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Messaggi don Orione
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Pubblicato in: Atti e Comunicazioni, n.244, luglio-dicembre 2014, p. 121-138.

Lettera circolare del Superiore generale del 28 dicembre 2014.

VIVA LA FAMIGLIA

 

Sant’Alberto di Butrio, 28 dicembre 2014

Festa della Santa Famiglia di Nazaret

Cari Confratelli.

Deo gratias.

Inizio a scrivere questa Lettera nella festa della Santa Famiglia di Nazaret.

La meditazione sulla famiglia riguarda tutti, proprio tutti: uomini e donne, anziani e giovani, adulti e bambini sposati e non sposati, religiosi e sacerdoti compresi, poiché tutti facciamo parte della famiglia, di una famiglia concreta. Anche Dio, nel suo più intimo mistero non è solitudine ma famiglia, Trinità. È nel contesto della famiglia che Gesù è nato e si è reso presente nel mondo.

Il titolo della lettera “Viva la famiglia” esprime innanzi tutto la gioia (“evviva”) di fronte alla bellezza della famiglia, realtà umana e divina. Ma è anche una dichiarazione di impegno affinché la famiglia viva, oggi, sia viva e vivace. Infine, il titolo esprime la preghiera di fronte alle sfide che la famiglia incontra oggi: Signore, fa’ che la famiglia viva.

Similmente, la mia precedente lettera circolare era intitolata “Viva la vita religiosa”. Tale somiglianza dei titoli sta ad indicare che vita di famiglia e vita religiosa[1] hanno molto in comune, compresi non pochi elementi di difficoltà nella situazione culturale e sociale d’oggi, e vorrei incoraggiare il dialogo e un’alleanza per promuovere il bene di entrambe. Sono due “ambienti ecologici umani” fondamentali per tutta l’ecologia umana, oggi minacciata da idee e costumi distruttivi.

 

        La santa Famiglia di Nazaret

I Vangeli ci presentano la santa Famiglia di Nazaret come una famiglia speciale, con la nascita straordinaria di Gesù da una vergine, Maria, e altri segni miracolosi ed eccezionali. Tuttavia, poi, lo svolgimento della vita quotidiana della Famiglia di Nazaret è del tutto normale, come quella di tante altre famiglie dell’ambiente dell’epoca.

Nelle pagine del Vangelo non troviamo tanti discorsi o insegnamenti sulla famiglia, ma c’è un avvenimento che vale più di ogni parola: Dio ha voluto nascere e crescere in una famiglia umana. In questo modo l’ha riconosciuta e consacrata come via e luogo della nascita, della crescita, dello sviluppo e della felicità della persona umana.

Nella vita trascorsa a Nazaret, Gesù ha onorato la madre Maria e Giuseppe, rimanendo sottomesso alla loro autorità per tutto il tempo della sua infanzia e adolescenza (cfr Lc 2,51-52). In tal modo ha messo in luce il valore primario della famiglia nell’educazione della persona.

Gesù è stato introdotto da Maria e Giuseppe nella vita e nella comunità religiosa, frequentando la sinagoga di Nazaret. Con loro ha imparato a fare il pellegrinaggio a Gerusalemme, quando disse loro che egli si doveva occupare delle cose del Padre suo, cioè della missione affidatagli dal Padre (cfr Lc 2, 49).[2] Questo episodio evangelico rivela la vocazione della famiglia a far crescere ogni suo componente, di accompagnare nel cammino della vita e di lasciare andare secondo l’identità propria e il disegno di Dio nei suoi riguardi.

Maria e Giuseppe hanno educato Gesù prima di tutto con il loro esempio. Gesù ha conosciuto nei suoi genitori tutta la bellezza della fede, dell’amore per Dio e per la sua Legge. In loro ha sperimentato la solidità degli affetti, le esigenze della giustizia, la fecondità vitale dell’amore. Da loro ha imparato che in primo luogo occorre fare la volontà di Dio e che il legame spirituale vale più di quello del sangue. La santa Famiglia di Nazaret è veramente il "prototipo" di ogni famiglia cristiana che, unita nel sacramento del Matrimonio e nutrita dalla Parola e dall’Eucaristia, è chiamata a realizzare la stupenda vocazione e missione di essere cellula viva della società e della Chiesa.

Don Orione, quando parlava del matrimonio e della famiglia, sempre ricorreva all’espressione di San Paolo “Sacramentum magnum, poiché simboleggia l’unione stessa della Chiesa con Cristo”.[3]

Egli aveva un ricordo ammirato e grato della sua famiglia, di papà Vittorio e della mamma Carolina, dei fratelli Benedetto e Alberto, dei parenti (lo “zio Carlìn”). Della famiglia ricordava la vita austera e sana, resa amabile dall’amore forte e dalla generosità dei genitori anche nelle difficoltà e nei limiti, primi fra tutti quello della povertà, “la prima grazia che il Signore mi ha fatto” com’egli diceva. Lo stampo umano e religioso ricevuto in famiglia rimase profondamente impresso in lui per tutta la vita. Riandava continuamente ad essa come a una fonte di buone esperienze e insegnamenti, un patrimonio superiore a qualsiasi altro tipo di eredità.

 

         “Ho famiglia”

Nel richiamare queste note, semplici, sulla famiglia di Gesù, di Don Orione, so di dire cose ovvie, normali. Anch’io - e molti di noi - siamo cresciuti dentro queste relazioni semplici e preziose. Ma per molti, oggi, queste esperienze non sono più tanto ovvie, normali. Ci sono molte famiglie disgregate, o in difficoltà, o confuse nel concepire e vivere la famiglia.

Nella cultura contemporanea, ci sono spinte disgregatrici diffuse e presentate come progresso che minano le basi stesse della famiglia. A tutti noi è noto quello scritto di Don Orione che, negli anni Venti, avvertiva: “È cristiano, è caritatevole occuparsi del femminismo,[4] o meglio della famiglia cristiana. L’attacco contro questa fortezza sociale che è la famiglia cristiana, custodita e mantenuta dall’indissolubilità del matrimonio ora latente ancora, vedete che domani diventerà furioso”.[5]

Molte famiglie, in ogni parte del mondo, hanno cessato di essere immagine viva dell’amore di Dio e hanno cessato di essere famiglia, cellula fondamentale della società: “L’ordine pubblico posa, come su base sulla famiglia. Se si dissolve la famiglia si dissolve necessariamente la società”.[6]

Mi viene spontaneo richiamare il concetto di «ecologia umana», caro a Benedetto XVI, ripreso da Papa Francesco ed esposto magistralmente già nella Centesimus Annus di Giovanni Paolo II.

“Oltre all'irrazionale distruzione dell'ambiente naturale è da ricordare quella, ancor più grave, dell'ambiente umano. Ci si impegna troppo poco per salvaguardare le condizioni morali di un'autentica «ecologia umana».

La prima e fondamentale struttura a favore dell'«ecologia umana» è la famiglia, in seno alla quale l'uomo riceve le prime e determinanti nozioni intorno alla verità ed al bene, apprende che cosa vuol dire amare ed essere amati e, quindi, che cosa vuol dire in concreto essere una persona. Si intende qui la famiglia fondata sul matrimonio, in cui il dono reciproco di sé da parte dell'uomo e della donna crea un ambiente di vita nel quale il bambino può nascere e sviluppare le sue potenzialità, diventare consapevole della sua dignità e prepararsi ad affrontare il suo unico ed irripetibile destino”.[7]

La prima ricchezza e bellezza di una persona come di un Paese è il patrimonio umano. Leo Longanesi, italiano, ha scritto, qualche decennio fa, che “la nostra bandiera nazionale dovrebbe recare una grande scritta: «Ho famiglia»”. Si può ancora dire questo delle nostre nazioni? Dio voglia che possiamo dirlo noi cristiani per ricordarlo a tutti: “Ho famiglia”, quaggiù sulla terra, immagine di quella lassù nel Cielo.

 

            L’Anno della vita consacrata tra due Sinodi sulla famiglia

L'Anno della vita consacrata, dal 30 novembre 2014 al 2 febbraio 2016, è incluso temporalmente tra i due Sinodi sulla famiglia, il primo celebrato nell’ottobre 2014 e il secondo nell’ottobre 2015.

Forse è solo un fatto occasionale. Comunque, ritengo che sia una circostanza ecclesiale significativa e da valorizzare. Probabilmente, la concomitanza è dovuta al fatto che Papa Francesco ha individuato, all’inizio del suo pontificato, che vita di famiglia e vita consacrata sono due beni oggi molto necessari per la vitalità della Chiesa e anche in crisi. Non volendo perdere tempo, li ha messi subito tutti e due, contemporaneamente, al centro della riflessione e della conversione della Chiesa.

Vita di famiglia e vita di comunità consacrata sono due beni paralleli, da promuovere separatamente, o sono due dinamiche umane ed ecclesiali che hanno qualcosa da dirsi? Ci sono ambiti comuni di significato di comunione e di aiuto pratico?

Per molto tempo sono stati due mondi separati, vocazionalmente opposti. In passato, quando si viveva in un clima di cristianità, era più forte la distinzione tra il clero, i religiosi e i laici. Oggi non è più così. Oggi la distinzione più reale è quella tra la Chiesa, tra i credenti, e il “mondo” secolarizzato. La comunione tra le vocazioni cristiane è esigita sia per fortificare l’identità di ciascuna e sia per la comune missione nel mondo.

Recentemente, vi sono nuovi segnali di interesse reciproco tra famiglia/e e vita religiosa, ancora piuttosto occasionali ma di notevole significato. Vengono sperimentate nuove forme di solidarietà e di sostegno in vista del bene-essere di entrambe.

In questa Lettera circolare, intendo collocarmi in questa linea di riscoperta di comunione e di collaborazione tra famiglia e vita consacrata. Cercheremo di approfondire alcune basi umane e spirituali comuni per valorizzare qualche sentiero di comunione.

 

QUALI RELAZIONI TRA FAMIGLIA E VITA CONSACRATA, OGGI?

 

  1. Attraversano una crisi comune

La vita consacrata e la famiglia attraversano una crisi comune nell’attuale contesto culturale e sociale.

Negli ultimi decenni la famiglia è entrata in crisi e i segni più evidenti sono l’aumento dei divorzi, la crescita delle nascite extraconiugali, la moltiplicazione delle famiglie con un solo genitore, la riduzione del numero di matrimoni. Inoltre, l’iper-individualismo e l’iper-tecnicismo svuotano sempre più le relazioni e portano a frantumare il legame di coniugalità e di genitorialità, di figliolanza e di fraternità, tratti qualificanti la famiglia e l’ecologia umana

Anche la vita consacrata sta affrontando problemi analoghi a quelli della famiglia. Il primato dell’individuo, esaltato come il tratto dominante della cultura contemporanea, minaccia la vita consacrata. La famiglia è spesso piegata e anche rotta dalle esigenze del singolo, così come succede che il singolo religioso abbia attese e pretese nei confronti della comunità in gran parte inappagabili. La forza unitiva del “sangue” e dello Spirito non sempre prevalgono sulle spinte centrifughe e disgreganti dell’individualismo.[8]

Avendo tanti beni e motivi di crisi in comune, famiglia e vita consacrata possono imparare ad accompagnarsi e a sostenersi reciprocamente, aiutandosi nelle rispettive difficoltà, sperimentando forme di comunione e condivisione secondo “la ‘misticadi vivere insieme, di mescolarci, di incontrarci, di prenderci in braccio, di appoggiarci, di partecipare a questa marea un pocaotica che può trasformarsi in una vera esperienza di fraternità, in una carovana solidale, in un santo pellegrinaggio” (Evangelli Gaudium 87).

Papa Francesco ha tradotto queste parole in linea pastorale: “Tra i luoghi in cui la vostra presenza mi sembra maggiormente necessaria e significativa e rispetto ai quali un eccesso di prudenza condannerebbe allirrilevanza c’è innanzitutto la famiglia. Oggi la comunità domestica è fortemente penalizzata da una cultura che privilegia i diritti individuali e trasmette una logica del provvisorio. Fatevi voce convinta di quella che è la prima cellula di ogni società. Testimoniatene la centralità e la bellezza. Promuovete la vita del concepito come quella dellanziano. Sostenete i genitori nel difficile ed entusiasmante cammino educativo. E non trascurate di chinarvi con la compassione del samaritano su chi è ferito negli affetti e vede compromesso il proprio progetto di vita.[9]

 

  1. Hanno tre dinamismi in comune: la relazione, la generazione e la fedeltà.

La famiglia è una scuola di umanità. Non è l’unica scuola ma è fondamentale, perché apre al mistero dell'altro e al senso della vita. La specificità della famiglia sta nell'intreccio delle relazioni costitutive dell’uomo: la dinamica relazionale/sessuale, tra uomo e donna, e la dinamica generazionale, tra genitori e figli, vissute nella dinamica della fedeltà, della stabilità nel tempo. Dinamica relazionale e dinamica generazionale nella fedeltà costituiscono quella sana “ecologia umana” che risponde al progetto di Dio e alle esigenze umane più profonde. In quanto portatrice di questa specificità, la famiglia è una realtà umana unica, non equiparabile ad altre forme di aggregazione e comunità (gruppi, imprese, paesi, stati); è portatrice di una ricchezza che va a beneficio di ciascun membro e della società.

La vita comunitaria di noi consacrati le è molto simile avendo le stesse dinamiche fondamentali di relazione e di generazione stabilite nella fedeltà che dura tutta la vita. È uno stato di vita che promuove l’umanizzazione di quanti vi fanno parte, i consacrati, e di quanti coinvolge. Quante volte, nella vita consacrata, noi ricorriamo ai modelli dei sentimenti e delle relazioni proprie della “famiglia”! Parliamo di “spirito di famiglia” nelle comunità perché la famiglia è il modello umano più adeguato e simile alla comunità religiosa.

Proprio per la loro sostanziale sintonia di qualità antropologica è importante che famiglia e vita consacrata si scambino le esperienze in un rapporto che integra e purifica il vissuto di ciascuna.

 

  1. “Sposati” e “consacrati”, non solo conviventi o amici

La famiglia, mediante il “patto nuziale” finché morte non separi (e oltre), e la comunità religiosa, mediante il “patto di consacrazione” in perpetuo, sono comunità di vita stabili. La stabilità, rinnovata con la fedeltà personale quotidiana, è un’esigenza esistenziale basilare. I legami della vita familiare e comunitaria legano, ma creano un tessuto che sostiene; condizionano, ma sono condizioni che alimentano la vita.

Nel momento in cui una persona sposata o consacrata non accetta più le relazioni proprie del suo stato, o si isola (“io sono mio”), la vita sua e della famiglia è a rischio di dissoluzione. L’io da solo è un filo debole, senza identità e consistenza. Quante infelicità e nevrosi vengono da un io esistenzialmente solitario, “senza famiglia”! E ciò non avviene solo in chi è separato dal divorzio o dalla dispensa dai voti, ma anche in chi vive ancora in un quadro formale di vita familiare o religiosa ma senza relazione e appartenenza. Ci sono “separati in casa” sia nelle famiglie e sia nelle comunità.

Solo l’amore fedele all’altro/i, nel matrimonio o nella vita religiosa, libera dalla prigionia del proprio io chiuso e tendenzialmente introverso. L’amore fedele ai familiari o ai confratelli educa a una estroversione che poi si riflette in tutte le relazioni sociali, anche nelle relazioni pastorali. Si concretizza in dinamica generativa. La più grande frustrazione di un amore coniugale è non avere figli. La paternità e la maternità “vocazionale” e “pastorale” sono il segno più sicuro che consacrati e consacrate stanno bene e sono contenti e fedeli al Signore.

 

Siate madri, non zitelle”, padri, non scapoli.

L’espressione fu usata da Papa Francesco durante l’incontro con 800 superiore generali di congregazioni religiose femminili, l’8 maggio 2013. Papa Francesco scelse questa parola popolare italiana perché la conosceva e certo voleva indicare qualcosa di ben preciso.

La parola “zitella”, di per sé non è un insulto. Inizialmente, anzi era una vezzeggiativo, che indicava una ragazza che ha già i seni (zitze, titte, zizze), cioè “ragazza da marito”, una “giovane donna non ancora sposata”. C’è anche l’equivalente maschile; in Italia, il più usato è “scapolo”, che significa senza “cappio”, senza legame, cioè “non sposato”.[10] Poi prevalse il significato ironico e spregiativo verso donne e uomini soli e giunti ormai “avanti negli anni, rimasti da sposare”, con i difetti ritenuti tipici di questa condizione.

Ebbene, quando Papa Francesco ha raccomandato alle suore “Siate madri, non zitelle”, tutte e tutti abbiamo capito che non faceva ironia ma diceva qualcosa di molto serio che riguarda la vita di consacrati/e ma anche di sposati/e: metteva in guardia dal rischio che persone consacrate (e sposate) rimangano interiormente soli, “adolescenti”, “da sposare”, cioè persone non legate. Con tutte le conseguenze di tale condizione.

Essere madri e non zitelle, padri e non scapoli, significa vivere la scelta che, legandoci a una persona specifica, consente alla libertà di non rimanere una pura possibilità, mai compiuta, “da sposare”, infeconda.

Colui che coniuga la propria vita genera la vita e rigenera la propria vita. Il «sì» sponsale - che lega e anche sottomette per amore – è fecondo, come quello di Maria, al di là del proprio io e del proprio progetto. Nel “Sia fatta la tua volontà” di Maria c’è il massimo della volontà libera e amante e c’è il massimo del sacrificio di sé. Solo così scaturisce e cresce la vita nuova di un figlio o di un fratello di comunità o di un’anima.

Il sacrificio è la più bella gemma dell’amore coniugale. Il sacrificio è il tesoro di ogni amore buono, come dell’amore materno e anche dell’amore sacerdotale”,[11] osserva Don Orione.

Nel mondo attuale che esalta la libertà individuale intesa egocentricamente, la vita familiare e la vita consacrata propongono l’esperienza umanizzante della libertà comunionale e feconda. Per confermarci nell’esperienza che la libertà consiste nell’amare e “dare la vita cantando l’amore” pensiamo a Gesù in croce (più legato e più libero di cosi!), pensiamo a Don Orione (“niente per me e tutto per Dio e per le anime”), pensiamo alla “vita abbellita dall’amore coniugale”[12] di due sposi (“Io sono tua, io sono tuo, noi siamo dei figli”).

 

SCAMBIO DI BENI TRA VITA DI FAMIGLIA E VITA CONSACRATA

 

Vita consacrata e vita di famiglia hanno vissuto l'una accanto all'altra nella storia bimillenaria della Chiesa. Solo dopo il Concilio, si sono create le condizioni di una progressiva comunione e comunicazione tra famiglia e vita consacrata, tra principio monastico e principio domestico, avviando esperienze di condivisione.

Questo è un tema e un impegno piuttosto nuovo per la nostra Congregazione. Chi finora si è occupato di famiglia e di famiglie l’ha fatto in ambito parrocchiale, in una prospettiva pastorale, o nelle opere, in una prospettiva caritativa, ma non tanto come dialogo tra famiglie e comunità religiosa.

Raccolgo un elenco di alcuni punti per motivare l’interesse a stabilire relazioni tra vita religiosa e vita familiare.

  1. L’Instrumentum laboris del Sinodo sulla famiglia (ottobre 2014), al n. 57, parla di “relazione di complementarietà vocazionale tra matrimonio e vita consacrata”. In passato, per la necessità di chiarire lo specifico vocazionale della vita consacrata, si sono messe in evidenza soprattutto le differenze e lasciato in ombra, invece, l'elemento comune che è la vocazione ad amare come Dio ama. Sulla vocazione comune ad amare come Dio ama il matrimonio e la vita consacrata, con le loro specifiche dinamiche, hanno molto da dirsi e da donarsi. “Amatevi come vi ama Gesù Cristo! E Gesù Cristo stesso sia il vincolo indissolubile della vostra unione e carità”, ricordava Don Orione.[13]
  1. La vita consacrata nelle relazioni con la famiglia ricorda e accentua la necessità di non perdere mai di vista Dio, modello e obiettivo che sta al centro anche del loro progetto di vita. “La prima idea santa ed efficacissima che si contiene nel matrimonio cristiano - ricordava Don Orione - è che nessun uomo vi ha congiunti in matrimonio e neppure voi stessi, ma è Dio”.[14] Il rischio molto frequente nel matrimonio (ma anche nella vita religiosa) è quello di fermarsi alle mediazioni: si assolutizza il coniuge, i figli, i beni, le attività, e si aspetta da essi ciò che non possono dare, “imagini di ben seguendo false che nulla promission rendono intera”.[15]
  1. La vita consacrata è per sua natura e per missione più aperta sul mondo, sulle anime. Questo può ricordare alla famiglia che l'amore non si esaurisce nella reciprocità e nel cerchio stretto della parentela, ma deve rimanere sempre vivo e disponibile alla fraternità più ampia, sociale ed ecclesiale.
  1. La vita consacrata ricorda agli sposi la via dell'interiorità, che è forza propulsiva e non ripiegamento su di sé e sul proprio desiderio. D’altra parte, la testimonianza degli sposi ricorda ai consacrati che non esiste amore senza carne, senza un corpo, senza la mediazione di un fratello o sorella, di persone concrete. Nella vita consacrata troppo spesso l'amore rischia di limitarsi a essere un genere letterario o persino una via di fuga spirituale dal fratello concreto che le circostanze mettono sul nostro cammino.
  1. Una indicazione viene anche dal Messaggio del Sinodo sulla nuova evangelizzazione (ottobre 2012): «La vita familiare è il primo luogo in cui il vangelo si incontra con l’ordinarietà della vita e mostra la sua capacità di trasfigurare le condizioni fondamentali dell’esistenza nell’orizzonte dell’amore. Ma non meno importante per la testimonianza della Chiesa è mostrare come questa vita nel tempo ha un compimento che va oltre la storia degli uomini e approda alla comunione eterna con Dio… Di questo orizzonte ultraterreno dell’esistenza umana sono particolari testimoni nella Chiesa e nel mondo quanti il Signore ha chiamato alla vita consacrata, una via che, proprio perché totalmente consacrata a lui, nell’esercizio di povertà, castità e obbedienza, è il segno di un mondo futuro che relativizza ogni bene di questo mondo».
  1. Vita consecrata, ai n. 31-34, parla ampiamente della relazione tra gli stati di vita. «La vita consacrata fa continuamente emergere nella coscienza del popolo di Dio l’esigenza di rispondere con la santità della vita all’amore di Dio riversato nei cuori dallo Spirito Santo… D’altra parte, i consacrati ricevono dalla testimonianza propria delle altre vocazioni un aiuto a vivere integralmente l’adesione al mistero di Cristo e della Chiesa nelle sue molteplici dimensioni. In virtù di tale reciproco arricchimento, diventa più eloquente ed efficace la missione della vita consacrata: indicare come meta agli altri fratelli e sorelle, tenendo fisso lo sguardo sulla pace futura, la beatitudine definitiva che è presso Dio».
  1. Sappiamo che l’identità di una persona dipende dai “tu” che incontra. Spesso la crisi di identità - sia all’interno della vita religiosa che delle famiglie - dipende dalla scarsità di confronti positivi. Le relazioni tra famiglia e vita consacrata stimolano e aiutano a capire meglio l’identità di ciascuno, i beni e le debolezze, il ruolo nella Chiesa e nella società. Tali relazioni vanno attuate bene affinché non si trasformino in distrazioni o fughe dalle proprie relazioni fondamentali.
  1. La relazione tra famiglia/e  e vita consacrata deve instaurarsi sulla triade indivisibile di ogni relazione matura: comunione, collaborazione e corresponsabilità.

 

LA FAMIGLIA, NUOVA INCARNAZIONE DEL CARISMA ORIONINO

 

Siamo soliti dire che il carisma orionino è evangelico e dunque cattolico: destinato ai diversi popoli e nazioni, aperto alle diverse epoche e culture, adatto alle differenti categorie dei cristiani. C’è una realtà di vita che conferma questa constatazione.

Nella Famiglia Orionina, c’è una storia consolidata del carisma orionino in abito religioso, sia maschile che femminile, e in veste sacerdotale. Più recentemente, riprendendo indicazioni dello stesso Don Orione, il carisma orionino si è incarnato anche in forma laicale e secolare. Sono andate sempre più precisandosi le sue modalità pastorale, educativa, assistenziale. Manchiamo però di riflessione e di esperienza della sua attuazione familiare. Non è stata ancora elaborata una spiritualità orionina familiare. Non c’è ancora un identikit della famiglia orionina, come invece c’è quello del Figlio della Divina Provvidenza, della Piccola Suora Missionaria della Carità, del laico e del giovane, l’identikit della scuola, dell’opera di carità, della parrocchia orionina.

Mi sembra sia giunto il momento non solo di metterci in seria relazione spirituale e pastorale con la famiglia/e, ma anche di avviare iniziative ed esperienze di famiglie ispirate e formate al carisma orionino. Sarà  una risposta alle indicazioni dei tempi attuali e dei pastori della Chiesa, di Papa Francesco in particolare, che stanno mettendo la famiglia al centro delle priorità della vita della Chiesa, proprio nel momento in cui essa è indebolita e minacciata da ideologie, costumi e legislazioni.

È un cammino da intraprendere con fiducia. Quanto detto da Vita consecrata 55 vale anche per la relazione della vita consacrata con le famiglie: “La partecipazione dei laici non raramente porta inattesi e fecondi approfondimenti di alcuni aspetti del carisma, ridestandone un’interpretazione più spirituale e spingendo a trarne indicazioni per nuovi dinamismi apostolici. In qualunque attività o ministero siano impegnate, le persone consacrate ricorderanno, pertanto, di dover essere innanzitutto guide esperte di vita spirituale, e coltiveranno in questa prospettiva «il talento più prezioso: lo spirito». A loro volta i laici offrano alle famiglie religiose il prezioso contributo della loro secolarità e del loro specifico servizio”.

Nella storia della vita consacrata sono state attuate varie forme di relazione con il laicato anche familiare. Le più note sono quelle dei Terz’Ordini, alcuni molto antichi.

Con l’impulso dato dal Concilio Vaticano II, negli ultimi decenni, molti Istituti religiosi hanno strutturato la loro relazione con i laici per coinvolgerli non solo nella gestione delle loro opere, ma per farli partecipi del carisma e della vita di famiglia. Anche noi Orionini l’abbiamo fatto.

Noi siamo soliti usare il termine Famiglia Orionina, o anche Famiglia carismatica,[16]  per indicare l’insieme delle componenti della Piccola Opera della Divina Provvidenza[17] includendovi anche i laici consacrati e associati. Molti sono presenti come coniugi e anche come famiglia.

La nostra Congregazione ha già, dunque, un’esperienza abbastanza consolidata di relazioni animate dal medesimo spirito e dalla medesima missione all’interno della Famiglia Orionina. Tutto ciò ha maturato la formazione del Movimento Laicale Orionino, approvato canonicamente come Associazione pubblica internazionale di fedeli laici il 20 novembre 2012. Specialmente in questi ultimi anni, è andata crescendo la consapevolezza di essere una “famiglia carismatica” in relazione con le PSMC, con l’ISO e con il MLO.

 

È ora di passare il carisma anche alla famiglia, alle famiglie.

È una prospettiva e un impegno di sviluppo che, in fedeltà al carisma e alla domanda della Chiesa, deve trovarci sensibili e pronti a rispondere, tanto più che abbiamo uno spirito e una storia orionina che già hanno tracciato un cammino in questo senso.

Non mancano gli esempi e le indicazioni di Don Orione che possono ispirare la vita familiare “all’orionina”. Non mi pare, pero, che ci siano stati studi o esperienze al riguardo.

Trovo alcuni tratti per la vocazione di una famiglia orionina, per esempio, in quanto Don Orione scrisse a una giovane che stava per sposarsi.

“Date buon esempio: è la prima vostra missione.

La seconda sarà quella che eserciterete con le parole. Il pensiero precede la lingua.

Colla dolcezza del vostro parlare guadagnerete i cuori; con la riservatezza vi procaccerete autorità; con lo spirito di pietà, di ritiratezza e di santità edificherete la vostra casa.

Le vostre occupazioni domestiche siano i vostri più cari divertimenti.

Se sarete sposa, ricordatevi, o buona figliuola del Signore, che dovete esserlo non per divertirvi, ma per adempiere gravi doveri e per santificare voi stessa e gli altri e specialmente colui che Iddio vi darà a compagno e conforto della vostra vita.

Siate caritatevole con tutti, non solo in famiglia, ma anche con quei di fuori.

Dappertutto dove c’è afflizione, porterete consolazione; dove c’è miseria, soccorso morale e materiale; dove ci siano animi abbattuti, date incoraggiamento: buona figliuola del Signore, non vi passi davanti una sventura che voi non alleggeriate almeno col desiderio.

Amate di stare più con quelli che piangono che con quelli che ridono.

L’orazione accompagni tutti i vostri passi, e pregate prima per lui che per voi siate fedele ai vostri esercizi di pietà, ma senza che essi vi impediscano i doveri di subordinazione al marito”.[18]

 

Quello che possiamo fare per la famiglia

  • Servizi spirituali, innanzitutto, ricordando alle famiglie la loro vocazione divina ed ecclesiale; donando l’alimento della Parola, dei Sacramenti, dello Spirito Santo che è il vincolo di unità e la sorgente di novità anche nelle famiglie; offrendo alle famiglie i servizi del consiglio, della formazione, della consolazione e della relazione.[19]
  • Servizi sociali e caritativi: valorizzando quello che ci è già specifico e tradizionale in Congregazione, possiamo aiutare le famiglie più bisognose in alcuni loro compiti propri, quale l’educazione dei figli (scolastica, religiosa e relazionale) e sostenendole in alcune situazioni di debolezza (disabili, anziani, malati…) che rischiano di squilibrare le relazioni in seno ad essa.
  • Promuovere e animare le relazioni tra le famiglie mediante la costituzione di gruppi familiari di amicizia e di dialogo, di formazione e di sostegno in situazioni problematiche.
  • Valorizzare i laici collaboratori in quanto membri di una famiglia della quale interessarci, tenere conto, coinvolgere.

 

Quello che possiamo fare con la famiglia

  • Coinvolgimento delle famiglie come tali - e non solo le singole persone - in momenti di vita e di confronto con la comunità.
  • Condivisione di servizi e di iniziative di carità a favore di persone in necessità insieme a famiglie aperte al servizio. Abbiamo già varie esperienze di case-famiglia affidate a famiglie, di piccole istituzioni gestite direttamente da famiglie.
  • Apertura ad un apostolato sociale caritativo mediante le famiglie e nelle famiglie. Ciò presuppone formazione e condivisione spirituale con le famiglie, sostegno e comunione nell'accoglienza e nel servizio. Noi religiosi siamo abituati soprattutto a interventi caritativi mediante le istituzioni (centri di riabilitazione, case per anziani, Piccoli Cottolengo, ecc.). Oggi si rendono sempre più necessarie risposte che offrano relazioni più che istituzioni e servizi. Queste si possono dare anche e meglio in una famiglia che, coinvolta nella dinamica della carità, assuma e offra accoglienza e sostegno. In Italia e nel mondo, sono note le esperienze di accoglienza offerta dalle famiglie della “Comunità Giovanni XXIII” di Don Benzi a persone con i più diversi problemi – da neonati ad anziani, da disabili a senzatetto, da bambini di strada a ex carcerati, a tutta la gamma di persone in difficoltà. Non riusciremo noi Orionini a “fare la carità” formando e organizzando famiglie con spirito orionino?

Quello che possiamo ricevere dalla famiglia

Qualcosa è già stato detto, sopra, parlando dello “scambio di beni tra famiglia e vita consacrata”. Certamente, ne verranno frutti “inattesi e fecondi” (cfr VC 55) nella certezza che, nella comunione della Chiesa, ogni “manifestazione particolare dello Spirito è per l'utilità comune” (Cor 12, 4-7) per cui religiosi e sposati si edificano a vicenda.

Sono solo alcuni primi appunti per dare l’idea di un cammino possibile e fecondo. Auspico che alcune comunità - non solo singoli religiosi - possano subito “partire” con esperienze nuove, sapendo di aprire un cammino per tutta la Congregazione.

 

NOTIZIE DI FAMIGLIA

 

Questo numero degli Atti abbraccia il semestre da luglio a dicembre del 2014. Molti eventi si sono succeduti nella vita della nostra Congregazione, a livello locale, nazionale e generale; di molti di essi c’è notizia nel sito www.donorione.org, che invito a visitare quotidianamente perché aiuta ad essere informati e in comunione con la Congregazione.

Di particolare importanza sono stati due convegni internazionali.

Il primo è quello organizzato dal Segretariato della pastorale giovanile, dal 16 al 24 luglio, presso il Centro "Mater Dei" di Tortona, con il titolo Da Tortona al mondo, protagonisti di un sogno”. Con l’animazione di Don Sylwester Sowizdrzał FDP e di Suor Maria Alicja Kedziora PSMC, consiglieri generali incaricati della pastorale giovanile, nel convegno sono stati raccolti i frutti del cammino dei segretariati provinciali, alcuni particolarmente attivi, per elaborare una pedagogia orionina dei giovani e per dare continuità al Movimento Giovanile Orionino, superando la frammentazione e una certa improvvisazione in questo importante settore della vita della Congregazione.

Di molta rilevanza e ricchezza di contenuti è stato anche il Convegno "La sfida della carità", che ha riunito a Montebello (Pavia), dal 22 al 26 ottobre, 120 delegati delle opere educative e assistenziali provenienti da oltre 20 Paesi del mondo orionino. Si è svolto con riunioni comuni e altre separate per le due grandi aree di opere caritative. Anche in questo caso, si è trattato della conclusione del percorso precedente fatto dai Segretariati delle opere assistenziali ed educative su alcuni valori e strategie gestionali molto decisive per la qualità apostolica delle nostre opere: consiglio d’opera, indicatori del progetto e bilancio apostolico, la formazione dei collaboratori e dipendenti.

Il 19 ottobre, ho partecipato con grande gioia alla cerimonia di beatificazione di Paolo VI, in Piazza San Pietro. La Famiglia Orionina è riconoscente a Paolo VI per tante ragioni. Erano presenti anche i nostri cari Ex Allievi di Don Orione, a conclusione del loro incontro nazionale. Da Cardinale di Milano e da Papa a Roma, il nuovo Beato mai perdeva occasione per dire che aveva avuto “la grazia di conoscere Don Orione personalmente” e sempre lo additava come “santo”. Molto e in diversi modi sostenne la nostra Congregazione.

Il nuovo vescovo di Tortona è Vittorio Viola, francescano. Il 14 dicembre ha fatto il suo ingresso canonico nella sede episcopale di San Marziano. Prima della celebrazione d’insediamento in Cattedrale, alla presenza del card. Angelo Bagnasco, il nuovo Vescovo ha voluto visitare il Piccolo Cottolengo e il Santuario della “Madonna della Guardia” per invocare la protezione della Vergine e pregare davanti all’urna di Don Orione. Nel segnalare con affetto e devozione questo evento, ricordo a tutti come la comunione con il Vescovo diocesano, ovunque siamo, è per tutti noi non solo un dovere ecclesiale ma un “dolcissimo e filiale amore”.

Siamo entrati nell’Anno della vita consacrata. Cari confratelli, che questo evento ci veda attivi nel rinnovamento e promotori di iniziative per far conoscere e collegare la vita consacrata alla vita civile ed ecclesiale. Sono state pubblicate due lettere formative – “Rallegratevi” e “Scrutate” – da parte della Congregazione per la Vita Consacrata. Papa Francesco ha inviato una specifica Lettera per l’Anno della vita consacrata e ha indirizzato un messaggio scritto e un messaggio in video. Alcune iniziative vaticane intendono fare da stimolo alle iniziative locali. Nella mia precedente Circolare “Viva la vita religiosa” ho indicato alcune linee di impegno da attuare in ciascuna Provincia e Comunità. Avanti!

Mi piace richiamare il senso di quest’Anno della vita consacrata con le parole del card. Joâo Braz de Avíz ai Chierici del nostro Istituto Teologico di Monte Mario (Roma), con i quali ha passato una serata. “L'idea centrale è quella di «risvegliare il mondo», come ha detto Papa Francesco nel suo messaggio inaugurativo dell'Anno. Ciò significa, in primo posto, fare una buona riflessione sulla qualità della vita religiosa all'interno degli Istituti, per fare una verifica dell'autenticità della testimonianza proposta dai religiosi e, in secondo, diffondere questa testimonianza come proposta che interroga la società sul suo stile di vita e circa il suo rapporto con Dio”. Il Cardinale ha detto che gli “otri nuovi” per il "vino nuovo" sono la vita comunitaria, la formazione, l'esercizio dell'autorità e del governo, la gestione dei beni.

L’Anno della vita consacrata viene praticamente a coincidere anche con la preparazione del nostro prossimo 14° Capitolo generale che si celebrerà nella primavera del 2016 e al quale già cominciamo a guardare. Certamente, esso si collocherà nel flusso di rinnovamento della vita consacrata che tutta la Chiesa sta vivendo con le particolari prospettive date da Papa Francesco.

 

            Preghiere

            Raccomando alle vostre preghiere i carissimi confratelli che in questi mesi sono entrati nella vita eterna: Don Michele Veneziano, sempre umile e attivo; Don Edward Sobieraj, ancora valido confratello che fu  per molti anni al servizio della Conferenza Episcopale Polacca; Don Giampietro Forlini e Padre Fernando Santamaria Pascual, entrambi sessantenni ed entrambi passati per il crogiuolo di grave malattia; Don Bolesław Kazimierz Majdak, testimone, padre e storico della Provincia polacca; Padre Geraldo Mauricio Da Silva, fedele e fervoroso, chiamato improvvisamente dal Signore. Di essi troverete maggiori notizie nel “Necrologio” di questi stessi Atti.

Ricordiamo nei suffragi le nostre Suore: Sr. Maria Tereza, Sr. Maria Efrema, Sr. Maria Pasqua, Sr. Maria Cataldina,  Sr. Maria Oliva Pacis, Sr. Maria Franca, Sr. Maria Romana, Sr. Maria Leonina e Sr. Maria Daria. Dell’Istituto Secolare Orionino: Maria del Pilar De Juan ed Elza do Carmo Carvalho Monteiro.

Tra i nostri parenti, ricordiamo il papà di P. Petikissa Gabriel Dadja, di P. Héctor Pazos, di P. Richard Moumini Sawadogo, di P. Juan Manuel Gonzalez, del Ch. José Ribamar Da Silva, di Fra Raimundo Jeronimo De Souza, di P. Gustavo Rofi, del Ch. Derlis Adan Denis Sosa, di P. Marcello David Rivosoa e di Don Graziano Colombo; la mamma di P. José Luis Simionato, del novizio Dionata Gross, di P. Sylvain Doniku Dabiré, di Fr. Carlos Humberto Santander Ruiz, di Pe. Almarinho Vicente Lazzari, di Pe. Edmar José Da Silva, di Don Gianni Vanzetto (premorto) e la madre dei fratelli Don Luigi e Don Tarcisio Piotto; il fratello di Pe. José Sebastiâo Barros da Silveira, di P. Kokou Fo Edem Paul Assidenou, di Pe. Geraldo Gonçalo Da Silva, di Don Carmine Perrotta e di Don Carlo Michieletto (premorto); la sorella di P. Bernardo Acebes Calvo, del Ch. Vincent de Paul Arinim e di Don Erasmo Magarotto.

Affidiamo alla divina misericordia tutti i nostri Amici, Benefattori, Ex Allievi defunti che contribuirono al bene della Piccola Opera. Cito solo qualche nome tra i tanti: Padre Marcelino Bravo Jacominis, Halinka Siwinska, Nino Montalto, Juan Carlos Pisano, Don Franco Bucarini e Mario Macciò.

            Un pensiero e una preghiera speciale anche per tutti i nostri malati: il Signore conceda loro di accettare e di offrire le sofferenze e i problemi a Gesù che vanno ad aggiungersi ai meriti dei suoi patimenti (cfr Col 1, 24).

            E preghiamo per le vocazioni, per quanti sono già in cammino nella nostra Congregazione e perché il Signore e ci mandi giovani a cui trasmettere il vangelo, carisma, la stola e i poveri.

            Vostro fratello e padre in Cristo e in Don Orione

Sac. Flavio Peloso, FDP

(superiore generale)

 

[1] Userò prevalentemente il termine vita religiosa / religiosi, perché è la forma con cui nella nostra Congregazione viviamo la vita consacrata.

[2] La traduzione fedele al greco è “essere nelle cose del Padre mio” ed indica non solo la missione ma l’identità di Gesù Figlio di Dio.

[3] Scritti 56, 42. “Iddio Signore per bocca dell’Apostolo San Paolo disse gran Sacramento il nodo maritale e lo consacrò ad essere simbolo e memoria del Sacramento di Cristo con la Chiesa”; a due sposi nel 50° di matrimonio; Scritti 56, 44.

[4] Il tema del femminismo e dell’innalzamento della dignità e dei diritti della donna inquietò ed occupò Don Orione, soprattutto in riferimento al suo ruolo nella famiglia. “Si rompono i vincoli della famiglia… le madri che dovrebbero essere il timone della famiglia per portarla a salvamento, la conducono col loro esempio alla perdizione”; Parola del 13 maggio 1917, I, 12. Non è solo un discorso morale ma anche civile: “Vi sono ancora dei residui palesi dell’antica servitù, residui, se volete, di molto limitati, grazie alla luce della fede e della morale cristiana; ma residui, che possono essere più che impicciativi… Tutto dunque non è ancora finito nell’opera del rialzamento della donna. I nostri codici negano, senza ragione, alla donna certi diritti che concedono agli uomini”; Scritti 91, 103.

[5] Nel nome della Divina Provvidenza, p.35-36.

[6] Scritti 56, 29.

[7] Centesimus Annus 38-39. Benedetto XVI, ha ripreso questo tema in Caritas in veritate 51: “La Chiesa ha una responsabilità per il creato…  Deve proteggere soprattutto l'uomo contro la distruzione di se stesso. È necessario che ci sia qualcosa come un'ecologia dell'uomo, intesa in senso giusto… Quando l'«ecologia umana» è rispettata dentro la società, anche l'ecologia ambientale ne trae beneficio… Se non si rispetta il diritto alla vita e alla morte naturale, se si rende artificiale il concepimento, la gestazione e la nascita dell'uomo, se si sacrificano embrioni umani alla ricerca, la coscienza comune finisce per perdere il concetto di ecologia umana e, con esso, quello di ecologia ambientale. È una contraddizione chiedere alle nuove generazioni il rispetto dell'ambiente naturale, quando l'educazione e le leggi non le aiutano a rispettare se stesse”.  

[8] Papa Francesco ha detto recentemente che “Le madri (e anche i padri) sono l’antidoto più forte al dilagare dell’individualismo egoistico. «Individuo» vuol dire «che non si può dividere». Le madri invece si «dividono», a partire da quando ospitano un figlio per darlo al mondo e farlo crescere. (…) Una società senza madri sarebbe una società disumana”; Udienza dell’8 gennaio 2015. L’individuo non si divide, non condivide. La persona che ama “si fa in quattro”, dividendosi si moltiplica.

[9] Papa Francesco, Discorso all’Assemblea Generale dei Vescovi italiani, 19 maggio 2014, n. 3.

[10] Oggi il termine inglese “single” tende a configurare uno status sociale a chi è “singolo”, quasi di completezza in sé, e non una identità mancante di legami familiari come fanno intendere “zitella” e “scapolo”. Papa Francesco ha voluto indicare con questi termini l’apertura agli altri, alla vita, la fecondità spirituale e pastorale: durante l’incontro con i seminaristi, i novizi e le novizie del 6 luglio 2013; nell’intervista data a Antonio Spadaro pubblicata nell’Osservatore Romano del 21 settembre 2013: «La Chiesa è feconda, deve esserlo. Vedi, quando io mi accorgo di comportamenti negativi di ministri della Chiesa o di consacrati o consacrate, la prima cosa che mi viene in mente è: “ecco uno scapolone”, o “ecco una zitella”. Non sono né padri, né madri. Non sono stati capaci di dare vita»; nella omelia nella cappella della Domus Sanctae Marthae, 9 dicembre 2014.

[11] Minuta di Don Orione a due sposi; Scritti 56, 46.

[12] Scritti 56, 50.

[13] Scritti 51, 87.

[14] Scritti 56, 45.

[15] Don Orione cita questa frase di Dante (Purgatorio XXX, 132) nell’assicurare due sposi che “alla luce e negli insegnamenti che Gesù Cristo e la Chiesa vi danno, troverete senza difficoltà la scienza del bene nella vostra vita coniugale e troverete anche la forza e la grazia di praticarlo”; Scritti 56, 50.

[16] Questo termine sta entrando sempre più anche nel linguaggio nei documenti della Chiesa. Personalmente, faccio parte di un coordinamento di una Associazione dei Membri delle Curie Generalizie (AMCG) di Istituti che da parecchi anni sta confrontando il cammino di famiglie carismatiche.

[17] Ricordiamo che inizialmente Don Orione intendeva questo nome come collettivo; cfr Alcune questioni sulle origini della Piccola Opera della Divina Provvidenza, Messaggi di Don Orione 35(2003) n.110, pp.49-54.

[18] Lettera del 10 gennaio 1916; Scritti 46, 136-137. Recentemente mi sono imbattuto in un pacchetto di appunti di Don Orione per sue prediche in occasione di matrimoni, 25° o 50° di matrimonio.

[19] Don Orione scrisse una delle ultime lettere, il 12 marzo 1940, proprio a una signora, Ida Gallarati Scotti, per confortarla: “Iddio allontani dal suo spirito ogni nube di tristezza, e le dia quella serenità d’animo di cui una mamma tanto abbisogna per riempire di sé e confortare tutta la sua casa, e nel caso suo per crescere sempre più nella luce della fede e forti nelle virtù cristiane le sue belle bimbe”; Scritti 44, 145-146.

 

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Buonanotte del 26 marzo 2019