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Messaggi don Orione
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Autore: Don Gino Bressan

Don Gino Bressan soleva introdurre il corso del “Mistero di Cristo” raccontando la cosiddetta “favola”. Io l’ascoltai nell’anno 1974-75. Mentre per altri corsi Don Bressan diede dispense o rivide i testi trascritti di sue lezioni (le pandette), che poi venivano copiati e diffusi tra studenti, mai accettò di mettere per iscritto la “favola” . 

MISTERO DI CRISTO E MISTERO DELL’UOMO

La favola raccontata da Don Gino Bressan 
e pubblicata in DON ORIONE OGGI, novembre e dicembre 1986.




Don Gino Bressan soleva introdurre il corso di “Mistero di Cristo” raccontando la cosiddetta “favola”. Io l’ascoltai nell’anno 1974-75. Mentre per altri corsi Don Bressan diede dispense o rivide i testi trascritti di sue lezioni (le pandette), che poi venivano copiati e diffusi tra studenti, mai accettò di mettere per iscritto la “favola” 
A me fece un gran bene. Trovai quella “favola” molto chiara e pedagogicamente efficace per aprire e trasmettere qualcosa di Dio e dell’uomo. 
La raccontai più volte durante gli anni del mio ministero. Anch’io ero convinto che quella favola dovesse essere raccontata e trasmessa in una comunicazione orale e mi rifiutai più volte di darle esatta descrizione con parole scritte. 
Nel 1981-82, ne feci argomento delle mie ore di lezione all’Istituto Berna di Mestre, alle classi degli “analisti chimici”, tutt’altro che facili a slanci mistici o a voli di pensiero. La ”favola” suscitò attenzione e interesse. Mi chiesero degli appunti. Cedetti. Preparai un piccolo fascicolo ciclostilato. Ne inviai una copia a Don Bressan quasi con lo scrupolo di averla messa per iscritto. Dopo qualche giorno, mi arrivò un suo biglietto di compiacimento.  
Con mia sorpresa vidi poi che, nei numeri del Don Orione oggi di novembre e dicembre del 1986, Don Bressan pubblicò la sostanza della favola. “Anche lui ha ceduto”, mi sono detto. 
Ricordo che, negli anni successivi, quando mi capitava di incontrare Don Bressan, una battuta di sua iniziativa era quasi sempre: “E racconti ancora la favola?”. “Sì – rispondevo - e soprattutto ci credo ancora” 
Il racconto orale della favola è insostituibile per la sua creatività e per la relazione che stabilisce tra comunicatore e comunicazione tra le persone. Ogni volta la favola è la stessa e diversa. Essa accade più che essere ricordata. È un evento per chi la racconta e chi la ascolta. 
La riporto qui sotto, con il testo di Don Bressan pubblicato sul Don Orione oggi del novembre e dicembre del 1986. Qui ci sono le idee principali. Ma – aveva ragione Don Bressan - il racconto è ben altra cosa. 
Don Flavio Peloso

 

LA FAVOLA

L’UNICA COSA che ci affanna è certamente quella di capire chi siamo, perché esistiamo, da dove veniamo. E non ci vorrà molto a capire che, allo scopo, l’unica possibilità sarà sapere come vive Dio: è inutile dire che possiamo parlarne solo perché è venuto il Figlio e fu inviato lo Spirito a narrarcela, questa vita. 
Ma ho il diritto di servirmi, per capire a fondo, di un particolare importantissimo che è riportato nella prima pagina del libro di Dio. Mi riferisco al Genesi, al capitolo 1°, quando è detto, e vedremo perché, Dio ha voluto creare qualcuno: « facciamo l’Uomo! ». La cosa più stupefacente, sottolineata in modo fortissimo, è che, per farlo, decise di farlo a sua immagine, a sua più adeguata somiglianza possibile ( ciò vale l’ebraico « a nostra immagine, a nostra somiglianza » ). 
E, nell’esecuzione, c’è quella strofetta in versi: « E Dio creò l’Uomo: a Sua immagine lo creò; maschio e femmina li creò ».
Noi siamo fatti a immagine Sua. Per capire Lui, se studio me stesso, riesco a capire molte cose di Lui. Ecco dunque la favola. 

***

C’ERA UNA VOLTA DIO… 
Non c’era il creato, non c’eravamo noi, nulla c’era. 
C’era solo Lui! 
Che cosa faceva? 
A dire la verità, Dio può fare soltanto due cose. 
Noi ne possiamo fare tante, e Lui, che è l’Onnipotente, ne può fare solo due? 
Si, solo due! 
Ora, se vi domando: quante cose siete capaci di fare voi? 
Dopo aver pensato un tantino, escludendo, alla maniera socratica, tutto ciò che non va bene, sarete ridotti a dirmi che ne potete fare due sole. 
Due sole che vi distinguono per quello che siete, che vi definiscono. E, in questo, siamo somigliantissimi a Dio. Mentre noi, oltre a quelle due, possiamo farne altre, direi, marginali, ma che sono comuni ad altri esseri: mangiamo, come altri mangiano; dormiamo, ci affatichiamo come altri esseri, siamo quello che siamo soltanto perché abbiamo questa possibilità, questa duplice facoltà: di INTENDERE e di VOLERE, cioè INTELLETTO e VOLONTA’. 
Se analizzate più a fondo, Dio non solo ha, ma è soltanto INTELLETTO e VOLONTA’. 
Niente altro! Dio non può fare altro che queste due cose. 

*** 

Che cosa significa intendere e volere? Cioè, quali sono le azioni dell’intendere e del volere? 
IL CONTEMPLARE E’ L’AZIONE DELL’INTENDERE
E ci si ferma a contemplare un’alba, un tramonto, un prato pieno di fiori, un cielo pieno di stelle, una splendida architettura, una scultura, una pittura, una grande musica: e possiamo passare delle ore presi da quella contemplazione e, in fondo, da beatitudine. 
Però ricordiamo: c’era Dio, ma c’era solo Lui! Che cosa poteva contemplare? 
Non c’è altra risposta che: SE STESSO ! 
Certo, dobbiamo esprimerci alla maniera umana, perché, altrimenti, non possiamo parlare di nulla. Ebbene, Dio può guardarsi, può contemplarsi, senza bisogno di specchio di sorta. E non gli basta tutta l’eternità a contemplarsi! 
Perché, per definizione, Egli è la somma di ogni bene, di ogni bellezza! 
Noi, di fronte a un tramonto, a un’opera d’arte, a un certo momento cessiamo la contemplazione, perché in ogni caso è solo un qualche cosa di finito, cioè di limitato, ciò che noi contempliamo. E siamo un qualche cosa di finito e di limitato anche noi che contempliamo. Per cui, addirittura, « esauriamo » qualche volta l’oggetto della contemplazione! 
In Dio ciò non può avvenire: è infinito Lui, il contemplante e il contemplato. 

Il punto centrale ora è questo. Se io, dopo aver contemplato un oggetto, una persona, chiudo gli occhi, vedo ancora la cosa contemplata. E’ successo un qualche cosa di curioso, ma di indubitabile: si è formata in me, contemplante, l’immagine della cosa da me contemplata. 
Se io mi contemplo, si forma in me l’immagine di me stesso. Ora, si pensi ciò nell’azione divina: l’immagine di Sé che si forma in Lui, è perfettamente adeguata a Lui, è perfettamente uguale a Lui, è un altro Lui. 
Quello è il Suo Figliolo. Perché il Figlio è eterno come il Padre, è in tutto uguale al Padre, potente come il Padre, bello come il Padre? 
Perché non è altro che l’immagine che nel Padre si forma nel contemplare Se stesso. 
Ecco il Suo Figliolo. Lo genera? Si. Noi abbiamo il termine tecnico, che ci viene dai Padri della Chiesa: lo genera per mezzo di un’azione dell’intelletto. Mistero? Si, ma non nel fin qui detto. 
L’unica cosa che è misteriosa – in questa faccenda – è che, quando io contemplo me, e si forma in me l’immagine di me, tra me e quella immagine non vi è una distinzione « reale ». In Dio si! Tutto il mistero. 
C’è una specie di distinzione tra me e l’immagine di me, ma non posso dire che è una distinzione reale. 
In Dio il mistero sta solo qui: che è distintissima, da Lui contemplante, l’immagine di Sé, il Suo Figliolo: sono due Persone! 
Io e la mia immagine non siamo due persone. È lì la differenza, ma solo lì! 

***

L’altra azione che Dio può fare è VOLERE, e L’ATTO DEL VOLERE È L’ AMARE. Ancora una volta possiamo controllare cosa avviene in noi, quando incontriamo una perfezione indubitabile. Noi ce ne innamoriamo! Non è possibile non innamorarsi di una indiscutibile perfezione. 
Perciò queste due Persone – Padre e Figlio – che sono la somma di tutte le perfezioni, a loro volta non possono non innamorarsi l’Uno dell’Altro. 
Questo eterno innamoramento del Padre verso il Figlio e del Figlio verso il Padre è la cosa più inevitabile. Anche di questo noi abbiamo esperienza. È certo ancora in una sfera assai incompleta dell’amore, ma è vera l’espressione frequente nel linguaggio umano: « ti voglio ». Ma più importante, per il nostro discorso, è un particolare che va sottolineato. 
Forse non è a sproposito ricordare un celebre sonetto di Dante: «Tanto gentile e tanto onesta pare … »; la gente, che vede passare questo miracolo di bellezza (per Dante, Beatrice), sente un qualche cosa, dentro, che par che dica all’anima «sospira». 
Già, che strana cosa! In ebraico, per dire: « sospiro» c’è solo una parola: rùah : e per dire «soffio», in ebraico si dice: rùah. E per dire «vento», per dire «spirito» devo sempre dire rùah (tradotto in greco è pneuma, in latino è  spiritus). 
Dante dice che, chi si innamora, «sospira». Gli esce di bocca qualcosa di caldo, un soffio, appunto un sospiro. Solo per un momento, poi svanisce, cessa. 
Ancora una volta c’è un qualche cosa di me che, però, si è distinto, uscendo, da me. 
Dal Padre e dal Figlio esce – secondo il nostro linguaggio umano – un sospiro d’amore che non è accidentale, che non è passeggero, che è PERSONA! 
È l’amore del Padre verso il Figlio e del Figlio verso il Padre. Ancora una volta la differenza essenziale tra ciò che avviene in noi e in Dio è che ciò che per noi è «accidentale», in Dio è «sostanziale».
E ancora una volta, solo qui è il mistero: in questa «sostanzialità» dell’atto divino, per cui quel «sospiro» è Persona, distinta dal Padre e dal Figlio. 

Ancora una cosa: lo Spirito Santo – il «sospiro» d’amore vicendevole tra Padre e Figlio – è Persona in tutto uguale al Padre e al Figlio: eterno, onnipotente, perfettissimo. E si comprende perché, partendo di nuovo da una riflessione circa l’amore umano. Tale amore è veramente tale solo quando le due creature umane – l’uomo e la donna – nel loro amore riversano, effondono tutto intero il loro essere, fisico e spirituale. A maggior ragione – infinitamente maggiore! – nel vicendevole amarsi del Padre e del Figlio tutto il loro essere è impegnato e travolto, il loro «sospiro» non può che essere un altro se stessi. 
Ecco chiara ancora una cosa: se Dio esiste – esiste!- non può che essere uno e trino. Uno nella natura, perché è sempre sé stesso. Trino nelle persone, per i motivi esposti, cioè per la vita che egli vive, per gli «atti» (contemplazione e amore) che egli compie. 
Questa è la sua vita di tutta l’eternità: è solo questo. Altro egli non può fare. 
Inutile dire che questi due unici atti che egli compie nel suo eterno presente sono beatificanti. Anche noi sappiamo, abbiamo certo sperimentato la beatitudine del contemplare e, specialmente, quella dell’amare. È sempre il fatto che noi siamo «simili» a Lui. In noi la beatitudine del contemplare e dell’amare è inevitabilmente parziale e «finita». In Lui no; è totale e infinita, perché egli è tale somma di bellezza e di bontà da non poter venir esaurita neanche dal suo intelletto e dalla sua volontà infiniti. 

***

Alcuni passi della Bibbia bastano a documentare su quali fondamenti si è basata la mia esposizione. 
La Trinità delle Persone – ovviamente la loro uguaglianza – è in Mt 28,19: «Andate, fate discepole tutte le genti, immergendole nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo, insegnando loro ecc.». 
L’eternità e l’immutabilità di JHWH è affermata perentoriamente ed esplicitamente, per esempio, nel Salmo 101 (102), 13; vedi pure Salmo 88 (89), 12-13. 
Nel Prologo al “quarto Vangelo” colui che due volte è chiamato Figlio unico è indicato, all’inizio, con il termine greco  Logos, che, a rigore, non significa «verbo-parola», ma «pensiero interiore», poi «proferito»: Egli è «pensiero» che il Padre formula di Sé. Vedi pure ! Giov 1,2. 
La perfetta unità e uguaglianza tra Padre e Figlio è solennemente proclamata in Giov 10,30: «Io e il Padre siamo una cosa sola». Nota anche l’altra espressione: «il Padre è in me, e io sono nel Padre» (Giov 10,38; prezioso pure il celebre testo sinottico, che ci porta nel campo della «conoscenza»: «Nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, e nessuno sa chi è il Padre se non il Figlio»: Lc 10, 22). Vedi anche Giov 17,5.24 ove si parla della «gloria» del Figlio e dell’amore con cui il Padre l’amava prima che il mondo esistesse. 
Quanto allo Spirito Santo, questi sono i termini usati da Gesù nel “quarto Vangelo”: il Padre lo manderà in nome mio ( Gv 14,36); vi manderò il Paraclito, lo Spirito di verità che proviene dal Padre (Giov 15,26); partito che io sia, vi manderò il Paraclito: Egli vi condurrà all’intera verità, poiché non parlerà di suo, ma vi dirà tutto ciò che egli udrà…, egli mi glorificherà perché prenderà da ciò che è mio, per farvene partecipi; tutto ciò che il Padre possiede è mio: ecco perché ho detto: è da ciò che è mio che egli attingerà, per farvene partecipi (Gv 16,7.13). Ce n’è abbastanza per concludere che lo Spirito è sia del Padre che del Figlio, e che tale modo di parlare suppone una relazione d’amore. Vedi, a tal proposito, Rom 5,5: «l’amore di Dio è stato versato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito che ci è stato dato».

***

Questa è dunque la vita che il nostro Dio, Uno in tre Persone, vive: vita di beatitudine infinita nella contemplazione e nell’amore. Ma la divina rivelazione non si ferma qui. Ci dice che Egli «creò». Fu un effondersi di se stesso, bene infinito. Bonum est diffusivum sui, «il bene tende a comunicarsi», dicevano i maestri della filosofia Scolastica. E così avvenne. 

DIO PADRE, attraverso Suo Figlio e lo Spirito Santo, ci ha rivelato il mistero della sua vita. Ebbene, abbiamo fin qui contemplato il mistero della sua vita, ma solo a metà. È indispensabile continuare, perché questa meravigliosa vicenda – devo parlare il linguaggio umano – da quanto è stato detto è soltanto il punto di partenza. 
Devo parlare un linguaggio umano. È la divina rivelazione, è Lui, Figlio, è l’illuminazione dello Spirito Santo, che ci hanno rivelato questo mistero in maniera umana, e dobbiamo adoperare parole ancora più umane, cercando di capire ciò che non è umano. Questa divina famiglia, Padre, Figlio e Spirito Santo, infinitamente beata in questo auto contemplarsi e amarsi, che non ha bisogno di nulla, di nulla potrà mai avere bisogno, a un certo momento si domanda (ecco il linguaggio umano): perché questa felicità tenerla tutta per noi? C’è un principio, dicemmo, nella filosofia scolastica, ma specialmente nella teologia, che nasce dalla rivelazione: il bene non può che espandersi. A quella domanda Dio, la famiglia divina, non ha potuto che dire: Ma certo! Comunichiamo ad altri esseri questa infinita beatitudine! 

Ora, di fronte a questa decisione, si prospettavano, potremmo dire, difficoltà insormontabili. Volendo mettere in opera questa decisione, due sono le direttrici dell’agire di Dio (famiglia divina eternamente beata). Vedremo che esse si confondono, non nel senso che diamo noi alla parola, ma si fondono, cioè una si realizza attraverso l’altra. Non poteva esserci una direttrice senza la seconda. Il punto di partenza inevitabile è l’amore che Dio Padre porta al Figlio. Per usare una espressione abituale nel linguaggio umano: «vorrei avere tutto il mondo per potertelo donare! », nel nostro linguaggio umano dobbiamo dire che al Padre non è bastato dare al Figlio tutto ciò che Lui ha, che Lui è (il Figlio è un altro Lui), non gli è bastato: all’amore non basta mai il dare. 
Solo il verbo «dare» è la parola dell’amore. E allora, ecco che Dio Padre va cercando (in linguaggio umano) che cosa può dare di più al Figlio. 

La teologia ci avverte: tutto ciò che sarà fuori di questo «dare se stesso» non può essere che accidentale, non sostanziale. Ma non è detto che ciò che è accidentale è un nulla. Per me uomo, creatura umana, che cosa è essenziale? 
Essere un essere di materia e di spirito intelligente e dotato di libera volontà. Solo questo è essenziale. Il resto è accidentale. Per esempio: l’intelligenza, la bellezza, la forza. Ma chi dirà mai che queste ultime cose, anche se sono accidentali, sono cose da nulla? Allo stesso modo, dalla Divina Rivelazione, sappiamo che Dio vuole che noi gli «diamo gloria». Ma questa «gloria» che noi gli possiamo dare è solo accidentale. Nulla di ciò che può fare una creatura può aggiungere qualche cosa a Dio. Ebbene, ciò che il Padre ha pensato per il Figlio è dargli una gloria oltre a tutto ciò che Lui gli ha dato. Sarà accidentale. Ma sarà una cosa di infinita grandezza. 

Come farà a dargli questa gloria? Ecco l’altra direttrice: comunicare ad altri esseri la felicità di cui gode la Trinità Santa. Dovranno, per primo, essere create. Non potranno che essere creature. Dicendo la parola «creatura» si dice una distanza infinita da Dio, incolmabile. Potrei dire al Padre celeste: davvero vuoi creare qualcuno che possa partecipare alla tua felicità? Dovrai inevitabilmente rendere possibile a questa creatura vivere la tua stessa vita! Perché la felicità che tu provi nella tua famiglia divina, nasce dalla tua vita, dal contemplare te, dall’amare il figlio generato da te. È ciò possibile per una creatura? Come farai a colmare la distanza che nessun intelletto umano riesce a immaginare? 
Ma tutto è possibile a Lui. Prima di tutto dovrà creare delle creature che siano dotate di intelletto e volontà, come Lui. Altrimenti non potranno compiere gli atti che Lui compie. 
E solo dagli atti che Lui compie nasce quella felicità di cui ripetutamente abbiamo parlato. Ecco perché noi siamo dotati di intelletto e volontà. Solo per questo. Un cane e un gatto saranno animali simpaticissimi, ma non potranno partecipare alla vita divina proprio per questo. L’Angelo sì. Non è indispensabile la materia. L’Angelo è intelletto e volontà. 

Ma torniamo a parlare di noi. Abbiamo già citato Gen 1,26-27: «facciamo l’uomo a nostra somigliantissima immagine». Qui sta la somiglianza propria di noi con Lui. Era inevitabile questo, se voleva far sì che noi partecipassimo alla sua stessa felicità. 
Ma non è ancora superato il dislivello, perché non basterà che noi contempliamo e amiamo. Contemplando e amando, supponiamo, un’altra creatura, avrò – lo sperimentiamo – una grandissima felicità. Ma non quella che è la sua. Bisogna che l’oggetto della nostra contemplazione, del nostro amore sia direttamente Lui. La distanza bisogna che sia colmata. 
Le due direttrici? Ecco che si fondono. Potrà dare al figlio una gloria, anche se accidentale, che non aveva, facendo sì che Lui diventi il canale (non ho altre parole), la via («Io sono la via» Egli dirà) per cui io entri in questa famiglia divina. Ecco. Colui che è il Figlio eterno del Padre, diventerà uomo. 

Mi fermo un attimo. Non è esatto dire che l’incarnazione, da parte del Figlio eterno di Dio, è un’umiliazione. È un’aggiunta, una crescita. Essere Dio gli basta. Ha tutto ciò che è essenziale. Diventare, Lui, il Figlio, colui al quale tutti gli esseri – Angeli e uomini – saranno debitori di questo innalzamento alla famiglia divina, è «gloria». È quella che chiamiamo gloria del «mediatore». Il figlio si è fatto mediatore. Ha reso possibile a noi questo accesso che, altrimenti, ci sarebbe stato impossibile. Diventa inevitabile dirgli: Grazie! Questo è dare gloria. Tutti gli esseri creati – Angeli, uomini, chissà quanti altri esseri intelligenti di cui noi non abbiamo idea, ci sono e ci sono stati e ci saranno in forme completamente diverse negli altri mondi – a Lui, al Figlio, sono debitori di questo innalzamento. 
Come ha fatto? È diventato uomo! Certo, per lui prendere la nostra natura umana decaduta è stata un’indicibile umiliazione, non il prendere la natura umana, la natura umana gloriosa come ha adesso. L’umiliazione è stata non nel diventare uomo, ma nel diventare uomo decaduto come noi. 
E cos’ha fatto? Non soltanto ci ha parlato del Padre, ci ha parlato di sé, ci ha parlato dello Spirito, non soltanto ci ha svelato il mistero della vita di Dio, ma ha preso noi, tralci di nessun valore, e ci ha uniti a sé, vite. Eravamo di un albero selvatico, direbbe S. Paolo: ci ha innestati in se stesso; siamo diventati un tutt’uno con lui. Non lo diremo mai abbastanza: un tutt’uno con Lui, un essere solo, un corpo solo, ciascuno di noi battezzati in Lui! 
Lui è quello che è, anche se è uomo, con tutti noi innestati in lui; egli resta il Figlio. Il Figlio eterno del Padre, che vive la vita del Padre. Ma noi, inseriti in lui, viviamo – l’ha detto lui – della stessa sua vita (Giov 6, 57). Possiamo ora – direbbe Paolo – in immagine, nell’oscurità, contemplare già fin da ora il Padre, possiamo fin d’ora amarlo. Sarà tutto imperfetto; siamo in attesa di ciò che è perfetto. Verrà il giorno in cui questo nostro contemplare il Padre sarà faccia a faccia, perché siamo in lui (cfr. 1 Cor 13,12). 

Ed eccoci travolti nella vita divina fin d’ora. Non sembri strana questa espressione: dopo l’incarnazione del Figlio la Trinità non è più soltanto Padre, Figlio e Spirito Santo. Ormai la Trinità è Padre, Figlio con tutti noi e Spirito Santo. Non ne posso dubitare, ce lo ha detto Lui. È sempre avvenuto – è parola umana questo «sempre» - da tutta l’eternità, che il Padre abbracci con un atto d’amore infinito, divino, il Figlio. Ma ormai abbraccia il Figlio con tutti noi, perché noi siamo nel Figlio. Il Figlio risponde con tutto il trasporto del suo essere divino all’amore del Padre. Ma in questo rispondere all’amore del Padre non può fare a meno di trascinare tutti noi. 
Ecco, la Famiglia divina è la stessa, ma è infinitamente arricchita; accidentalmente, ma infinitamente arricchita. È una realtà da meditare, da vivere in tutti i momenti della vita: siamo inseriti realmente nella Trinità Santa che è Padre, Figlio con tutti noi, e Spirito Santo. Proprio come è detto in Mt 28,19, quando sia inteso a dovere: immersi nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo. 

Ecco, infine, alcuni testi biblici su cui poggiano le precedenti riflessioni. 
Quando Dio decise, « prima della creazione del mondo», di creare noi, ci «predestinò ad essere figli attraverso Gesù Cristo» (Efes 1,5). È qui già enunciato l’ufficio del Figlio Gesù come mediatore (il termine è in 1 Tim 2,5-6; ma vedi anche il testo capitale di Efes 1,10: Gesù «riassume» in se stesso «tutte le cose, sia quelle in cielo sia quelle sulla terra»; vedi anche Col 1,15-20!). 
Questo nostro essere figli come il Figlio (Giov 1,12; 1 Giov 3,1) si realizza attraverso il nostro essere «innestati» in Gesù con il rito del Battesimo (Rom 6,5). E tale realtà – l’essere noi «figli» in senso realissimo (si lasci da parte ogni concetto di «adozione», che è pura funzione giuridica) – è garantita dallo stesso Spirito Santo (Gal 4,6; Rom 8, 15-16). 
Il Figlio, per realizzare il piano del Padre in ambedue le direttrici, ha accettato di assumere la «natura di schiavo», che è il nostro stato di esseri decaduti; solo così ha potuto redimerci con la morte di croce; ma ciò gli ha procurato, anche come uomo, la «gloria» di Kyrios, di Signore trascendente (Filip 2,7-11; Ebr 2,9; 12,2). 

Don GINO BRESSAN

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