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Messaggi don Orione
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Pubblicato in: Quali opere di caritā? in Atti e comunicazioni 2005, n.217, p.111-132.

Lettera circolare sulla prospettiva carismatica delle opere di caritā.

QUALI OPERE DI CARITÀ?

 

1. “ MEDIANTE LE OPERE DI CARITÀ” : UN PUNTO FERMO E TANTI INTERROGATIVI
2. LE NOSTRE OPERE DI CARITA' IN UN CONTESTO DI SECOLARIZZAZIONE DELL'ASSISTENZA
a) La laicizzazione dell'assistenza (nota storica)
b) Come si mosse Don Orione a Messina e nella Marsica (nota orionina)
c) Assistenza profit, non profit, volontaria… e missionaria (nota di attualità)
3. VALORI E DECISIONI CAMMINANO INSIEME (una lettera di Don Orione)
4. IMPEGNATI NELLA CONVERSIONE APOSTOLICA DELLE OPERE
5. L'EUCARESTIA SORGENTE DI CARITÀ


29 agosto 2005
Festa della Madonna della Guardia

Carissimi Confratelli,

Deo gratias!

E' trascorso poco più di un anno dall'ultimo Capitolo generale. Abbiamo tutti presente il programma per il sessennio che ha come obiettivo la fedeltà creativa alla nostra vocazione, con Don Orione come modello e le Costituzioni come guida, nell'amore di Dio (spiritualità), nella Famiglia orionina (vita comunitaria), nella passione apostolica (apostolato).

Abbiamo tra le mani il documento del 12° Capitolo . Le assemblee di programmazione hanno applicato le decisioni del Capitolo al contesto della propria Provincia. I quaderni di formazione permanente e il sussidio per la elaborazione dei progetti personale, comunitario e apostolico sostengono il cammino di rinnovamento. I segretariati stanno traducendo in animazione e progetto alcune linee del Capitolo che li riguardano. Sono in corso le visite canoniche provinciali : oltre agli obiettivi ordinari consueti si propongono di promuovere il rinnovamento indicato dal Capitolo che ha raccolto bisogni e proposte provenienti dai Capitoli provinciali.

Insomma, siamo in marcia nella nuova tappa di vita della congregazione e personale. “ Siamo figli di un santo: avanti! ”. (1) Da questa coscienza umile e fiera della nostra vocazione orionina – inserita nel progetto di Dio e della Chiesa – viene un forte impulso interiore ad “essere quello che dovremmo essere”, ad essere “migliori di noi stessi” per la gloria di Dio e per il bene delle Anime.

“Ravvivare il dono che in noi” – per dirla con San Paolo - è la condizione prima per ogni cammino e progetto. E' la fedeltà creativa alla nostra vocazione che mette voglia e fantasia di progresso nell'amore di Dio (spiritualità), nella Famiglia orionina (vita comunitaria), nella passione apostolica (apostolato). (2)

 

1. “ MEDIANTE LE OPERE DI CARITÀ ”: UN PUNTO FERMO E TANTI INTERROGATIVI

Con l'intento di “ravvivare il dono che è in noi” ho pensato di condividere alcuni spunti di attualizzazione del carisma orionino: “ Quale amore al Papa? ” ci siamo chiesti nella precedente lettera circolare. (3) E la risposta ci viene data insistentemente da Don Orione: un'amore al Papa “ da figli devotissimi” e “mediante le opere di carità”. Parlando del nostro carisma è imprescindibile parlare delle opere di carità. (4) E' un punto fermo nella vita di Don Orione, nelle Costituzioni, nella nostra spiritualità e tradizione. Ma su questo punto fermo, indiscusso, quanti interrogativi sorgono oggi!

Quali opere di carità? ” ci chiediamo in questa lettera. Sulla risposta effettiva questa domanda, data nelle nostre comunità e attività, dipende la fedeltà creativa alla nostra vocazione.

Le nostre grandi istituzioni sono ancora uno strumento per manifestare la carità di Dio? Quali nuove opere di carità sceglierebbe oggi Don Orione e quali lascerebbe? Qualcuno pensa: non è meglio dedicarsi alle opere di carità di “pronto soccorso” e lasciare allo Stato e ad altri organismi l'assistenza specializzata? Altri però riflette: è possibile, oggi, che le opere di carità non siano anche di “promozione umana” e dunque con un servizio specializzato? C'è ancora posto oggi per quelle che noi chiamiamo “opere di carità” mentre sono servizi che lo Stato deve dare per giustizia? E poi molte nostre opere di carità sono “laiche” e laiche sono volute dalle leggi: dove va la nostra finalità carismatica di “portare i piccoli, i poveri e il popolo a Cristo e alla Chiesa mediante le opere di carità”? Non è forse giunto il momento di ricordarsi che oltre alle opere di misericordia corporale ce ne sono altre sette di misericordia spirituale? Ma dove và a finire la visibilità del segno se le nostre opere fossero solo di carità “spirituale” o nascosta? Che Divina Provvidenza c'è in opere che noi gestiamo in appalto dallo Stato che ci finanzia?

Questi interrogativi sono tutt'altro che teorici e rimbalzano nei nostri discorsi di congregazione, nelle riunioni amministrative e qualche volta anche nel silenzio della preghiera davanti al Signore.

Cari Confratelli, mi sono accorto, con nuova concretezza dovuta all'incarico, che il tema del “ mediante le opere di carità ” – essenziale del nostro carisma – ha bisogno di chiarezza e di rilancio nell'impostazione e nella gestione delle nostre opere di carità. Quegli interrogativi posti sopra ci martellano dentro e se non trovano buona risposta pratica frustrano la tensione apostolica e spirituale di chi nelle opere lavora da anni, rendono difficile l'inserimento dei religiosi giovani e l'avvicinamento di nuove e più numerose vocazioni.

Non è in questione che siano opere grandi o piccole, opere di pronto soccorso o di promozione umana, opere tradizionali o opere nuove. E' in questione che siano autenticamente “opere di carità”. Negli ultimi decenni c'è stata una buona qualificazione professionale delle nostre opere; si può dire altrettanto della qualificazione carismatica?

Il tema del “ mediante le opere di carità ” riguarda tutti, non solo Piccoli Cottolengo, scuole e istituti. Mette in questione anche il grande numero delle parrocchie e dei religiosi in esse impegnati a tempo pieno. L' apostolato nelle parrocchie è santo e pertinente al nostro carisma, mette in contatto con la gente e con le povertà. Però sappiamo che le parrocchie hanno una dinamica pastorale propria, nella quale il “ mediante le opere di carità ” è solo un aspetto della pastorale e non il segno identificante la nostra presenza comunitaria e apostolica. In molti casi c'è l'unione di parrocchia e opera/e di carità gestite dalla medesima comunità orionina che potenzia l'efficacia della testimonianza. E poi ci sono le difficoltà segnalate nel documento Vita fraterna in comunità, n. 61, cui rispondere: la difficoltà, “per i religiosi sacerdoti, di fare comunità nell'esercizio del ministero parrocchiale”; “il vasto impegno nella pastorale parrocchiale è fatto, a volte, a detrimento del carisma dell'istituto e della vita comunitaria, fino a far perdere ai fedeli e al clero secolare e anche agli stessi religiosi la percezione della peculiarità della vita religiosa”, mentre “il miglior servizio della comunità religiosa alla Chiesa è quello di essere fedele al suo carisma”.

La “ riappropriazione carismatica delle opere (5) è una delle grandi sfide cui è chiamata la nostra Congregazione in questa precisa tappa di vita. Deve vincerla e possibilmente in tempi brevi. Se perdesse questa sfida si avvierebbe a inevitabile declino, perché non hanno futuro le congregazioni a scarsa qualità carismatica. (6) “Ma io non ho affatto voglia che la Congregazione muoia”, già reagiva Don Orione lamentando, lui vivente, lo scarso spirito di certe opere e di certi religiosi. E concludeva: “O rinnovarci o morire! O essere come devono essere, o non essere. È questione di vita o di morte; vita vogliamo essere e non morte”. (7)

Al Capitolo generale ultimo, questi problemi sono giunti come allarme e anche come volontà di risposte pratiche. Ne sono nate delle decisioni abbastanza organiche e capaci di provocare una evoluzione verso un nuovo rapporto tra spiritualità – comunità – opere. Molti di voi, partecipando alle Assemblee provinciali o ad altre riunioni mi hanno visto fare degli schizzi alla lavagna per aiutare una visione d'insieme della evoluzione nella gestione delle opere. E' un cambiamento da realizzare affinché le opere siano “ fari ”, “ pulpiti ”, “ predica ” della carità anche nelle nuove situazioni e condizioni attuali.

Come piccolo contributo in questa impresa ardua e promettente della “riappropriazione carismatica delle opere”, (8) è utile guardare a come Don Orione si è atteggiato nell'esprimere il suo apostolato mediante la carità . (9) Guardare a Don Orione come modello nell'iniziare, impostare e sviluppare le opere di carità, risveglia in noi l'istinto di figli che solo ci aiuterà a re-interpretare oggi, in un mondo cambiato e che cambia rapidamente, lo stesso carisma, gli stessi ideali, lo stesso stile di azione. Diversamente saremo “giornalisti” di quel che avviene e non figli creativi.

 

2. LE NOSTRE OPERE DI CARITA' IN UN CONTESTO DI SECOLARIZZAZIONE DELL'ASSISTENZA (10)

a) La laicizzazione dell'assistenza (nota storica)

Fino all'ultimo decennio del 1700, le opere di assistenza erano praticamente riservate all'attività caritativa della Chiesa, svolte soprattutto tramite le congregazioni religiose, le confraternite e altre istituzioni di ispirazione o di appartenenza ecclesiastica.

Con la rivoluzione francese la laicizzazione dell'assistenza diventava un cardine del programma politico-sociale. Con la nazionalizzazione del patrimonio ecclesiastico (1790), con la soppressione degli Ordini religiosi (1792) e con la nazionalizzazione degli ospedali (1793) la Chiesa perdeva in Francia e successivamente in Europa e nelle Americhe gli strumenti che per secoli le erano serviti per fare carità. Non solo religiosi e preti vennero allontanati dai centri di assistenza o dai posti di responsabilità, ma gradualmente, a partire dal quarto decennio dell'ottocento, i governi non tolleravano obiettivi di tipo religioso nell'assistenza ai poveri. (11)

La Chiesa ne guadagnò in libertà, anche se con più difficoltà di reperimento di risorse: fatto di cui rallegrarsi.

Crebbe il protagonismo statale nel campo dell'assistenza, visto come dovere e compito di giustizia politica: altro fatto di cui rallegrarsi.

L'assistenza statale si fece fortemente ideologizzata culturalmente (secondo obiettivi, valori e persone dominanti) ed economicamente (aiuto economico subordinato agli obiettivi dominanti): di questo fenomeno, in parte inevitabile, c'è un po' meno da rallegrarsi.


b) Come si mosse Don Orione a Messina e nella Marsica (nota orionina)

Don Orione ebbe a confrontarsi con l'evoluzione dell'assistenza che divenne sempre più laica. Nell'aiuto alle popolazioni del terremoto calabro-siculo (1908-1912) e della Marsica (1915) (12) egli fece esperienza che la solidarietà e l'assistenza non erano un campo di attività riservato alla Chiesa o prevalentemente svolto da istituzioni religiose. Alla secolarizzazione della società era seguita, sia pure con un certo ritardo, la secolarizzazione o laicizzazione dell'assistenza sociale.

Sulle macerie delle città distrutte, Don Orione incontrò le attività del Patronato “Regina Elena”, un'istituzione umanitaria laica sotto l'egida della Casa reale e con presidente la contessa Gabriella Spalletti Rasponi. Il Ministero degli Interni aveva i propri funzionari incaricati dei soccorsi, il prefetto Trinchieri a Messina ed Ernesto Campese ad Avezzano. A portare aiuti giunsero organismi laici del tutto estranei – e qualche volta in militante contrasto – con le motivazioni religiose. Il nostro fondatore entrò in contatto con l'Associazione Nazionale per il Mezzogiorno d'Italia che raccoglieva il fior fiore delle personalità della cultura italiana (Zanotti-Bianco, Gallarati Scotti, Von Hughel, Franchetti), associazioni protestanti e massoniche. (13)

Insomma, Don Orione trovò una realtà di assistenza molto laica e diversificata, dove l'assistenza religiosa era una tra le tante , tanto che Pio X gli disse: “Ti farai due volte il segno della croce, e poi va dalla Spalletti e portagli via gli orfani” (14) . Ebbene, Don Orione non solo prese a collaborare alacremente e “da sacerdote” con tutte le persone in campo, ma divenne il loro riferimento morale. Divenne il primo collaboratore della Spalletti al punto che poi Pio X gli fece i complimenti: “Lei è diventato il primo santo del calendario della Spalletti”. E Don Orione commentò: “ L'espressione mi fece tremare perché la Spalletti ha pochi santi cattolici nel suo calendario ”. (15)

Del laicissimo Patronato Regina Elena fu addirittura nominato Vice-Presidente sia a Messina che, poi, nella Marsica. Strinse con lo Stato una collaborazione intensa. A Messina, si attirò non pochi guai e opposti sospetti per la sua frequentazione con esponenti del pensiero modernistico. (16) Divenne il coordinatore del soccorso proveniente dal mondo ecclesiale, fu il referente della carità del Papa, mobilitò numerose congregazioni religiose nell'aiuto a chi aveva perso tutto, nell'assistenza a feriti, nell'educazione di orfani. Pio X lo nominò Vicario generale di Messina ove rimase per ben 3 anni.

Quanto Don Orione fece in quel contesto di Messina e della Marsica ha qualcosa da dire anche oggi. Ci parla di coraggio e di intraprendenza, di dialogo con tutti e di identità irriununciabile, della forza laica e religiosa del “ fare del bene sempre, del bene a tutti, del male mai, a nessuno” .


c) Assistenza profit, non profit, volontaria… e missionaria (nota di attualità)

L'assistenza, rispetto a quei tempi di Don Orione, è andata sempre più secolarizzandosi. E' sempre meno una missione realizzata per motivi religiosi. Al protagonismo statale nel campo dell'assistenza, sviluppatosi sempre più nelle nazioni a forma democratica, oggi si è aggiunto il protagonismo “privato”. Nel campo dell'assistenza, oggi, sono impegnate tre nuove grosse colonne di protagonisti “privati”:

1) le imprese profit che fanno del servizio assistenziale una fonte di guadagno gestendo il denaro destinato all'assistenza dai singoli cittadini o dallo Stato;

2) le imprese non profit , spesso caratterizzate da motivazioni etiche e di solidarietà, che non perseguono utili di bilancio, però trattengono dal servizio assistenziale quanto serve per la struttura e per le persone dell'impresa. (17)

3) il volontariato , associato e individuale, autonomo o a sostegno di altre istituzioni assistenziali; il volontariato è tale quando avviene nella assoluta gratuità.

In questo contesto di secolarizzazione della solidarietà, noi religiosi soffriamo un poco di crisi di identità che si trasforma a volte in crisi di inutilità: che ci stiamo a fare se tocca allo Stato o ci pensano già i privati? Soluzioni di “rientro in chiesa e in sacrestia” (“dedichiamoci a fare i preti”) appaiono sempre più giustificate anche da noi Orionini, che siamo per eccellenza “ preti di stola e di lavoro ”, (18) con “ spiritualità dalle maniche rimboccate ”, (19) cioè incarnata, “ santi della Chiesa e della salute sociale ”. (20)

Le urgenze della evangelizzazione e della pastorale –accresciute dalla diminuzione del clero nelle parrocchie – la complementarietà di vocazione rispetto ai laici, ecc., fanno pensare che i tempi sono cambiati e che è ora che il “prete faccia il prete”, lasciando allo Stato e ai laici le opere educative e assistenziali. Don Orione, in tempi passati, le Costituzioni e i Capitoli generali recenti ci hanno dato indicazioni perché “il prete faccia il prete con le opere di carità”. (21) Lo stesso Magistero della Chiesa ribadisce che “s ervire i poveri è atto di evangelizzazione”. (22)

La secolarizzazione dell'assistenza è un fatto con cui dobbiamo confrontarci superando atteggiamenti negativi sia di “squalifica” e sia di “soggezione” (senso di inferiorità) nei confronti degli agenti laici, pubblici e privati.

Occorre un serio rapporto con lo Stato e la sua legislazione . Negli oltre 30 Paesi in cui siamo presenti, siamo chiamati ad assumere e interpretare le leggi secondo il nostro spirito e finalità, e contribuire a correggerle e promuoverle coraggiosamente. Oggi si parla della dimensione culturale e politica della carità, di “testimonianza profetica e silenziosa, ma insieme eloquente protesta contro un mondo disumano” ( Ripartire da Cristo 33). A tale scopo dobbiamo fare rete e collaborare tra di noi e con altre istituzioni di ispirazione cristiana. (23) Don Orione non aveva paura di accettare i sussidi dello Stato o di coinvolgere i responsabili civili nelle sue strutture e imprese di bene, pur gelosissimo della libertà di impostazione e della qualità cristiana del servizio. Sapeva anche intervenire, suggerire o criticare a livello politico.

Va vissuto un attento confronto con tutte le istituzioni di assistenza . Può venirne beneficio per migliorare la qualità del servizio. Don Orione sapeva assumere e “imparare” metodi e mezzi nel campo assistenziale ed educativo che venivano dal mondo laico. “Anche quelle forme, quelle usanze che a noi possono sembrare troppo laiche, rispettiamole, e adottiamole, occorrendo, senza scrupoli, senza piccolezza di testa: salvare la sostanza bisogna! Questo è il tutto. I tempi corrono velocemente, e sono alquanto cambiati e noi, in tutto che non tocca la morale, la dottrina e la vita cristiana e della Chiesa, dobbiamo andare e camminare coi tempi e camminare alla testa dei tempi e dei popoli, e non alla coda”. (24)

Nel rapporto con istituzioni laiche e secolari Don Orione non temeva di inquinarsi, anzi, vedeva una possibilità di mettervi il buon fermento del Vangelo. Era la carità che trasformava i rapporti con i poveri e con quanti s'occupavano dei poveri e le sue case diventavano per questo “ fari di fede e di civiltà ”.

Una preziosa lettera di Don Orione ci illumina nel compito di affrontare la sfida della qualità apostolica delle nostre opere in un contesto di secolarizzazione.

 

3. VALORI E DECISIONI CAMMINANO INSIEME

(una lettera di Don Orione)

Don Orione scrive a Don Sterpi, il 15 ottobre 1918, (25) nel 25° anniversario dell'apertura del primo collegetto di San Bernardino. Non è una lettera circolare o di magistero spirituale. E' una lettera scritta per decidere su una situazione pratica: l'accettazione di una donazione destinata a un'opera di carità a Prunella Calabra. Per essere ben compresa, la lettera necessita di qualche nota storica sulle situazioni cui si riferisce.

Nella prima parte della lettera, Don Orione aveva ricordato a Don Sterpi i fervori, i sacrifici e lo spirito dei primi inizi di San Bernardino e della Piccola Opera. Poi, pensando alla congregazione che andava sviluppandosi e guardando al futuro, prosegue:

“Parte di questo spirito che dobbiamo coltivare sempre nella piccola e cara nostra Congregazione è anche quel santo e vivissimo desiderio di libertà nelle opere di Dio per cui non vogliamo che il secolo col suo soffio micidiale e laico venga ad inaridire, ad intossicare ed a distruggere lo spirito della fondazione della casa della Divina Provvidenza.

Le case della Divina Provvidenza non devono mai essere costituite in forma giuridica: le opere di carità che la Divina Provvidenza fa misericordiosamente sorgere sui nostri passi non devono essere governative, (26) perché presto isterilizzerebbero, e non avrebbero più quel profumo di religiosità e di carità, che deve essere proprio dei nostri Istituti. Noi viviamo in tempi incerti, passionali e mutevoli assai: non intendo che le nostre opere di carità si attacchino agli uomini, né alle istituzioni politiche degli uomini e degli Stati, né alla politica dei tempi o degli uomini o ai partiti politici.

Io rispetto tutti perché sono un cattolico, figlio della S. Chiesa Cattolica e devotissimo al Papa, e sento anche di molto amare la Patria , ma non voglio che il Governo entri nelle nostre opere di carità, perché le guasterebbe e snaturerebbe; abbiamo uno spirito totalmente diverso. (27)

Badate bene: non è affatto che io non voglia obbedire alle leggi del Governo, né mancare al debito ossequio alle Autorità Civili e politiche dello Stato, no, affatto! Voi sapete come tratto con le Autorità e come sempre mi sono prestato ove potei per compiacerle e aiutarle. Solo voglio essere liberissimo nel bene, mentre nulla tralascio per costituire d'amore e d'accordo con le autorità Ecclesiastiche e del Governo le nostre umili opere. (28)

Però queste opere non le amo e non le voglio costituire legalmente, (29) stimando, come pensavano il Ven.le Don Bosco, Don Guanella, il Ven.le Padre Lodovico da Casoria e altri uomini insigni di Chiesa e buoni patrioti che il dare alle opere di carità vita giuridica sia come voler costringere un bambino in un cerchio di ferro, impedendone lo sviluppo.

Quando un'opera di carità e di culto diventa ente morale, (30) essa si raffredda e raffredda chi vi attende e vi lavora entro: diventano opere che si fossilizzano, e in generale, fossilizzano lo spirito di chi vi attende: diventano vere opere di calcolo umano e tutte umane: esula quel profumo spirituale, quello spirito di Provvidenza che è proprio del vero bene, e spesso esula anche lo spirito e la benedizione di Dio: questo è quanto ho sempre constatato”.

Proseguendo poi la lettera, Don Orione applica questo importante criterio a un caso particolare. Il canonico Mgr Leonardo Margiotta voleva donare casa e beni a Prunella Calabra per farne un'opera di carità. Don Orione gli risponde: se intende dare l'opera in mano a noi e costituirci “padroni” dell'opera, bene. Se l'opera si avvia a diventare un “ente morale” o un'opera in cui comandano altri, noi rinunciamo.

“Quanto alla sua roba, l'Istituto dei Figli della Divina Provvidenza non cerca ingrandirsi né comparire innanzi agli uomini; uno dei caratteri fondamentali della piccola nostra Congregazione deve essere l'umiltà dello stato e la piena fiducia nella Provvidenza.

Da quanto più sopra vi ho detto, voi pregate e combinate le cose ben chiare con Lui circa la fondazione di Prunella.

Se è che egli intende che quelle opere di culto e di carità da farsi ai piedi della SS. Vergine Addolorata siano veramente opere fatte sue dalla nostra Congregazione e animate tutte dal suo spirito (senza deviare lo scopo della fondazione di Prunella mai, né alienare i fondi) se vuole, in una parola, che la sua proprietà presto o tardi diventi un vero e proprio Istituto della nostra Congregazione, allora egli veda di attenersi a quello spirito e criteri più sopra esposti…

Il Superiore della Congregazione deve avere mani libere, deve poter imprimere e dare spirito e sviluppo alle opere. È lui che dovrà dire ora si deve fare questo, ora quest'altro.

E Don Orione aggiunge ancora parole di fuoco:

“Non il reddito né i beni di Prunella e di mille Prunelle potranno far prosperare quella casa e Santuario e vi tireranno le benedizioni del Signore e dell'Addolorata sopra, ma lo spirito di Nostro Signore Gesù Cristo: che è spirito di umile fede, di carità, di umiltà, di povertà, di orazione e di azione e di sacrificio per la carità.

Se noi vediamo da anni che è il Signore che come ha suscitato questa Opera, e la Sua Divina provvidenza la tiene su malgrado i nostri grandi peccati, dobbiamo guardarci bene dal voler cambiare lo spirito onde essa è nata, e cambiarle l'impronta che Nostro Signore pare che ci abbia dato.

Ah! per carità ci sono già i miei tanti e gravi peccati, caro Don Sterpi, cerchiamo di tenere ben fermo lo spirito religioso e di conservarlo e tramandarlo a quelli che la Divina Provvidenza ci manderà nella Sua misericordia”.

Quanti buoni frutti possiamo raccogliere da questo documento!

Mi limito a sottolineare che da questa lettera, e da tutto l'esempio e l'insegnamento di Don Orione, ci viene un duplice messaggio per le opere di carità:

1) l'invito ad assumere il contesto e la sfida della secolarizzazione dell'assistenza, però coscienti del valore unico e specifico della nostra azione apostolica;

2) il richiamo a discernere, promuovere e custodire gelosamente lo spirito e la qualità carismatica delle opere affinché siano apostoliche.

 

4. IMPEGNATI NELLA CONVERSIONE APOSTOLICA DELLE OPERE

Il tema è complesso. Tocca un problema che oggi ci riguarda e che anche Don Orione dovette affrontare: quello della “qualità caritativa” e dunque “carismatica” e “apostolica” delle nostre istituzioni. Egli ci richiama uno spirito, che si traduce in criteri, che ispira soluzioni e decisioni pratiche. La legge del “ non progredi, regredi est ”, applicata alla conduzione delle nostre opere, può essere tradotta con “ non decidere, è decidere di andare alla deriva secolaristica ”. (31)

Se da una parte dobbiamo prendere atto che noi, con le nostre opere di carità, siamo solo “ una ” delle forze di solidarietà impegnate oggi nel campo dell'assistenza, dall'altra parte dobbiamo evitare che sia solo “ una in più ” (“ màs de lo mismo ”). Deve essere anche “ diversa ”. Se le nostre opere di carità perdono la loro identità apostolica, sarebbero inutili e saremmo inutili noi.

Leggiamo a p. 32 del “Progetto orionino delle opere di carità”: “ Un'opera anche moderna ma che si svuotasse di significato e diventasse come tutte le altre, senza nulla di orionino, sarebbe un doppione degli investimenti privati nel campo dei servizi socio-sanitari e formativi. Un'opera così non serve per il VangeIo. Il religioso/a che ci rimanesse dentro capirebbe che gli è sfuggita di mano; poco a poco si sentirebbe estraneo in casa propria, si accorgerebbe di essere molto indaffarato, ma assente dalle cose che contano. Sarebbe la forma più terribile di espropriazione. Per questo si parla di conversione apostolica delle opere".

La domanda “ quali opere di carità? ” riguarda la “ qualità ” delle opere.

I tratti peculiari – nelle motivazioni, nei contenuti e nelle forme concrete – delle nostre opere di carità sono stati più volte studiati e illustrati. C'è un patrimonio di valori e di stile che è radicato in tutti noi. Le Costituzioni ne trattano nel capitolo X. L'ultimo e più significativo documento è il “ Progetto orionino per le opere di carità ” (Roma, 2004).

Don Orione ci spiegherebbe questa “qualità” apostolica in due parole: “ Dare col pane del corpo, il divino balsamo della Fede”. (32) Ciò vuol dire che siamo chiamati a unire al dono del pane del corpo per le povertà materiali, il divino balsamo della fede per le povertà umane e spirituali mediante l'annuncio della fede, l'accompagnamento spirituale, i sacramenti, specialmente eucarestia e confessione. Noi Orionini, per di più, siamo una congregazione religiosa clericale , (33) nella quale l'esercizio del ministero sacerdotale è strettamente connesso con la finalità fondazionale della congregazione.

Quanto alle modalità per raggiungere tale scopo, il Fondatore ha tracciato, quasi come appunti, poche e precise linee:

“Dobbiamo essere una profondissima vena di spiritualità mistica che pervada tutti gli strati sociali: spiriti contemplativi e attivi, servi di Cristo e dei poveri.

1) Amare in tutti Cristo.

2) Servire Cristo nei poveri.

3) Rinnovare in noi Cristo e tutto restaurare in Cristo.

4) Salvare sempre, salvare tutti, salvare a costo di ogni sacrificio con passione redentrice e con olocausto redentore”. (34)

“Quali opere di carità?”. Don Orione alle precedenti essenziali indicazioni forse aggiungerebbe espressioni di questo tipo: “ Noi siamo per i poveri, anzi per i più poveri e più abbandonati ”. (35) Devo ben chiarire che noi siamo i preti dei poveri, e siamo per i poveri più infelici e abbandonati: per quelli cioè che sono i così detti rottami, il rifiuto della società ”. (36) Quelli che hanno protezione da altra parte, per loro v'è già la provvidenza degli uomini, noi siamo della Provvidenza divina, cioè non siamo che per sopperire a chi manca ed ha esaurito ogni provvidenza umana ”. (37)

E' tipico dell'azione caritativa di Don Orione incominciare sempre dai più poveri, dai più deboli, dai più “ desamparados ” e privilegiare l'aiuto dei bisogni primari quando questi manchino (la vita, il pane, un tetto, la salute, la famiglia, ecc.). (38)

Anche oggi, in qualunque nazione siamo, incominciare dai più poveri è una scelta permanente e da rinnovare con continue “ri-partenze”. La Congregazione si rinnova proprio con queste ri-partenze dai più poveri, sia in nazioni di nuovo arrivo (pensiamo all'Albania, Romania, Kenya, Messico, Filippine, India, Mozambico e altre) e sia in nazioni di antica presenza con iniziative per categorie di poveri del tutto sprovveduti (uomini e donne senza casa e senza altri beni essenziali, meninos da rua, immigrati, disadattati, ecc.).

Va anche subito aggiunto che Don Orione seppe unire alla carità come “pronto soccorso” la carità come “promozione dei poveri”, (39) una “ carità illuminata che nulla rigetterà di ciò che è scienza, di ciò che è progresso, di ciò che è libertà, di ciò che è bello, che è grande e che segnò l'elevazione delle umane generazioni ”. (40) Coniò l'espressione “ scienza caritativa (41) per dire la compenetrazione nei contenuti e nelle finalità tra scienza e carità.

Anche l'impegno della solidarietà nei tempi attuali deve tenere contemporaneamente presenti e in relazione carità di “pronto soccorso” e carità di “promozione specializzata”. Sono due dinamiche diverse e interdipendenti: il partire dai bisogni primari dei più poveri assicura l'ancoraggio esistenziale alla “specializzazione nella carità”.

Nella nostra Congregazione dobbiamo cercare di tenere in equilibrio le due forme di carità di “pronto soccorso” e di “promozione specializzata” .

Come? Con due tipi di interventi:

con nuove ri-partenze dai bisogni primari dei poveri “ sprovveduti di ogni provvidenza umana”, (42)

con il lasciare in altre buone mani istituzioni già affermate ma meno qualificate carismaticamente . (43)

Tutti i nostri recenti Capitoli generali hanno proposto come ordinaria programmazione del nostro apostolato gli “ interventi relativi alle nuove urgenze di povertà” (decisione 1). “Nell'ora in cui si invoca una nuova fantasia della carità ed una autentica riprova e conferma della carità della Parola con quella delle opere, la vita consacrata non può non sentire l'urgenza di continuare, con la creatività dello Spirito, a sorprendere il mondo con nuove forme di fattivo amore evangelico per le necessità del nostro tempo” ( Ripartire da Cristo , 36).

“Quali opere di carità?” Non fermiamoci troppo a discutere sul “che tipo di opere?”, “per quali poveri?”, “con quali forme?” e simili. Don Orione, storia e tradizione e attualità nostra rispondono: “ omnibus, omnia, ad omnia instauranda in Christo ”. (44) La carità è destinata a “ chiunque abbia un dolore ”, “ la carità non ha confini ”. (45)

“Quali opere di carità?” significa piuttosto “ quale qualità spirituale e apostolica”. Riusciremo a dare alle nostre opere di carità “quel patrimonio di prospettive, di impulsi e di stile propri del Fondatore che garantisce, al di là della varietà e molteplicità delle opere, la nostra identità apostolica” ( Cost. 117) nelle diversificate condizioni sociali e amministrative di oggi?

Il Capitolo generale del 2004 – come ho detto all'inizio – ha preso delle decisioni abbastanza organiche e capaci di provocare una evoluzione di gestione per giungere alla riappropriazione carismatica delle opere , chiamata anche conversione apostolica delle opere nei precedenti capitoli generali del 1992 e del 1998. (46)

Si tratta di convertire tutte le comunità e opere in senso apostolico , affinché non si limitino a vivere una dinamica interna di servizio settoriale (scuole, Piccolo Cottolengo, formazione, anziani, ecc.) ma tutte siano di testimonianza, di servizio di fede per il mondo secolarizzato.

“Le nostre opere – affermano i documenti capitolari - devono raggiungere contemporaneamente i tre obiettivi della dinamica della carità orionina:

1. servire Cristo nei poveri (mistica),

2. servire i poveri in Cristo (diaconìa),

3. servire i poveri di Cristo (evangelizzazione).

Questo orientamento apostolico era tanto inculcato da Don Orione quando impostava e voleva le sue opere come " nuovi pulpiti " da cui parlare di Dio e della Chiesa, quando insegnava: " opere di carità ci vogliono: esse sono la migliore apologia della fede cattolica ". (47) Questa conversione delle opere è necessaria per superare la frattura tra spiritualità e servizio , tra servizio e apostolato . (48)

Cari confratelli, la mia riflessione si ferma qui perché ha per scopo di chiamare tutti ad uno stato di attenzione filiale per intraprendere e realizzare quelle riforme promosse dal Capitolo nella conduzione delle opere al fine di accrescere “l'apostolicità delle opere” (decisione 1), “conservare l'identità carismatica” (decisione 3), realizzare una nuova “relazione tra comunità e missione per una migliore qualità apostolica delle opere” (decisione 16).

I protagonisti, i tempi e gli strumenti di questa riforma sono quelli indicati dalla metodologia contenuta nelle nostre Costituzioni: dal Capitolo generale (2004) alle assemblee di programmazione (2005) a quelle di verifica (2007), passando per visite canoniche provinciali (2005 e 2008) e generale (2006-2007); ma anche l'azione dei Segretariati e le riunioni annuali dei Direttori devono convergere su questo obiettivo; e se poi se ne vedesse la necessità può essere prevista qualche iniziativa specifica, come so che è già programmato in qualche Provincia.

Ognuno dia il proprio contributo e collabori: de re nostra agitur . E' la nostra vita! Qui esprimiamo il nostro amore a Don Orione: attualizzandone il carisma. Qui gridiamo il nostro “Viva il Papa!”: “ mediante le opere di carità” . Qui celebriamo il nostro sacerdozio all'orionina: “ unendo all'opera di culto l'opera di carità” .

In questa lettera abbiamo messo al centro l'impegno per la fedeltà creativa alla nostra vocazione “ mediante le opere di carità ”. Ricordiamoci sempre che – come ha bene ribadito anche il Capitolo - la qualità apostolica delle opere è in stretta relazione con la qualità spirituale dei singoli religiosi e la qualità fraterna della loro vita comunitaria .

Tutti all'opera: “non abbiamo solo una gloriosa storia da ricordare e da raccontare, ma una grande storia da costruire” ( Vita consecrata 110)

 

5. L'EUCARESTIA SORGENTE DI CARITÀ

In questo contesto di riflessione sulle opere di carità, invito a vivere con particolare attenzione spirituale l'evento del prossimo Sinodo dei Vescovi, che si svolgerà in Vaticano dal 2 al 23 ottobre 2005, sul tema: " L'Eucaristia: fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa" .

Già Giovanni Paolo II ci aveva invitato a “guardare a Don Orione ed al suo esempio di incessante unione a Gesù, adorato nell'Eucaristia, amato nel mistero della sua Croce e servito con infaticabile dedizione nei poveri più poveri?”. (49) Nell'additare San Luigi Orione quale modello di vita eucaristica, il Santo Padre sottolineò anche la peculiarità della sua devozione che unisce strettamente intimità con Cristo e martirio della carità.

Ricordo la sorpresa quando leggendo l'importante documento della Conferenza Episcopale Italiana, Eucaristia, comunione e comunità , al n.47, che illustra come “ l'eucaristia educa al martirio”, trovai che si portavano a prova i “molti testimoni, a volte anonimi, di un amore al santissimo sacramento dell'eucaristia che ha sfidato ogni minaccia umana fino al coraggio del martirio . C'è poi tutta la schiera dei campioni della carità che contrassegnano costantemente il cammino nella storia: dal diacono Lorenzo, a s. Vincenzo de' Paoli, a don Orione”.

Credo che il prossimo Sinodo dirà cose importanti anche nella prospettiva del nostro carisma orionino. Infatti, come è affermato nell' Instrumentum laboris , l'obiettivo di questo Sinodo è principalmente di natura pastorale, giacché consiste nel manifestare « le esigenze e le implicazioni pastorali dell'Eucaristia nella celebrazione, nel culto, nella predicazione, nella carità, nelle diverse opere in genere » (Card. Jan Scotte).

La vita evangelica, incentrata nell'annuncio del Vangelo e nel comandamento nuovo dell'amore, trova nell'Eucaristia il culmine e la fonte inesauribile, definita da Don Orione “il fulcro su cui si aggirano tutte le opere della giornata” ? (50)

Come Gesù si è fatto pane per noi, anche noi dobbiamo diventare in Gesù pane per i fratelli. “Tutto deve essere basato sulla Santissima Eucaristia: non vi è altra base, non vi è altra vita, sia per noi che per i nostri cari poveri. Solo all'altare e alla mensa di quel Dio che è umiltà e carità, noi impareremo a farci fanciulli e piccoli con i nostri fratelli e ad amarli come vuole il Signore (...). ‘Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, sta in me ed io in lui', ha detto Gesù. Vi è cosa migliore che rimanere noi nel Signore e il Signore in noi? (...) La migliore carità che si può fare ad un'anima è di darle Gesù! E la più dolce consolazione che possiamo dare a Gesù è di dargli un'anima. Questo è il suo regno” . (51)

Il nostro Fondatore, pertanto, fece della pietà e della frequentazione eucaristica (Messa, adorazione, brevi visite al tabernacolo, atti di lode e di riparazione, ecc.) un elemento chiave della formazione religiosa ed anche dell'educazione della gioventù e del popolo. “ Davanti a Gesù cadono infranti gli idoli del nostro amor proprio, le nostre volontà ed ogni nostra passione. Davanti a Gesù fioriscono nella nostra anima anche le pietre e nascono le virtù cristiane. E' ai piedi di Gesù che si fortificarono tutte le anime che vollero seguirlo più da vicino” . (52) E giunse a dire: “Chi vuole essere Figlio della Divina Provvidenza deve essere in modo particolare devoto alla Santissima Eucaristia”. (53)

Seguiamo con la preghiera e con l'informazione l'evento e l'insegnamento del prossimo Sinodo dei Vescovi, celebrato a conclusione nell' Anno dell'Eucaristia proclamato da Giovanni Paolo II.

 

Note =================================================

1. E' il titolo della Lettera circolare del 7.10.2004, Atti e comunicazioni , 58(2004), n.214, pp. 91-103.

2. Sono le tre direttrici di conversione indicate dal documento del 12° Capitolo generale, pp. 115-125.

3. Lettera circolare del 1.5.2005, Atti e comunicazioni , 59(2005), n.216, pp. 3-15.

4. I discorsi sono ormai inutili. Gesù dimostrava la sua celeste dottrina guarendo gli uomini e moltiplicando i pani. Noi, se vogliamo essere creduti e fare del bene, dobbiamo guarire i popoli, seminando a piene mani l'amore di Dio e degli uomini e moltiplicando la vita di Cristo in tutta l'umanità con opere di carità e seminando la nostra vita e spingendoci fino al sacrificio di noi stessi per far rivivere Cristo nella sua divina Carità " ( Scritti 55, 165?166.). Citando questa ed altre note espressioni di Don Orione, il Progetto orionino delle opere di carità , a p. 30, conclude: “A1 cuore del progetto orionino, c'è la carità, mediante la quale si annunzia Gesù Cristo al popolo, unendolo alla Chiesa e al Papa. " Quella carità pertanto che viene esercitata nella società nostra prendendo le mosse dall'amore al Papa e alla Chiesa, e mirando al raggiungimento di questo amore in tutti, e precisamente quella che meglio risponde al bisogno dei tempi. E tale è lo spirito di cui è informata l'Opera della Divina Provvidenza, tale è la sua fisionomia, il suo carattere tipico: Instaurare omnia in Christo " ( Sui passi di Don Orione , 299).

5. Le altre due sfide sono la “la misura alta di vita spirituale” e “la vita fraterna in comunità”.

6. Vita consecrata n.63 avverte: “Ciò che si deve assolutamente evitare è la vera sconfitta della vita consacrata, che non sta nel declino numerico, ma nel venir meno dell'adesione spirituale al Signore e alla propria vocazione e missione”.

7. Riunioni , 14.8.1934, p.160.

8. Evidentemente la situazione “carismatica” è diversa in ciascuna opera, comunque un passo di qualità è chiesto a tutte.

9. Alle nostre suore ha dato pure il nome di “Missionarie della Carità, nome che scolpisce tutta una missione. Voi siete le apostole della carità, dando la vita e tutto nella carità, compiendo tutto in nome della carità”; “mi è parso con questo nome, Missionarie della Carità, di indicare bene lo scopo, il programma della vostra Congregazione”; Esercizi spirituali dell'agosto 1923.

10. Qui userò i termini opere di carità e assistenza nel senso ampio di servizio alla persona , comprendendovi la vasta gamma dei servizi educativi (scuole, oratori, pastorale giovanile, ecc.), assistenziali, riabilitativi, personali e sociali, materiali e spirituali; nel senso ampio di quell'elenco (aperto) di 54 opere indicate da Don Orione nell'autografo del 1936, quando dovette presentare all'autorità ecclesiastica le opere che avrebbe svolto la Piccola Opera della Divina Provvidenza. Cfr Cost. 120.

11. Cfr. Giuseppe Butturini, Breve storia della carità. La Chiesa e i poveri . Gregoriana, Editrice, Padova, 1989; L. Mezzadri, L. Nuovo, Storia della carità , Jaka Book, Milano, 1999.

12. E' interessante “guardare” a Don Orione seguendolo in questi due capitoli di vita molto significativi ed emblematici per ricavare il suo stile, i suoi criteri, le scelte pratiche, le sue “lezioni” sul modo di “fare carità”. Don Orione e la Piccola Opera della Divina Provvidenza, Roma , il vol. V è dedicato al terremoto calabro-siculo e il vol. VI è dedicato al terremoto della Marsica. Su queste vicende cfr. G. Papasogli , Vita di San Luigi Orione , p.180-228.

13. Non pochi di questi protagonisti laici della solidarietà finiranno per entrare non solo nell'orbita caritativa di Don Orione ma anche in quella della fede cattolica. “Se tutti i preti fossero come Don Orione, mi farei cristiano anch'io”, disse pubblicamente l'ebreo Franchetti; VI, 425.

14. Processo Apostolico di Pio X, XVIII, pag. 648.

15. DOPO, V, 77.

16. Cfr M. Busi, R. De Mattei, A. Lanza, F. Peloso, Don Orione negli anni del modernismo . Jaca Book, Milano 2002

17. Mons. Giuseppe Betori, segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana, osservava con soddisfazione che solo il 4% del denaro destinato a progetti di solidarietà va per il mantenimento delle strutture di solidarietà della CEI: “un risultato eccellente se si pensa che, per realtà analoghe, in media l'incidenza è del 40%, con un minimo del 20% e casi in cui alcune istituzioni – non faccio nomi – tengono per il proprio funzionamento addirittura il 70% dei fondi che ricevono”; cfr. 30 Giorni , 2005, n.7/8, p.42.

18. Non è solo con le prediche che si convertono le anime, ma anche col lavoro. E, se in tante famiglie di San Bernardino è rientrato il Vangelo, non è per le prediche del Prevosto di San Michele, voi mi capite, ma perché hanno visto i preti lavorare. Il popolo vuol vedere la realtà! Non è quindi solamente il prete con la stola al collo che può fare del bene, ma anche il prete che lavora” ; Parola 5b, 231. “ Quant'efficacia si avrebbe, che bell'apostolato fra i popoli si compirebbe se tutti vedessero che il prete predica e lavora! Che aiuta i poveri e provvede a se stesso, che non si accontenta dei benefici parrocchiali, dei diritti di stola, per poi vivere sui poveri! ”; Parola 12, 54.

19. L'espressione, coniata da Don Terzi, indica “la eccezionale connessione fra vita interiore e apostolica”, vissuta e proposta da Don Orione; cfr I. Terzi, La nostra fisionomia nella Chiesa , Tortona 1984, p.187. Il tema è da me approfondito nel quaderno n.77 di Messaggi di Don Orione .

20. Cfr. Nel nome della Divina Provvidenza. Le più belle pagine, p. 142.

21. E' tema ricorrente nell'insegnamento Don Orione. “ È prassi presso di noi di unire sempre all'opera di culto un'opera di carità. ”; Scritti 53, 39. “ Siamo in tempi in cui, se vedono il prete solo con la stola, non tutti ci vengono dietro; ma se vedono attorno alla veste del prete i vecchi e gli orfani, allora si trascina. La carità trascina. La carità muove, porta alla fede e alla speranza ”; Riunioni 96. “ Lavoro, lavoro, lavoro! Noi siamo i figli della fede e del lavoro. E dobbiamo amare ed essere gli apostoli del lavoro e della fede”, Scritti 82, 73. “Badate che siamo gente non solo di stola, ma anche di cazzuola, cioè un po' pratica ”; Scritti 20, 244. Tiriamo via la buccia storica di queste parole ma il frutto è buono e fresco.

22. Vita consecrata 82. Concetto ripreso al n.83: “ La Chiesa guarda con ammirazione e gratitudine le tante persone consacrate che, assistendo i malati e i sofferenti, contribuiscono in maniera significativa alla sua missione”. Simile valore evangelizzante viene attribuito alla presenza e all'impegno dei religiosi nel campo educativo; nn. 96-98.

23. Cfr. Progetto orionino delle opere di carità , p.56.

24. Scritti 20, 97b.

25. Scritti 13, 99.

26. Opere governative ” qui va inteso nel senso stretto di opere che per la loro costituzione giuridica dipendono nelle decisioni e nella conduzione dall'amministrazione pubblica e non dai religiosi. I religiosi erano “dipendenti” dall'ente giuridico statale che le presiedeva. C'era più sicurezza economica ma meno libertà di gestione.

27. Don Orione non nega il diritto del Governo di emanare leggi e il dovere dei religiosi di rispettarle. Richiama la libertà e identità di azione entro il contesto legislativo.

28. Ribadisce la volontà positiva di rapporto con le autorità statali e le loro leggi. Non propone una fuga nel “privato” o atteggiamenti “extra legem”.

29. Per non equivocare il senso di questa lettera, credo si debba bene intendere che quel “ non le voglio costituire legalmente ” (sotto dirà “ dar loro vita giuridica ”) non significa che Don Orione voglia costituire le sue opere “illegalmente” o “fuori della legge” (sarebbero state chiuse!); vuol dire più semplicemente che non le vuole costituite come ente dello Stato, cioè “dipendenti” dallo Stato. Mi pare che l'indicazione che conta è questa: nelle nostre opere dobbiamo essere “padroni” noi, liberi di dare ad esse lo spirito e lo stile nostro . Questo nucleo di indicazione e soprattutto la motivazione (“ non avrebbero più quel profumo di religiosità e di carità, che deve essere proprio dei nostri Istituti ”) è ancora tutto attuale anche nelle mutate e diverse condizioni legislative in tempi e nazioni diverse.

30. Ente morale ” era una forma giuridica che comportava la non piena autonomia decisionale dei religiosi perché era condivisa con altri titolari pubblici e privati.

31. E succede che “l'opera, nata con grande sacrificio, con gli anni rischia di acquisire caratteristiche di anonimato”; Progetto orionino per le opere di carità , p.31.

32. San Luigi Orione, Nel nome della Divina Provvidenza. Le più belle pagine , Piemme, 2004, p.115. “Seguendo l'esempio di Gesù, il vangelo della carità ci stimola non solo alle opere di misericordia corporale, per soccorrere le povertà materiali dei nostri fratelli, ma anche alle opere di misericordia spirituale, per rispondere alle povertà umane più profonde e radicali, che toccano lo spirito dell'uomo e il suo assoluto bisogno di salvezza”; Evangelizzazione e testimonianza della carità n.39.

33. La clericalità di una congregazione non è una questione di maggioranza numerica o di condizionamento ideologico. La dottrina teologica e giuridica ci dice che essa è determinata soprattutto dallo scopo e dai compiti dell'Istituto, “ secondo il fine o il progetto inteso dal fondatore” (canone 588 §1). Don Orione intese l' Instaurare omnia in Christo in senso pieno, morale e mistico, da realizzare mediante la carità e i sacramenti. Per questo il sacerdozio è essenziale alla realizzazione del carisma. In una visione comunitaria del nostro apostolato, i religiosi fratelli non svolgono attività sussidiaria o di secondo grado. Il loro apporto è strettamente associato all'apostolato specifico sacerdotale. La presenza di religiosi sacerdoti e di religiosi fratelli è coessenziale. Sia i sacerdoti che i fratelli sono chiamati a vivere il complementare dinamismo caritativo e sacerdotale dell'apostolato orionino per “ dare col pane del corpo, il divino balsamo della Fede” .

34. Cfr. Nel nome della Divina Provvidenza. Le più belle pagine, p. 142. La dinamica della carità in AA.VV. Sui passi di Don Orione , pp.169-193. C'è una dinamica interna che raggiunge nel medesimo atto del servire sia l'aiuto al fratello, sia l'unione con Gesù e sia l'evangelizzazione.

35. Scritti 62, 32.

36. Scritti 75, 123.

37. Scritti 97, 251.

38. “L'opzione per i poveri è insita nella dinamica stessa dell'amore vissuto secondo Cristo”; Vita consecrata 82.

39. Cost. 118. Giova ricordare ancora la parabola del servizio di Don Orione dopo i terremoti. Le prime tribolatissime giornate e settimane furono di primo e “pronto soccorso”: feriti, moribondi, gente impazzita dal dolore, orfani, affamati, gente al freddo e senza rifugio, indifesi dai lupi che scendevano affamati nei paesi e indifesi dagli “sciacalli” che rubavano beni e orfani (anche questo c'è stato). Però poi, trascorse le prime settimane di emergenza, Don Orione passò ad un'opera di “promozione dei poveri”. Egli si mette in contatto con altri organismi; scrive e sensibilizza tramite i giornali, si occupa dei diritti di proprietà e delle case dei terremotati; pensa al futuro degli orfani provvedendo scuola, educazione, lavoro; riorganizza chiese e strutture della Chiesa locale, ecc.

40. Scritti 111, 125. Citando il Pasteur, Don Orione afferma: “ La salvezza, non solo degli ospedali ma del mondo, sta sotto le due grandi ali: carità e scienza ”; Scritti 61, 169. Parlando del principale istituto di carità di Genova, destinato a disabili gravi mentali e psichici, scrive: “ Io vorrei fare di Paverano un Istituto di cui la Provincia e Genova abbiano sempre più ad onorarsi: carità e scienza!” (47, 245). Mi viene alla mente un articolo del giornale laicista “ La Repubblica ” che commentava la graduatoria della qualità delle istituzioni assistenziali di Genova e Provincia; al primo posto c'era il Paverano.

41. Scritti 57, 169.

42. Che senso avrebbe oggi, in una Provincia, l'apertura di una nuova comunità e opera se non per ripartire “dal basso”, da luoghi poveri e abbandonati, per occuparci di poveri e di nuove povertà cui lo Stato e i privati non provvedono? In Consiglio generale, già sono state presentate delle richieste di autorizzazione di aperture in cui abbiamo dovuto far funzionare questi criteri.

43. Vale per le opere l'analogia di quanto detto per le parrocchie dalla Norma 132: “Si accettano parrocchie situate in zone povere, dove sia possibile una testimonianza di carità nelle forme che i tempi e le necessità richiederanno, disposti a lasciarle qualora muti il contesto socio – economico”.

44. Il petto di un figlio della Divina Provvidenza debb'essere un mare di carità perché non vi sarà caritatevole ufficio che non entri nell'ambito della nostra vita: bisogna avere un cuore e il cuore a noi lo deve formare Gesù, Gesù, mio figliuolo, ti raccomando di vivere e di respirare di Gesù; solo Gesù ci può formare il cuore buono e grande: omnibus omnia ad instaurare omnia in Christo ”; Scritti 80, 278. Cfr Cost. 120.

45. Don Orione raccontò di un fatto occorsogli quando era in Argentina, negli anni '30: “ E' venuto da me un signore, il quale mi ha detto: Voglio fondare un Ospizio Cattolico, e lei si sente di mandarmi i suoi preti? - Ed io: Se per cattolico intende universale, cioè dove si possono accettare tutti, sì che accetto di mandare il personale; ma se vuole fondare un Ospedale esclusiva­mente per i cattolici, no che non accetto”. E concludeva: “Tenete a mente queste parole, perchè quando si presenta uno che ha un dolore, non si stà lì a domandare se ha il battesimo o non ha il battesimo, ma se ha un dolore"; Spirito Don Orione , VII, 103-105.

46. Mozione n.33 del CG 10 ripresa anche dal CG 11.

47. Cfr Scritti 4, 280.

48. Cfr Capitolo 10°, mozione 33; Capitolo 12°, p.49. Si veda anche il capitolo Dinamica della carità (aspetto apostolico) in Aa.Vv. Sui passi di Don Orione. Sussidio per la formazione al carisma , 1996, pp.185-191; inoltre R. Simionato, “ Dalle opere di carità alla carità delle opere ” in Atti e comunicazioni della Curia generale , 1996(50), 3, pp.229-250 e il Progetto orionino per le opere di carità , 2004.

49. L'Osservatore Romano , 16.5.1999, p.5.

50. Parola , III, 35.

51. Don Orione, Nel nome della Divina Provvidenza, p. 69-70. E ancora: “Vorrei che lasciaste nei nostri malati e ricoverati la pratica della santa Comunione sacramentale quotidiana. Il Piccolo Cottolengo di Genova deve essere un vero cenacolo ove si riceva Gesù sacramentato possibilmente da tutti, tutte le mattine… Il Piccolo Cottolengo deve essere tutto e solo basato sulla SS.ma Eucaristia: non vi è altra base, non vi è altra vita, sia per noi che per i nostri cari poveri ”.

52. Parola, III, 71. Cfr. Sui passi di Don Orione , p.63-64.

53. Parola, III, 222. Riporto le parole chiare e illuminanti di Giovanni Paolo II in Ecclesia de Eucaristia , n.31: “Le attività pastorali del presbitero sono molteplici. Se si pensa poi alle condizioni sociali e culturali del mondo attuale, è facile capire quanto sia incombente sui presbiteri il pericolo della dispersione in un gran numero di compiti diversi. Il Concilio Vaticano II ha individuato nella carità pastorale il vincolo che dà unità alla loro vita e alle loro attività. Essa – soggiunge il Concilio – «scaturisce soprattutto dal Sacrificio eucaristico, il quale risulta quindi il centro e la radice di tutta la vita del presbitero » . Si capisce, dunque, quanto sia importante per la vita spirituale del sacerdote, oltre che per il bene della Chiesa e del mondo, che egli attui la raccomandazione conciliare di celebrare quotidianamente l'Eucaristia , «la quale è sempre un atto di Cristo e della sua Chiesa, anche quando non è possibile che vi assistano i fedeli» . In questo modo il sacerdote è in grado di vincere ogni tensione dispersiva nelle sue giornate, trovando nel Sacrificio eucaristico, vero centro della sua vita e del suo ministero, l'energia spirituale necessaria per affrontare i diversi compiti pastorali. Le sue giornate diventeranno così veramente eucaristiche”.

 

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