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Messaggi don Orione
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Autore: Flavio Peloso
Pubblicato in: L’Osservatore Romano, 24 agosto 2003, p.4.

La Causa di canonizzazione del Servo di Dio, su richiesta delle Suore del Famulato Cristiano e per invito del Card. José Saraiva Martins, fu affidata a Don Flavio Peloso, allora Postulatore della Piccola Opera della Divina Provvidenza.
Nell'articolo per
L'Osservatore Romano è tracciato un breve profilo biografico.

       La vita è un viaggio il cui percorso non è mai lineare e omogeneo. Difficoltà, imprevisti e insidie richiedono sapienza e coraggio. Il servo di Dio Don Adolfo Barberis di difficoltà e contrarietà ne incontrò tante nel suo cammino terreno. Però fu talmente costante e generosa la sua donazione al Signore e la sua lungimiranza nel bene che non perse mai il suo sorriso aperto e sereno, quasi a dire “Il Signore è con me. So dove vado”. Non a caso lasciò come programma alla sua famiglia spirituale del Famulato Cristiano il motto “Servite Domino in laetitia”. La recente biografia di Pier Giuseppe Accornero «Adolfo Barberis. II cuore e il sorriso di un Padre» (San Paolo, 2002) mette bene in evidenza oltre al tragitto storico anche il ritratto spirituale del fondatore del Famulato Cristiano.

     Adolfo Barberis nacque il 1° giugno del 1884, a Torino, e fin dalla tenera età sperimentò le asprezze della vita. “In casa  si manteneva l’ordine manu militari, senza uno zefiro di affettuosità”, scrisse egli stesso nella sua Autobiografia. La mamma, Maria Teresa Chione, originaria di Caluso (TO), era una semplice persona di servizio, che associava a questa attività anche il  lavoro dei campi; era buona e pia, mentre il padre, Carlo era alquanto violento e poco tenero verso i figlioli Clelia, Adolfo, Giacomo e Carlo. La famigliola, non abbiente, abitava una misera casetta in zona Vanchiglia.

       Adolfo sentì ben presto la voce del Signore che lo chiamava al sacerdozio. Dopo la vestizione chiericale nella sua parrocchia di San Carlo, andò a fare gli studi ginnasiali nel seminario minore di Giaveno, poi il biennio di filosofia in quello di Chieri e la teologia nel seminario  metropolita di Torino. Il 29 giugno 1907, venne ordinato sacerdote dall’arcivescovo Agostino Richelmy, che lo chiamò subito vicino a sé come segretario.

       Don Adolfo Barberis era cagionevole di salute, eppure la sua vita fu molto movimentata e sacrificata. Tutto affrontava con gioia, sempre rivolto al bene delle anime. Affascinato com’era dall’Allamano, fondatore dei missionari della Consolata e conosciuto al Convitto sacerdotale, pensò di partire per terre lontane. Ma il servizio di segretario del Richelmy lo legava a Torino. Di grandi doti, colto e versatile com’era, fu uno dei fondatori dell’Opera diocesana  pellegrinaggi; iniziatore della Scuola di archeologia e arte sacra nei seminari secondo la riforma di Pio X; Segretario della Commissione diocesana d’arte sacra. Predicatore rinomato, tenne molti cicli di predicazione in diocesi e in altre città. Fu studioso e divulgatore della Sindone. Con don Giuseppe Giacosa fondò il  Pensionato cattolico universitario "Augustinianum". Fu cappellano all’ospedale della Croce Rossa “Maria Letizia” e ispettore del servizio religioso dei Corpi d’armata di Torino e Alessandria. Svolse il ruolo di incaricato dell’arcivescovo nell’ “Opera Clero militarizzato” e in varie opere di assistenza ai profughi di Vicenza, Belgio, Francia.

       In tutto Don Barberis riusciva brillantemente perché alimentato dalla vita spirituale e ministeriale. Si dedicava volentieri alla beneficenza. Toccava a lui accogliere i poveri e disperati che bussavano alla porta dell’arcivescovo. Si interessò, tra l’altro, di un fanciullo povero desideroso di farsi sacerdote; riuscì a farlo entrare in Seminario e quel ragazzo, Giuseppe Garneri, diede buon risultato: fu sacerdote e poi vescovo di Susa.

       Nel 1921, su invito del card. Richelmy, fondò l’opera del Famulato Cristiano, con lo scopo della “moralizzazione del servizio domestico”. Si trattava di dare formazione, istruzione, dignità alle domestiche che numerose immigravano a Torino. Spesso erano sfruttate, mal pagate, oggetto di angherie e di seduzioni. Per svolgere questo servizio, alcune donne volenterose e di fede fecero una vera consacrazione. Don Barberis fu la guida, il padre spirituale, il fondatore. Fu la sua realizzazione più importante, alla quale si dedicherà per tutta la vita.

       Alla morte del cardinale Richelmy, nell’aprile 1924, lasciò il solenne palazzo vescovile per trasferirsi presso il Famulato di cui venne nominato direttore. Gli inizi furono assai duri per lui e per la sua opera. Scrisse a Mons. Gili:  “I fondi miei sono tali che al Famulato non accendiamo più il calorifero né stufe perché non c’è di che comprar carbone ed il panettiere si rifiuta di darci pane…”. Per di più, ebbe a sperimentare l’incomprensione e l’isolamento: “Dopo la fiducia eccessiva del card. Richelmy, sono stato riguardato come indesiderabile dai Canonici, come estraneo dalla Curia”.

       Erano tali e tante le sofferenze e avversità che si trovava ad affrontare in quel tempo che, come scrisse a una Suora Carmelitana, non sapeva se sarebbe andato “a breve scadenza, finire in convento, in manicomio od in prigione”. Nel dramma non vennero meno la sua forza d’animo e l’abituale humour.

       Il cardinale Gamba, che stimava molto il Barberis, gli affidò l’insegnamento della religione all’Accademia delle Belle Arti  e predicazioni e conferenze a clero e fedeli in ogni parte d’Italia.

       Nel 1930, Pio XI nominò il cardinale Maurilio Fossati al governo della diocesi di Torino. Questi ben presto non nascose le sue preoccupazioni per i problemi economici e amministrativi del Famulato cristiano, cui il Barberis non riusciva a far fronte. Si arrivò addirittura a dover vendere la Villa dove aveva sede il Famulato per saldare i debiti. ”Buon maestro spirituale, ma incapace di raccogliere quattro soldi”, sentenziò il cardinal Fossati. Lui, Barberis, replicò a suo modo e al cardinale, il 15 maggio 1931, scrisse: “Per quanto mediocre sia l’opinione che Lei possa avere di me, non uguaglierà mai quella che ho di me stesso”. Poi però, spinto dall’urgenza e franchezza della carità, aggiunse: “Mi è parso però di udire che V. E. non vede l’utilità e la necessità di un’opera per l’assistenza a persone di servizio. Credo dovere di indicare che il 75% delle madri nubili veniva dal servizio privato, mentre delle 300 assistite dal Famulato due soltanto hanno deviato”. Non si lamentò mai del suo vescovo, anzi del Card. Maurilio Fossati, egli dirà: “alcune sue parole che parvero dure mi hanno giovato più che i troppi elogi”.

       Ai problemi economici – immancabili a chi ha il cuore più grande della borsa – si aggiunsero quelli morali, causati da un’ignobile calunnia contro il suo onore sacerdotale. Venne persino una disposizione da parte della Congregazione Concistoriale. In questo caso, il cardinale Fossati fu al suo fianco e lo difese. Don Barberis attraversò, dolorante e fiducioso, il crogiuolo di terribili sofferenze morali: offrì a Dio l’umiliazione; si impose nuove discipline e penitenze, e anche il cilicio. Pianse, ma perdonò l’autrice di tanto male. Per il 25° di ordinazione sacerdotale, giunge come balsamo consolatore il messaggio di Pio XI: «particolarmente compiacendosi provvida istituzione e sue liete primizie, formula voti felici incrementi nobile iniziativa, invia di cuore auspicio nuovi favori divini zelante fondatore e degna sua opera confortatrice benedizione apostolica»


    Mons. Barberis con le Suore del Famulato Cristiano, in occasione del 50° di sacerdozio, 1967.     


       Il Famulato Cristiano fu la gloria e la croce di Don Barberis. Mentre molti vi riconoscevano un’opera santa e provvidenziale, alcuni ecclesiastici e laici erano ostili. Solo dopo tre decenni dagli inizi, l’8 dicembre 1953, ebbe il Decreto di approvazione come “Congregazione delle Pie Sorelle del Famulato Cristiano” dal vescovo di Ivrea, Mons. Rostagno. Il 21 maggio 1971, la Santa Sede fissò definitivamente il nome in “Istituto Suore del Famulato Cristiano”.

       Gli anni e le prove rivelano il valore delle persone e delle opere di Dio. Cessarono le bufere e tornò un po’ di sereno. Don Barberis crebbe sempre più nella stima di ecclesiastici e laici che riconoscevano in lui la rettitudine e la tempra dell’uomo di Dio. «Mi colpiva la convinzione della sua parola - dice Mons. Giovanni Pignata -, la vastità della sua cultura anche profana, l’umiltà della sua presentazione, la serenità del suo spirito che guardava con ottimismo l’avvenire. Accanto a lui ti sentivi tranquillo al caldo della sua fede. La sua elezione a direttore dell’Unione apostolica del clero non avvenne per richiesta dell’arcivescovo ma per votazione della base, confermata dal vescovo: questo prova la stima dei sacerdoti e la fama di santità».

       Deposta la croce dei debiti e delle ostilità umane, abbracciò quella della vecchiaia con una lunga sequela di sofferenze, di degenze in ospedale e di interventi chirurgici. Per crucem ad lucem. Don Barberis si lasciò condurre come e dove, giorno dopo giorno, volle il Signore, senza perdere la calma, nella totale offerta a Dio delle sue afflizioni. Il viaggio terreno terminò la sera del 24 settembre 1967.

       Il servo di Dio Adolfo Barberis rientra in quella catena ininterrotta di santi sociali piemontesi che partendo dal 1800 con i vari Cottolengo, Murialdo, Bosco, Orione, Michel, giunge fino ai nostri giorni. «Un segno evidente della vitalità religiosa e spirituale di Torino e del Piemonte – come ha osservato di recente Giovanni Paolo II - che ha dato quella schiera di stupende figure di uomini e donne consacrati a Dio e ai fratelli». In questa schiera di campioni, il Barberis si distingue per il suo cuore e sorriso di padre.

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