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Messaggi don Orione
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Autore: Flavio Peloso

Conferenza di Don Flavio Peloso (appunti). Pescara, 20 giugno 2015, convegno su Don Orione al Teatro Sant'Andrea.

Conferenza di Don Flavio Peloso (appunti). Pescara, 20 giugno 2015, convegno su Don Orione al Teatro Sant'Andrea.
 

"HO SEMPRE AMATO L'ABRUZZO"

DON ORIONE SUI LUOGHI DEL TERREMOTO

VISTO CON GLI OCCHI DI ALCUNI TESTIMONI.

Don Flavio Peloso

 

    Don Orione ha scritto in una lettera: Ho sempre amato l’Abruzzo”.  Ed è vero. E fu un amore a prima vista. La prima vista  dell’Abruzzo fu quando, il mattino del 18 gennaio 1915, egli giunse sul luogo del terremoto , nella Marsica, e vide lo strazio di quella gente per la quale poi egli  si spese generosamente, appassionatamente. 
    Anche l’Istituto orionino di Pescara è collegato a quell’evento della Marsica. Sappiamo che la sua prima sede fu ricavata riadattando “le baracche dei terremotati della Marsica e collocate su basamenti di cemento in Via Aterno”, ove sorgeva “un gran campo di cavoli”, secondo le notizie di Don Di Candido, iniziatore dell’opera orionina a Pescara. 
  
1.      IL TERREMOTO 

Il 13 gennaio 1915 alle ore 7,55 una forte scossa di terremoto devastò il territorio    l’ondata sismica decrescendo in intensità, colpì anche alcune zone al confine con la Campania e con il Lazio. Avezzano, capoluogo della regione, fu in gran parte raso al suolo. Moltissime le vittime e fra queste anche parte delle autorità militari e civili. Interrotte le comunicazioni, la notizia del disastro fu segnalata da Sante Marie, località distante circa 30 km. dal capoluogo, solo nel tardo pomeriggio. 
Gli effetti del terremoto nel circondario di Avezzano furono catastrofici. Collarmele, San Benedetto dei Marsi, Paterno, Gioia dei Marsi, Ortucchio ed altri paesi furono pressoché distrutti. Il bilancio del terremoto fu disastroso per il numero delle vittime: sotto le rovine delle case e degli edifici pubblici crollati rimasero circa 30.000 abitanti su un totale di oltre 124.000 persone residenti nelle aree disastrate. Ad Avezzano su 11.208 abitanti le vittime furono 10.719; a Pescina , dove nacque nel 1900 Ignazio Silone, circa 5.000 su 10.400; a S. Benedetto dei Marsi che contava, secondo dati del 1911, 3.960 abitanti circa 3.000; a Sora nel Lazio, in provincia di Frosinone, 3.000 su 17.000. Moltissimi anche i feriti. Le strade risultarono per lo più intransitabili in quanto franate o rese ingombre dalle macerie. Rimasero inoltre in parte danneggiate le linee ferroviarie e le comunicazioni telegrafiche e telefoniche. 
Tempestivamente il Re Vittorio Emanuele III, accompagnato dal generale Guicciardi, già nel primo pomeriggio del 14 gennaio, giunse nei luoghi del terremoto, assieme al vescovo mons. Bagnoli che si trovava a Roma. Vi giunse per ferrovia e poi con auto militari. Nei giorni successivi, fece visite di ricognizione delle zone devastate. 

Tra i primi a giungere sul luogo del disastro fu Don Luigi Orione. La notizia giunse il 14 pomeriggio. Subito egli partì da Tortona e raggiunse Roma la sera del 15 gennaio. Poté giungere ad Avezzano solo il giorno 18. Questo sacerdote fu visto all’opera e restò nella memoria di tanti ragazzi orfani e delle migliaia di sopravvissuti impauriti come un personaggio quasi mitico, un angelo salvatore, una figura familiare che aiutava consolava affetti e sicurezze perdute. 
    Don Orione ha incontrato l’Abruzzo nel momento del bisogno e del dolore. Per questo l’Abruzzo è rimasto nel cuore di Don Orione e Don Orione è rimasto nel cuore dell’Abruzzo; segno di tale affetto rimasto nel tempo è stata la recente proclamazione di Don Orione “Cittadino onorario della Marsica”, voluta e firmata da tutti i Sindaci dei comuni marsicani. 
  
2.      COME SI MOSSE DON ORIONE DURANTE L’OPERA DI SOCCORSO 

Don Orione arriva a Roma alla sera del 15 gennaio, ma non va subito ad Avezzano. Da buon “stratega della carità”, si ferma a Roma per prendere contatti e disporre le relazioni per un buon intervento di soccorso e per la successiva accoglienza degli orfani.   
Contattò altre istituzioni e congregazioni religiose. Don Luigi Guanella [1] assicurò subito la collaborazione ed egli stesso, benché anziano ammalato, si recò sui luoghi del terremoto per una breve visita di poche ore, il 10 febbraio, ma poi inviò le sue Figlie della Divina Provvidenza, generosissime, di cui Don Orione ebbe grande stima. Don Orione andò alla sede del Patronato Regina Elena, una organizzazione umanitaria legata alla Casa reale e presieduto dalla contessa Gabriella Spalletti Rasponi.[2] Fece visita ad alcuni dicasteri vaticani per avere direttive e per verificare disponibilità. Allertò e dispone le proprie case di Roma per l'accoglienza degli orfani. 
Il 18 gennaio Don Orione giunse in treno ad Avezzano. Come suo quartiere generale di delegato del Patronato Regina Elena, con pieni poteri di assistenza nella zona del disastro, gli viene messa a disposizione una grossa tenda nel piazzale Torlonia. 
Sui luoghi del terremoto entra in relazione e stringe rapporti con tutti i protagonisti dei soccorsi. Sapeva che la solidarietà e l’assistenza non erano un campo di attività riservato alla Chiesa o prevalentemente svolto da istituzioni ecclesiali. C’era una “laicità” dei soccorsi con cui confrontarsi e collaborare: i soccorsi statali, di associazioni umanitarie e di organismi privati. l’assistenza religiosa era una tra le tante[3]Ebbene, Don Orione non solo prese a collaborare alacremente e “da sacerdote” con tutte le persone in campo, ma divenne il loro riferimento morale. 
Come già in occasione del terremoto calabro-siculo del 1908 (98.000 morti!), ebbe un atteggiamento inclusivo, fu un tessitore di rapporti che rinforzò il tessuto della solidarietà. Del laicissimo Patronato Regina Elena fu addirittura nominato Vice-Presidente sia a Messina che, poi, nella Marsica. Divenne il primo collaboratore della contessa Spalletti, molto ‘laica’, al punto che poi Pio X gli fece i complimenti: “Lei è diventato il primo santo del calendario della Spalletti”. E Don Orione commentò: “L’espressione mi fece tremare perché la Spalletti ha pochi santi cattolici nel suo calendario”.[4] 
Il Ministero degli Interni aveva i propri  funzionari incaricati dei soccorsi; il coordinatore Ernesto Campese rimase a dir poco “incantato” da Don Orione e la loro reciproca fiducia e collaborazione molto giovò per il buon esito dei soccorsi. A portare aiuti nella Marsica giunsero anche organismi laici del tutto estranei – e qualche volta in militante contrasto – con le motivazioni religiose.[5] Divenne il coordinatore del soccorso proveniente dal mondo ecclesiale, fu il referente della carità del Papa, mobilitò numerose congregazioni religiose nell’aiuto a chi aveva perso tutto, nell’assistenza a feriti, nell’educazione di orfani. Suscitò anche pretese e gelosie nel campo ecclesiale, a Messina come ad Avezzano. 
Si attirò anche non pochi guai e opposti sospetti per la sua frequentazione e collaborazione aperta con tutti nel campo della solidarietà.[6] Non mancarono pretese e gelosie anche nel campo ecclesiale. 
Quanto Don Orione fece in quel contesto della Marsica ha qualcosa da dire anche oggi. Ci parla di coraggio e di intraprendenza, di dialogo con tutti ma anche di identità irrinunciabile, dà fiducia nella collaborazione tra laici e religiosi, tra istituzioni statali ed ecclesiali nel “fare del bene sempre, del bene a tutti, del male mai, a nessuno”. Ci parla di intervento generoso personale, ma anche di prudenza strategica e organizzativa. Ci dice che non c’è soccorso alle persone senza relazione umana, senza amore. 
  
3.      DON ORIONE VISTO DA ALCUNI TESTIMONI 
  
DON ROBERTO RISI 

Era confratello di Don Orione, parroco di Ognissanti a Roma, il riferimento di Don Orione per la sistemazione degli orfani nelle case romane. Il 22 gennaio 1915, scrive una informazione a Don Carlo Sterpi, il principale collaboratore di Don Orione alla guida della Congregazione. 
“Il Direttore (Don Orione) è partito alle 7 per Avezzano, dove va, ufficialmente incaricato dal Patronato, a stabilirsi in una baracca per organizzare la raccolta degli orfani di tutti i luoghi terremotati. 
Forse domani parte anche Mgr. Bianchi ad aiutarlo per qualche giorno. 
Dice che può spedirgli ad Avezzano fermo posta telegrammi e lettere. 
Qui, in questi giorni, è stata una baraonda: tutte le ore arrivavano orfani. Una sera alle 10 ½  ne giunsero ben 24. Stesi quattro materassi e poi 12 di qua e 12 di là col tappeto dell’altare sopra feci loro passare la notte, alla bene meglio, contenti però, che da 4 giorni dormivano per le campagne. 
Ne abbiamo uno che venne estratto sabato alle 3 ½ dalle macerie. 
A S. Giovanni sono 64 (orfani), altri 17 alla Colonia; 81 in tutto. Però il Direttore ne vuole accettare altri 15. 
L’altro ieri salì coll’automobile a metri 1300 per raccogliere orfani negli Abbruzzi. Vide parecchi lupi. L’automobile per il gelo slittò, e non potevano più proseguire con 6 orfani quasi morti e gelati: per fortuna sopraggiunsero altre 2 automobili e così poté ritornare ad Avezzano, di dove con 40 orfani ritornò a Roma col treno reale in poche ore. 
Ora è felice perché tutti gli orfani devono passare per le mie mani, e così potrà impedire che vadano in mano dei protestanti. Se sentisse quel che raccontano! Poveri bambini! Fanno pietà, solo al vederli. 
Speriamo che Dio, padre degli orfani, ci vorrà sempre più benedire per il bene che si fa a questi infelici nel nome santo suo”.[7] 
  
IGNAZIO SILONE 

Il testimone più famoso di quegli eventi e dell’opera di Don Orione è senz’altro Ignazio Silone – Secondino Tranquilli.[8] Ne diede testimonianza al processo di canonizzazione di Don Orione, 12 novembre 1964. L’anno successivo, la sua testimonianza divenne il famoso capitolo “Incontro con uno strano prete” del suo libro autobiografico “Uscita di sicurezza”. 
Ecco il testo tratto dai Verbali del processo di canonizzazione. 
“Lo conobbi nel 1916.[9] Lo vidi fuggevolmente dopo il terremoto della Marsica, nel 1915. Ricordo, per essere stato presente, che Don Orione aveva raccolto un gruppo di bambini scampati al disastro e privi di famiglia. Don Orione era in attesa di poterli trasportare a Roma, ma la linea ferroviaria era interrotta e per giungere alla prima stazione bisognava percorrere ancora una quarantina di chilometri. Sul luogo si trovava già il Re con le autorità del seguito e le loro macchine erano ferme. Don Orione cominciò a far salire i bambini su alcune macchine, per raggiungere la stazione: I carabinieri di guardia si opponevano, ma Don Orione sembrava non badare e continuava nelle sue operazioni di carico. Frattanto giungeva il Re con il suo seguito per riprendere posto sulle macchine. Don Orione si presentò rispettosamente a lui e gli espose il motivo per cui faceva salire sulle macchine i piccoli orfani. Il Re accolse il desiderio di Don Orione e diede il suo consenso al trasporto dei piccoli orfani. Don Orione salì con essi sul primo treno e li accompagnò a Roma…”. 

La famiglia Tranquilli abitava in Via Fontamara, a Pescina de’ Marsi. Sotto le macerie di Pescina de’ Marsi perirono la madre e il fratello Domenico. Gli altri due figli, Secondino, di 15 anni, e Romolo, di 11 anni, si salvarono e restarono senza alcun parente ad eccezione della nonna Maria Vincenza. Entrambi furono accolti da Don Orione, aiutati a studiare e ad iniziare il cammino della vita. 
Nell’Incontro con uno strano prete, Silone descrive così la scena del suo incontro con Don Orione. 
“Una di quelle mattine grigie e gelide, dopo una notte insonne, assistei ad una scena assai strana. Un piccolo prete sporco e malandato con la barba di una decina di giorni, si aggirava tra le macerie, attorniato da una schiera di bambini e ragazzi rimasti senza famiglia. Invano il piccolo prete chiedeva se vi fosse un qualsiasi mezzo di trasporto per portare quei ragazzi a Roma. La ferrovia era stata interrotta dal terremoto, altri veicoli non vi erano per un viaggio così lungo. In quel mentre, arrivarono e si fermarono cinque o sei automobili. Era il re, col suo seguito, che visitava i comuni devastati. Appena gli illustri personaggi scesero dalle loro macchine e si allontanarono, il piccolo prete, senza chiedere il permesso, co­minciò a caricare sopra una di esse i bambini da lui raccolti. Ma, come era prevedibile, i carabinieri rimasti a custodire le macchine, vi si opposero; e poiché il prete insisteva, ne nacque una vivace colluttazione, al punto da richiamare l’attenzione dello stesso sovrano. Affatto intimidito, il prete si fece allora avanti e, col cappello in mano, chiese al re di lasciargli per un po’ di tem­po la libera disposizione di una di quelle macchi­ne, in modo da poter trasportare gli orfani a Roma, o almeno alla stazione più prossima ancora in attività. Date le circostanze, il re non poteva non acconsentire. 
Assieme ad altri, anch’io osservai, con sorpresa e ammirazione, tutta la scena. Appena il piccolo prete col suo carico di ragazzi si fu allontanato, chiesi attorno a me: «Chi è quell’uomo straordinario?». Una vecchia, che gli aveva affidato il suo nipoti­no, mi rispose: «Un certo Don Orione, un prete piuttosto strano».[10] 
  
La bellezza letteraria del racconto e la drammaticità e bellezza degli eventi non deve farci pensare che quanto raccontato sia “invenzione” o idealizzazione. Il fatto dell’auto del Re, raccontato da Silone “perché ero presente”, è vero. Prova ne è che, ricercando negli archivi del Ministero degli Interni è stato trovato un telegramma – datato 23 gennaio 1915 (doc. 3120) - che legalizza il dono dell’autoveicolo… requisito da Don Orione durante la visita del Re ai terremotati.  Questo il testo. 
“SR – Avezzano – 660 0 23 13.35 – MR  INT  UFF  TERR  RM 
Assicuro aver messo a disposizione Don Orione un camion per raccogliere orfani patronato Regina Elena. PR Commiss Palliccia”. 
 L’atto burocratico giunse sorprendentemente celere (23 gennaio!) e conferma la verità storica del racconto fatto da Silone in “Uscita di sicurezza”. 

Un altro episodio da leggenda è l’attacco dei lupi, sull’erta del Monte Bove, all’auto con cui Don Orione stava trasportando alcuni orfani a Roma. Filippo Roselli, di Casali D'Aschi (L’Aquila), ha dato notizia di tre dei ragazzi che erano in quell’auto: “Don Orione portò in un suo Istituto in Roma anche tre bambini dei Casali D'Aschi: Berardo Giampietro, Luigi Pera e Paolo Di Salvatore. I ragazzi quando tornarono nei loro luoghi di origine raccontarono che mentre venivano portati a Roma da Don Orione, con la macchina del re, furono assaliti dai lupi ed ebbero tanta paura, ma Don Orione, con il suo modo di fare, riuscì a tranquillizzarli ed i lupi poi scomparvero”. 
  
GAETANO PICCININI 

Gaetano Piccinini, era nato il 6 febbraio 1904. Aveva undici anni nel 1915. [11]  Verso le 8 del 13 gennaio, era andato dalla sua casa di via Napoli con la mamma per una commissione presso la sorella Francesca, maritata al facoltoso commerciante Pietro Camathias di origine svizzera. Arrivato in pochi passi a desti­nazione, premuto il pulsante del campanello, fu subito accolto dal cognato col quale aveva preso a salire la scala, giungendo al pianerottolo. Qui lo sorprese il terremoto. Si era sentito come mancare l’appoggio al piede e sballottare contro una parete dalle scosse che si susseguivano a brevi inter­valli determinando il crollo della casa. L’istinto della salvezza e la prote­zione di un grosso tavolo gli consentì ridiscendere la scala e raggiungere la strada. 
Sanguinava al capo. Tremante e sbigottito, in un ambiente che, dopo pochi istanti, non era più quello di prima. Rifece il cam­mino a ritroso sui cumuli delle rovine dalle quali  spuntavano travi, porte, inferriate divelte e sconquassate, in un’atmo­sfera divenuta fosca e terrificante. Nel silenzio di tom­ba che l’avvolgeva, Gaetano chiamava disperatamente la mam­ma, il papà, il fratello Domenico, la sorella, Rocco, Lo­reto, (gli altri due fratelli) e la zia materna: morti. Lui il più piccolo era rimasto pressoché incolume. Insinuandosi nei brevi spiragli alla ricerca dei suoi cari, scopre Dome­nico, il primo dei fratelli, supino, immobile nella morte. E lì di fronte, lungo disteso, un signore da tutti detto il milionario, ucciso ai piedi del suo palazzo; sulla sua mano penzolante scintillano alle dita preziosi anelli d’oro e rubini. 
Vagando spaurito, incontra un pronto soccorso; lo medicano, lo con­fortano. Ritorna verso la sua casa e rivede il milionario; ma la mano era mozza e gli anelli erano spariti. 
Il povero ragazzo vive quella terribile esperienza di vita e di morte, di sangue e di orrori, di viltà e di eroismi, concentrate in così breve spazio di tempo e di luoghi. 
Arriva alla chiesa par­rocchiale e osserva i corpi martoriati delle vittime allineate sotto il viale, dal quale si levano i lamenti dei feriti e degli scampati. Anche Don Gioiele, che gli aveva dato il battesimo, aveva appena terminata la messa quando fu sorpreso dal terremoto e morì. 
Il suo dolore rimane muto, senza lagrime, chiuso e lancinante. 
Vagola tutto il giorno rifacendo lo stesso cammi­no, invocando i suoi cari. Le lugubri immagini di quel­le ore interminabili e della notte successiva divennero un incubo e rimasero poi quasi cancellate dalla sua memoria. Una sola sopravvisse nitida: la figura di un sacerdote nel­l’atto di reggere sulle braccia due bimbi strillanti. Era Don Orione, il padre degli orfani, immagine di una Paternità superiore. Divenne subito il suo secondo padre. 
Gaetano fu tra i primi orfani a essere avviato, insieme ad altri della sua stessa condizione, nella casa di Roma, di Via Massimi a Monte Mario, dove era direttore Don Carlo Pensa. 
Altri orfani marsicani vennero accolti nell’istituto San Fi­lippo Neri di Via Alba in Roma, al quartiere Appio. E anche qui, Gaetano passò qualche tempo. Pochi mesi bastarono a verificare le sue qualità e anche la sua volontà decisa a scegliere la via del sacerdozio al seguito di Don Orione che lo aveva conquistato. Intraprese immediatamente gli studi ginnasiali al ‘Probandato’ di Tortona, secondo il meto­do della “scuola di fuoco”; nel 1918, Gaetano conseguì la licenza ginnasiale. 
Nell’anno 1917-1918, a Villa Moffa di Bra (Cuneo), fece il suo anno regolare di noviziato sotto la guida di Don Giulio Cremaschi. La prima professione fu dilazionata, perché troppo giovane, alla notte dell’Assunta del 1920, nelle mani di Don Orione. 
Per il Liceo, Don Orione, intuendone le capacità, destinò il giovane Gaetano Piccinini, assieme ad altri quattro giovani promettenti,[12] a frequentare il Liceo classico Cassini, una scuola pubblica di Sanremo. 
Seguì l’Università a Torino ove conseguì la laurea nel 1925. Divenne sacerdote di forte fede e intraprendenza “alla Don Orione”, “camminatore di Dio”.[13] 
  
ERNESTO CAMPESE 

    Ernesto Campese,[14] conobbe Don Orione ad Avezzano all’epoca dei soccorsi dopo il terremoto della Marsica, nel 1915. Era Segretario di Prefettura del Ministero degli Interni, personaggio eminente e noto per i suoi studi e libri sul tema della disoccupazione: L’assicurazione contro la disoccupazione in Italia,[15] Il Fascismo contro la disoccupazione,[16] I caratteri della disoccupazione operaia in Italia.[17]  
Ernesto Campese, in vista della sua testimonianza al Processo di canonizzazione di Don Orione, avvenuta il 18.11.1964, inviò tre fogli dattiloscritti di ricordi riguardanti Don Orione sui luoghi del terremoto della Marsica. Ne riportiamo ampi stralci. 
13 gennaio 1915. Un telegramma monco, stroncato a metà dall’interruzione della linea telegrafica, avverte il Ministero dell’Interno che una grave sciagura si è abbattuta su Avezzano. Il Ministero invia le prime spedizioni di soccorso. Segretario di Prefettura in servizio presso il Ministero, mi si ordina, fra i primi, di accorrere sul posto. 
Avezzano è spianata al suolo. La neve alta già ricopre e livella le macerie. Pochi superstiti, in una  ebetudine senza lagrime, sostano là dove parenti e amici, travolti dal crollo immane, potrebbero essere dissepolti dalle scarse squadre di soccorso, vivi o morti. Rari colpi di fucile e di rivoltella tengono a bada i lupi e gli uomini sciacalli. 
Ma, presto, si diffonde la più terrificante notizia: tutta la Marsica è stata colpita dal terremoto. 
Ad Avezzano vengono accentrati affrettatamente i depositi di materiale per i primi soccorsi: pane, latte condensato, cacao, cognac, tende, coperte, abiti, medicinali. 
Mi sopraggiunge l’ordine di percorrere con una colonna di camions i comuni del mandamento di Pescina. I camions scaricano i soccorsi: ritornano ad Avezzano; ricaricano e ripartono, per ricongiungersi alla colonna che, senza mai sostare, continua il suo periplo. 
Durante questo periplo, mi si dice che ad Avezzano un certo Don Orione, un prete, sta organizzando l’opera di soccorso per gli orfani. Che sia benedetto! Fra tanto martirio, quello degli orfani – bambinelli e lattanti – era quello che più moveva a pietà. E che potevo fare io, se non lasciare qualche coperta e qualche scatola di latte condensato? 
Abbandono per breve tempo la colonna e corro ad Avezzano. 
- Dov’è Don Orione? 
Mi indicano un vasto tendone. Mi avvicino. Vagiti di bimbi. Entro. Don Orione è lì. Non vedo gli altri; vedo Lui. Seduto su di uno sgabello; ciascun braccio sostiene un bimbetto; li ballonzola sulle ginocchia, li acqueta con la ninna-nanna e chiede i biberon; chiede, insiste: «datemi i biberon!». 
Questi è dunque Don Orione. Un piccolo prete striminzito; una tonaca frusta e impillaccherata; e due piedoni grossi così, in scarpacce ingobbite e scalcagnate. Ma quella sua testa piegata sul collo magro, e quegli occhi – gli occhi di Don Orione – che ti guardano tristi e mansueti! 
Presto ci mettemmo d’accordo. Gli orfani che avrei incontrato sul mio cammino li avrei inviati a Lui con i mezzi di cui potevo disporre, o glieli avrei segnalati perché avesse pensato Lui a rilevarli. E, quando li segnalavo, Don Orione accorreva o mandava; ma preferiva accorrere Lui. 
Fu allora che – interrompendo a mezzo non so quale mia interiezione – Egli mi disse, strizzando l’occhio: «Ma, allora, tu non ci credi! ». E continuò: «Beh, non importa. Se è stabilito che tu debba credere, crederai. E, se no, quello che importa è che tu faccia del bene…». 
  
E un altro episodio, raccontò Ernesto Campese. Ero stato inviato con treni di roba ad Avezzano, e fui colpito da questo prete in così cattivo arnese, che correva qua e là, ovunque portando fiducia. Volli parlargli, e, abbordatolo mentre si spostava da un punto all'altro, mi invitò a seguirlo. Ma che passo teneva! Per tenergli dietro inciampai in una trave fra le macerie; non seppi trattenere una bestemmia. Don Orione si fermò a guardarmi; ma, strano!, mi guardava come quando da ragazzo, quando ne facevo qualcuna, mi guardava mia madre. Poi mi chiese: «A che punto siamo in fatto di religione?». Io gli risposi: «Tabula rasa». E lui: «Ci vuole arrivare a vederlo Iddio?». Ed io: «Eh! Se mi si mostra!». E Don Orione: «Vedi ogni giorno di fare un pochino di bene». Ernesto Campese divenne un benefattore della Casa dell'Orfano in Trastevere, in Roma”.[18]  Morì il 1° novembre 1973, lasciando in eredità alla Piccola Opera della Divina Provvidenza di Don Orione la sua villa in Via Maratta 2a, in Roma, “destinata a luogo di riposo e di studio per gli orfani assistiti dall’Opera”.[19]Continuò, dunque, fino alla fine, a “fare un pochino di bene”. 
  

Questo fu Don Orione. 
Per noi Orionini oggi, i suoi esempi e i suoi insegnamenti costituiscono il nostro 
Esame di coscienza e il nostro progetto. 
    Per gli amici e cittadini dell’Abruzzo, Don Orione è una presenza amorosa dal Cielo, perché “ho sempre amato l’Abruzzo”. Don Orione è un segno di speranza anche oggi: il bene c’è; la Divina Provvidenza c’è, anche nei momenti più bui e disastrosi; “solo la carità salverà il mondo”.



 


[1] Flavio Peloso, Don Luigi Guanella e Don Luigi Orione: amici tra loro, padri per gli altri, “Messaggi di Don Orione” 35(2003), n. 112/3, 5B33.

[2] Antonio Lanza, Don Orione e la Contessa Spalletti, “Messaggi di Don Orione” 32(2000), n. 100/1, 51-57.

[3] Processo Apostolico di Pio X, XVIII, pag. 648.

[4] DOPO, V, 77.

[5] Non pochi di questi protagonisti laici della solidarietà finiranno per entrare non solo nell’orbita caritativa di Don Orione ma anche in quella della fede cattolica. 

[6] Cfr M. Busi, R. De Mattei, A. Lanza, F. Peloso, Don Orione negli anni del modernismo, Milano 2002.

[7] Archivio Don Orione, Roma, cartella Roberto Risi.

[8] Giovanni Casoli, L’incontro di due uomini liberi: Don Orione e Silone, Jaca Book, Milano 2000: Liliana Biondi, «Ignazio Silone: lettere a Don Orione», Messaggi di Don Orione 33(2001), n. 106/4, 79-87; Flavio Peloso, Don Orione, lo “strano prete” e i fratelli Secondino e Romolo Tranquilli in Per Ignazio Silone, Polistampa - Fondazione Spadolini Nuova Antologia, Firenze, 2002; Flavio Peloso, Don Orione, Pescina e Silone, “Messaggi di Don Orione” 37(2005), n. 116/1, 25-42. 

[9] Testimonianza al processo di canonizzazione di Don Orione, 12 novembre 1964.

[10] La via dedicata da Pescina a San Luigi Orione è proprio limitrofa alla Piazza in cui il piccolo Secondino assistette alla scena che ebbe per protagonisti il Re e lo “strano prete”. I. Silone, Uscita di sicurezza, Vallecchi, Firenze, 1965, p.32

[11] Don Gaetano Piccinini fuoco divampante carità, Messaggi di Don Orione, Quaderno 38°, 1977, p. 3-6; A. Gemma – A. Campagna, Il camminatore di Dio, 2012, p.72-82. 

[12] I compagni erano Attilio Piccardo di Monte San Giovanni Campano di Frosinone; Domenico del Rosso di Avezzano: Francesco Di Pietro di Cerchio nella Marsica; Domenico Sparpaglione nativo di Godiasco (PV).

[13] Fu direttore e preside nei collegi di Novi Ligure e di Roma. Durante la seconda guerra mondiale si prodigò per soccorrere quanti avevano bisogno di aiuto, tra cui tanti ebrei. Ricoprì vari incarichi nella direzione generale dal 1946 al 1969. Fu personalità geniale per visione, intraprendenza e capacità organizzative. Avvicinò e coinvolse nel bene moltissime personalità di ogni ceto e ruolo. Fu insignito della onorificenza di “Giusto fra le Nazioni” per aver salvato la vita a molti Ebrei durante la Shoah. Si dedicò anche all’apostolato della penna pubblicando alcuni libri di memorie (Roma tenne il respiro - 1955, La scheggia di Monte Pellegrino - 1955, Quel tuo cuore Don Orione - 1963)  e numerosi articoli su «La Piccola Opera», «San Giorgio» e «L'Amico». Cfr  Domenico Sparpaglione, “Don Gaetano Piccinini, fuoco divampante di carità”, “Messaggi di Don Orione”, (18)1977, n.38.

[14] Nacque a Napoli il 2 gennaio 1882, da Antonio e Lamanna Elisa, e morì il 1° novembre 1973, a Roma. Si veda: Flavio Peloso, Ernesto Campese e il segreto di Don Orione, “Messaggi di Don Orione”, n. 129,  anno  41,  2009, p. 5-16.

[15] Roma, Ministero Economia nazionale, 1927, p. 446.

[16] Roma, Ed. del Littorio, 1929, p.378.

[17] Roma, Ed. del Littorio, 1930, p.622.

[18] Archivio della Postulazione, Summarium, 549.

[19] Il testamento olografo di Ernesto Campese, datato 15 luglio 1972. 

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