[3] Nel fascicolo “Confidenze di Don Pensa”.

[4] Nel fascicolo “Relazione di Don Pensa” su Don Orione.

[5] Nel fascicolo “Confidenze di Don Pensa”.

[6] Lettera di Don Orione del 13 settembre 1909; Scritti 20, 2.

[7] Alla Colonia Santa Maria di Monte Mario c’era una situazione assai difficile e problematica; Don Orione aveva mandato il giovane sacerdote Pensa come persona di equilibrio.

[8] Le sottolineature sono nell’autografo di Don Orione. Lettera del 19 febbraio 1912; Scritti 20, 30.

[9] Ci sono lettere di notevole importanza per Don Pensa e per tutta la Congregazione. Le due più note sono quelle sulla “Carità” del 2 maggio 1920 (Lettere I, p.177-187) e su “L’educazione nei nostri Istituti” (Lettere I, p.237-252) nelle quali ci sono tante espressioni che sono diventate convinzioni e aforismi sicuri dello spirito di Don Orione.

[10] In pratica, Don Orione traccia con questi brevi tratti l’identikit del religioso orionino. Tra i tanti che sono stati elaborati, certamente questo è il più autorevole.

[11] Lettere II, 5-11.

[12] Nel fascicolo “Confidenze di Don Pensa”.

[13] In Archivio, Relazione sulla visita in Polonia di Don Carlo Pensa e anche Diario di Zdunska Wola.

[14] Lettera del 12 giugno 1937 a Don Sterpi; Scritti 19, 219.

[15] Introduzione agli Scritti di Don Pensa dal titolo “Sarà lampada ardente”, p.14.

[16] Lettera ai Benefattori del Natale 1948; Atti e comunicazioni, 1948, I, p.12-15.

[17] Lettera circolare dell’8 novembre 1948; Atti e comunicazioni, 1948, I, p.8-12.

[18] Don Orione espresse più volte il desiderio di lanciare i suoi figli nelle frontiere missionarie. Fu dispiaciuto di non avere potuto accettare la missione nel Chaco argentino per mancanza di religiosi.

[19] P. Ricardo Gil Barcelón aveva iniziato un’attività in favore dei poveri della città di Valencia. Qui, assieme al postulante Antonio Arrué Peiró, fu ucciso il 3 agosto 1936; Anche voi berrete il mio calice. Padre Riccardo Gil Barcelón e Antonio Arrué Peiró martiri orionini in Spagna, Borla, Roma, 2002.

[20] Presentazione delle Costituzioni approvate definitivamente dalla S. Sede, 16 luglio 1955, in “Sarà lampada ardente”, p.109-124.

[21] Cari Confratelli, mi sono proposto di far parlare Don Pensa. Mi unisco alla sua sottolineatura su questo punto che impegna tutti noi, oggi. Non bastano scritti e discorsi su Don Orione, cartelloni e feste, siti e studi orionini. Non chi dice “Don Orione, Don Orione” ama Don Orione ma chi ne vive lo spirito osservando le Costituzioni. “Perché mi chiamate: Signore, Signore, e poi non fate ciò che dico?” (Lc 6, 46 e Mt 7, 21) “Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando.” (Gv 15, 14).

[22] Lettera circolare del 16 luglio 1955; Atti e comunicazioni, 1955, IV, p.201-212. In tema di Costituzioni, segnalo che in altra parte di Atti c’è il documento di approvazione da parte della Congregazione per la Vita Consacrata delle piccole modifiche alle Costituzioni decise dal 13° Capitolo Generale.

[23] Era tradizione che le Congregazioni di diritto pontificio avessero un “cardinale protettore”.

[24] Lettera del 19 aprile 1956; “Sarà lampada ardente”, p.125-133.

[25] Lettera del 21 novembre 1952; Atti e comunicazioni VII, p.40-47. Le nostre attuali Costituzioni ribadiscono: “la meditazione quotidiana, per mezz’ora, ci apre gli orizzonti della Parola di Dio, nell’unione con lui”.

[26] In occasione della consacrazione della Piccola Opera della Divina Provvidenza al Cuore Immacolato di Maria, Tortona 8 dicembre 1954; “Sarà lampada ardente”, p.103-108.

[27] Lettera circolare del 7 giugno 1956; Atti e comunicazioni, 1956, III, p.165-168.

[28] In quell’occasione Papa Giovanni XXIII rivolse anche uno splendido Radiomessaggio a tutti i pellegrini radunati a Tortona poterono udire in diretta.

[29] Questa lettera del 31 maggio 1962 può essere considerata il testamento spirituale di Don Carlo Pensa. Atti e comunicazioni, 1962, IIIa, 73-88.

[30] Questo testo fu inserito nella Presentazione del già citato libro di scritti di Don Pensa dal titolo “Sarà lampada ardente”.

[31] Atti e comunicazioni 1953, II, p.96-101. Nella medesima Circolare ai Confratelli, Don Pensa concludeva una serie di direttive e norme pratiche dicendo: “Se qualcuno proprio non si sentisse, me lo confidi con tutta sincerità. Gli direi – come già Don Sterpi, nella memorabile circolare scritta alla vigilia del 2° Capitolo Generale – che è meglio che esca dalla Congregazione, si cerchi un Vescovo benevolo (lo aiuteremo magari in questo) e se ne vada a lavorare altrove, piuttosto che rimanere da noi senza nessun entusiasmo e avvelenare la comunità con una vita rilassata, con critiche e mormorazioni rovinose, con un vittimismo deleterio e deprimente”.

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