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Messaggi don Orione
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Pubblicato in: Colui che obbedisce per primo. Il servizio dell’autoritā in "Atti e comunicazioni" 2006, n.220, p.107-122.

Lettera Circolare del 29 agosto 2006.

COLUI CHE OBBEDISCE PER PRIMO

IL SERVIZIO DELL’AUTORITÀ

 

29 agosto 2006

Madonna della Guardia

Carissimi Confratelli,

Deo gratias!

Durante quest’anno 2006, si sono tenuti due importanti convegni dei superiori della nostra Congregazione: 1-4 marzo, a Montevideo, per i Consigli provinciali di America Latina; 1-4 settembre, a Montebello, per Consigli provinciali di Europa, N. Dâme d’Afrique e Delegazione Missionaria. Insieme allo scopo, sempre fondamentale, di rinsaldare la conoscenza e la comunione fraterna, l’obiettivo specifico è stato quello della formazione alle responsabilità di autorità e di governo in questa tappa di vita della Congregazione.

Questi due eventi, unitamente all’incontro del Santo Padre con i superiori degli Istituti di Vita Consacrata, cui ho partecipato il 22 maggio 2006, mi hanno suggerito di condividere con voi, cari Confratelli, alcune riflessioni sul prezioso e caratteristico servizio dell’autorità nella vita religiosa.

E’ un tema spirituale e pratico assai rilevante per vivere la fedeltà creativa alla nostra vocazione, come richiestoci dall’ultimo Capitolo Generale. Non è certo un discorso solo “per superiori”, ma “per tutti”, perché il fine del servizio dell’autorità è la fedeltà alla Volontà di Dio, cui tutti siamo chiamati e che fonda la nostra vita fraterna. Infatti, come ci ricorda il documento Vita fraterna in comunità 48, “la fraternità non è solo frutto dello sforzo umano, ma è anche e soprattutto dono di Dio. E' dono che viene dall'obbedienza alla Parola di Dio e, nella vita religiosa, anche all'autorità che ricorda tale Parola e la collega alle singole situazioni, secondo lo spirito dell'istituto”.

Senza il servizio dell’autorità che “ricorda tale Parola e la collega alle singole situazioni, secondo lo spirito dell'istituto” si può cadere in forme di fondamentalismo religioso individualistico, a volte espresso con accenti spiritualistici altre volte con motivazioni più pragmatiche. E’ l’atteggiamento di chi interpreta e decide da solo “cosa Dio vuole da me”, senza tenere conto del contesto comunitario del discernimento che ha nei superiori “i legittimi rappresentanti di Dio, e interpreti della sua volontà”.[1] Frutti negativi di tale fondamentalismo/individualismo religioso – invadente a motivo del contesto culturale soggettivista – è l’introversione delle persone, la perdita di slancio mistico e apostolico, la frantumazione della vita fraterna. Mentre “la virtù dell'obbedienza arricchisce l'uomo religioso, rallegra la Chiesa, dona la pace, illumina e adorna la mente, castiga l'amor proprio, apre il cielo, rende l'uomo felice, custodisce tutte le virtù”.[2]

 

  1. Un esercizio dell'autorità e dell'obbedienza più ispirato al vangelo”

Il Santo Padre, Benedetto XVI, il 22 maggio scorso, ha radunato i Superiori e Vicari generali di tutte le Congregazioni maschili e femminili per una udienza speciale. Il Papa ha manifestato subito l’intenzione che “questo momento di incontro e di comunione profonda con il Papa possa essere per ciascuno di voi di incoraggiamento e di conforto nel compimento di un impegno sempre esigente e talvolta contrastato”.  Ha voluto l’incontro come “un'occasione per approfondire la riflessione su un esercizio dell'autorità e dell'obbedienza che sia sempre più ispirato al Vangelo”.

E’ seguito un discorso paterno, ricco di indicazioni e di contenuti.[3] Il messaggio centrale del discorso del Papa è stato quello di chiedere che l’esercizio dell’autorità e dell’obbedienza guardi di più in alto, “sempre più ispirato al Vangelo”, per poter meglio vivere il bello della vita cristiana e il nuovo (o l’ascetico, il promozionale) della vita consacrata.[4]

Il Papa ha innanzitutto avvertito che “occorre rifuggire dal volontarismo e dallo spontaneismo per abbracciare la logica della Croce”.  Sappiamo che la logica della Croce è la logica del progetto di Dio, progressivo sempre. E’ la logica contraria ad ogni conservatorismo e ripiegamento di persone e istituzioni. Chi interpreta e progetta se stesso e gli eventi obbedendo a Dio vede lontano e va lontano, oltre se stesso, oltre le logiche solamente umane prevedibili e ripetitive.[5]

I religiosi vivi di Dio sono creativi (“progressisti”), gioiosi, veri testimoni del nuovo Regno. A tale scopo, il Papa confida che un ben esercitato ruolo dell’autorità e dell’obbedienza aiuti “i consacrati e le consacrate, chiamati ad essere nel mondo segno credibile e luminoso del Vangelo e dei suoi paradossi, senza conformarsi alla mentalità di questo secolo, ma trasformandosi e rinnovando continuamente il proprio impegno, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto (cfr Rm 12, 2)”

Il servizio dell’autorità, con il suo continuo riferimento alla Volontà di Dio, ai valori evangelici e carismatici aiuta ad evitare la deriva verso una “misura bassa” della vita religiosa, verso il “così fan tutti” della mentalità di questo secolo; aiuta a reagire al processo di decadimento vocazionale promuovendo  un movimento di rilancio - rinnovamento.[6]

Benedetto XVI così presenta questo arduo e provvidenziale compito di rilancio. “Il servizio d'autorità richiede una presenza costante, capace di animare e di proporre, di ricordare la ragion d'essere della vita consacrata, di aiutare le persone a voi affidate a corrispondere con una fedeltà sempre rinnovata alla chiamata dello Spirito. Questo vostro compito è spesso accompagnato dalla Croce e a volte anche da una solitudine[7] che richiede un senso profondo di responsabilità, una generosità che non conosce smarrimenti e un costante oblio di voi stessi. Siete chiamati a sostenere e a guidare i vostri fratelli e le vostre sorelle in un'epoca non facile, segnata da molteplici insidie”.

L’autorità è uno dei preziosi e indispensabili servizi che aiutano la vita religiosa a rinnovarsi “senza conformarsi alla mentalità di questo secolo”.

Il superiore ha un ruolo personale e diretto nel richiamare i valori e i doveri “davanti a Dio” proprio perché riceve l’autorità “da Dio”. Non è rappresentante o delegato o esecutore della volontà della comunità,[8] ma di Dio stesso. Infatti, quando “decide o comanda ciò che deve farsi” deve farlo per il fatto che egli, per primo, obbedisce a Dio. [9]

Papa Benedetto, con la franchezza che lo distingue, ha detto a tutti i superiori/e generali del mondo che certo “la vita consacrata negli ultimi anni è stata ricompresa con spirito più evangelico, più ecclesiale e più apostolico; ma non possiamo ignorare che alcune scelte concrete non hanno offerto al mondo il volto autentico e vivificante di Cristo. Di fatto, la cultura secolarizzata è penetrata nella mente e nel cuore di non pochi consacrati, che la intendono come una forma di accesso alla modernità e una modalità di approccio al mondo contemporaneo. La conseguenza è che accanto ad un indubbio slancio generoso, capace di testimonianza e di donazione totale, la vita consacrata conosce oggi l'insidia della mediocrità, dell'imborghesimento e della mentalità consumistica”.

Cari Confratelli, superiori di oggi o di domani, a livello locale provinciale o generale, e cari Confratelli tutti, il Papa confida molto nel servizio dell’autorità per quel rilancio (relé) della vita consacrata che prima che numerico dovrà essere qualitativo, ad alto valore evangelico.

Tutti siamo responsabili della “fedeltà creativa alla nostra vocazione con Don Orione come modello e le Costituzioni come guida”. Ma i superiori hanno un particolare compito, modalità ed efficacia nel promuoverla. Allora, avanti, al nostro posto con gioia (e qualche croce), fedeli e promotori di fedeltà.

Fare i superiori significa obbedire per primi (e se dovesse capitare anche da soli)[10] allo Spirito, al Vangelo, al carisma di Don Orione espresso nelle Costituzioni. Neppure i superiori devono essere fondamentalisti nel discernere e nel comandare, ma fondati e fermi sì! Fondati “in Alto”: una posizione strana, difficile, come ha ricordato il Papa ai Superiori, ma feconda. E’ la posizione della Croce, che unisce in creativa tensione verticalismo divino e orizzontalismo umano, passione per Dio e passione per gli uomini.

 

  1. Governare come vocazione e come ministero

Non so se tra gli attuali superiori locali, provinciali e generali prevalgano le vocazioni come quella di Isaia («Eccomi, Signore, manda me!», Is 6,8)) o quelle del tipo di Geremia (Signore, manda un altro: «Ecco io non so parlare, sono giovane» Ger 1,6). Ma certo è che ognuno è superiore per vocazione, cui ha fatto seguito un mandato, che ha messo in moto un ministero.

La vocazione si è espressa mediante la consultazione dei confratelli e la nomina del Superiore. Il fatto l’autorità sia un ministero è anche evidenziato dal periodico avvicendamento.[11]

Vocazione, mandato e ministero ci fanno comprendere che essere superiore è proprio un servizio e con tale spirito e dinamica va accolto e vissuto il ruolo dell’autorità da parte di tutti. 

Dopo due anni di governo generale, stimolato dal forte messaggio del Papa, credo utile mettere al centro dell’attenzione di tutti il servizio dell’autorità in vista del bene dei religiosi e della vita religiosa. Stiamo vivendo una tappa di vita di grandi cambiamenti che richiedono nuove risposte e cammini spesso inediti. Il ruolo dei superiori sarà rilevante, in positivo o in negativo. Raccolgo qui di seguito alcune indicazioni pratiche che lascio quasi allo stato di appunti.

 

  1. Un servizio di mediazione della Volontà di Dio

Innanzitutto annoto un significativo passaggio dell’omelia di Benedetto XVI durante la santa Messa per l’inizio del suo ministero petrino, il 24 aprile 2005: “Cari amici! In questo momento non ho bisogno di presentare un programma di governo. (…) Il mio vero programma di governo è quello di non fare la mia volontà, di non perseguire mie idee, ma di mettermi in ascolto, con tutta quanta la Chiesa, della parola e della volontà del Signore e lasciarmi guidare da Lui, cosicché sia Egli stesso a guidare la Chiesa in questa ora della nostra storia”.

Questo è l’atteggiamento del Papa. E’ una indicazione preziosa. Corrisponde a quanto la dottrina della Chiesa ci insegna circa i superiori come rappresentanti di Dio[12] e autentici mediatori della sua volontà.[13] I superiori, senza mistificazioni ma anche senza rinunce, devono servire la Volontà di Dio in modo tale che sia Dio stesso a guidare il cammino del nostro “popolo orionino”, comunità o provincia o intera congregazione che sia.

  • L’autorità deve dunque conoscere e amare la Volontà di Dio. E non può conoscerla senza cercarla con i fratelli, davanti a Dio (e a Don Orione), nella meditazione, nella preghiera, con amore di figli. Se non ci si innalza interiormente alla Volontà di Dio, avremo visione corta e passione fiacca. 
  • Si ha tanto più autorità (e autorevolezza), quanto più si serve la Volontà di Dio, e non quanto più si “comanda” e nemmeno quanto più si “lascia correre”. Non si tratta di imporre la propria volontà o di cedere a quella degli altri, ma di conoscere, proporre ed aiutare a compiere la Volontà di Dio.
  • Nell’esercizio dell’autorità deve essere trasparente il riferirsi continuo, concreto, serio alla Volontà di Dio.  In questo senso, tutti siamo sudditi e non ci sono superiori... alla Volontà di Dio.  Al superiore è richiesta una esigente ascetica di distacco da sé, dalle proprie preferenze, cultura, ecc. Deve essere uomo disponibile alla ricerca.
  • La Volontà di Dio è che realizziamo la nostra vocazione. Tale vocazione non è tutta da scoprire, in parte è già conosciuta: la storia personale, le qualità ricevute, i limiti, la fede, la grazia, la vocazione religiosa sacerdotale, “Don Orione come modello e le Costituzioni come guida”; tutto è unito in un ideale e progetto comune: il carisma della Piccola Opera della Divina Provvidenza. Questa è la vocazione al cui servizio sta l’autorità. Promuovere la vocazione della persona è promuovere l’identità della persona ed è volergli bene nel Signore. Promuovere la vocazione della congregazione è voler bene alla congregazione e a Don Orione.[14]

 

  1. Assumere il compito di guida-correzione-promozione fraterna

          Le nostre Costituzioni, all’art. 129, dicono: “ Il Signore ha voluto che nella Chiesa alcuni avessero il mandato di prestare agli altri fratelli il servizio dell'autorità e della direzione, quali guide per la crescita di ciascuno e dell'intera comunità e come principio di unità, di ordine, di animazione e di efficienza”.[15]

Oggi non è facile assumere il ruolo di guida che discerne e decide, che cammina per primo, che corregge, valorizza, sostiene.

Non lo era neanche ai tempi di Don Orione che stimolava con parole forti qualche suo direttore.

Voglio che don Mario prenda in mano la casa nel nome di Dio: voglio e gli chiedo che butti via quella sua timidità, che lo porta qualche volta a crollare le spalle quasi fosse un fanciullo cui poco gli importi. Voglio e gli chiedo che non si rannicchi, né che si chiuda in se stesso, né che si limiti alle funzioni di chiesa: deve buttar via quella specie di coniglismo…  voglio e gli chiedo di avere più spirito, di avere più coraggio, di avere più attività sociale, di avere meno paura di presentarsi, meno timore della sua ombra, meno lentezza, meno titubanze di fare o di non fare, quando c’è bisogno e dovere di fare e di fare molto”.[16]

“Chi è Superiore della casa prenda in mano il timone della casa e faccia da Superiore: dia prima buon esempio in tutto ed esiga con tatto ed amore in Cristo che tutti stiano a loro posto e compiano il loro dovere”.[17]

     Ho ascoltato in alcuni nostri Capitoli e Assemblee parlare di “autorità latitante” (latitante = nascosto, volontariamente assente).[18] Ho visto nostri superiori provinciali prendere buone iniziative per formare e consolidare i superiori locali.

Ci sono particolari difficoltà oggi di cui tenere conto… per superarle.

  • Il ruolo del superiore non ha più un credito umano-sociale indiscusso; il clima culturale e il soggettivismo non lo favoriscono; anche il Capitolo ha riconosciuto che “risulta difficile l’adempimento del ruolo del superiore quale garante dell’unità, promotore del senso di famiglia e del bene di ciascun confratello” (p..).
  • Gli avvicendamenti periodici e frequenti creano maggior uguaglianza fraterna, ma anche la sindrome dell’oggi tocca a me domani tocca a te, del chi ti credi di essere; risulta difficile fare da superiore inter pares;
  • Anche ai livelli più alti dell’autorità, in congregazione, non ci sono più persone storicamente o psicologicamente “sacre”: anziani, religiosi cresciuti ai tempi di Don Orione, “santi padri”, ecc.
  • Le motivazioni di fede, legate al voto di obbedienza, non sempre sostengono quel credito di paternità-autorità per intervenire in quanto superiore e accogliere quanto comandato.

Per superare queste concrete difficoltà, è utile ricordare che:

-    essere guida nella vita religiosa non è un fatto psicologico o di carattere o di attitudine sociale: è vocazione e ministero di “colui che obbedisce per primo” alla Volontà di Dio, alla vocazione, alle Costituzioni, agli ideali e doveri della propria vita consacrata; in questo senso l’essere superiore costituisce anche un forte stimolo per la propria crescita vocazionale;

-    è l’esemplarità di vita che accredita la paternità-autorità nel servizio di guida;

-    il servizio di guida pone le certezze di un cammino comune, favorisce relazioni e progetti fraterni, evita l’instaurarsi del fai-da-te soggettivistico dove prevale il più forte, soccombe il debole, non si sviluppano talenti, non si moltiplicano le forze;[19]

-    l’esercizio dell’autorità, espresso anche come correzione-promozione fraterna, aiuta la vita comunitaria a reagire alla deriva verso il mediocre e verso l’individualistico (=noia), mentre

-    la correzione-promozione fraterna alimenta una tensione virtuosa verso il meglio, la crescita, la conversione umana, spirituale, apostolica (=interesse).

 

  1. Promuovere il bene delle persone, principale scopo

Ricordo l’interpretazione data dal confratello P. Kubiak, in un’omelia durante l’incontro dei Consigli provinciali a Montebello, alle parole di biasimo di Gesù verso il servo che non aveva trafficato i suoi talenti. Osservava: “In quel servo possiamo riconoscere anche ciascuno di noi superiori cui il Signore affida i suoi beni, cioè i religiosi, con tutte le loro capacità e tutto il loro operare. Dobbiamo renderci conto che si tratta del “patrimonio” dello stesso Datore di questi talenti, cioè di Dio. Quanto grande è la nostra responsabilità! Dio chiederà conto a coloro cui ha affidato il suo prezioso deposito”.

Le nostre Costituzioni dicono che “i Superiori, dovendo un giorno rendere conto a Dio delle anime che sono state loro affidate, docili alla volontà di Dio nel compimento del dovere, esercitino l'autorità in ispirito di servizio verso i fratelli, in modo da esprimere la carità con cui Dio li ama” (art.136).

Padresuperioredirettore: in queste tre parole usate per indicare la medesima persona ci sono dimensioni diverse e complementari del ruolo dell’autorità come inteso nella nostra congregazione. Spesso nel superiore prevale l’attenzione alle funzioni e alle attività (direttore). E pensare che è il proprium dell’azione del superiore nella comunità religiosa (e della comunità nell’opera), come descritto nelle nostre Costituzioni all’art.137,[20] ha caratteristiche relazionali, umane, spirituali.

  • Don Orione nominando un nuovo superiore, scrive: “Egli sia, più che Superiore, un padre e fratello, ma voi tutti abbiatelo quale vostro Superiore”.[21]
  • Essere autorità - auctor esse: è colui che fa crescere, promuove, incrementa.
  • C’è un tipo di autorità/obbedienza che fa crescere e un altro che mantiene piccoli: dipende dalla qualità di relazione. Un’autorità esercitata senza relazione-partecipazione non fa crescere.
  • L’autorità è “pastorale”: l’interesse, la gioia e la riuscita del buon pastore è che “abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza” (Gv 10, 10).

 

  1. Promuovere la corresponsabilità, via e mezzo di crescita

I superiori reggano (i fratelli) come figli di Dio e, con rispetto della persona umana, li guidino in maniera tale che essi, nell'assolvere i propri compiti e nell'intraprendere iniziative, cooperino con obbedienza attiva e responsabile. Li ascoltino volentieri e promuovano l'unione delle loro forze per il bene della Congregazione e della Chiesa” (Art. 136).[22]

Che grandi quegli aggettivi ”attiva e responsabile” che qualificano le modalità dell’obbedienza! Di essi si è parlato e scritto molto. E si è anche cambiato qualcosa nella pratica. Se, all’inizio, i due aggettivi sono stati usati soprattutto per superare certe modalità di esercitare l’autorità, oggi, mi pare, si debba parlarne per reagire a certe forme di obbedienza che quelle due caratteristiche non hanno.

  • Ciascuno matura nella misura in cui risponde dei suoi atti; tanto l’autoritarismo quanto l’anarchismo, in modo diverso, impediscono la maturità.
  • Sono le relazioni e la partecipazione che fanno crescere la comunità e l’apostolato.
  • Anche Dio, che è autorità sovrana, governa il mondo mediante le cause seconde (e quando interviene per derogare da esse lo chiamiamo miracolo), ci dà libertà, partecipazione, vuole che siamo responsabili.
  • Per esprimere questa attitudine  oggi si parla di discernimento comunitario, sussidiarietà, corresponsabilità, partecipazione, coinvolgimento, ecc. “Nei vari gradi di autorità si attui il principio di sussidiarietà” (art. 134).[23] Più volte ho ascoltato lamentare l’autoritarismo egocentrico di certi superiori, anche giovani. Chi è individualista nella vita fraterna facilmente sarà autoritario da superiore.
  • Chi vive eseguendo ordini da religioso servo e non da religioso figlio[24] si meccanicizza, si sclerotizza. Così pure, chi vive un volontarismo solitario e anarchico  si sclerotizza nel proprio io, diventa duro con sé e con gli altri. Un superiore che anima e provoca “fortiter et suaviter” la partecipazione anche in chi tende a estraniarsi è proprio una grazia.
  • Se il superiore concentra tutto in sé significa che non crede nei confratelli. E finirà che i confratelli non crederanno in lui. Il comando indica e sostiene, ma non supplisce alla partecipazione personale.
  • Oltre agli indispensabili rapporti personali (a tu per tu), il superiore è chiamato a esercitare il suo servizio anche attraverso i rapporti comunitari: consiglio, riunioni e assemblee hanno per scopo di promuovere il contributo di ciascuno, di suscitare vita fraterna.[25]
  • C’è un progetto comune – il carisma espresso nelle Costituzioni – che ci coinvolge e polarizza. Ciascuno poi lo sviluppa e rinnova.[26] Al superiore deve stare a cuore che ciascun religioso si muova verso questo ideale con dinamismo interiore proprio.

 

  1. Promuovere il rapporto di famiglia nella Congregazione

Un’ultima nota. Lo spirito di famiglia è una caratteristica cara a Don Orione e a tutti noi. Molte persone esterne lo percepiscono e lo ammirano. Lo spirito di famiglia porta tanti frutti per il bene delle persone. Lo spirito e i rapporti di famiglia alimentano la coscienza del carisma, cuore della nostra identità e fraternità.

In congregazione, i rapporti di famiglia hanno la prima realizzazione nella comunità, ma si aprono e integrano nei rapporti della comunità con la provincia e della provincia con la congregazione intera. Tante ricchezze e riprese spirituali e apostoliche vengono dalla integrazione viva nella Congregazione religiosa.

I superiori hanno un ruolo importante per tenere collegati e in equilibrio i tre dinamismi della vita di famiglia nella nostra congregazione: locale – provinciale – generale. Il tutto dentro l’atmosfera del contesto ecclesiale e sociale. Ad ogni dinamismo va riconosciuto il proprio valore – limite - collegamento. Per la vitalità del mare, occorre la benefica rigenerazione che si effettua tramite la comunicazione tra le onde di superficie, con quelle intermedie e con le grandi correnti di profondità.

Più volte Don Orione ha potuto dire che “Questa piccola Congregazione già si parte in più rami, ma non si divide, perché ha unità di spirito nella carità del Signore, ha unità di regola, ha unità di governo”.[27] Avvenuta la suddivisione in Province, il venerabile Don Sterpi raccomandava: “L’allargarsi della Congregazione ha imposto la divisione di essa in tante Province: però, tutte, se vogliono vivere e prosperare, devono essere sempre unite come una cosa sola con tutto il corpo... Come le singole parti formano il corpo, in modo da non sembrare parti ma da essere un tutto unico, così anche le Province non devono essere cose a sé ma formare la Congregazione”.[28]                                 

E concludo queste considerazioni sull’importante servizio dell’autorità con la parola calda di Don Orione a due suoi superiori. 

A Don Mario Ghiglione: “Il buon spirito della nostra cara Congregazione dipende specialmente dai Direttori delle case: ogni Direttore deve risplendere omnibus qui in domo sunt. Buon esempio e spirito di fede, di speranza, di carità: puntualità puntualità puntualità nelle pratiche della vita religiosa: amore al lavoro, alla temperanza, alla santa virtù, alla mortificazione, alla povertà, alla obbedienza ai Superiori e alle regole: insomma ogni Direttore deve poter alzare la fronte davanti a tutti i suoi confratelli, e poter dire loro non a parole, ma a fatti: imitatores mei estote!”.[29]

A Don Camillo Bruno: «Prudenza e dolcezza», diceva il Rosmini «devono essere le virtù proprie di un superiore». Io ritengo sia dover mio dire a te, caro mio don Bruno: tu non hai gran salute, conviene esser dolce anche con te stesso e usarti riguardi, né pretender troppo neppur da te. Prega che quanto scrivo e predico a te, io sia il primo a compiere, cioè ad usare cuore e carità di padre con te e con tutti. Tu poi fa in modo di essere il cuore della tua Casa e di tutti, e di essere tanto amato dai tuoi da avere in mano il cuore e la fiducia di tutti. Oh, quanto più puoi dà alla tua Casa questo gran bene dell'unione di tutti con te, unione non forzata (ché non sarebbe vera unione) ma unione morale così santa e spontanea che faccia di te e di tutti i tuoi sacerdoti, «cor unum et anima una» in Gesù Cristo con te”.[30]

 

           NOTIZIE DELLA CONGREGAZIONE

                 È nata la nuova Delegazione Missionaria “Maria, Madre della Chiesa”, con la benedizione del cardinale Silvano Piovanelli, ai piedi della Madonna della Guardia, il 29 agosto scorso. Il Decreto di erezione porta la data del 4 agosto precedente. “Madre della Chiesa” è un titolo mariano anticipato da Don Orione e tributato dal Concilio Vaticano II che esprime la sua vocazione universale e missionaria.

La nuova Delegazione raccoglie l’eredità delle due benemerite Delegazioni Our Lady of Westminster (Londra) e Queen of the Universe (Boston) e, contemporaneamente, i germogli promettenti delle presenze missionarie in nazioni molto lontane tra loro: Kenya, Giordania, Filippine, India, Corea. I religiosi della Delegazione sono 52. La sede della Delegazione è a Roma, in Via Don Orione 8, nell’edificio dell’Istituto San Filippo.

È una Delegazione in senso proprio, come prevedono le Costituzioni: “costituita da un gruppo di comunità e case in situazioni particolari… governata da un Superiore con poteri delegati dal Direttore generale” (art. 210). Non è una circoscrizione territoriale (legata a comunità in uno stesso territorio), ma missionaria (legata a una comune identità-compito) e linguistica (inglese come prima o seconda lingua). Per la sua natura e la lontananza geografica non può essere una circoscrizione come altre; per questo, è stato elaborato uno Statuto a complemento e precisazione di quanto dicono le Costituzioni.

La nuova Delegazione si contraddistingue per la sua identità missionaria, per la particolare relazione con la Direzione generale, per il ruolo del tutto itinerante del Superiore Delegato, per la necessaria autonomia interna delle singole missioni, per il ruolo del Coordinatore nazionale, per le strutture di comunione limitate e adeguate alla particolare situazione. 

      E’ un evento importante per tutta la Congregazione. Ancora una volta esprimo il grazie al Signore e ai tanti Confratelli che hanno partecipato allo studio, elaborazione e decisione riguardante la Delegazione Missionaria. E ora, avanti! Affido tutti e tutto al nostro San Luigi Orione perché interceda le grazie necessarie per il cammino della nuova Delegazione chiamata a radunare tante “genti di diversi popoli e colori” nella carità di Cristo, nella paternità del Papa e dei Vescovi, e nella maternità di Maria “Madre della Chiesa”.

La festa del Papa 2006 ha fatto giungere direttamente al Papa l’espressione dell’affetto e dell’impegno della Famiglia Orionina: “So che gli Orionini amano il Papa”, mi ha detto Benedetto XVI. “Dare consolazioni al Papa” è sempre il primo obiettivo di queste feste.[31] C’è stato buon esito di partecipazione e di diffusione dell’evento. I mass-media e la televisione hanno permesso che il messaggio e la testimonianza raggiungesse una vasta cerchia di pubblico. Nella manifestazione all’auditorium di Via della Conciliazione sono stati messi in spettacolo elementi di vita e di impegno della Piccola Opera nel campo della carità in difesa e promozione della vita.

E’ stato bello sapere che anche in altre città e nazioni del mondo orionino si sono organizzate simili Feste del Papa. “La festa di S. Pietro è la festa del Papa…Essa è precisamente la nostra Festa Patronale. E' la festa della Congregazione”, così scriveva San Luigi Orione circa 80 anni fa’.

            La buona riuscita del primo corso di formazione permanente internazionale, tenuto nel maggio scorso a Montebello (Pavia), merita il plauso. Come sappiamo, il Capitolo generale ha indicato in questi “corsi consistenti nei contenuti e nella durata, che includono la dimensione spirituale, orionina e umana” (decisione 23) una delle iniziative speciali di questo sessennio per sostenere la fedeltà creativa alla nostra vocazione. A Montebello, si susseguiranno corsi di 3-4 settimane, tutti aperti alla partecipazione internazionale. Altri saranno organizzati in altre Province.

            I nostri Vescovi orionini servono la Chiesa vivendo in una situazione speciale il carisma orionino. Ho assicurato a Mons. Andrea Gemma, a nome di tutti, la vicinanza e la preghiera in questo passaggio della sua vita, a conclusione del ministero episcopale come vescovo della diocesi di Isernia-Venafro. Mons. Adolfo Uriona ha fatto visita in Curia condividendo gioie e preoccupazioni del suo inizio del servizio alla diocesi di Anatuya, nel nord dell’Argentina, estremamente povera e bisognosa di aiuto pastorale ed economico. Mons. Aloisio Hilario De Pinho, celebra quest’anno il 25° di episcopato, a Jataì (Brasile) e contiamo di averlo tra noi nella grande festa al Santuario mariano dell’Aparecida, al termine del Forum internazionale dei giovani a Rio de Janeiro. Mons. Miguel Mykycej continua il suo ministero pastorale nell’Eparchia di Buenos Aires che raccoglie i cattolici ucraini di rito orientale di Argentina.

            A vocazioni e formazione è dedicato l’ultimo numero speciale della rivista “Don Orione oggi”. Ultimamente, il 1° agosto, ho avuto la gioia di ricevere i voti dei primi tre confratelli dell’India; l’8 settembre hanno professato 9 giovani del noviziato di Bonoua, 8 di quello di Velletri e 9 di quello di Zdunska Wola. I nuovi giovani confratelli e le  nuove vocazioni sono il dono più grande della Provvidenza alla nostra Congregazione.

La situazione vocazionale è diversa nelle nazioni in cui siamo presenti. Ma non abituiamoci né all’abbondanza (solo in pochi casi) e né alla scarsità di vocazioni. Dobbiamo tutti avere nel cuore e nell’attività la promozione vocazionale e la formazione.

Io ci penso dì e notte, e non gemo tanto sulle umane miserie, quanto nel vedere la crisi che vi è nella Chiesa in fatto di vocazioni – scriveva Don Orione a Don Pensa -. Una grande parte della nostra carità esercitiamola nel colti­vare vocazioni. Preghiamo Dio che ci mandi delle buone voca­zioni e che susciti dei Samueli pel Santuario. Con la pietà si curano le vocazioni, con la preghiera, col buon esempio, con i santi Sacramenti, con la illibatezza della vita, con l'istitu­zione di pie congregazioni, con la devozione alla Madonna Santissima. Dobbiamo della carità di Gesù ardere noi, se vogliamo poi che ardano essi. Io vi supplico in Cristo, o cari miei figli, di non venire meno a quanto Iddio vuole da me e da voi anche a riguardo della cura delle vocazioni, come pure dei chierici e aspiran­ti, per la santificazione nostra e per la salvezza di molte anime e di molte moltitudini di anime”.[32]

            Un particolare incoraggiamento e ringraziamento vada ai confratelli impegnati nella promozione vocazionale e nella formazione: i formatori sono i fondatori della congregazione del futuro.   

E sono alla conclusione con il consueto ricordo e invito a pregare per quelli che in questi ultimi mesi sono stati visitati da “sorella nostra morte corporale”.

I confratelli morti in questi ultimi mesi sono Don Giovanni D’Onorio De Meo, un religioso “mariano” che ha fatto della devozione a Maria la caratteristica della sua pietà e del suo apostolato; Don Vincenzo Zumbo, per tanti anni a Reggio Calabria, Don Sebastiano Vallauri, lavoratore e apostolo nel mondo del lavoro; Don Francesco Defrancesco,  religioso devoto e discreto, da alcuni anni malato a Bergamo; Don Mario Cabri, uno dei padri e fondatori della Congregazione in Argentina, dove fu inviato da Don Orione stesso.

Tra le Piccole Suore Missionarie della Carità ricordiamo: Sr. Maria Agostina del Preziosissimo Sangue (Sacramentina), Sr. Maria Santina, Sr. Maria Ernestina, Sr. Maria Eustella, Sr. Maria Franciszka, Sr. Maria Faustina, Sr. Maria Evarista e Sr. Maria degli Angeli.

La lista dei nostri parenti defunti è lunga. Tra gli ultimi ricordo il papà di Don Simone Pavan, il fratello di Don Pietro Bernardi, la sorella del Ch. Roberto Filippini, di Don Cesare Concas e anche mia sorella Assuntilla, per la quale ho avuto tante manifestazioni di vicinanza di cui ringrazio di cuore.

            Ricordiamoci anche dei tanti amici, benefattori, laici che nell’umiltà e nella discrezione hanno collaborato in diverso modo alla missione della Piccola Opera. Penso ad esempio al contributo dato da Mons. Giuseppe Scappini, discepolo del grande Lorenzo Perosi e maestro della Corale “S. Luigi Orione” del santuario della Guardia di Tortona.

            Infine un pensiero e una preghiera per tutti i nostri anziani e malati: il Signore e la nostra carità fraterna li sostengano nella sofferenza e nell’offerta delle pene, prezioso patrimonio anche apostolico nella vita della nostra Congregazione.

            Cari confratelli, “andiamo avanti con ardore, ma anche con semplicità e obbedienza piena e contenta, dove la misericordiosa Provvidenza e la mano materna della Chiesa ci condurranno, senza cercare altro che di amare e servire Gesù Cristo e la Santa Chiesa, di vivere e morire ai loro piedi e sul Loro Cuore!”.[33]

            Tutti saluto cordialmente con affetto di fratello e padre nel nome di Don Orione.

           

                                                           Don Flavio Peloso, FDP

                                                           (Superiore generale)

 


[1] Perfectae Caritatis 14a: “I religiosi, mossi dallo Spirito santo, si sottomettono in spirito di fede ai superiori che fanno le veci di Dio, e tramite loro si pongono al servizio di tutti i fratelli in Cristo, come Cristo stesso per la sua sottomissione al Padre venne per servire i fratelli e diede la sua vita in riscatto per molti (cf. Mt. 20, 28; Gv. 10, 14-18). Si veda la lettera di Don Orione sull’obbedienza (Buenos Aires, 6.1.1935), ricca di afflato spirituale e di sagge indicazioni pratiche; Lettere II, 153-175.

[2] Così Don Orione citando san Lorenzo Giustiniani; Lettere II, p.160. Il Vaticano II osserva: “L'obbedienza religiosa, lungi dal diminuire la dignità della persona umana, la fa pervenire al suo pieno sviluppo, avendo accresciuta la libertà dei figli di Dio”; Perfectae Caritatis 14b.

[3] Il testo completo è riportato a p. 22-24.

[4] Benedetto XVI insiste costantemente e con tutte le categorie di fedeli che “non devono ispirarsi alle ideologie del miglioramento del mondo, ma farsi guidare dalla fede che nell'amore diventa operante (cfr Gal 5, 6). Devono essere quindi persone mosse innanzitutto dall'amore di Cristo, persone il cui cuore Cristo ha conquistato col suo amore, risvegliandovi l'amore per il prossimo” (Deus caritas est 33).

[5] Per noi è facile pensare e parlare del profetismo di Don Orione e delle sue anticipazioni storiche. Come si spiega? Perché fu un genio? Certamente perché era un santo che guardava e viveva sotto lo sguardo della Divina Provvidenza e aperto alla Volontà di Dio. Egli stesso, reagendo a una certa caricatura di santità “ignava e ripiegata”, quasi indignato, scrisse: “Ma la si finisca una buona volta di falsare la pietà: di darci una pietà melanconica, triste, inerte. I santi ce li figurano retrogradi. No! Sono i veri e più grandi progressisti. Studiamoli bene, e vedremo che essi furono i più grandi, i più veri progressisti, perché vissero di Dio, che è vita e non morte”. Scritti 79, 286 e 82, 46. E passava in rassegna i vari santi e i loro meriti nel progresso anche sociale, culturale, artistico, scientifico e fin economico.

[6] Questo tema è stato analizzato, in anni passati, da Raymond Hostie, noto esperto di indagini statistiche e sociologiche sulla storia degli Istituti religiosi, nel suo saggio Vie et mort des Ordres religieux (Desclée de Brouwer, Paris, 1972). L’hanno scorso a simili considerazioni è giunta l’indagine dell’Unione Superiori Generali presentata da Lluìs Oviedo negli Atti del Convegno Fedeltà e abbandoni nella vita consacrata oggi (USG – Litos, 2006). La storia e l’attualità insegnano che, in una congregazione, in mancanza del movimento di rilancio (simile a quello del relé) che riporti la qualità di vita religiosa a livelli alti, la legge del decadimento (decay) può condurre fino alla scomparsa di Province o dell’intero ordine religioso. Ma anche Don Orione, con le sue semplici ma non superficiali conoscenze, era giunto alla medesima analisi: “Fioriscono le Congregazioni che mantengono lo spirito della fondazio­ne, spirito di orazione, di umiltà, di purez­za, come sono nate. Quelle Congregazioni che poi sbandano, che vanno intiepidendosi, che vanno abbandonandosi, che vanno rilassan­dosi, vanno poi anche a morire...! E, pur­troppo, vediamo che Congregazioni, prima floridissime, sono ridotte a poche perso­ne o dalla Chiesa sono state tolte del tutto"; Villa Moffa il 15.8.1938; Parola IX, 342.

[7] Qualche volta anche il superiore si trova in situazioni concrete in cui, dopo avere operato un saggio e prudente discernimento comunitario, deve dire nella propria coscienza “Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini” (At 5,29).

[8] Cfr canone 617; Elementi essenziali della vita religiosa 49b. Mai, per votazione, può essere imposto al superiore di compiere un atto. Tutt’al più, quando è previsto dalla regola, può impedire di compiere un atto negando il consenso.

[9] PC 14c; Evangelica Testificatio 25; il canone 618 dice “docili alla volontà di Dio nell'adempimento del proprio incarico”.

[10] Nella Chiesa l’autorità più che un diritto di comandare è innanzitutto un dovere di servire, di mettersi a disposizione, cioè di obbedire (cfr. Gv 13,15; Mt 20,25-28). In Cristo, la carità ha preso il nome di obbedienza; per questo, Gesù, la prima autorità partecipa alla Chiesa e alle sue autorità l’obbedienza, sottolineando che è questa a far entrare nel suo Regno (Mt 7,21; Gv 14,15-24).

[11] Il capitolo XI delle nostre Costituzioni è proprio intitolato “Il ministero dell’autorità”.

[12]I superiori fanno le veci di Dio” (PC  14); “sono i rappresentanti di Dio” (can. 601).

[13] Elementi essenziali della vita religiosa, nn. 49-50 e 52. Questa motivazione teologica era molto insistita dal nostro Fondatore: “Ravvisate nei vostri Superiori, come in immagine, Iddio stesso, e riteneteli quali vivi strumenti per i quali il nostro Istituto, sostenuto dalla divina grazia e dalla benedizione della Chiesa, va diventando santamente operativo, raggiungendo per ignem et aquam il suo fine”; Lettere II, 9.

[14] Autorità e obbedienza, governo e collaborazione si comprendono solo nel contesto di amore a Dio, alla Congregazione, a un progetto che va al di là della persona, del mio o il tuo gusto. Non si serve né Cefa, né Apollo, né Paolo, ma la Divina Provvidenza. Per noi orionini è il grande progetto di “collaborare, per quanto minimi, all’Instaurare omnia in Cristo” (Cost. 1; Lettere II, 370). "Chi non intende essere figlio della Divina Provvidenza sappia che non è Paolo o Apollo che qui si serve, ma è la Divina Provvidenza; è la Congregazione che si serve; e la Congregazione non è di don Orione, né di don Sterpi, ma è della Divina Provvidenza" (Sui passi di Don Orione, p.282).  Allora non é sottomissione o superiorità a te o all'altro, ma tensione a un grande progetto che ci supera, convoca e realizza. "Avere dentro di noi una fede dominante, un ideale grande che sia fiamma che ci arda e risplenda - rinunciare a noi stessi per gli altri - ardere la nostra vita in un'idea e in un amore sacro più forte. Nessuno che obbedisca a due padroni - ai sensi e allo spirito - potrà mai trovare il segreto di conquistare le anime" (Sui passi di Don Orione, p.313).

[15] Vita fraterna in comunità 48: “Nelle comunità religiose l'autorità, alla quale si deve attenzione e rispetto anche in virtù dell'obbedienza professata, è posta al servizio della fraternità, della sua costruzione, del raggiungimento delle sue finalità spirituali ed apostoliche”.

[16] Scritti 32, 242.

[17] Ibidem, 243.

[18] Vita Consecrata 43: “Chi esercita l’autorità non può abdicare al suo compito di primo responsabile della comunità, quale guida dei fratelli nel cammino spirituale e apostolico. (…) Tocca all’autorità l’ultima parola e ad essa compete poi di far rispettare le decisioni prese”.

[19] Vita fraterna in comunità 50: “L'autorità del superiore si adopera perché la casa religiosa non sia semplicemente un luogo di residenza, un agglomerato di soggetti ciascuno dei quali conduce una storia individuale, ma una comunità fraterna in Cristo". Don Orione si lamenta con Don Draghi per l’andamento all’Eremo di Sant’Alberto: “Sei troppo timido, troppo debole, e finiscono che in casa tutti comandano e fanno il loro capriccio. Questo non va bene. Usa carità, ma abbi forza morale e prendi a governare l’eremo con carità sì, ma anche con mano ferma: vigila tutti, da’ gli ordini, e fa’ che tutti li eseguiscano, e che tutto sia ordinato e proceda bene. Il Signore vi benedirà di più”; Scritti 30, 180.

[20] Vi si dice che “I superiori sono i maestri di spirito… devono esplicare una vera direzione spirituale… ammonendo con carità, devono correggere… danno essi stessi ai religiosi con frequenza il nutrimento della Parola di Dio… precedono con l’esempio… provvedono a ciascuno quanto occorre, riprendono gli irrequieti, confortano i timidi, sono pazienti con tutti”.

[21] A Don Mario Ghiglione; Scritti 32, 243; similmente 20, 201.

[22] Cfr PC 14c; canone 618.

[23]Il discernimento comunitario è un procedimento assai utile, anche se non facile né automatico, perché coinvolge competenza umana, sapienza spirituale e distacco personale. Là dove è praticato con fede e serietà può offrire all'autorità le migliori condizioni per prendere le necessarie decisioni in vista del bene della vita fraterna e della missione. Una volta presa una decisione, secondo le modalità fissate dal diritto proprio, si richiede costanza e fortezza da parte del superiore, perché quanto deciso non resti solo sulla carta”; Vita fraterna in comunità 50. Cfr Perfectae Caritatis 4a e 14cd;

[24] C’è un noto testo di Don Orione sui due diversi atteggiamenti de “il religioso servo e il religioso figlio” (Sui passi di Don Orione, p. 281-283). Questa pagina completa e spiega quelle dell’obbedienza "perinde ac cadaver" o “come stracci” (“kénosis”, cfr. Fil 2,6-11) che indicano la totale consegna di sé mediante l’obbedienza. Il religioso figlio ama e si dona totalmente alla congregazione come alla “madre”, come alla famiglia; ha cura, indovina il da farsi, risponde da figlio, è attivo, intraprendente. È interessante una rilettura de “il religioso servo e il religioso figlio” come anticipo della comprensione dell'obbedienza promossa dal Vaticano II. 

[25] L’autorità è personale ma non dispotica. “I superiori, memori di dover esercitare la potestà loro conferita… si mostreranno disponibili all’ascolto dei propri fratelli per discernere meglio quanto il Signore richiede da ciascuno, ferma restando l’autorità loro propria di decidere e di comandare ciò che riterranno opportuno” (Redemptionis Donum, 13). Accanto ad ogni superiore c’è un consiglio; le Costituzioni stabiliscono che, a volte, il parere o il consenso del consiglio siano indispensabili per la legittimità o anche la validità di un atto del superiore.

[26] Cfr Mutuae relationes 12.

[27] Scritti 51, 122 e cfr 80, 203. “La Congregazione deve essere come una famiglia, anzi una famiglia: nella famiglia il capo è uno solo. Quindi ci deve essere unità di borsa, unità di governo, unità di amministrazione. Se nella famiglia c’è l’unione, la pace, l’amore, la concordia, la famiglia prospera”;  Parola VI, 264.

[28] Riportato nell’introduzione del Cap. XIV delle nostre Costituzioni dedicato a “Il governo provinciale”.

[29] Lettera del 19 marzo del 1922 a don Mario Ghiglione e altri; Scritti, 20, 201.

[30] Scritti 23, 186.

[31] Ultimamente si sono celebrate a Roma tre grandi manifestazioni di Festa del Papa: 2004: “Tanti cuori attorno al Papa, cuore del mondo”; 2005: “Tanti cuori attorno al Papa, messaggero di pace”; 2006: “Tanti cuori attorno al Papa, evangelizzatore della vita”.

[32] Lettere I, 183.

[33] Lettere II, 362.

 

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Buonanotte del 26 marzo 2019