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Messaggi don Orione
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L'articolo ricostruisce l'intreccio delle relazioni che vide Brunatto in aiuto sia di Padre Pio che di Don Orione.

Padre Pio da Pietrelcina fu proclamato santo il 16 giugno 2002 e Don Orione il 16 maggio 2004. Le biografie di Padre Pio ricordano Don Orione come un convinto e attivo promotore della verità e della santità di Padre Pio.

Don Orione (Pontecurone 1872 – Sanremo 1940) fu al centro di un complesso intreccio di relazioni e di azioni che coinvolsero alte personalità della Chiesa e devoti del “buon Padre cappuccino” nella ricerca della verità. Infatti, nel “decennio della tormenta” (1923-1933) minacciose nuvole nere condizionavano la conoscenza e il giudizio di quanto avveniva a Padre Pio. Con discrezione, saggezza e fortezza, Don Orione seppe indirizzare a buon esito gli sforzi di quanti operavano per fare luce sulla grazia data al santo Frate stimmatizzato.

Quanto avvenne è ricostruito e presentato in Don Luigi Orione e Padre Pio da Pietrelcina nel decennio della tormenta: 1923-1933.[1]

È vero che i “due santi si conoscevano molto bene senza essersi mai incontrati”, però è altrettanto vero tra di loro due ci fu una fitta rete di comunicazione della quale facevano parte alcuni comuni amici protagonisti del drammatico “decennio della tormenta”, quali Francesco Morcaldi, Emanuele Brunatto, Giorgio Festa, la contessa Silj, Mons. Antonio Valbonesi.

Tra i comuni amici dei due santi, quello più imprevedibile nella sua azione e sorprendente nella sua personalità è senza dubbio Emanuele Brunatto.
 

Emanuele Brunatto, il pubblicano

Emmanuele Brunatto[2] fu uomo geniale, di grandi capacità, fu un peccatore “convertito” di Padre Pio; rimase un “convertito” peccatore per tutta la vita. Lui amava definirsi “il pubblicano”.

Intelligente, volitivo, di vivacissima fantasia e di ancor più rapida intuizione; immediato nell’inquadrare fatti e nel prendere decisioni; preciso e tenace.[3] Di lui è stato detto di tutto e il contrario di tutto. E molti preferiscono tuttora non parlarne affatto.[4]

Per conoscerlo non c’era bisogno delle grandi doti di introspezione delle anime che ebbero tanto Padre Pio quanto Don Orione. Il nome di Brunatto – e di altri pseudonimi con cui si fece identificare – era infatti sempre preceduto e seguito dalla fama delle sue doti di genialità e intraprendenza, ma anche delle sue vicende galanti, delle sue sregolatezze, delle sue imprese economiche e finanziarie, qualcuna finita in tribunale.

 Luigi Peroni, che gli fu amico e che lo vide il giorno prima della improvvisa morte, il 9 novembre 1998, mi diceva: “Brunatto era una persona vivacissima, spregiudicato, ma fondamentalmente onesto e strenuo difensore di Padre Pio”.

Il Segretario di Stato della S. Sede, il Card. Pietro Gasparri, aveva in stima Emanuele Brunatto. Nel 1925, gli disse: «qualcuno le dirà che lei si immischia a torto nella giustizia della Chiesa; altri, che lei La serve: io potrei essere fra questi ultimi... ritornando a San Giovanni Rotondo non dimentichi di raccomandarmi alle preghiere di Padre Pio».  Le parole del Card. Gasparri, pur non costituendo una canonizzazione di Brunatto e della sua azione, sono veritiere e corrispondono ai fatti che ora gli archivi ci permettono di conoscere sempre meglio.

Certo Brunatto era uomo da prendere cum grano salis. Ne usarono molto di sale con lui sia Padre Pio che Don Orione, perché in Brunatto c'era un po' di tutto. Insieme al radicato senso della giustizia e alla fede ci sono state anche gravi ambiguità e comportamenti incoerenti. Fu retto ma non lineare. Fa parte della vita e, per quel che ne so, l'ultimo a vincere in lui, negli ultimi anni di vita, è stato il Signore. Definitivamente. Come ricorda Peroni, “Negli ultimi anni, ogni sera andava a fare un’ora di adorazione nella chiesa di San Claudio, qui a Roma”. Per parlare di Brunatto ci vuole informazione seria, lealtà storica ed equilibrio di giudizio. Notizie e valutazioni vanno articolate tra di loro seriamente, pazientemente.

La storia di Emanuele Brunatto inizia il 9 settembre 1892, giorno in cui nacque a Torino, in Piazza Madre di Dio, al numero 5. Il padre, Felice Brunatto, fu uno dei primi e celebri penitenti e benefattori di Don Bosco. La madre, Adelaide Chiaudano, era sorella di Padre Chiaudano, illustre studioso e superiore provinciale dei Gesuiti, nominato da Papa Pio X direttore della rivista “La Civiltà Cattolica”.[5] Prima di Emanuele era nata la sorella Maria (nel 1888) e dopo di lui il fratello Umberto (nel 1897).

Quando aveva 12 anni, il padre era orgoglioso di Emanuele perché sembrò che volesse entrare in seminario. Ma lo zio gesuita pronosticò diversamente di lui:Penso che Emanuele diverrà un buon ufficiale di Cavalleria”. Emanuele ricordando quegli anni si definisce enfant terrible, “non adatto alla disciplina della caserma non meno che a quella del seminario e nemmeno a quella della scuola”.
In realtà, eclettico ed estroverso, Emanuele fu subito motivo di grande preoccupazione per i suoi genitori; passò da una scuola all’altra, da un lavoro all’altro. Abbandonò la vita cristiana e la Chiesa. A 19 anni, nel 1911, appena terminata l’istruzione superiore presso i salesiani, si unì in matrimonio con una donna più anziana di 10 anni e per di più di discussa moralità, Emma Starone.

Nel 1914,  Emanuele si dichiarò pubblicamente “interventista” e l’anno seguente partecipò alla Grande Guerra nei ranghi di una “Compagnia di servizi”, con il compito di organizzare il vettovagliamento delle truppe italiane al fronte. Riuscì benissimo. Giunse a organizzare un vero e proprio commercio clandestino che gli procurava vita agiata, compagnia di donne, ma anche invidie e sospetti. Fu denunciato e smascherato il traffico di merci destinate al mercato nero. Emanuele fu immediatamente trasferito al fronte, in prima linea, ove conobbe le atrocità di quella immensa carneficina che fu la prima guerra mondiale. Il suo comandante e complice, invece, si suicidò.

Terminata la guerra, Emanuele Brunatto ritornò a Torino con la madre. Riprese la sua vita spregiudicata negli affari: commerciò legname da costruzione, poi fabbricò fertilizzanti per l’agricoltura. Nuovamente vennero in luce illeciti bancari e truffa a numerosi clienti e dovette allontanarsi da Torino e dalla moglie. Con una certa Giulietta Pederzani intraprese allora l'attività nel mondo dello spettacolo, poi passò a commerciare vini e di liquori del centro-sud Italia. La sua vita era sempre più instabile e sregolata.

Nel 1919, lesse un articolo apparso sul “Mattino” in cui si parlava dei fenomeni di un frate del Gargano, nelle Puglie, un certo Padre Pio da Pietrelcina. Decise di andare a conoscerlo. A questo punto, iniziò la storia della relazione di Brunatto con Padre Pio che segnerà tutta la sua vita. Ne restò affascinato. Ne divenne discepolo devoto. Riprese seriamente la vita cristiana. Si fermò ad abitare a San Giovanni Rotondo.

Nel 1925 prese l’iniziativa, insieme a Francesco Morcaldi, sindaco di San Giovanni Rotondo, di andare a Roma per difendere Padre Pio. In tale contesto, Brunatto conobbe Don Orione, al cui consiglio affidò la sua anima e le sue iniziative “in difesa di Padre Pio e per il bene della Chiesa”.  

    

 Con Don Orione per difendere Padre Pio    

 Molto probabilmente Don Orione conosceva già la madre. In una lettera dell’11 luglio 1933, Don Orione scrive: “Dammi ascolto, Brunatto, dammi ascolto! Tua Madre quante volte mi ti ha raccomandato! E Le ho promesso che avrei sempre cercato di farti del bene, fraternamente!”. Tale conoscenza poteva risalire all’ambito delle attività della Congregazione a Torino. O forse fu Padre Chiaudano che raccomandò a Don Orione quel nipote vivace e indocile.[6]
Sta di fatto che, nel 1925, si instaurò tra Don Orione e Brunatto un rapporto di paternità/figliolanza spirituale che mai venne meno, neppure di fronte a talune scelte di Emmanuele fortemente riprovate da Don Orione. Brunatto stesso racconta l’inizio di quel rapporto.

Il 23 giugno 1925, Emanuele Brunatto giunse a Roma e, su consiglio della Contessa Virginia Salviucci,[7] vedova Silj, cognata del Cardinale Silj,[8] Prefetto del Tribunale della Segnatura Apostolica, si presentò a Don Orione per chiedere il suo parere sulle faccende di Padre Pio e di San Giovanni Rotondo.

Dopo un primo breve contatto avvenuto nella Parrocchia romana di Ognissanti, ascoltato il motivo della visita, Don Orione diede appuntamento al Brunatto nella sua Casa di Via Sette Sale 22, vicino a San Pietro in Vincoli, a Roma.[9]  Brunatto vi andò, espose la questione e presentò i dossiers che aveva portato da San Giovanni Rotondo. Don Orione lo ascoltò, sfogliò i documenti, lo consigliò di farne copie da consegnare una a ciascun Cardinale membro del Sant’Offizio.

- “Ma Don Orione – gli obiettai – questa gente non mi conosce, non mi riceveranno.
- Sì, la riceveranno!
- E come farò per farmi ricevere?

- Ebbé, suonerà al campanello dell’appartamento, verrà qualcuno ad aprire, e dirà: Io sono Brunatto e vengo da San Giovanni Rotondo.
- E mi riceveranno?
- Certamente, la riceveranno”.
[10]

Brunatto nel suo Memoriale descrisse con molti dettagli la peregrinazione presso tutti i Cardinali membri del Sant’Offizio, come gli aveva consigliato Don Orione: Gasparri Pietro, Merry del Val, Basilio Pompilj, Donato Sbarretti, Gaetano De Lai, Michele Lega, Guglielmo Von Rossum, Augusto Silj, Ludovico Billot. Certamente nessuno di essi rimase indifferente.

Una diversa visione degli avvenimenti di San Giovanni Rotondo e di Padre Pio da Pietrelcina fu così posta con credibilità a fianco di quella dominante e squalificante Padre Pio.

Inoltre, scrive Brunatto, “Fu Don Orione che mi incitò ad incontrarmi con Padre Gemelli, di passaggio al Convento di S. Antonio a Roma… Il Gemelli affermava che le stimmate di Padre Pio erano semplice effetto di simulazione,[11] cosciente od incosciente, ed assicurava di aver esaminate le celebri lesioni, mentendo spudoratamente, poiché non le aveva mai viste”.[12]

Degli incontri con Don Orione, Brunatto trasse grande profitto ricordando i suoi prudenti criteri. “Non bisogna dimenticare che la Chiesa è divina, ma amministrata dagli uomini. Vi sono i santi, e gli altri. Serviamo la Chiesa coi santi, e Iddio ci aiuterà contro gli altri’. Questo è il senso – beninteso – e non la lettera delle parole di Don Orione. I suoi atti furono sempre conformi a questi principi”.
Brunatto fu ammirato della sapienza e più ancora della santità di Don Orione: “per assolvere alla sua missione di servire la Chiesa egli attingeva alla sorgente viva dove l’amore è giustizia. La sua attitudine fu sempre magnifica, di semplicità, di intelligenza, di fermezza”.[13]

Sappiamo che per le autorità della Chiesa fu molto problematico stabilire la verità su Padre Pio da Pietrelcina ma ancor più problematico e spinoso fu mettere in luce alcuni comportamenti indegni di quanti erano all’origine di falsità e denigrazione verso il santo Frate del Gargano.[14]

Ad un certo punto, il sindaco di San Giovanni Rotondo, Francesco Morcaldi, “scolta fedele e vigile di Padre Pio”, ed Emmanuele Brunatto, “u poliziottu” come lo chiamava Padre Pio, presero dimora fissa a Roma per occuparsi direttamente e con continuità delle questioni inerenti Padre Pio.

Francesco Morcaldi nel suo Memoriale scrive: “Tra il 1929/1931 andai a Roma e con lui [Brunatto], abitavamo nella stessa casa, difendemmo Padre Pio. (…) I momenti più importanti del periodo trascorso a Roma non furono sempre tranquilli e pacifici. Episodi d’intolleranza del Brunatto furono a volte drammatici. A momenti di alta spiritualità, manifestati dal Brunatto dopo gli incontri con Don Orione, con Padre Bini e con Maria Aristea, succedevano sbandamenti paurosi di indole morale, per cui si verificarono anche scontri poco fraterni”.[15]

Brunatto, da parte sua era deluso ed esasperato per l’apparente insensibilità e inerzia delle autorità della Chiesa nel prendere le giuste risoluzioni di fronte e situazioni e documenti che apparivano inoppugnabili. Non sapendo più che fare, si sfogò con Don Orione: “Non conosco, a dir vero, in Roma persona di V. P. più illuminata e più degna a cui avrei potuto affidare il pesante fardello delle mie responsabilità, prima di fare il passo decisivo. A Chi ancora dovrei ricorrere, a chi già non abbia ricorso? Basta”.[16]

Morcaldi, da parte sua, riassunse in poche parole la situazione creatasi.

“Si accese una lotta che durò parecchi anni fra avversari coalizzati di P. Pio, facenti capo all’Arcivescovo Gagliardi di Manfredonia, e coloro che sostenevano la innocenza del Padre, ingiustamente perseguitato.
Durante questa lotta affiorarono fatti gravi, riguardanti alte personalità della Curia. Tali fatti, rigorosamente documentati, furono collezionati in un libro ‘Lettera alla Chiesa’ di Francesco Morcaldi (il sottoscritto), allo scopo di illuminare i fedeli e costringere le Alte Autorità della Chiesa a provvedere secondo giustizia.

I fatti elencati e rigorosamente documentati erano tali che avrebbero provocato grave scalpore ed avrebbero dato un’arma tremenda ai nemici della Chiesa per sfruttarli a scopo scandalistico.

La fama di bontà e di carità di Don Orione aveva attratto la nostra attenzione.
Invocammo il suo intervento e Don Orione, che non disertava mai la lotta per la causa giusta, e che comprese tutta la gravità dei fatti elencati nel mio libro, intervenne presso le Alte Autorità della Chiesa.

Fu promessa giustizia, ma questa si faceva attendere per cui io Gli scrissi una lettera per domandargli ‘cosa dobbiamo fare?’. Volevo dire che ero disposto a divulgare il libro e romperla con le tergiversazioni e le lungaggini delle Autorità Ecclesiastiche.
Don Orione - venuto a Roma - si incontrò ripetutamente con me.           
Fui disarmato  dalla sua argomentazione e soprattutto dai suoi slanci d’amore in difesa della Chiesa. A seguito della sua azione veramente paterna e per l’interessamento di un’altra creatura devotissima alla Chiesa, tutti i libri, i clichet e le documentazioni furono consegnati all’Alta Autorità della Chiesa.

La profezia di Don Orione che ‘giustizia sarebbe stata fatta’ si è avverata e Padre Pio - che era segregato e non poteva celebrare neanche la S. Messa in pubblico - , il 16 luglio 1933 fu liberato. Oggi egli può confessare uomini e donne, può uscire dal Convento. Masse di fedeli possono visitarlo. Solamente non scrive. Don Orione non ha conosciuto fisicamente P. Pio: ma certamente queste due anime privilegiate si sono conosciute nel Signore ed amate a sua glorificazione. P. Pio ha avuto ed ha grande stima di Don Orione”.[17]

Oltre agli eventi e alla collaborazione che legarono Emmanuele Brunatto a Don Orione nel comune impegno per far trionfare verità e giustizia nel decennio della tormenta abbattutasi su Padre Pio da Pietrelcina, ci fu un’altra vicenda, non meno intricata  e sofferta, ma alla fine vittoriosa, che rafforzò i loro vincoli di affetto e di stima.

 

Brunatto in aiuto di Don Orione per difendere Padre Riccardo Gil

Siamo nel 1928. Nel carcere di Castrovillari, in Calabria, vengono incarcerati due religiosi orionini - Padre Riccardo Gil e di Fra Gaetano Cremaschi - con l’infamante accusa dell’uccisione di una bambina ritrovata sepolta presso il Santuario di Cassano Ionio, il 13 maggio 1928[18]. I giornali di tutta Italia ne parlarono ampiamente e morbosamente. Indagini affrettate avevano portato all’arresto di tre zingare, prima, e poi, il 5 giugno, del padre Gil e del confratello eremita Fra Gaetano.

Don Orione, conoscendone la sagacia e l’intraprendenza, chiese a Brunatto di cercare prove sull’innocenza dei due suoi religiosi, che egli riteneva incapaci e del tutto estranei al crimine di cui erano accusati e che stavano affrontando l’infamia del sospetto, ingigantita dalla stampa avida di simili notizie, e l’umiliazione del carcere.

La ricerca di Brunatto risultò provvidenziale nel fare luce sugli avvenimenti. Le sue informazioni, dopo una personale opera di investigazione, servirono a chi indagava d’ufficio per indirizzarsi alla verità e alla giustizia, scagionando i due innocenti religiosi orionini che furono rimessi in libertà dopo un mese, il 6 luglio, “per inesistenza di indizi e infondatezza dei sospetti”. [19]

Su tale opera benemerita di Brunatto abbiamo un documento prezioso. Quando nel 1962 si stava avviando il processo di beatificazione di Padre Riccardo Gil e Antonio Arrué, martiri durante la persecuzione religiosa in Spagna nel 1936, Don Amerigo Bianchi chiese ad Emanuele Brunatto una informazione sulla vicenda di cui egli fu protagonista a Cassano Ionio. Ne riportiamo ampi stralci[20].

“Era la festa di Don Orione[21] e vi era stata un’agape, cui partecipavano i suoi collaboratori diretti: io ero seduto accanto a lui. Dopo aver ricevuto le varie delegazioni, ascoltati i discorsi di omaggio e risposto con l’abituale bonomia ed il caro sorriso, mi disse: ‘Venga con me, Emanuele, ho bisogno di parlarle’.
Appena entrato nella sua camera, si lasciò cadere sulla poltrona e scoppiò in lacrime. Mi tese un giornale il Popolo d’Italia, se ben ricordo. ‘Legga!’. Era il primo resoconto dell’arresto del Padre Gil e del caro frate laico.[22]
‘Senta Emanuele, sono più sicuro dell’innocenza del Padre Gil che della mia. Se mi si domandasse, per provarlo, di camminare a piedi nudi sui carboni ardenti fino a Cassano Ionio, partirei all’istante. La mia Congregazione è povera, ma tutto quello che posseggo è a mia disposizione. Venderò anche tutte le nostre Case, per difendere questo mio figlio innocente! Da due giorni corro Roma in tutti i sensi: ho battuto a tutte le porte, ho visto tutte le personalità ecclesiastiche mie conoscenti, e mi sono urtato dovunque ad un muro di ostilità. Mi si risponde: poiché l’autorità giudiziaria laica è investita dell’affare, non è lecito a noi di intervenire. Capisci, Emanuele: l’Autorità giudiziaria di Cassano e Castrovillari, dove sono i più feroci anticlericali della provincia!’.

L’angoscia del vostro Fondatore era più che mai giustificata. Non si trattava soltanto di salvare il sacerdote innocente, che entrando in cella nel carcere di Castrovillari ne aveva baciato le mura con gratitudine; si trattava di salvare la Congregazione dei Figli della Divina Provvidenza, le cui Costituzioni non erano ancora approvate.
Se la colpevolezza del Padre Gil veniva sancita dall’Autorità giudiziaria, le Costituzioni di Don Orione ne avrebbero ricevuto un contraccolpo mortale. Ciò spiega perché il vostro santo Fondatore, con cui piansi quel giorno, faceva appello a me, non certo credendomi una specie di Sherlok Holmes, ma certo perché vedeva in me il figlio spirituale di padre Pio. E questi, ne sono persuaso, guidò la mia inchiesta, che non fu lunga, ma efficace.

Appena Don Orione mi ebbe terminato la storia del Padre Gil, dal 1909, quando era venuto – in pellegrinaggio, a piedi – a Roma, sino alla tragedia di Cassano, risposi al vostro Fondatore: ‘Non ho bisogno che della sua benedizione e di un orario delle ferrovie. Cercherò di munirmi di qualche documento personale, e partirò senz’altro’.
Andai a vedere il Direttore dell’Impero, che mi rilasciò una lettera come inviato speciale del giornale a Cassano.
Poiché, veda, io non avevo il minimo documento d’identità e, beninteso, nessuna carta di giornalista. Mi trovavo dunque esposto a tutte le reazioni dell’onnipotente polizia, che giocava il suo onore sulla colpevolezza del padre Gil, ufficialmente dichiarata dai suoi massimi esponenti; ma non mi avvenne nulla, assolutamente nulla di sgradevole.

Ho visto che lei possiede i miei rapporti sull’inchiesta – scrive Brunatto dirigendosi a Don Amerigo Bianchi - , fatti ora per ora ed indirizzati a Don Orione; non ho quindi bisogno di aggiungere altri dettagli. Risponderò piuttosto alla sua domanda sull’autore – da me presunto – dell’assassinio.

Fu il padre, “graduato della Milizia Fascista, a mettere sulla falsa pista di Padre Gil il maresciallo dei carabinieri e il famoso commissario di pubblica sicurezza Bellanca. Fu lui ad avvalorare l’ipotesi formulata dal maresciallo dei carabinieri, che l’assassinio aveva avuto luogo nel tempo in cui il Padre Gil aveva lasciato la canonica per recarsi a gettare un colpo d’occhio alla chiesa e alla cucina. Il nodo della questione era là.

Il padre aveva affermato di avere constatato la scomparsa della piccola Maria, prima che il treno passasse fischiando attraverso l’oliveto, dove la sua famigliola stava riunita a colazione fra gli alberi. Ora, il maresciallo, il Vescovo e tutti gli invitati avevano visto il Padre Gil ritornare a tavola quando fischiava il trenino, e non ne era più ripartito”.

Si trattava per me di stabilire se egli avesse mentito o no, dichiarando che la bambina era scomparsa prima che passasse il treno. Mi recai – in assenza del padre – a casa di costui, per intervistare la mamma della vittima. La povera donna mi parve impaurita, esitante e reticente. Una sua figliuola, che seguiva la nostra conversazione, mi sembrò addirittura angosciata.
Le rivolsi bruscamente una domanda insidiosa: “Perché hai lasciato correre la tua sorellina dietro il treno, invece di tenerla presso di te?”. “No, mi rispose, Maria non ha corso dietro il treno, che fischiava in quel momento, e io le dissi di non aver paura perché era soltanto il treno”. Queste parole mi davano la chiave dell’affare”.

La bambina non aveva corso dietro il treno che fischiava, anzi ne fu impaurita. E soprattutto non poteva essere scomparsa “prima che passasse il treno”, come aveva dichiarato il padre, perché era lì con la famiglia”.

Il Brunatto racconta anche che cercò “di prendere il padre di sorpresa e provocare un gesto inconsulto che lo avrebbe denunciato. Lo tentai verso il tramonto, mentre montavo alla fossa dove era stato trovato il cadaverino. Il padre della bambina mi aveva seguito e si avvicinò per domandarmi, piuttosto eccitato, che cosa cercavo.
“Nulla – gli risposi – perché ormai so chi ha ucciso tua figlia”.

“Certo lo sai, perché l’assassino è in prigione!”.
“Ti sbagli, non vi è ancora, ma io potrei mandarcelo”.

In quel momento il padre, che era in uniforme della Milizia, lasciò scivolare la sua mano sul revolverone che portava alla cintura; ma al tempo stesso, sul sentiero deserto apparvero due carabinieri. Il colpo era mancato, e non mi restava più che allontanarmi: ma ne sapevo abbastanza.

La falsa deposizione lo accusava. La bambina non era stata vittima di uno stupro, ma di un colpo al cranio di cui portava tracce. Potete chiedere l’autopsia che lo dice.

Un altro elemento che Brunatto fece rilevare fu che “Il cadaverino era stato ritrovato a poco più di cento metri dal Santuario, soltanto due giorni dopo l’arresto del Padre Gil. Come spiegare che nessuno l’avesse visto, quando decine e decine di persone avevano battuto metro per metro, durante tre giorni, la località attorno al Santuario?”.

Da tutti gli elementi acquisiti, il Brunatto giunse alla conclusione che “Il delitto si ricostruiva logicamente come un atto impulsivo, involontario del padre avvinazzato, che aveva leso il cranio della bimba. Il seguito veniva da sé”.

La colpevole superficialità delle prime indagini di polizia rischiò di trasformare il dramma della bambina uccisa anche in ingiustizia contro Padre Riccardo Gil e Fra Gaetano Cremaschi i quali, invece, furono scarcerati dopo un mese, “per inesistenza di indizi e infondatezza dei sospetti”.[23]

Brunatto, terminata l’indagine a Cassano Ionio, andò a riferire le informazioni raccolte all’avvocato e senatore Gennaro Marciano di Napoli, incaricato della difesa dei due orionini accusati. Giunto a Roma, passò prima da Don Orione per confortarlo e poi dal gesuita Padre Tacchi-Venturi, figura importante nelle relazioni della Chiesa con Mussolini e il fascismo, per chiedergli un pressante intervento presso il ministro guardiasigilli affinché assicurasse l’indipendenza del processo giudiziario di Catanzaro. Di fatto, la Corte d’Appello di Catanzaro, nel marzo 1929, riconobbe la piena innocenza dei due religiosi.

Il documento di Emanuele Brunatto termina con parole di grande ammirazione verso Padre Riccardo Gil.           
“Come avvenne il nostro incontro all’uscita della prigione? Quali furono allora le mie impressioni sul Padre Gil? È passato tanto tempo, e all’immagine fisica di Padre Gil si è sovrapposta in me la sua figura spirituale. Che egli mi abbia gettato le braccia al collo e baciate le mani poco importa. Il Padre Gil per me è il Martire della Fede, che muore levando il crocifisso e gridando: “VIVA CRISTO REY!”. È mio Protettore, che dal Cielo mi assiste”.

E aggiunge anche una sua personale osservazione: “La Provvidenza aveva fatto operare la comunione dei santi.  Mediante una sorta di aiuto reciproco soprannaturale, Padre Pio aveva guidato i passi del ‘Pubblicano’ nell’indagine di Cassano per difendere la Congregazione di Don Orione. Come Costui, qualche mese prima, aveva guidato il Pubblicano a Roma per difendere la missione di Padre Pio”.

 

Il racconto della relazione tra Don Orione ed Emmanuele Brunatto si conclude qui. Le loro strade, poi, si separarono definitivamente.

Nel 1934, Don Orione partì per le missioni dell’America del Sud. Ritornato in Italia nell’agosto 1937, morì il 12 marzo 1940.

Emmanuele Brunatto, invece, si trasferì stabilmente in Francia e si occupò del brevetto di locomotive diesel e della Società Zarlatti. Continuò a seguire però, anche da lontano, le vicende di San Giovanni Rotondo.[24] Quando nuove minacciose nubi cominciarono nuovamente ad addensarsi attorno a Padre Pio da Pietrelcina, nel gennaio 1962, ritornò definitivamente in Italia e qui mori, improvvisamente, in circostanze alquanto misteriose, nel mattino del 10 febbraio 1965.

 

 

 


[1] Il libro [Milano, Jaca Book, 2° ed., 2004, p.192] ha la Presentazione di Andrea Maria Erba, relatore nella causa di canonizzazione di Padre Pio da Pietrelcina, e una sostanziosa Postfazione di Bartolomeo Sorge. È un libro di carattere storico che attinge esclusivamente da fonti, molte delle quali conservate nell’Archivio Don Orione (citato ADO).

[2] Solo da qualche tempo, dopo la canonizzazione di Padre Pio, si è incominciato a scrivere di Emanuele Brunatto. Prima era ritenuto personaggio troppo controverso e scomodo, che avrebbe potuto complicare l’iter del processo di canonizzazione e sollevare questioni spinose ad esso collegate. Punto di partenza per una conoscenza biografica è il suo libro autobiografico Padre Pio. Mon Père spirituel, Editions de L’Orme Rond, [Cet ouvrage a été achevé d’imprimer le 12 mars 2012 en la Fête de saint Luigi Orione], p.162, curato dal figlio François in francese. Raffaelle Augello ha scritto Emanuele Brunatto. Il peccatore pentito difensore di Padre Pio, Albatros, Roma 2011, p.260. Grande conoscitore delle vicende di Brunatto è Alberindo Grimani, direttore dell’Archivio Emanuele Brunatto, 146, Boulevard Haussmann, Youcanprint, 2013, p. 198.

[3] Emmanuele Brunatto affidò un lungo Memoriale e documenti personali importanti e riservati all’Archivio della Congregazione di Don Orione. Di lui si parla ampiamente nel citato F. Peloso, Don Luigi Orione e Padre Pio da Pietrelcina. Nel decennio della tormenta.

[4] Il documento a cui più spesso ricorreremo è un suo Memoriale del 9 maggio 1962, conservato nell’Archivio Don Orione di Roma.

[5] Padre Giuseppe Chiaudano (1858-1915) fu superiore della Provincia piemontese della Compagnia di Gesù dal 1903 al 1910. Pio X lo stimava per la pietà e la dottrina e lo nominò rettore del collegio degli scrittori della “Civiltà Cattolica”. Cf. le voci a lui dedicate in Dizionario Biografico degli italiani Treccani e in Dizionario storico del movimento cattolico in Italia, III/1, p. 219.

[6] Padre Chiaudano aveva già raccomandato a Don Orione anche un certo Emilio Allasia che, di fatto, fu poi accolto in Congregazione; Lettera del 23.8.1904; Scritti 46, 53.

[7] Alla famiglia Salviucci Don Orione era molto legato, perché il conte Salviucci era “un nostro Benefattore insigne, al quale la Madonna (secondo mi ha ripetutamente dichiarato lui) avrebbe detto di darmi una somma della quale, in verità, avevo in quei momenti urgente bisogno. E me la diede” (Scritti 45, 274).

[8] Il cardinale Augusto Silj era cugino del card. Gasparri; all’epoca dei fatti narrati, era Prefetto della Segnatura Apostolica e consultore del Santo Offizio. Fu a San Giovanni Rotondo per incarico di Benedetto XV nel 1921. Aveva diretta conoscenza di Padre Pio e ne aveva stima.

[9] La casa di Via delle Sette Sale 22, a Roma, era la sede di Don Orione a Roma. Il Dott. Riccardo Moretti, ricorda: “Alla Casa di Via delle Sette Sale era un andirivieni continuo di Cardinali, Vescovi, uomini di Stato, diplomatici, principi, gentiluomini di corte, uomini di scienza e poveretti colpiti da ogni sventura morale o materiale. Questa frequenza continua, che io stesso ho potuto notare per anni, è il monumento della sua carità e del bene che egli prodigava a tutti”; Informatio del processo di cannizzazione di Don Orione, p.305.

[10] Queste notizie sono tratte dal Memoriale Brunatto,  p. 4. Qui, e in altri passi del suo resoconto, ricorre alla drammatizzazione in colloquio.

[11] Brunatto 8. Brunatto riferisce di questi primi incontri con Don Orione a Roma nella sua autobiografia Padre Pio, mon père spirituel, cit., p.98-106. E’ risaputo che Padre Agostino Gemelli diede un giudizio negativo sulla natura mistica delle stimmate di Padre Pio (cfr, capitolo ‘Le stimmate’, pag. 107 – 115). Tale giudizio fu apertamente contestato sia nei contenuti sia, soprattutto, perché non fondato su una visita medica indispensabile per una valutazione, che egli sempre affermò di aver fatto. Vari testimoni affermarono che il 18.4.1920, quando fu a San Giovanni Rotondo con Armida Barelli, scambiò solo qualche parola con Padre Pio e di certo, non poté visitare le stimmate. E se una effettiva visita  medica di Padre Gemelli fosse avvenuta precedentemente in altra circostanza?

[12] Per una ricostruzione della questione della “mancata visita” di Padre Gemelli alle stimmate di Padre Pio e sul suo giudizio su tale fenomeno si veda  Saldutto G. Un tormentato settennio (1918-1925) nella vita di Padre Pio da Pietrelcina, San Giovanni Rotondo, 1986, p.118-122 e 385-398. Fa pensare il fatto che mentre Padre Gemelli “ammorbidì” in scritti successivi i giudizi sulle stimmate espressi nell’articolo del 1924, su “Vita e Pensiero”, abbia costantemente affermato di aver visitato le stimmate di Padre Pio. Significativa è la sua corrispondenza con il gesuita P. Martindale per chiedere una rettifica su quanto richiesto nella rivista The month a suo riguardo nel 1952. “Io ho esaminato accuratamente il Padre Pio e anche le sue stimmate; durante l’esame delle stimmate era presente il suo Provinciale (…). Io ho una sola colpa: quella di aver esercitato la mia opera di perito medico mandato dal S. Ufficio ad esaminare P. Pio. Il S. Ufficio mi ha sempre consigliato di tacere ed io ho obbedito” (Lettera del 19.7.1952 in Saldutto G., cit., p.392-393)  “Solo una persona (Don D. Palladino) -  scrive ancora Saldutto -  a p.395 del suo documentato studio, sostiene che non una ma due volte P. Gemelli s’è recato a San Giovanni Rotondo effettuando il controllo nel secondo viaggio: ciò le fu riferito da Padre Gemelli stesso”. Personalmente inclino a ritenere vera questa versione dei fatti perché fondata sull’unica parola di Padre gemelli in mezzo al suo assoluto silenzio giurato all’Autorità della Chiesa. Un ragionevole dubbio sul fatto che egli abbia effettivamente viste  le stimmate durante una visita precedente a quella  in cui non poté vederle, pare legittimo e rispettoso verso il Gemelli.

[13] Brunatto 12. Tucci Luigi, nel suo Un paesaggio dell’anima,  (Morano ed., Napoli, 1966, p.115ss.), afferma che dopo la visita di Mons. Bevilacqua “Dalla Curia provincializia dell’Ordine trapela, subito dopo, una notizia che non sembra avventata: un sacerdote degnissimo, don Luigi Orione, lo accompagnerebbe, più in là, in una sede già prescelta”. Poi, constatato che “anche questa volta il frate non si muove dal suo posto” e “il nuvolone già intravisto da quelle parti, si distende di nuovo e dilegua”, il Tucci osserva: “Ora che si è più sereni, a tanti anni di distanza, non si è lontani dal vero se si ritiene per certo che quella schiarita improvvisa abbia avuto la sua chiave di volta proprio nella figura di Don Orione, il quale aveva il privilegio di essere figliuolo spirituale di Pio XI e, insieme, amico devoto del cappuccino”.

[14] Rimando ancora alla ricostruzione fatta con documenti inediti d’archivio e dei protagonisti stessi nel mio libro Don Orione e Padre Pio da Pietrelcina nel decennio della tormenta: 1923-1933, cit.

[15] Morcaldi 4.

[16] Lettera del 27 agosto 1929; in ADO.

[17] Lettera di Francesco Morcaldi a Don Luigi Orlandi del 2.6.1947, in Archivio Don Orione, Roma.

[18] Di questa terribile vicenda si parla nel capitolo “A Cassano Ionio, una prova dolorosa” della biografia Flavio Peloso, Anche voi berrete il mio calice. Padre Riccardo Gil Barcelón e Antonio Arrué Peiró martiri orionini in Spagna, 3a ed., Borla, Roma 2013, p. 50-56.

[19] Registri del Carcere di Castrovillari; in ADO. Cfr Informatio, doc. 20c, p. 82.

[20] Conservata nell’Archivio Don Orione, Roma; fu pubblicata in “Messaggi di Don Orione” 140, p. 27-32. Simile racconto si trova anche nel capitolo Le père Gil, pag.129-145 del libro autobiografico di Emanuele Brunatto, Padre Pio. Mon Père spirituel, Editions de L’Orme Rond, [Cet ouvrage a été achevé d’imprimer le 12 mars 2012 en la Fête de saint Luigi Orione] curato dal figlio François.

[21] Dunque era il 21 giugno 1928, festa di San Luigi Gonzaga e onomastico di Don Orione. La scena si svolge all’Istituto Divino Salvatore, di Via delle Sette Sale 22, studentato dei chierici, ove Don Orione risiedeva durante le sue permanenze a Roma.

[22] Si tratta di Fra Gaetano Cremaschi. Questi, scarcerato il 6 luglio, morì il 18 luglio successivo, a causa di una polmonite aggravata dalle privazioni e dall’avvilimento del carcere.

[23] A difesa dei due religiosi, scrisse anche L’Osservatore Romano con vari articoli del 23 giugno, 14, 15, 16 e 21 luglio. L’Osservatore Romano del 15 luglio denunciò duramente le responsabilità che avevano portato a montare “la sanguinosa offesa recata ad un innocente, ad un pio sacerdote”. “Responsabilità per chi operò con incoscienza incredibile l’arresto e ne lasciò propalare le fantastiche e pur orribili ragioni – scrive l’autorevole quotidiano della Santa Sede -; responsabilità per chi con leggerezza altrettanto inqualificabile, specialmente per aver obliato troppo presto il monito divulgò la notizia senza risparmiare né nome, né aggravanti, né tutto che suole, nella cronaca nera, abbondare per renderla più curiosa e impressionante; responsabilità per chi, contro tassative disposizioni superiori, contro, ripetiamo, l’esperienza già fatta circa le rettifiche cui costringe la precipitata pubblicità di certe notizie, ha permesso che esse si divulgassero. (…) Lo dimostra oggi la dichiarazione del magistrato: nemmeno gli indizi vi erano! Solo delle invenzioni!”.

[24] In Francia ebbe molte delusioni e difficoltà. C’è chi lo giudica “un santo e chi un diavolo, chi persona retta e chi un profittatore”. Forse fu l’insieme di tutto questo. Tornò in Italia nel 1962 e si stabilì a Roma, in Via Nazionale. Morì il 10 febbraio 1965 in circostanze che, come raccontate da Peroni L. sono alquanto misteriose; cfr. Padre Pio da Pietrelcina, p.352-353.

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